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GIANI STUPARICH

“Tanti furono gli artisti” - scrisse Giani Stuparich nelle pagine dedicate a Scipio Slataper, l'amico fraterno morto pochi anni prima sul Podgora - “che andarono con entusiasmo alla guerra come all'avventura più emozionante e più intensa che si presentasse alla loro vita fino a quel punto annoiata e dispersa, altri per controbilanciare la loro vacuità morale con un atto di sacrifico, infine alcuni per guarirvi dallo scetticismo che li aveva sbattuti d'ognintorno senza consolazione”.

Lui, Giani (Giovanni Domenico), al pari del fratello Carlo, più giovane di tre anni, era andato a combattere volontario senza mai abbracciare la retorica bellicista dei nazionalisti: quasi con misura - Bruno Vasari, un suo allievo agli inizi degli anni Venti, ricorda che in occasione del ritorno a Trieste delle salme dei caduti triestini Stuparich “disse parole piene di pietà e, diremmo oggi, di pacifismo” - ma con la fermissima convinzione che fosse un dovere dare il proprio contributo per portare a compimento l'unificazione dell'Italia e realizzare quegli ideali di libertà e di democrazia che il risorgimento aveva proclamato.

Fin da giovane aveva sentito parlare di Mazzini e di Garibaldi dal padre Marco, un istriano di Lussino che si era dedicato agli affari e ai commerci, e a lui doveva anche quella “eccellente scuola di volontà e d'irrobustimento fisico” senza la quale nessuna grande meta può essere raggiunta.

La madre, Gisella Gentili, di famiglia ebrea, aveva voluto che egli studiasse la lingua tedesca, nonostante in famiglia la lingua degli Asburgo non fosse troppa amata e il dominio di Vienna ancor meno. “In casa di Toio non alligna simpatia per gli austriaci” - nelle pagine di Cuore adolescente Toio è l'alter ego di Giani - “sulla parete della stanza da letto sfolgora il ritratto di Garibaldi in camicia rossa e tanto il babbo quanto la zio Renato sono stati in prigione per politica. Ciononostante Toio va alle scuole elementari tedesche di via Fontana. “Il tedesco bisogna impararlo fin che si è piccoli” ha affermato la mamma, che è energica e che si è messa in testa di far studiare il suo figliolo: lo sogna avvocato o medico. In famiglia decide tutto lei, perché il babbo è quasi sempre in viaggio sui vapori del Lloyd. Decide lei, anche se in casa c'è poco: lavora all'ospedale come infermiera”.

Dopo aver concluso le scuole tedesche, nel settembre del 1902 il grande balzo: Giani si iscrive al Ginnasio comunale italiano, al “tempio” agognato che aveva sede, dal 1883, in un severo palazzo del borgo teresiano.

La scuola - il futuro “Dante Alighieri” - era allora una vera e propria fucina di patriottismo e lo sarebbe stata anche negli anni successivi, fornendo quasi 400 dei poco più di mille volontari giuliani che combatterono tra le fila dell'esercito italiano.

Con gli anni Stuparich avrebbe ricordato quella scuola con emozione e gratitudine, rendendo omaggio al valore dei docenti, alla incrollabile “volontà degli allievi”, alla sua funzione di “baluardo nazionale insostituibile per la città”.

In quella scuola sarebbe tornato come insegnante, nei primi anni del ginnasio, dal 1919 al 1942, ininterrottamente, tranne un breve periodo trascorso a Praga.

L'educazione agli ideali dell'irredentismo e gli insegnamenti ricevuti in famiglia lo portano, nel 1906, ad avvicinarsi alla neonata Democrazia sociale, di ispirazione mazziniana. Diventa così un abituale frequentatore del caffè dell'Associazione sportiva Edera e negli animati dibattiti con gli amici approfondisce sempre più il distacco sia dagli “austriacanti” sia dal conservatorismo dei liberali.

Sono convinzioni che Stuparich mantiene anche quando, nel 1910, conclusi gli studi al Ginnasio comunale, si iscrive all'Università di Praga e si dedica a studiare con grande passione la realtà della Duplice Monarchia ed in particolare la questione del “risveglio” delle nazioni slave.

A differenza dell'amico Slataper, egli non prevede, né auspica, la completa scomparsa dell'Austria e non nasconde di sperare in una sua trasformazione in una moderna federazione di popoli liberi. E' una posizione vicina a quella di Masaryk, che egli ammira ed addita ad esempio per tutte le nazionalità “oppresse”, ed è anche una posizione che non si lascia appiattire sul radicalismo nazionalistico cui era approdato gran parte dello “irredentismo adriatico”, Slataper compreso.

In una pagina pubblicata nel 1954 sulla rivista Il Ponte e riportata da Roberto Damiani nella sua monografia, Stuparich chiarisce in modo egregio la sua posizione in quegli anni drammatici: “In quei tempi Trieste era sotto l'Austria. Essere allora, a Trieste, italiani e non irredentisti, come eravamo noi, voleva dire mettersi in una posizione difficile, correndo il rischio di passare per austrofili e slavofili.

Ma a noi non importava questo o quell'atteggiamento, bensì la calda verità che è nei fatti e nelle situazioni. Noi ragionavamo allora così: se l'Austria - come era infatti possibile e come ve la spingevano certe illuminate correnti del socialismo - s'avviava progressivamente verso una confederazione di popoli, futura base per una più larga confederazione europea, Trieste, restando nello Stato danubiano, poteva benissimo conciliare il suo avvenire economico con la sua funzione storico-nazionale, senza perdere nulla della sua italianità.

Gli irredentisti conseguenti dovevano volere la guerra; ecco perché non eravamo irredentisti noi: noi né volevamo la guerra per se stessa, né desideravamo che l'Italia rischiasse di propria iniziativa una guerra per Trieste.

Ma, quando l'Austria scelse la via opposta, legandosi al carro del pangermanesimo e provocando la guerra, quando l'avvenire d'Europa prese storicamente un corso ben diverso da quello che speravamo noi, allora ci fu chiaro il pericolo che correva a Trieste. Non si trattava più di conciliare benessere economico e italianità, ma di salvare la propria esistenza, difendersi dal pangermanesimo”.

Quando il momento drammatico fu giunto Giani e Carlo decisero di arruolarsi come volontari. Nel 1916, sul monte Cengio, Carlo si uccise piuttosto che cadere prigioniero e Giani venne ferito e catturato dagli austriaci. Per due anni riuscì a nascondere la sua vera identità – come triestino e disertore sarebbe stato subito messo a morte – rimanendo prigioniero in un lager in terra ungherese fino alla fine della guerra: il bilancio di questi anni di guerra e di prigionia furono una medaglia d’oro al valor militare, e due diari, Colloqui con mio fratello e Guerra del ’15.

All’indomani della guerra, nel 1919, venne assunto dal Comune di Trieste come insegnante al ginnasio-liceo “Dante Alighieri” e qui, salvo una breve parentesi tra il 1921 e il 1922 trascorsa a Praga con l’incarico di tenere dei corsi di letteratura italiana all’Università - svolse le funzioni di insegnante per più di un ventennio.

Furono anni dedicati all’insegnamento e alla letteratura: una vita spesso solitaria, tra scuola e casa - “fra le ore di lezione e le ore passate a tavolino nella quiete dello studio” - cercando di evitare ogni forma di coinvolgimento diretto con la Trieste ufficiale “fascista”. La sua distanza spirituale dalla retorica del regime fu animata sempre dal costante richiamo agli ideali mazziniani, a quella eredità risorgimentale che la consuetudine con gli studi storici di Omodeo rafforzava. Sono anni in cui pubblica numerosi scritti e saggi, dalla monografia Scipio Slataper, ai Racconti, alle prose morali di Giochi di fisionomie e Pietà del sole.

Nel 1942 l’“ebreo” Stuparich è oggetto di una squallida polemica che dal piano letterario trapassa in quello razziale: sulle pagine della Porta Orientale – indefessa fautrice della politica razziale - Federico Pagnacco stronca il romanzo Ritorneranno ed imputa all’autore di aver scritto un romanzo dal contenuto “deleterio”, “deprimente” “spoglio di ogni gioia di vivere”, insomma di nuotare “nell’oceano dei tormenti spirituali” al pari di altri scrittori quali Svevo e Aldo Mayer. Il solerte critico fascista non si perita di aggiungere anche un accenno di dubbio gusto ad una caratteristica che accomuna i tre scrittori: “Questioni razziali a parte…”.

“Dall’indicazione deleteria di quell’articolo al grufolamento nei registri anagrafici compilati sulle nuove direttive razzistiche il passo era breve” - scrisse in Trieste nei miei ricordi: l’anno dopo, infatti, giunsero puntualmente l’arresto da parte delle SS e la sua traduzione a San Sabba assieme alla madre, quasi ottantenne, e alla moglie Elody.

Dopo una settimana, alla fine di agosto, i tre prigionieri vennero liberati, grazie soprattutto al pronto intervento del vescovo Santin.

La drammatica esperienza rafforzò in lui l’opposizione ai fascisti e al nuovo padrone tedesco, ma non lo portò mai ad assumere responsabilità politiche dirette. Nel 1944, due appelli clandestini alla lotta - “Garibaldi” e “Appello agli Istriani” – recarono il suo contributo e testimoniarono idealità vicine a quelle di Miani e di Foschiatti 1)

, ma quando Gianni Bartoli, a nome del Comitato di Liberazione Nazionale, lo invitò ad assumere “l’alta investitura di Sindaco di Trieste” ottenne un commosso rifiuto: “Presago di quanto ancor di dolore e sventura sovrasta sul destino della città, mi richiamò – con voce velata e grave – a voler considerare l’incertezza che avrebbero dovuto essere decantate. Più in là avrebbe riflettuto sulla onorificenza e ne avremmo riparlato”.

Nel dopoguerra Stuparich divenne una delle personalità più vive della cultura triestina, continuando con fervore ad impegnarsi nel campo delle lettere e lasciando anche diverse testimonianze del suo impegno civico. Numerose i suoi articoli su riviste quali Il Ponte e Trieste o su giornali quali La Stampa e Il Tempo , nonché le sue prese di posizione sui problemi più scottanti: in occasione del Trattato di pace del 1947 espresse tutta la sua contrarietà, ricordando il dramma degli italiani dell’Istria, della Dalmazia e di Fiume e le responsabilità delle grandi potenze; nell’ottobre del 1954 si scagliò contro il memorandum di Londra che si era risolto in un “grandissimo successo per la Jugoslavia e per un grave insuccesso” per l’Italia.

Con il tempo la “quarantena titina” e il forzato abbandono di terre italiane diventano per lui sempre più un’eredità che difficilmente il tempo potrà cancellare e che l’Italia non ha voluto e saputo comprendere. I toni di sconforto e di abbandono prevalgono ormai sia nella sua vita che nelle sue pagine: “Stuparich incarna idealmente in sé – scrivono Ara e Magris – questo declino di Trieste, questa sorte triestina sentita quale declino. [….] Con Stuparich sembra tramontare, in un malinconico congedo pieno di dignità, l’anima risorgimentale di Trieste”.

Agli inizi del 1959 scrive all’amico Frosini una lettera che Damiani interpreta come il segno della sua ormai chiara “omologazione alle fobie d’una città incapace di uscire dal dilemma del conflitto etnico e, quindi di ripensare al suo ruolo: “Qui gli slavi avanzano, inquinano a poco a poco la città, hanno un piano lento e ostinato, organico per conquistarla del tutto col tempo e fare dell’Adriatico un mare loro. Con l’Istria ci sono già riusciti. Avvilisce il fatto che di questo pericolo gli italiani non sanno e non vogliono accorgersi. E anche parecchi triestini fanno come gli struzzi o seguono piuttosto la via facile degli accordi-trappola, nascondendo sotto la loro acquiescenza vergognosa patti in vista d’interessi personali”.

Dolori familiari e una salute sempre più incerta segnano ormai i sui giorni, fino a quando, il 7 aprile del 1961, in seguito a complicazioni cardiocircolatorie muore a Roma.


Collegamenti ad altre pagine

1)
In occasione dello squallido attacco della Porta Orientale contro il suo romanzo Ritorneranno Foschiatti aveva inviato a Stuparich una commossa lettera di stima e di conforto: “E’ un gran pezzo, caro Stuparich, che agli entusiasmi, alle facili unanimità e alle fanfare, ho sostituito lo sforzo individuale di vedere il fondo delle cose, di ricercare la verità, cioè lo sforzo onesto di pensare e di compiere degli atti autentici, e non solo le ragioni del “volontarismo” ma quelle stesse dell’irredentismo subiscono la riprova delle mie “analisi intime” [….] Non credo tuttavia che le mie fedeltà giovanili vacillino anche se metto la giustizia al di sopra della nazione e la libertà come condizione di una patria verace. Che se di questo temessi, so che potrei ripuntellarle ritornando alle pagine più belle del tuo romanzo, dove proprio nel dolore risplendono le ragioni della nostra fede”. Più volte Stuparich ricambiò quell’atto di stima e di affetto: così nella la prefazione al discorso commemorativo che Ercole Miani tenne il 21 dicembre 1948 a San Giusto, in cui celebrò in Foschiatti il “cavaliere dell’onestà e della giustizia”, l’amico che aveva diviso con lui gli ideali giovanili nel gruppo degli studenti repubblicani, così alle pagine di Trieste nei mieri ricordi, in cui ripensò grato e dolente “agli occhi chiarissimi dai quali la sua anima ti veniva dritta incontro e al candore della sua bella faccia, a quel misto di timido e di energico, di buono e di incorruttibile ch’era in lui”.
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storia_ts/biografie/stuparich_giani.txt · Ultima modifica: 21-03-2020 04:35 (modifica esterna)