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storia_ts:biografie:tanasco_giovanni



La ridistribuzione senza fini di lucro dei contenuti di questa pagina, anche se in forma parziale, deve citare il sito di provenienza www.atrieste.eu, i nomi degli autori, professori Fabio Francescato e Bruno Pizzamei, ed il fatto che si tratta della rielaborazione per il web di un ipertesto sviluppato dagli autori nel 1999 per conto del comune di Trieste e da questo distribuito gratuitamente nelle scuole. Non è ammessa la ridistribuzione con fini di lucro senza esplicita autorizzazione degli autori e dell'acquirente dell'opera.

GIOVANNI TANASCO

Giovanni Tanasco - “il mio vero nome era Tanascovich ed io lo portai fino all’agosto del 1928” - nacque nel 1889 a Cittavecchia, “cittadina di due o tremila abitanti situata nel fondo di un grande golfo dell’isola di Lesina”.

Fin da ragazzo il padre lo coinvolse nelle discussioni patriottiche che intratteneva con gli amici più colti del paese, e poi, in coerenza con le sue idee, lo mandò all’unico ginnasio italiano della Dalmazia, a Zara. Il giovane abitò al convitto “Nicolò Tommaseo”, che era governato da influenti patrioti e sostenuto dalla Lega Nazionale e in questi anni scrisse alcuni articoli per due giornali italiani che venivano pubblicati a Zara, Il dalmata e Il Risorgimento.

Compì gli studi di giurisprudenza a Graz - “unica università in Austria nella quale si potevano dare gli esami in Italiano” - e nel 1919 si trasferì a Roma, dove entrò in contatto con i più importanti rappresentanti del movimento nazionalista e poi con gli uomini del Partito popolare. A Roma ebbe modo anche di lavorare come “avventizio” nell’ufficio di Salata e nel 1921, divenuto “avvocato erariale” (oggi si direbbe “avvocato dello Stato”), si fece trasferire a Trieste, dove si dedicò alle due attività che maggiormente lo interessavano: la avvocatura e la politica.

Iscritto al Partito popolare, ne divenne un attivo ed influente rappresentante fino a ricoprire, tra il 1923 e il 1925 la carica di segretario della sezione cittadina. Il suo impegno e le sue capacità lo portarono anche alla candidatura per la Regione Giulia alle elezioni politiche. Furono queste esperienze decisive, che rafforzarono le sue convinzioni antifasciste e lo portarono ad abbandonare le vecchie simpatie per il nazionalismo. Ricorderà anni dopo, rivolgendosi al figlio, che “le lotte nazionali sono la piaga delle regioni mistilingue: investono ogni aspetto della vita pubblica, sociale e persino familiare ed amareggiano l’esistenza delle minoranze. Giunto a maturità ho disapprovato le lotte nazionali e considerato come una grave ventura se l’umanità potrà un giorno superarle”.

Negli anni in cui il fascismo si veniva imponendo nel paese, Tanasco rese pubblica la sua opposizione al nuovo regime - “era una mossa un po’ pericolosa per un professionista che aveva appena aperto lo studio il mettersi in opposizione al fascismo” - e divenne membro del “Comitato delle opposizioni”, portavoce degli aventiniani giuliani. Il gruppo, composto da rappresentanti repubblicani, socialisti, da qualche liberale e dalla associazione “Italia libera” pubblicò sino al maggio 1925 il settimanale La Provincia: a fianco di Tanasco operarono con coraggio fino allo scioglimento dei partiti Edmondo Puecher, Bruno Ferluga, Giuseppe Podgornik, Nino Voditzka e Gabriele Foschiatti.

Anche negli anni in cui la dittatura rafforzava il suo controllo su tutta la società Tanasco mantenne rapporti con numerosi esponenti dell’antifascismo dei primi anni Venti e grazie a ciò, alla caduta del fascismo, poté raccogliere attorno a sé un gruppo di cattolici democratici tra cui facevano spicco Fausto Pecorari, Giovanni Bartoli, Gino Palutan e i sacerdoti Edoardo Marzari e Giovanni Grego. Egli aveva anche stretto contatti con i democristiani romani attraverso la persona di Giuseppe Spataro.

Il 27 luglio 1943, nello studio del socialista Puecher, si riunì un gruppo di rappresentanti dei partiti antifascisti e furono gettate le basi di un Comitato antifascista. Tanasco ne divenne uno dei leader più influenti.

Nei mesi successivi il suo impegno crebbe in una situazione sempre più drammatica; al tentativo fallito di convincere il generale Ferrero a schierare i suoi uomini a difesa della città contro i nazisti - “si vedeva che non voleva far niente” - fece seguito il promemoria consegnato a nome del Comitato antifascista al prefetto Tullio Tamburini in cui si “prospettava di cambiar subito politica nei confronti degli slavi, garantendo loro tutte le libertà democratiche”.

Poco in realtà potevano sperare gli uomini del Comitato da questo prefetto che, anni prima, si era guadagnato i galloni come esponente di punta dello squadrismo fiorentino.

Come pure dal nuovo prefetto Cocuzza, che all’indomani dell’8 settembre si era rifugiato in Questura: Tanasco ricorda che “pure in nostra presenza si occupò solo di trovare un’automobile che lo portasse lontano. […] Cosa che gli riuscì qualche ora dopo”.

“Una costellazione di episodi miserandi e tragici” – ricorda Galliano Fogar - “accompagnò la dissoluzione dell’apparato militare e politico nazionale in queste terre”. Il Comitato antifascista prese atto di questa drammatica situazione e decise “di continuare le nostre riunioni almeno una volta la settimana e di diffondere il sentimento della resistenza”. Tanasco continuò a tenere i rapporti con Spataro a Roma e con gli ambienti cattolici di Udine, collegandosi alla forte tradizionale popolare presente in quelle terre e nel Veneto, ma alla fine la polizia, che da tempo seguiva l’attività di quel gruppo, decise di intervenire. Il 19 settembre, di primo mattino, i tedeschi lo prelevarono e lo costrinsero a seguirli: “Avrei potuto fuggire per la scala di servizio e rifugiarmi a Servola nelle campagne del Vescovo, dal quale mi ero assicurato in precedenza il consenso, ma non lo feci per paura che arrestassero mia moglie (come in altri casi, specie di ebrei, era avvenuto)”. Con lui vennero arrestati anche altri dirigenti del Comitato di Liberazione Nazionale: il repubblicano Gabriele Foschiatti, il liberale Ferdinando Gandusio, il socialista Edmondo Puecher e il comunista Vittorino Pisoni. L’accusa era per tutti: “Sollevazione contro le truppe occupanti”.

Il 26 gennaio la deportazione: “Fummo fatti salire, circa in 70, in un carro bestiame che poi fu sigillato e partì verso le 11; passammo la prima notte su un binario morto a Villaco (non sapevano dove si andava); la seconda notte a Salisburgo ed il pomeriggio del 3 arrivammo a Dachau”.

Tanasco riuscì a ritornare dal campo di concentramento, se pure gravemente malato, e poco alla volta si inserì nuovamente nel tessuto cittadino. I popolari, riconoscendo in lui una guida moralmente e politicamente autorevole, lo portarono alla Presidenza della Provincia, e poi, nel 1948, lo candidarono nuovamente al Parlamento: una scelta che doveva sottolineare con forza i legami con l’Italia della città che si trovava sotto l’amministrazione del GMA ma che aspirava a lottare per il ricongiungimento.

Venne eletto, ma nell’ottobre 1949, la Camera dei Deputati, a conclusione di un contenzioso lungo e doloroso, accolse il ricorso di Guglielmo Giannini, che sancì l’aumento di un seggio all’Uomo Qualunque e la diminuzione di un seggio per la Democrazia Cristiana: il seggio era il suo.

Un anno dopo, un altro “giallo”, questa volta a lieto fine: il suo nome venne ripescato alla morte dell’onorevole Bulloni, che era stato eletto nella circoscrizione di Brescia-Bergamo. In quella circoscrizione la lista della DC non aveva altri nominativi: pertanto bisognava attingere al primo dei non eletti nel Collegio unico nazionale e cioè proprio “all’avvocato Giovanni Tanasco”!

Tanasco lavorò per i restanti tre anni nella Commissione Difesa e poi in quella degli Interni. Durante tutto questo periodo si impegnò per una soluzione “italiana” della questione triestina e per estendere alla città la legislazione in vigore in Italia: non una concessione, ma un “diritto” della città, “non essendo ancora sorto il nuovo soggetto di diritto internazionale “Territorio Libero di Trieste” ” e quindi essendo ancora in vigore l’articolo 42 del regolamento dell’Aia che impegnava l’occupante a prendere “tutte le misure occorrenti per stabilire e assicurare l’ordine e la vita pubblica rispettando, salvo assoluto impedimento, le leggi del paese”.

Non ancora concluso il mandato parlamentare, fu anche nominato presidente della Provincia, carica che tenne dal 1954 al 1956. L’anno successivo un altro incarico di rilievo: durante una visita di Fanfani a Trieste, Corrado Belci e Palamara riuscirono “a fare un autentico “blitz”, persuadendo Fanfani a perorare la nomina di Giovanni Tanasco (…) a presidente dei Magazzini generali, cioè l’azienda portuale”.

La nomina, divenuta formale a dicembre sollevò non poche polemiche in città: “Tanasco godeva di generale stima e di grande prestigio – ricorda Corrado Belci - ma la nomina di uomini democratici cristiani in talune posizioni economiche sembrava una dissacrazione, la violazione di intoccabili santuari: “Avrete reazioni dagli ambienti competenti e perderete voti”, era l’amministrazione “ecclesiastica” che spesso mi giungeva e che rafforzava in me la decisione di rompere certi anelli”.

Durante la sua presidenza ai “Magazzini generali” Tanasco intervenne ripetutamente con autorità nello scontro sull’alternativa “porto o industria”, manifestando sempre la convinzione che il destino della città sarebbe dipeso fondamentalmente dalle attività portuali, considerate come il comparto più promettente e sicuro per lo sviluppo della città. “La sua gestione, che fu ricordata come un esempio di severità e di ordine in un’azienda difficilissima qual è quella portuale, segnò l’avvento – scrive Belci - di uomini provenienti dal mondo cattolico nell’economia triestina, fino ad allora riserva esclusiva dell’area liberal-nazionale e massonica”.

Non vanno dimenticate, infine, oltre alla presenza nel Consiglio di Amministrazione dell’Università di Trieste, prima nella veste di Presidente della Provincia e poi di rappresentante del Governo, la sua coraggiosa difesa, all’interno della DC, dei diritti della minoranza slovena: un tema spinoso in città ma anche nel partito di maggioranza relativa, in cui molti sostenevano che il problema in realtà non sussisteva in quanto la libertà era già assicurata per tutti in egual modo. Al suo fianco, in queste animate discussioni, ci fu Doro de Rinaldini, che ricopriva allora la carica di segretario della Camera del lavoro italiana.


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