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storia_ts:biografie:pittoni_valentino



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VALENTINO PITTONI

Angelo Cambrini, deputato e membro della direzione del Partito socialista italiano, fu a Trieste agli inizi del secolo in rappresentanza dei socialisti italiani in occasione del III Congresso dei socialisti adriatici, e parlò con grande successo al Circolo di Studi sociali. Durante la permanenza in città notò ben presto Valentino Pittoni, allora trentenne, e di lui lasciò un ricordo molto vivo: “In mezzo ad una sessantina di congressisti, notai tre soli non lavoratori, un redattore del giornale del partito, un dottore in lettere ed un rappresentante di commercio, (…) Valentino Pittoni, il commissionario che manderebbe al diavolo tutte le commissioni commerciali per prodigarsi al partito come un’amante all’amore” .

Nato da una famiglia di modesta posizione sociale, Pittoni si era appassionato fin da giovane alla politica, condividendo gran parte delle rivendicazioni irredentiste sostenute dal partito liberal-nazionale: “Il partito liberale (…) nel ventennio 1860-1880 aveva compiuto un’utile funzione politica, diffondendo in una ambiente di incoscienti le prime idee di libertà e di civismo (…). Anch’io fui irredentista convinto e forse entusiasta”. Fu, però, solo una infatuazione passeggera e già nel 1897 la sua casa divenne luogo abituale di incontro tra i pionieri del socialismo triestino, tra tutti Carlo Ucekar e Gianni Oliva.

Fu proprio alla morte di Ucekar, nel 1902, che cominciò la sua rapida carriera, che lo vide via via ricoprire le cariche di presidente delle Cooperative operaie, responsabile del Lavoratore, nel 1907 deputato ed infine nel 1911 presidente del club parlamentare dei socialisti austro-tedeschi.

Dal punto di vista ideologico il suo modello costante fu l’austro-marxismo, ed in particolare il pensiero e l’opera di Viktor Adler, con cui tenne a lungo rapporti personali improntati a reciproca stima e collaborazione. Come sottolineano studiosi quali Enzo Collotti ed Elio Apih l’appello di Adler rivolto a tutti i socialisti a considerare il movimento politico e quello sindacale sempre inseparabili, come due “gemelli siamesi”, fu per Pittoni una sorta di bussola.

Era ben presente ai suoi occhi anche la lezione di Karl Kautzky, uno dei teorici marxisti più ascoltati della II internazionale: i socialisti non dovevano mai dissociare la tattica gradualistica e riformistica per la conquista di posizioni di potere all’interno della società capitalistica - “la produzione associata conquista terreno di giorno in giorno” - dalle finalità ultime del socialismo. La rivoluzione politica e la fondazione della società socialista potevano realizzarsi solo dopo il compimento della rivoluzione economica.

Tradusse e commentò il programma di Brünn (1899) della socialdemocrazia dell’impero che teorizzava il principio dell’autonomia delle nazionalità. In questo programma si riconosceva anche come triestino, anticipando in una certa misura le analisi di Vivante sul destino del porto adriatico: era infatti sua ferma convinzione che solo l’inserimento dell’economia triestina nell’hinterland danubiano avrebbe consentito una economia vitale e aperta al futuro. In questa prospettiva combatté con coraggio contro il “cannibalismo delle lotte di razza”: “Conviene dunque sostituire al nazionalismo e all’irredentismo borghesi il vero irredentismo, l’irredentismo proletario, che consiste nel coalizzare i popoli oppressi contro il comune oppressore per condurli alle emancipazione sociale”. Nel 1911 partecipò a Trieste alla creazione di un ufficio permanente d’informazione che doveva armonizzare le lotte antimilitariste dei socialisti d’Italia e d’Austria-Ungheria, e preludere ad un nuovo convegno internazionale: per l’Austria fu chiamato a far parte assieme a Viktor Adler.

Lo scoppio del conflitto e l’allineamento dei socialisti austriaci e tedeschi alle politiche dei loro governi fu per Pittoni un colpo gravissimo, sia dal punto di vista politico che da quello umano. Venne richiamato al fronte come caporale, ma il suo atteggiamento nei confronti della guerra non mutò, come testimonia il saluto inviato verso la fine del 1916 a Friedrich Adler, in carcere per avere ucciso il presidente del consiglio Stürgkh per protesta contro la guerra e contro la politica autoritaria imposta dal suo governo.

Verso la metà del 1917 il parlamento austriaco riaprì le porte, rilanciando il dibattito politico nelle varie parti della monarchia. Pittoni riprese la sua attività parlamentare, ma la sua posizione era ormai indebolita all’interno stesso del suo partito: man mano che le vicende belliche mettevano in luce la debolezza della monarchia asburgica, cresceva tra le fila del partito socialista triestino l’ala annessionista capeggiata da Edmondo Puecher. Pittoni – come sottolinea Collotti - bbracciò fino all’ultimo la linea, ormai perdent, che proponeva la formazione di uno staterello indipendente all’interno della federazione balcanica.

La sua formazione gradualista e democratica gli impedì di accettare il metodo dei bolscevichi, anche se in un primo momento aveva salutato con favore la rivoluzione in Russia. La sua posizione politica apparve sempre più superata dagli avvenimenti e nel 1919, dopo la vittoria a Trieste dell’ala massimalista del partito, decise di abbandonare la vita politica. Forte della sua lunga esperienza in campo organizzativo e sindacale, diresse a Milano, tra il 1920 e il 1925, le locali cooperative di consumo, fino a quando il trionfo del regime fascista lo indusse a recarsi a Vienna. Qui rientrò tra le fila del socialismo austriaco e divenne amministratore del quotidiano “Arbeiter-Zeitung”. Aiutò moralmente e materialmente l’emigrazione antifascista italiana fino alla fine dei suoi giorni, l’11 aprile del 1933.


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