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La ridistribuzione senza fini di lucro dei contenuti di questa pagina, anche se in forma parziale, deve citare il sito di provenienza www.atrieste.eu, i nomi degli autori, professori Fabio Francescato e Bruno Pizzamei, ed il fatto che si tratta della rielaborazione per il web di un ipertesto sviluppato dagli autori nel 1999 per conto del comune di Trieste e da questo distribuito gratuitamente nelle scuole. Non è ammessa la ridistribuzione con fini di lucro senza esplicita autorizzazione degli autori e dell'acquirente dell'opera.

BRUNO PINCHERLE

Un programma radiofonico curato da Lilla Cepak su “Il Paginone” di Radio Uno ricordò Bruno Pincherle a 15 anni dalla sua morte con queste parole: “Pincherle dottor Bruno, antifascista, ebreo, stendhaliano”.

Il pediatra che curò tanti pazienti della nostra generazione, il raffinato studioso di Henry Bayle, il coraggioso e coerente combattente antifascista, sono infatti i tre volti di una tra le più ricche personalità che animarono la vita di Trieste dagli anni Venti alla fine degli Anni Sessanta.

La famiglia Pincherle risiedeva a Trieste dal 1624, anno in cui una Patente dell’Imperatore Ferdinando II aveva concesso ad un Joël Pincherle, di Gorizia, il privilegio di abitare a Trieste, di commerciare e di spostarsi senza portare il segno giallo.

Bruno, “Bruco” per gli amici, nasce nel 1902 da una famiglia agiata: il padre, avvocato, vicino al partito liberal-nazionale, per il quale aveva ricoperto anche la carica di consigliere municipale, era cugino di Carlo Michelstaedter.

A lui e ai suoi fratelli non viene data un’educazione religiosa e in una lettera del 1955, riportata da Miriam Coen nella sua biografia, egli ricorda che da bambino andava spesso all’Antico tempio con il nonno: “Lo vedo, ancora, col taleèth sulle spalle, e vedo me stesso seduto vicino a lui e che mi annoio mortalmente: cerco alzando gli occhi, di scorgere mia nonna che è su in galleria: ma questa era […] difesa da una grata che nascondeva le donne agli occhi degli uomini”.

Ferruccio Parri, che lo conobbe bene, ricorda che Pincherle amava definirsi “ebreo per dato accidentale”: è, cioè, uno dei tanti ebrei assimilati che vivono a Trieste e in tante altre città europee, ma quando vengono varate le leggi razziali, Pincherle sa reagire con orgoglio e coraggio e risponde a chiare lettere “Io sono ebreo” al questionario che il Sindacato fascista aveva inviato nel 1939 per fare il censimento dei medici fascisti, primo passo per l’espulsione dall’albo.

Compie gli studi di medicina a Firenze, dove entra in contatto con Salvemini, con i fratelli Rosselli, Ernesto Rossi, Pietro Calamandrei. Cura la diffusione del foglio “Non Mollare” anche a Trieste e nel giugno del 1925 viene arrestato assieme a Carlo Rosselli per aver tentato di commemorare Giacomo Matteotti, ucciso l’anno prima dai fascisti per ordine di Mussolini.

Due anni dopo consegue la laurea, l’abilitazione alla professione e comincia l’attività di medico, prima a Genova e poi a Gorizia, infine a Vienna dove perfezionerà gli studi.

Nella capitale austriaca entra anche in contatto con Valentino Pittoni e gli ambienti socialisti, riprendendo l’impegno politico e in nome di questo impegno ideale ritrova a Parigi Carlo Rosselli e decide di aderire al movimento Giustizia e Libertà.

A Trieste trova un incarico come assistente alla Clinica per le malattie dei bambini creata dalla Società degli Amici dell’Infanzia, un ente privato che non gli impone la iscrizione al Fascio, e nel contempo, assieme ad un gruppo di amici triestini, animati dagli ideali socialisti, continua nel suo impegno politico.

Nel frattempo Pincherle coltiva la sua passione di bibliofilo, che gli fa incontrare Saba e la sua libreria. Tra i due nasce una profonda amicizia, che sarebbe diventata una frequentazione quasi giornaliera nel secondo dopoguerra: “Di uomini che parlassero liberamente non ce n’erano molti a Trieste. Certo nessuno che lo facesse – con gli amici almeno – con più abbandono di Saba”.

Nel 1938 le leggi razziali travolgono la vita dei due amici: Saba viene colto da una crisi sempre più grave di depressione, resa ancora più buia dall’impossibilità di trovare a Parigi un rifugio sicuro, Pincherle deve abbandonare la Clinica e sospendere le ricerche in campo scientifico.

La sua attività di militante antifascista, però, continua - grazie anche ai contatti con il Centro parigino di Giustizia e Libertà - fino all’arresto nel 1940 e l’invio al campo di concentramento, prima in Campania, nel salernitano, e poi in provincia di Macerata.

Qui, oltre a stringere rapporti con numerosi antifascisti italiani e sloveni, si dedica alle letture ed in particolare approfondisce lo studio di quello che doveva diventare l’autore della sua vita, Stendhal: “una maniera di andare (pur essendo prigionieri) “à la chasse au bonheur””.

Liberato nell’agosto 1943, contatta a Milano Ferruccio Parri, Ugo La Malfa e poco dopo, a Perugia, Aldo Capitini. Decide quindi di aderire al partito d’Azione e in questa veste cerca di compiere un’opera di mediazione tra il fronte slavo-comunista e il Comitato di liberazione nazionale della Venezia Giulia.

Dopo il 1945 l’attività di pediatra e quella di politico si intrecciano. Nel 1947 vince il concorso di aiuto pediatra e l’anno dopo consegue la libera docenza in Storia della medicina: rimane però sempre il “dottore dei poveri”, il “medico esperto e buono”, come lo ricorda Laura Weiss. Il medico di cui tanti triestini hanno ancora un vivo ricordo, un ricordo dei disegni, dei rapidi schizzi che donava ai bambini all’inizio e alla fine delle visite, o della sua “scarsa memoria” che gli faceva dimenticare di chiedere l’onorario quando la famiglia del piccolo paziente gli era sembrata in condizioni indigenti.

Nel campo politico Pincherle abbandona il partito d’azione, ormai lacerato definitivamente dalla scissione della corrente che fa capo a Parri e a La Malfa, e si impegna con Fabio Cusin nella creazione del Centro di cultura politica, che riunisce numerosi intellettuali di diversa ispirazione, dal liberalismo al comunismo, uniti dai comuni ideali antifascisti.

I suoi rapporti con Parri continuano e nell’aprile del 1953 decide di aderire al movimento di Unità popolare, fondato da Parri con l’obiettivo fondamentale di impedire il varo della “legge truffa” con la quale la DC, in evidente crisi politica nel paese, cercava di assicurarsi comunque una maggioranza per poter continuare a governare nella vecchia logica “centrista”.

Nel marzo del 1954 attorno a Pincherle e Chino Alzetta si forma un gruppo di amici che avrebbe svolto un ruolo interessante nel panorama politico cittadino negli anni successivi: sono con lui Arturo Paschi, Giulio Cervani, Livio Pesante, Guido Tiberini e Alberto Berti, ex partigiano di Giustizia e Libertà che aveva passato un drammatico periodo di prigionia nel campo di Langenstein.

In occasione delle manifestazioni per il primo decennale della Liberazione, che vede a Trieste la partecipazione di Ferruccio Parri, il gruppo di Unità popolare ha modo di fare il punto della propria organizzazione: si erano aggiunti infatti numerosi altri giovani, quali Livio Paladin, Stelio Zeppi, Giulio Flora, Teodoro Sala, Carlo Ulcigrai, oltre a Enzo Tordelli, Livio Caffieri e Nedelko Dacev, che costituiranno il gruppo dirigente della Unione goliardica triestina (U.G.I.), l’associazione degli studenti universitari di sinistra.

Gran parte di questi giovani aderirà poi al PSI o, più tardi, al PSIUP, dopo che alcuni suoi “fondatori”, attorno a Livio Pesante, erano confluiti nel Partito radicale.

Nel 1956, assieme a Mario Colli, direttore responsabile de Il Lavoratore, viene querelato dall’ex podestà Cesare Pagnini per un discorso tenuto in ricordo delle vittime della Risiera e riportato sull’organo del “Partito comunista del territorio di Trieste”: durante la cerimonia organizzata dalla “Associazione Nazionale Partigiani Italiani” e dal “Comitato delle madri e vedove dei caduti per la libertà” Pincherle lo aveva accusato di collaborazionismo e di essere stato, assieme al prefetto Coceani e al generale Esposito, un “complice” dell’occupante tedesco. Agli inizi del 1958 entrambi sarebbero stati condannati per “diffamazione generica”. Nella lunga deposizione resa al processo d’appello Pincherle aveva ribadito con dignità e coraggio tutte le sue precedenti accuse: “Può darsi che tutto questo non sia punibile a termine di legge e, comunque, dal punto di vista penale la Corte Straordinaria d’Assise ha assolto Cesare Pagnini. Ma non c’è dubbio che al di fuori del Codice Penale, esiste un giudizio morale storico e politico e che esso trova piena rispondenza nelle parole da me dette alla Risiera e nei fatti che vi ho esposto”: pochi mesi prima Pagnini era stato prosciolto dalla Commissione di epurazione di 2° istanza dall’accusa di avere collaborato con i “repubblichini” di Salò e con l’invasore tedesco. Gli era stato invece riconfermato l’addebito di essere stato “un fervente sostenitore del fascismo, ed anzi nella più impopolare sua politica, quella dell’asse”!

Eletto per la prima volta al Consiglio comunale nella lista comune PSI – Unità popolare, aderisce nel 1958 al PSI. La sua adesione si muoverà – come ricorderà egli stesso anni dopo - entro coordinate ben precise: da una parte il rifiuto di ogni “tentazione socialdemocratica, la quale, pur di ottenere una briciola oggi […], sacrifica l’autonomia e l’unità del movimento operaio italiano, liquidando per il domani ogni seria prospettiva di rinnovamento sociale”, dall’altra la volontà di partecipare alla costruzione “di un socialismo moderno, lontano dal vecchio massimalismo che nulla faceva nella messianica attesa del tutto”.

Fedele a questa impostazione, negli ultimi mesi del 1963 combatte contro il “falso centro-sinistra” e poco dopo aderisce al PSIUP, assieme ai suoi vecchi compagni di battaglia Basso, Foa e Lussu. Due anni dopo, pur riconfermando la sua opposizione alla manovra politica che aveva portato alla collaborazione tra la D.C. e i socialisti, vota a favore del consigliere sloveno Dusan Hrescak “perché quest’atto significa […] una rottura nei confronti di una mentalità razzistica che ha sempre contraddistinto le amministrazioni liberal-nazionali e fasciste, e, con esse, con quei partiti che, sotto vario nome, ne hanno raccolto l’eredità, a cominciare proprio dalla Democrazia Cristiana”.

Al Consiglio comunale molti, anche tra coloro che gli sono vicini, lo considerano un inguaribile “bastian contrario”; i più benevoli - come ricorda Francesco Franco – gli rimproverano di essere un “perfezionista” “per le esasperanti insoddisfazioni che manifestava nella stesura di uno scritto, nell’urgenza di una decisione, nella necessità di un giudizio, una valutazione politica, nella ricerca di una parola. […] Le sue puntualizzazioni, le sue esitazioni, il suo perfezionismo, erano sì, naturalmente la sua cultura, il suo umanesimo, ma non solamente quelli: erano il suo senso della giustizia, la sua moralità di politico, il suo continuo volerci pensare su, razionalmente, liberamente”.

Nel frattempo continua gli studi su Stendhal - “Stendhal ha riempito una parte non piccola della mia vita” scrive un anno prima della morte nella introduzione al libro In Compagnia di Stendhal - nel 1964, al Congresso internazionale stendhaliano di Civitavecchia, presenta lo studio Fogli d’album, in cui aveva, tra l’altro, ricostruito con amore gli ultimi mesi di vita dello scrittore francese.

Un lavoro che le condizioni di salute sempre più gravi – nel giugno del 1966 gli era stata diagnosticata la leucemia – non fermeranno ed a cui, anzi, si dedicherà con crescente fervore. Pincherle stesso ha spiegato il motivo di questa sua grande passione: “Per molti di noi la passione per Stendhal è qualcosa di diverso dello snobismo letterario di un tempo, e in lui noi vediamo un vecchio amico, non più retorico “maestro di energia” come ai tempi di Nietzsche e del Barrés, ma un caro spregiudicato compagno che ci insegna “à ne pas être dupe” e a non piegare la testa di fronte a nessun conformismo. […] Un uomo straordinario lucido e coraggioso e, al tempo stesso, appassionato e sensibile, nel quale ciascuno di noi vorrebbe poter riconoscere la parte migliore di se stesso”.

Forse pensa anche a se stesso quando scrive queste righe: “La volontà di conoscere sempre meglio se stesso e gli altri; la ricerca dell’aspra verità […]; la fede assoluta nella ragione, l’insofferenza verso ogni dottrina; il disinteresse per le filosofie astratte e la metafisica; l’impegno politico e sociale accompagnato da un disprezzo per i politicanti; la sua costante ribellione ad ogni costrizione e il suo cuore ardente e appassionato […]; la sua solitario fierezza nascosta sotto il sorriso scettico dell’epicureo”.

Muore il 5 aprile 1968.


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