Triestini, fiumani e dalmati al Polo Nord

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Re: Triestini, fiumani e dalmati al Polo Nord

Messaggioda sono piccolo ma crescero » mercoledì 13 ottobre 2010, 13:49

Penso sia una conseguenza di questa spedizione, però ho scoperto che nell'arcipelago di Francesco Giuseppe esiste, su un'isola nota come Champ Island, un capo Trieste

http://www.gordonkilgore.com/gallery/Th ... 23_DSC2103

La cosa più divertente è che sulla spiaggia di questo capo si trova una pietra rotonda a forma di ... melon

http://www.gordonkilgore.com/gallery/Th ... 22_DSC1995

Onestamente la vedo così bella e rotonda che mi sembra di cemento, però mi pare strano che qualcuno abbia avuto l'esigenza di portare una palla di cemento a 80° di latitudine nord.

Maggiori notizie sull'isola dove si trova capo Trieste, si possono leggere qua (anche se non parlano del capo)

http://en.wikipedia.org/wiki/Champ_Island
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Re: Triestini, fiumani e dalmati al Polo Nord

Messaggioda sono piccolo ma crescero » mercoledì 13 ottobre 2010, 14:17

Mai pensare male. Ho trovato un'altra foto con la didascalia "remarkable spherical stones"

http://www.picfish.com/gallery/tour253/RFJ0/164-338.htm

http://www.picfish.com/gallery/tour253/RFJ0/164-346.htm
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Re: Triestini, fiumani e dalmati al Polo Nord

Messaggioda mandi_ » mercoledì 13 ottobre 2010, 15:39

Molto bella l'isola, avrei voluto andarci anch'io, ai tempi di qualche mio trisavolo. Ma scusa, quali ipotesi si possono fare su questi due....meloni messi lì?
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Re: Triestini, fiumani e dalmati al Polo Nord

Messaggioda AdlerTS » giovedì 14 ottobre 2010, 11:41

Ho letto che sono dei Geodi, e che una volta sulla spiaggia se ne potevano trovare anche di più piccoli, ma sono stati portati via come souvenir da turisti. Questi rimasti (fino a 3 metri di diametro) non stavano loro nelle tasche :-)
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Re: Triestini, fiumani e dalmati al Polo Nord

Messaggioda AdlerTS » giovedì 14 ottobre 2010, 21:26

Una mappa abbastanza grande de l'area:

http://ccnmtl.columbia.edu/projects/pol ... es/nansen/

in cima della pagina basta cliccar su "zoom 400%"
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Re: Triestini, fiumani e dalmati al Polo Nord

Messaggioda AdlerTS » lunedì 28 febbraio 2011, 22:39

Ho letto "Dai Ghiacci allo spazio", bel libro di Enrico Mazzoli con Laura de Santis, Mauro Messerotti e Gianguido Salvi e da questo si traggono alcuni notizie aggiuntive, specie sulla vita di Weyprecht, al di là della missione polare.
Nato l’8 settembre 1838 nel granducato di Assia Darmstadt, il nome di battesimo era Carl Georg Ludwig Wilhelm Weyprecht, quindi all’atto di nascita risulta il nome Carl e non Karl. Per quel che riguarda invece il suo rapporto con Trieste, già il 1 aprile 1856 fu immatricolato come cadetto della Marina Militare austriaca, perdendo così la cittadinanza d’origine per diventare apolide.
Sarà nel gennaio 1872 che scriverà al Magistrato civico di Trieste una supplica per l’ottenimento della cittadinanza austriaca: gli atti relativi all’ottenimento della cittadinanza austriaca, con pertinenza alla città di Trieste, sono tutt’ora conservati presso l’Archivio Generale del Comune.
Suo “covo” di elezione fu sempre l’Hotel Daniel, in via S. Nicolò, dove trascorse molte serate allegra della sua vita, ma dove incontrò anche personaggi con i quali discutere dei suoi impegni.
Dopo il 1875 prese casa in via SS martiri n. 6, mentre più tarsi si trasferì in via S. Lucia, 30, sul colle di San Vito, a due passi da Villa Brigido.
Nel testo si scopre anche che una delle scialuppe usate nel rientro giunse fino a Trieste, grazie ad una nave norvegese, e venne donata al Museo della Marina di pola, per essere purtroppo smarrita nello smembramento del Museo ad opera degli italiani negli anni 20 del 900.
Nel 1859 ebbe modo anche di conoscere Richard Banfield, padre di Goffredo, a bordo della Curtatone, impiegata in Adriatico contro gli italiani.
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Re: Triestini, fiumani e dalmati al Polo Nord

Messaggioda AdlerTS » giovedì 31 marzo 2011, 12:02

Enrico Mazzoli ha ritrovato il diario di Eduard Orel e lo ha pubblicato in collaborazione con il direttore del Museo storico di Francoforte ed esce in tedesco col titolo di "Eduard Ritter von Orel (1841-1892), und die österreichisch-ungarische Nordpolar-Expedition mit seinem Rückzugstagebuch von 1874” (Edizioni Luglio), ovvero ”Eduard von Orel e la spedizione polare austro-ungarica con il suo diario della ritirata del 1874”.

Tornato a Trieste dopo l'avventura con Weyprecht, Orel fu prima assegnato al Comando distrettuale di Villa Necker, con il compito di elaborare i dati raccolti nei due anni nella missione al Polo.
Quindi, congedato dalla Marina, Orel fu nominato amministratore del Castello di Miramare, incarico che mantenne fino alla sua morte.
Il libro racconta anche la storia del figlio maggiore, anche questi di nome Eduard, nato nel Castello di Miramare il 05.11.1877 che, dopo aver frequentato la scuola cadetti di fanteria a Trieste, diventò un esperto topografo e che inventò nel 1907 lo stereoautografo, poi brevettato dalla Zeiss. Morirà il 24.10.1941
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100 anni di "Antartide"

Messaggioda nonna ivana » giovedì 15 dicembre 2011, 11:56

Ieri, 14 dic , cadeva il centenario della conquista del Polo Sud!

In occasione di questa ricorrenza National Geographic Italia ha degli inviati nell'Antartide e dalla Base Italiana "Mario Zucchelli", mio concittadino, morto purtroppo prematuramente pochi anni fa, si possono seguire i video e i servizi speciali sul sito, praticamente in diretta.

http://www.nationalgeographic.it/scienza/2011/12/14/video/antartide_streaming_pasotti-739052/1/

Grazie! :-D
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Re: 100 anni di "Antartide"

Messaggioda Elisa » giovedì 15 dicembre 2011, 15:36

Buongiorno Ivana,
capisco perchè qui non se ne parla.
Perchè il centenario dell' occupazione permanente dell' Antartide argentina si commemorò nel 2004.
Difatti il 22 febbraio 1904 ha inizio l' occupazione, mediante l' issamento della bandiera e la creazione della stazione scientifica Osservatorio Meteorológico e Magnetico nelle Isole Orcadas del Sud, ció che costituisce il migliore avallo del titolo di sovranità argentina. Le basi antartiche argentine permanenti sono sei e quelle temporarie sono sette.
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Re: 100 anni di "Antartide"

Messaggioda sono piccolo ma crescero » giovedì 15 dicembre 2011, 17:40

nonna ivana ha scritto:Ieri, 14 dic , cadeva il centenario della conquista del Polo Sud!

In occasione di questa ricorrenza National Geographic Italia ha degli inviati nell'Antartide e dalla Base Italiana "Mario Zucchelli", mio concittadino, morto purtroppo prematuramente pochi anni fa, si possono seguire i video e i servizi speciali sul sito, praticamente in diretta.

http://www.nationalgeographic.it/scienza/2011/12/14/video/antartide_streaming_pasotti-739052/1/

Grazie! :-D


Comunque con la base italiana collabora anche l'Università di Trieste e l'Osservatorio geofisico sperimentale. E quindi a Trieste abbiamo anche noi un museo dell'Antartide che in questi giorni si sta dando da fare.

Gettiamo, oltre che con Trento, un ponte con Bologna, passando, già che è di strada, per l'Antartide! ;-)

L'Osservatorio geofisico sperimentale andava in Antartide con la sua nave, l'Explora. Non lo so se ci vada ancora, visti i tagli. Comunque una mia conoscente si è trovata a bordo della nave, verso l'Antartide, quando una notte si spensero i motori e restarono al buio e in balìa del mare, raccolti in coperta e con i giubbotti di salvataggio addosso per non si sa mai. Mi diceva che non era stata proprio una bella esperienza. Non ricordo se la mattina successiva arrivarono a trainarli o riuscirono a far partire di nuovo i motori. Comunque, come nei film americani, HAPPY END!
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Re: 100 anni di "Antartide"

Messaggioda nonna ivana » giovedì 15 dicembre 2011, 18:27

Sì, anche TS!
Era commovente accogliere Zucchelli tutti gli anni quando rientrava a febbraio dalla permanenza alla Base in Antartide, ci raccoglieva in Biblioteca o a Teatro, anche al Bar e ci faceva vedere i video, anche simpatici, della vita laggiù, come si erano organizzati, e varie avventure!
Fino alla fine ha voluto testimoniarci la sua passione, l'impegno...un ragazzo modesto, non aveva quasi più voce, per l'intervento subito, ma non si arrendeva!
Era laureato in fisica Nucleare, poi dalla centrale nucleare, ormai chiusa, è partito per quella missione.
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Re: 100 anni di "Antartide"

Messaggioda Elisa » giovedì 15 dicembre 2011, 18:44

sono piccolo ma crescero ha scritto:Gettiamo, oltre che con Trento, un ponte con Bologna, passando, già che è di strada, per l'Antartide! ;-)


L'Osservatorio geofisico sperimentale andava in Antartide con la sua nave, l'Explora. Non lo so se ci vada ancora, visti i tagli. Comunque una mia conoscente si è trovata a bordo della nave, verso l'Antartide, quando una notte si spensero i motori e restarono al buio e in balìa del mare, raccolti in coperta e con i giubbotti di salvataggio addosso per non si sa mai. Mi diceva che non era stata proprio una bella esperienza. Non ricordo se la mattina successiva arrivarono a trainarli o riuscirono a far partire di nuovo i motori. Comunque, come nei film americani, HAPPY END!


... sarà quasi quasi come far due passi... :-) :-) Che invenzione fantastica e veloce tutto ciò che permette questo mondo virtuale!

Brrrr! Poveretti quelli che sono sorpresi da sventure marine in codesti posti! :(
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Re: Triestini, fiumani e dalmati al Polo Nord

Messaggioda babatriestina » martedì 15 luglio 2014, 7:13

La tratta abbastanza a lungo la spedizione di Weyprecht, con i dati sull'equipaggio, gli animali ( m a i cani e i gatti di bordo, che fine hanno fatto??? :( ) il diario, il menù di bordo.. e perfino un plastico

Immagine

la lotta con gli orsi bianchi
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un disegno diverso ( son presenti pure quelli messi qua sopra)
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Re:

Messaggioda babatriestina » martedì 23 maggio 2017, 6:43

babatriestina ha scritto:E se gavè letto Repubblica de oggi, xe tutto un articolo al riguardo. De chi? ma de Paolo Rumiz, po!!! :-D :-D :-D :-D :-D :-D
http://ricerca.repubblica.it/repubblica ... no-di.html
ve lo riporto..
La nave dei triestini nell' inferno di ghiaccio
VENIVANO DALLE TERRE DELLA BORA - si chiamavano Marola, Zaninovich, Scarpa, Lusina o Catarinich - e stupirono il mondo tornando vivi dall' inferno bianco che li aveva inghiottiti per novecento giorni. Una ciurma di quattordici marinai dalmati, fiumani e triestini che, dopo aver abbandonato la nave, rientrarono a casa dal mare artico con una terribile traversata a piedi tra i ghiacci, dopo due inverni di tenebra a meno cinquanta. Era il 1874 e quegli uomini, con i loro ufficiali, si erano spinti alla massima latitudine Nord mai raggiunta, gli 82' 51" gradi del desolato arcipelago da loro battezzato Terra di Francesco Giuseppe, punto più settentrionale d' Europa. Al ritorno in Norvegia, poi in Germania e a Vienna, furono accolti come eroi, ma ancora oggi il nome del loro comandante, Carl Weyprecht, triestino, dice poco o niente agli italiani. Che strano. Il 2008 è ormai il quarto anno polare mondiale, e il Belpaese sembra ignorare ancora questa favolosa storia. Eppure la prima grande spedizione scientifica verso il Polo non fu quella del norvegese Nansen o dell' americano Peary, ma venne compiuta da questo indomito triestino nato in Germania e della sua ciurma adriatica. Inglesi e tedeschi gli riconoscono tale primato; il suo nome figura nel sito della Nasa - l' agenzia spaziale americana - come padre della ricerca scientifica internazionale; Vienna gli tributa onori e l' Accademia delle scienze austriaca pubblica proprio in questi giorni il suo epistolario; ma in Italia solo pochi specialisti ne hanno sentito parlare e persino a Trieste manca una via con il suo nome. Erano gli anni della febbre geografica mondiale e i mappamondi contenevano grandi spazi bianchi inesplorati. Il Polo Nord era il più grande di tutti e Weyprecht, tenente di vascello poco più che trentenne, pieno di ardore scientifico, contagiò del suo entusiasmo sponsor e istituzioni, raccogliendo quanto bastava. Fece costruire un piroscafo adatto ai ghiacci, lo foderò di ferro, caricò a bordo ventitré uomini scelti, e il 13 giugno del 1872 fece rotta sul Polo col compito di cercare anche il passaggio a Nordest per il Pacifico. Incappò in un' estate freddissima e fu subito intrappolato dalla banchisa senza avere alcun aiuto dalla corrente del Golfo che in condizioni normali avrebbe dovuto aprirgli la strada dagli iceberg per un migliaio di chilometri almeno. Quando il 28 ottobre il sole sparì e rimase sotto l' orizzonte, la pressione del gelo sulla chiglia era già così spaventosa che la nave si sollevò fra cigolii e tonfi terrificanti. Il buio era tale che per vincere la depressione dei suoi uomini il comandante inventò lavori di ogni tipo e lui stesso tenne lezioni all' equipaggio, come su una nave scuola. A mezzanotte di capodanno tutti uscirono con fiaccole attorno alla nave e bevvero pezzi di champagne gelato, mentre qualche orso bianco tentava di arrampicarsi in coperta. L' estate dopo fu avvistata la nuova terra, ma i ghiacci si strinsero di nuovo e arrivò la notte del secondo inverno. Bisognò aspettare altri sei mesi per esplorare la Franz Josef Land, in tempo per iniziare la traversata a piedi verso la salvezza, la Novaja Zemlja. Una fatica di Sisifo, con i ghiacci che andavano alla deriva nella direzione opposta. Certo. Weyprecht compì l' impresa sotto bandiera austriaca. Ma crebbe a Trieste e ne fu fino all' ultimo cittadino entusiasta. Lì ebbe la sua formazione scientifica e marinara, e lì iniziò ad apprezzare i figli delle ventose montagne a picco sul mare. Narrano che quando rivelò ai tedeschi di voler affrontare il Mare Artico con marinai mediterranei, quelli sorrisero con sufficienza, ma lui non si lasciò smontare e ricordò che nella ritirata di Russia i reparti napoleonici che avevano subìto meno perdite erano quelli delle province illiriche, fra Trieste e la Dalmazia. Anche sulle navi austriache i marinai che si ammalavano meno erano i figli della costa illirica, temprati da estati torride e inverni durissimi. Gli stessi uomini che avevano difeso Vienna e Venezia dai Turchi. A Bremerhaven si può vedere ancora oggi un obelisco dedicato a loro: i giuliani, istriani e dalmati che batterono l' Italia nelle acque di Lissa - correva l' anno 1866 - agli ordini dell' ammiraglio austriaco Wilhelm von Tegetthoff, cui sarebbe stata dedicata post mortem la nave polare di Weyprecht. A Pola, oggi Croazia, c' è un' altra lapide che con vanagloria non infondata esalta gli «uomini di ferro su navi di legno» che allora sconfissero «uomini di legno su navi di ferro». Gli "iron-men" erano il nostro nemico: ma in manovra parlavano veneto e a ogni bersaglio colpito gridavano «viva San Marco», in onore della grande Venezia per la quale avevano navigato per secoli. «Demoghe drento!» urlò letteralmente Tegetthoff al suo timoniere prima di speronare l' ammiraglia piemontese, zeppa di marinai napoletani. A Lissa Weyprecht affondò pure lui la sua nave, e c' è da capire perché sia finito nel vasto arcipelago delle amnesie nazionali. Trieste - l' italianissima - è luogo di memoria strabica, concentrata sull' epica irredentista e disattenta sul resto: soprattutto alle storie della lunga stagione asburgica, quando Trieste fu porta di un impero e toccò la sua massima fioritura. Così, gli italiani non sanno che qui fu inventata l' elica e la prima corazzata con i cannoni girevoli; che la scommessa dello scavo di Suez partì non a Parigi ma nella città di San Giusto; non sanno che a Gorizia furono progettati i primi aerei da combattimento oppure che nella vicina Pola vennero messi a punto i primi siluri e i primi overcraft sperimentali. L' Italia sabauda e quella fascista erano tirreno-centriche, e poiché l' Austria era stata erede di Venezia, anche la leggenda serenissima passò in second' ordine. E con essa i capitani coraggiosi dell' Adriatico. L' odissea del ritorno in un mare gelato a metà sfiancò gli uomini, già distrutti dalla diarrea, dal vento e dagli sbalzi di temperatura. Scrive Weyprecht: «Il lavoro consisteva nel mettere alternativamente i battelli sul ghiaccio e poi rimetterli in acqua. I campi di ghiaccio erano piccolissimi, giacevano l' uno in stretta vicinanza dell' altro ed erano divisi per lo più da canali angusti. Qualche giorno, per ben venti volte si ripeteva il lavoro di mettere i battelli sopra le slitte e quindi le slitte sopra i battelli, e la maggior parte delle nostre fatiche andava perduta senza profitto alcuno». Testimonianze straordinarie, mai tradotte in italiano su pubblicazioni scientifiche, e semi-ignorate dal mondo accademico, nonostante il bel romanzo sull' epopea artica scritto più di vent' anni fa dallo scrittore viennese Christoph Ransmayr. Un silenzio rotto solamente da un dilettante triestino - Enrico Mazzoli - che ha dedicato anni a raccogliere scritti e immagini sulla grande avventura, anche per saldare il debito di memoria della sua città. Maggiore della polizia municipale e assiduo viaggiatore tra i poli e l' equatore, ha raccontato la storia in due libri ricchi di curiosità e iconografie: Dall' Adriatico ai ghiacci e Viaggio ai confini del mondo. Julius Payer, ufficiale dei Kaiserjaeger, comandante delle operazioni di terra e straordinario illustratore dell' avventura, ricorda in un libro sulla scoperta della Terra di Francesco Giuseppe che a bordo la confusione delle lingue rasentava il comico. «Tra loro i marinai parlano per lo più in slavo, ma in servizio usano l' italiano. In cabina si parla tedesco, e norvegese col ramponiere Carlsen... il quale conversa in inglese con l' ufficiale di coperta Lusina... Il dottor Kepes dialoga con gli uomini usando il suo latino professionale o l' ungherese, ma con Lusina parla in francese. Infine abbiamo a bordo una strana lingua, quella dei due tirolesi, che all' inizio riuscivo a comprendere io solo». Nove lingue a bordo: quella della "Tegetthoff" non fu una spedizione austriaca ma europea. La prima spedizione internazionale della storia. Il fascismo liquidò Weyprecht come tedesco dimenticando che, quando la stampa d' Oltralpe lo definiva tale, egli stesso si ribellava. Si offendeva, anzi. E ribadiva la triestinità di adozione, perché nel porto dell' impero egli aveva scoperto non solo il mare ma anche una visione internazionalista della scienza. La prova fu proprio quel piroscafo plurilingue che vinse una sfida inaudita e mai divenne Babele. Nelle sue ultime lettere il comandante dichiarò di non aver niente da spartire col nazionalismo crescente che già allora spingeva l' Europa verso il gran burrone. «Voglio tu sappia - scrive Weyprecht poco dopo essere tornato in terraferma all' amico scienziato Heinrich von Littrow - quanto sono stati bravi gli ufficiali e l' equipaggio durante tutto il periodo. Quale contrasto con l' indisciplinata accozzaglia della spedizione americana di Hall! Lì contrasti, mancanza di coraggio, ammutinamenti, meschinità. Da noi armonia, pronta ubbidienza, subordinazione fino alla fine, in quelle situazioni così difficili, talvolta senza speranza; mai un accenno di mancanza di coraggio, nonostante le sconfortanti prospettive e i duri strapazzi. Questo è il mio più bel trionfo, che io festeggio e tu con me, perché tu eri uno dei pochi che era d' accordo con me sulla scelta dell' equipaggio». Appena tornato dalle terre del Nord, Weyprecht il triestino spese tutte le sue energie per spiegare che lo studio del pianeta Terra richiedeva uno sforzo internazionale i poli dovevano essere il baricentro di questa esplorazione. Tanto fece, che nel 1882 fu istituito il primo anno polare mondiale e dieci paesi costruirono quattordici basi tra Artide e Antartide, e altre trentacinque nel resto del mondo. Weyprecht morì poco dopo per una fulminante malattia, ma la sua opera rimase scolpita negli annali della scienza, al punto che nel 1907 - quando Amundsen, Scott, Shackleton e il Duca degli Abruzzi si riunirono per istituire la Commissione polare internazionale - il nome fu solennemente evocato per dire che la spinta determinante era partita da lui. L' ultimo a morire, di quel favoloso equipaggio, fu il dalmata Antonio Zaninovich, nel 1937 a Trieste, pochi mesi prima che vi fossero proclamate le leggi razziali e il mondo ripiombasse nella barbarie. i libri Sulla spedizione polare Weyprecht-Payer, Enrico Mazzoli ha scritto due libri: Dall' Adriatico ai Ghiacci. Ufficiali dell' Austria-Ungheria con i loro marinai istriani, fiumani e dalmati alla conquista dell' Artico (Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli 2003, 25 euro, disponibile su ordinazione) e Viaggio ai Confini del Mondo La spedizione polare Weyprecht-Payer, alle origini dell' Anno Polare Internazionale (Biblion Edizioni, Milano 2007, 18 euro). Una versione parzialmente romanzata della storia è contenuta nel libro dello scrittore austriaco Christoph Ransmayr Gli orrori dei ghiacci pubblicato in Italia da Leonardo (1991) e da Il Mandarino (1989), ma ormai per entrambi fuori catalogo
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Re: Triestini, fiumani e dalmati al Polo Nord

Messaggioda babatriestina » martedì 23 maggio 2017, 6:44

questo era sul Piccolo anno 2006
Weyprecht: l'ufficiale che avviò da Trieste lo studio dei due Poli
Karl Weyprecht! Chi era costui? Se è vero che il suo nome suona immeritatamente sconosciuto ai più, è anche vero che, per la comunità internazionale di studiosi di scienze della Terra, la figura di Weyprecht (1838-1881) occupa un posto di primo piano nella storia della ricerca scientifica. In particolare: della ricerca che riguarda due fra le zone più remote e inospitali del pianeta, il Polo Nord e il Polo Sud.
A Weyprecht - ufficiale austriaco di marina ma triestino d'adozione, esploratore e scienziato - si deve l'istituzione dell'Anno Polare Internazionale (Ipy è l'acronimo inglese), nel 1882-1883. Un'iniziativa cui parteciparono scienziati provenienti da 12 nazioni che si impegnarono in ricerche e osservazioni simultanee di glaciologia, oceanografia, magnetismo terrestre e nello studio delle aurore polari. Da allora, l'Ipy è stato celebrato altre due volte (nel 1932-33 e nel 1957-58), mentre la quarta edizione è prevista per il 2007-2008.
Qual è la reale portata di questo evento? È insita nella proposta di istituire - per la prima volta nella storia delle scienze terrestri - una rete di 12 stazioni artiche permanenti, che garantissero il rilevamento contemporaneo dei dati di magnetismo e meteorologia nel lungo periodo (almeno un anno). Una proposta che Weyprecht espose in dettaglio al secondo Congresso Internazionale di Meteorologia, tenutosi a Roma nel 1877, e che fu subito accolta con estremo favore dalla comunità scientifica.
«Quella di Weyprech fu una grande intuizione - commenta Gianguido Salvi, Coordinatore scientifico della sezione di Trieste del Museo nazionale dell'Antartide - perché diede avvio a una concezione moderna della ricerca scientifica in ambito geofisico-terrestre. Fu il primo tentativo di standardizzare metodiche di osservazione e analisi, usando le stesse unità di misura e condividendo, per discuterli e analizzarli, i risultati finali. Ogni nazione partecipante all'Ipy era incaricata dello svolgimento di una parte delle sperimentazioni, a terra o via mare, mentre il coordinamento generale e l'esame dei dati raccolti spettavano alla Commissione Internazionale Polare. La Commissione aveva suddiviso il programma delle ricerche in due parti: da un lato vi erano le osservazioni necessarie, vale a dire rilevamenti effettuati con cadenza oraria, di parametri relativi alla superficie del suolo, alla temperatura marina e al tempo atmosferico. Dall'altro c'erano le cosiddette osservazioni opzionali, non meno importanti delle prime, che monitoravano il variare della temperatura al variare dell'altitudine. Oggi definiremmo un simile spiegamento di energie come un vero e proprio esperimento di Big Science, compiuto, però, con mezzi e tecnologie davvero semplici».
Da dove derivava l'amore di Weyprecht per l'esplorazione delle regioni polari? Era maturato anni addietro quando, a cavallo del 1872-1874, questo ufficiale-scienziato al comando della Admiral Tegetthoff aveva guidato una spedizione congiunta austroungarica nell'Oceano Artico compreso tra Russia e Groenlandia. Su questa nave, affiancato da un equipaggio di marinai dalmati, istriani e fiumani, Weyprecht aveva scoperto l'arcipelago che avrebbe battezzato Arcipelago Francesco Giuseppe: 191 isole completamente ghiacciate e, per lo più disabitate, per una superficie complessiva di 16,134 km quadrati. E aveva capito che una missione scientifica degna di questo nome non poteva basarsi solo sulla buona volontà e l'ardore di pochi entusiasti, ma doveva seguire regole organizzative precise e procedure operative definite.
Il suo «progetto Weyprecht», come fu subito chiamata l'idea di creare una cintura di stazioni di rilevamento circumpolare, venne ufficialmente approvato nel 1879, gettando le basi per la successiva nascita dell'Anno Polare Internazionale. Purtroppo Weyprecht non poté toccare con mano la realizzazione del sogno tanto accarezzato, poiché morì di tubercolosi nel 1881.
Tuttavia il suo nome ha subito gli insulti dell'oblio solo nei luoghi che gli erano maggiormente cari, nella città che più di altre lo aveva affascinato per la sua intensa vita culturale. Altrove Karl Weyprecht compare nei siti dei principali enti che si occupano di ricerche ai Poli, uno per tutti: il sito della NASA. Ma c'è anche chi, come Enrico Mazzoli, ne ha raccontato gesta e intuizioni nel ricchissimo volume: Dall'Adriatico ai ghiacci. Ufficiali dell'Austria-Ungheria con i loro marinai istriani, fiumana e dalmati alla conquista dell'Artico, Edizioni della Laguna - Museo dell'Antartide.
Com'è cambiato l'Ipy dopo 125 anni? «Nel corso di questo secolo - precisa Salvi - l'importanza dell'Ipy è aumentata considerevolmente, grazie anche allo sviluppo di nuove tecnologie e materiali, che hanno permesso di colonizzare e studiare in relativa sicurezza queste regioni così aspre».
Basta confrontare i numeri dei partecipanti per rendersene conto: dalle dodici stazioni iniziali si è passati, nella seconda edizione (1932-33), a 55 stazioni attive tra Artico e Antartide e al coinvolgimento di 150 Istituti scientifici internazionali. Nel 1957, le stazioni hanno superato quota 2000, e non c'è dubbio che l'Anno Polare del 2007-2008 vedrà uno spiegamento di forze ancora maggiore.
«Per dare alla figura di Weyprecht il risalto che merita - spiega ancora Salvi - il Museo Nazionale dell'Antartide ha chiesto dei finanziamenti alla Regione Friuli Venezia Giulia per organizzare una serie di iniziative da realizzare tra la fine del 2006 e l'inizio del 2007. In primo luogo vorremmo promuovere una giornata di studio su questo personaggio, in collaborazione con i Dipartimenti dell'Università di Trieste e con gli enti scientifici locali OGS, Talassografico ecc che hanno contribuito alla realizzazione del percorso espositivo, e che sono direttamente interessati a queste tematiche. Questa giornata servirà anche a fare il punto sulle attività che, ormai da anni, Trieste e gli scienziati triestini svolgono in Antartide anche durante le spedizioni sulla nave Explora. Inoltre, auspichiamo di poter realizzare una mostra storica che ripercorra il ruolo centrale di Karl Weyprecht nello studio delle regioni artiche, sottolineando il debito che le attuali ricerche hanno nei suoi confronti».
La mostra dovrebbe costituire un forte elemento di attrazione per le regioni limitrofe: Austria, Slovenia e Croazia. Non va dimenticato che, anche sul fronte dell'internazionalità, Weyprecht è stato un autentico pioniere e ha precorso i tempi moderni assoldando nel suo equipaggio uomini di diverse nazionalità. Così facendo, ha assecondato un valore che egli sentiva profondamente radicato in sé: l'anelito alla cooperazione e alla valorizzazione di risorse umane internazionali.
Cristina Serra
17 febbraio 2006
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Re: Triestini, fiumani e dalmati al Polo Nord

Messaggioda babatriestina » martedì 23 maggio 2017, 6:45

il Piccolo 2012
libro
yyLunedì, giorno di Pasquetta, sarà aperto dalle ore 9 alle ore 17 il Centro didattico naturalistico di Basovizza (in località Basovizza 224, telefono 0403773677, 3666867882) realizzato e gestito dal Corpo Forestale Regionale. Negli spazi espositivi si trovano raffigurazioni naturalistiche e materiali sensoriali ghe guidano il visitatore alla scoperta della natura, della storia, della cultura del Carso e delle tematiche ambientali della Terra. All'interno prosegue pure la nuova mostra "Le pietre venute dal mare", dove l'autore Paolo Sossi, alle ore 11 e alle ore 15, sarà disponibile per una visita guidata. L'ingresso è libero. L'iniziativa è della Direzione centrale risorse rurali, agroalimentari e forestali della Regione. Forse non tutti lo sanno, ma Trieste vanta un'antica e ricca storia di esplorazioni artiche e antartiche, una storia che risale addirittura al Cinquecento e dura a tutt'oggi, con l'impegno nel Programma nazionale di ricerche in Antartide. Non è un caso che a Trieste abbia sede il Museo nazionale dell'Antartide (in via Weiss 21, nel complesso dell'ex ospedale Psichiatrico), e non è un caso se il Primo Anno Polare Internazionale - cioè il primo esempio di collaborazione internazionale in campo scientifico - nacque poprio qui ad opera di Carl Weyprecht, pioniere dell'esplorazione scientifica dell'Artide. Di questo, e di molto altro, si parla oggi pomeriggio, alle 17.15, alla "Sala Beethoven" di via Coroneo 15 (secondo piano) in occasione della presentazione del libro di Enrico Mazzoli, "Trieste fra i ghiacci" (Luglio Editore, pagg. 290, Euro 27,00), ovvero la storia degli uomini, delle istituzioni e delle spedizioni che hanno fatto di Trieste una "città della ricerca polare". A presentare il libro, oltre all'autore, un ricco "parterre" di studiosi ed esperti: Mauro Messerotti, Icilio Finetti, Antonio Brambati, Giuliano Brancolini, Onelio Flora, Serena Fonda Umani, Sergio Catalano, Iginio Marson, Laura de Santis. Un vero e proprio convegno, dunque, moderato da Pietro Spirito, per parlare di un libro che rappresenta la prima "summa" enciclopedica della storia delle esplorazioni artiche e antartiche legate a Trieste e dei suoi personaggi, dall'antesignano delle avventure polari Sigismondo von Herberstein (1486-1566) al padre dell'Anno Polare Internazionale Carl Weyprecht fino agli ultimi giovani "polonauti" come Laura Genoni, Daniele Karlicek e Mattia Bonazza. Una storia ricchissima di grandi avventure, che il libro di Mazzoli, egli stesso viaggiatore instancabile fra i ghiacci polari, ricostruisce con uno straordinario apparato iconografico - tra immagini, stampe d'epoca e foto delle ultime esplorazioni -, con diversi interventi di esperti e con alcuni episodi inediti. Per esempio la storia delle pionieristiche crociere turistico-scientifiche di Antonio de Tommasini e di Carlo de Marchesetti alle Svalbard, dove per altro effettuò crociere turistiche anche la motonave Thalia del Lloyd Austriaco, la prima vera nave bianca da crociera della storia. Altra vicenda finita nel dimenticatoio è la spedizione triestina in Groelandia del Gars - Gruppo alpinisti rocciatori e sciatori dell'Alpina delle Giulie - nel 1971, stesso anno della missione dell'Ogs alle Svalbard, con risvolti da "guerra fredda" raccontati per la prima volta. Ma il perno di questa lunga epopea rimane la figura di Weyprecht (con il suo epico viaggio con l'"Admiral Tegetthoff") ormai riconosciuto a livello internazionale come il padre della moderna collaborazione scientifica internazionale. Il libro termina con uno sguardo sul futuro, e sui prossimi progetti dell'Ogs e del Cnr, come la una nuova nave rompighiaccio europea "Aurora Borealis". Sarà forse questo il prossimo capitolo della lunga storia che lega Trieste e i ghiacci polari.
05 aprile 2012
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Re: Triestini, fiumani e dalmati al Polo Nord

Messaggioda babatriestina » martedì 23 maggio 2017, 6:46

ancora il Piccolo 2004
L'Artico, una terra per l'imperatore Francesco Giuseppe
di Marina Rossi
Enrico Mazzoli, scalatore intrepido, appassionato di viaggi e di storia, si è lanciato, questa volta, in un'avventura della mente che ha comportato anni di faticose ricerche documentarie e archivistiche, per ripercorrere il viaggio di esplorazione compiuto al Polo Nord dall'Admiral Teghetthoff, tra il 1872 ed il 1874 nel volume «Dall'Adriatico ai ghiacci. Ufficiali dell'Austria-Ungheria con i loro marinai istriani, fiumani e dalmati alla conquista dell'Artico» (Edizioni della Laguna, pagg. 178, euro 25).
L'impresa, temeraria per quei tempi, ricostruita dall'autore nelle diverse fasi a partire dagli antecedenti più lontani presenta molti motivi d'interesse, non ultimo tra i quali il forte coinvolgimento della città di Trieste e di altre località del Litorale. Il comandante della spedizione su nave, tenente di vascello Carl Weyprecht, originario di Darmstadt in Assia, ma insignito dell'onore di pertinenza nel Comune di Trieste, rimase legato per molti anni alla nostra città e all'Istria.
A Trieste e nel Litorale giunsero elargizioni, a favore della spedizione, da parte di tutte le categorie sociali: il barone Morpurgo versò 1000 fiorini, umili lavoratori dell'emporio, come la cuoca Maddalena Novak, vollero contribuire secondo le proprie possibilità. Se le somme più cospicue pervennero dal conte Hans von Wilczek, non rimase estraneo alla raccolta di fondi neppure il comune di Trieste, orgoglioso del fatto che la spedizione polare fosse posta al comando di un triestino e che il primo emporio dell'Austria partecipasse nell'impresa. Lo Stabilimento Tecnico Triestino (antenato del glorioso cantiere S. Marco) dotò l'Admiral Teghetthoff, realizzata allo scopo a Bremerhaven, di un apparato motore ausiliario ad elica, ritenuto, allora, uno dei migliori al mondo. Le caldaie della nave furono opera del triestino Tommaso Holt. Buona parte dell'equipaggio (in tutto 24 uomini) fu composto da istriani, quarnerini e dalmati, considerati dal comandante migliori dei nordici per abilità marinare, resistenza fisica e carattere.
A quanti ritenevano che i mediterranei non sarebbero stati in grado di resistere ai geli dell'Artico, Weyprecht replicò che i reggimenti con il maggior numero di sopravvissuti alla campagna napoleonica in Russia (1812) furono quelli dell'Italia del Nord e delle Province Illiriche.
Gli esiti dell'impresa avrebbero dato puntuale conferma a tale opinione. La prestanza fisica di quei marinai era da attribuirsi al clima particolare dei luoghi d'origine, caratterizzati da forti sbalzi termici: i venti gelidi di bora e la calura estiva tempravano l'organismo in modo particolare.
Vennero inoltre ingaggiati l'aspirante ufficiale di marina Eduard Orel, nato in Moravia, già reduce della battaglia di Lissa del 1866 e imbarcato con Weyprecht sulla Kaiserin Elisabeth al tempo dell'avventura messicana, dove si era guadagnato il prestigioso Ordine di Guadalupe; quindi il tenente di vascello Gustav Brosch, boemo, quotato tecnico navale. Allo studio e alla conservazione dei reperti zoologici e botanici si sarebbe dedicato il dottor Julius Kepes, medico reggimentale degli Honved, che assunse anche il ruolo di medico di bordo. Tra gli ufficiali fu inserito il norvegese Elling Carlsen, ben noto per la sua conoscenza dell'Artico. Nel 1863 era riuscito a circumnavigare per primo la Svalbard ed a scoprire, nella Novaja Zemlja, i resti del vecchio accampamento di Barents. Completavano l'equipaggio altri due umili ausiliari, reclutati in Norvegia: due gatti di Tromsö.
La ricerca approfondita del Mazzoli ripropone in modo analitico le vicende di uomini ed animali in lotta contro un ambiente avverso e sconosciuto, descrive le peripezie e le sofferenze da essi subite in 812 giorni. Segue i naufraghi accolti a bordo della goletta russa Nikolaj nelle gelide acque della Novaja Zemlja e da questa trasportati in Norvegia.
Dell'arrivo a Vienna, il 25 settembre 1874, troviamo traccia in numerosi organi di stampa, tra cui l'«Osservatore Triestino». In quei giorni memorabili l'imperatore Francesco Giuseppe conferiva l'ordine di Leopoldo a tutti i capi della spedizione e una speciale onorificenza agli altri reduci.
I festeggiamenti proseguirono a Budapest, Trieste, Pola e Fiume finché, il 30 settembre, la spedizione venne, ufficialmente, sciolta. Per i capi della spedizione ed il loro equipaggio il reinserimento nella vita civile non fu facile, poiché in molti ambienti accademici iniziò a diffondersi lo scetticismo in merito all'esistenza della Terra di Francesco Giuseppe o, perlomeno, della sua reale estensione. Payer alimentò questa clima di diffidenza, entrando in conflitto con il geografo Petermann e con Weyprecht ed attribuendosi, in un volume, tutti i meriti della spedizione. Ma, come sottolinea Gianguido Salvi, responsabile Scientifico del Museo dell'Antartide di Trieste, nell'introduzione, il tenente di vascello Carl Weyprecht, che effettuò due spedizioni al Polo Nord, la prima, tra il 1871-72, a bordo dello yacht a vela Isbjörn, la seconda a bordo dello yacht a vapore Admiral Teghetthof, ebbe il grande merito di aver messo in luce non solo la valenza esplorativa dell'uomo, ma soprattutto la sua capacità di ideazione. Al suo rientro dalla spedizione nell'Arcipelago Francesco Giuseppe, egli rimarcava con chiarezza l'inefficacia delle passate spedizioni polari e poneva le basi a successive imprese, intuendo l'importanza di quelle regioni per la comprensione di alcuni fenomeni della fisica, inerenti il magnetismo terrestre e come motori del clima terrestre.
Le argomentazioni da lui esposte al congresso dei naturalisti a Graz nel 1875 indicano come Weyprecht avesse precorso i tempi, evidenziando come le perturbazioni del clima che colpirono l'Europa erano legate allo scambio energetico tra il mare e l'atmosfera e come, inoltre, tali scambi traessero origine proprio nelle aree polari.
Secondo Weyprecht era necessario abbandonare le stazioni singole e isolate e si dovevano invece istituire stazioni facilmente accessibili tramite le quali eseguire osservazioni scientifiche, possibilmente simultanee. Il progetto divenne argomento speciale del congresso meteorologico a Roma e motivo della conferenza internazionale polare tenuta ad Amburgo nel 1879.
Nella terza conferenza internazionale polare tenutasi a San Pietroburgo (1-6 agosto 1881) si stabilì il programma definitivo delle nuove spedizioni e la realizzazione di nove stazioni circumpolari, con diverse nazioni interessate (Austria, Svezia, Norvegia, Russia, Danimarca, ecc.) secondo l'ideazione di Weyprecht. Nella stessa sede l'Italia appoggiò la spedizione nelle aree antartiche, diretta dal capitano Bove, per svolgere attività di ricerca e realizzare, in quelle aree, delle stazioni scientifiche.
Le idee e le innovazioni portate avanti dal Weyprecht posero le basi per la moderna metodologia scientifica. Tra i tanti meriti del volume del Mazzoli vi è quello di sottolinearlo.
09 aprile 2004
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Re: Triestini, fiumani e dalmati al Polo Nord

Messaggioda babatriestina » martedì 23 maggio 2017, 7:01

Credevo di avervele messe, ma vedo c he mancano e foto fatte al Museo di storia naturale a Vienna relative alla spedizione: dalla mia ultima visita lo s corso Natale

il modellino della nave
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la relazione di Payers
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una stampa
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Re: Triestini, fiumani e dalmati al Polo Nord

Messaggioda babatriestina » martedì 23 maggio 2017, 7:04

L'elenco dei partecipanti: ufficiali e scienziati erano principalmente austriaci, marinai e bassaforza diciamo " adriatici" visto che erano un triestino e diversi dalmati: leggete l'elenco e scoprirete pure un errore quando troverete Brazza oggi Italia :-)
e sospetto pure che Buccali sia Buccari

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notare che i nomi Fiume, Lesina, Brazza... etc sono scritti nella lingua in uso allora e non nell'attuale croata
Reperti
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( chissà cosa c'è a Trieste ai musei civici?)
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Re: Triestini, fiumani e dalmati al Polo Nord

Messaggioda babatriestina » martedì 23 maggio 2017, 7:18

Un successo? beh se si son salvati tutti indubbiamente sì. però
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E la Terra di Francesco Giuseppe? copio da Wikipedia
L'arcipelago fu scoperto nel 1873 dagli esploratori polari austriaci Payer e Weyprecht, che gli diedero come nome quello dell'Imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria-Ungheria. Siccome la spedizione era organizzata privatamente, e non ufficialmente, queste isole non sono mai diventate parte dell'Impero austro-ungarico. Nel 1926 le isole furono annesse all'Unione Sovietica, e si insediarono pochissimi abitanti solo per scopi di ricerca e militari. L'accesso con le navi è possibile solo in pochi mesi durante l'estate e necessita di permessi speciali.
anche s e
the islands, then under the name Fridtjof Nansen Land, were annexed by the Soviet Union in 1926, who settled small outposts for research and military purposes.

e anche The Austro-Hungarian North Pole Expedition of 1872–74 was the first to announce the discovery of the islands. Led by Julius von Payer and Karl Weyprecht of Austria–Hungary on board the schooner Tegetthoff, the expedition's primary goal was to find the north-east passage and its secondary goal to reach the North Pole.[4] Starting in July 1872,[5] the vessel drifted from Novaya Zemlya to a new landmass,[6] which they named in honor of Franz Joseph I (1830–1916), Emperor of Austria.[7] The expedition contributed significantly to the mapping and exploration of the islands
Nel 1899 fu il Duca degli Abruzzi a farvi una spedizione con la nave Stella Polare ma senza arrivare al POlo "The ship was sold to the Italian prince and explorer Luigi Amedeo of Savoy-Aosta in 1899 and named Stella Polare. Amedeo gathered an expeditionary crew of Italian and Norwegian civilians and sailed from Christiana on 12 June of that year. By the 30th, they had reached Archangel, Russia to load sled dogs onto the ship.[3] Leaving Russia, they headed for Franz Josef Land. They landed in Teplitz Bay in Rudolf Island, with a hope to establish a winter camp for the expedition. From here, they established a string of camps designed to supply each other with food and men. During the expedition, Amedeo lost two fingers to frostbite, and had to hand command of the voyage over to Captain Umberto Cagni.[4] On 25 April 1900, Cagni planted the Italian flag at 86°34'N, claiming the title of "Farthest North."

Stella Polare was decommissioned in 1902."

Una curiosità: se il Lago Rodolfo in Africa ormai è stato "decolonializzato" e ribattezzato Lago Turkana, nelle isole è rimasta una Isola Rodolfo
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