Informazioni sulla privacy

Strumenti Utente

Strumenti Sito


storia_ts:cronologia:0000_1699



La ridistribuzione senza fini di lucro dei contenuti di questa pagina, anche se in forma parziale, deve citare il sito di provenienza www.atrieste.eu, i nomi degli autori, professori Fabio Francescato e Bruno Pizzamei, ed il fatto che si tratta della rielaborazione per il web di un ipertesto sviluppato dagli autori nel 1999 per conto del comune di Trieste e da questo distribuito gratuitamente nelle scuole. Non è ammessa la ridistribuzione con fini di lucro senza esplicita autorizzazione degli autori e dell'acquirente dell'opera.


DALLE ORIGINI AL XVII SECOLO

II millennio a. C.

Risale probabilmente alla fine del secondo millennio l'invasione degli Istri, popolazione di origine illirica, danubiana, che si stanziò in queste zone, in particolare nell'Istria meridionale, nel Carso e nelle zone attorno a Trieste. Al loro insediamento risale la costruzione dei cosiddetti castellieri, villaggi fortificati la cui edificazione dura all'incirca fino al VI secolo. Tra i più vicini a Trieste ve n'era uno sulla collina di Cattinara e uno sopra Montebello; altri presso Samatorza, Monrupino, Rupinpiccolo, Elleri. Di questa civiltà rimangono poche tracce al di là dei resti delle abitazioni: qualche toponimo e qualche antroponimo.

Fin dall'età protostorica vi fu una grande mescolanza di popoli diversi, evidenziata da parole di origine diversa: greci (Egida), illiri (Albona, Risano), veneti (Ter/geste; la radice sembra assunta dai paleo-veneti), paleoeuropei (Aurisina), e infine, all'epoca della romanizzazione, i celti.

La scrittura venetica è usata, in qualche misura, anche da queste parti, come testimoniano iscrizioni trovate a San Canziano del Carso.

183 (181?) a. C.

Fondazione di Aquileia. Secondo alcune ricostruzioni storiografiche, Trieste era già stata fondata dai Galli carni e faceva parte dell'Illirico. Come ricorda il Sestan, “la romanizzazione della Venezia Giulia non si intenderebbe senza la presenza e l'azione secolare della colonia di Aquileia“.

178 a. C.

Due legioni romane, con l'appoggio di ausiliari galli, muovono da Aquileia per la conquista dell'Istria – con il nome di “Istria” si indicava in modo generico un territorio molto ampio di cui faceva parte anche Trieste –. Le accompagnano navi da guerra e da trasporto che viaggiavano lungo la costa. I soldati romani, guidati dal console Manlio Vulsone, vengono sconfitti dagli Istri del capo Epulo. Fallisce così il primo tentativo di conquistare la regione: il processo di espansione del dominio romano su queste terre sarebbe durato un secolo e mezzo, fino al principio dell'età augustea.

I secolo a. C.

Il geografo greco Artemidoro ci dà la prima citazione di Trieste, che indica con l'espressione “borgo carnico“; la stessa espressione si troverà più tardi in Strabone.

53 a. C.

Mentre la regione è, assieme alle Gallie, soggetta al governo del triumviro Giulio Cesare, i Giapidi, scesi dalle Alpi Giulie, devastano il territorio sino ad Aquileia e si impadroniscono di Trieste saccheggiandola. Ne parla, nei suoi Commentarii, lo stesso Giulio Cesare, che poco dopo avrebbe mandato la XIII legione a difendere la città.

In una passo del De Bello gallico così scrive Giulio Cesare: “T. Labienum ad se avocat; legionem autem XV, quae eo loco fuerat in hibernis, in togatam Galliam mittit ad colonias civium romanorum tuendas, ne quod simile incommodum accideret decursione barbarum ac superiore aestate Tergestinis acciderat, qui repentino latrocinio atque impetu (incolae) illorum erant oppressi” (VII – 24; nel 58 a. C. Cesare aveva portato in Gallia 3 legioni di Aquileia).

42 a. C.

Trieste entra a far parte della Gallia cisalpina e quindi diventa a pieno titolo “colonia romana“: la cittadinanza romana era stata concessa, infatti, già da qualche anno agli abitanti della Gallia cisalpina dietro consiglio dello stesso Cesare.

Tra le varie ipotesi sulla delimitazione del territorio della colonia romana di Tergeste, unico dato certo sembra essere la coincidenza del suo confine orientale con la frontiera della Gallia cisalpina, segnata dal corso del fiume Formione (ora Risano), che secondo la testimonianza della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio era l'“anticus Italiae terminus”.

Ad occidente l'agro tergestino confinava con quello aquileiese.

33 – 32 a. C.

Ottaviano Augusto ha particolari cure per la città, alla quale attribuisce, quali soggetti alla sua giurisdizione, i Carni e i Catali, ampliando il suo territorio sino al confine delle Alpi Giulie, tra il Timavo, il Frigido (Vipacco) e il Formione (Risano). Nell'anno 33, mentre combatte in Dalmazia, ordina che vengano costruite o meglio ricostruite le sue mura e le sue torri.

18 – 12 a. C.

Il confine della Gallia cisalpina è portato dal Risano al fiume Arsa, nel Quarnaro, e viene costituita la “X Regio“ – la “Venetia et Histria”. 1).

Trieste assume il ruolo di importante nodo di collegamento con le città della costa istriana Aegida, Parentium e Pola. Il suo collegamento organico con l'“Histria“ dura molti secoli: un primo distacco si sarebbe verificato alla fine del X secolo, nel 948, per volontà di Lotario, re d'Italia.

50 d. C.

Secondo una tradizione riportata dallo Scussa, verso la metà del I secolo d. C. a Trieste predica sant'Ermagora, che vi avrebbe lasciato un diacono di nome Giacinto.

In realtà i dati certi sono scarsissimi e tali rimarranno per secoli e secoli, fino al secolo VI: la stessa istituzione di una sede vescovile è di difficile datazione.

78

Viene sistemata per ordine di Vespasiano la via Flavia, che unisce Trieste e Pola: la “Via dell'Istria” favorirà sensibilmente lo sviluppo economico e commerciale della città.

150

La “Curia decurionum“ decreta in onore di Fabio Severo una statua equestre nella parte più frequentata del Forum. Vengono così celebrati i suoi meriti per aver, “caelestibus litteris”, ottenuto dall'imperatore Antonino Pio che quelli che tra i Carni e i Catali del territorio che si fossero distinti per censo e per meriti ottenessero la piena cittadinanza romana e potessero entrare nel consiglio dei decurioni. Fabio Severo era stato dapprima magistrato urbano a Trieste e poi senatore a Roma, al tempo di Antonino Pio (138-161).

289

Viene decapitato in Siria il nobile Sergio, di origine romana, che aveva ricoperto a Trieste la carica di tribuno militare e che aveva abbracciato la fede cristiana.

Secondo la tradizione, a riprova di quanto aveva promesso ai triestini, nel momento in cui viene ucciso lascia segno di sé nella città: nella piazza principale cade l'alabarda che aveva adoperato usualmente in guerra.

303 (?)

“Parimenti in Trieste“ – così lo Scussa – “sotto li medesimi imperatori [Diocleziano e Massimiano], superati molti tormenti, con esser sommerso nel mare, sotto Manazio preside, finì il suo martirio san Giusto, principale di detta città, patrono, protettore e tutelare”. Mancano al riguardo notizie certe: risale al 948 la prima affermazione secondo la quale la città aveva in san Giusto il suo protettore.

Inizi IV secolo

Risalgono a questo periodo le prime menzioni della presenza di singoli aderenti alla religione ebraica.

V secolo

Aquileia diventa sede metropolitana per le regioni della “Venetia“ e dell'“Histria”.

Per molti secoli i destini di Trieste risentiranno della grande influenza morale, materiale e politica della chiesa aquileiese.

539

Durante la guerra greco-gotica, i generali di Belisario conquistano la città. Tutta l'Istria diventa bizantina e funge da base militare per la conquista dell'Alta Italia. Trieste rimane sotto il potere bizantino – tranne che per un breve periodo in cui viene occupata dai longobardi – fino al 788.

547

Secondo l'elenco della serie dei vescovi di Trieste, ricopre la carica Frugifero, primo nome noto.

Sarebbe stato Frugifero a far costruire la basilica dei santi Giusto e Servolo: dall'unione di questa basilica con un tempio romano sarebbe poi sorta la cattedrale di San Giusto.

Sembra tuttavia – sulla scorta delle notizie sulla penetrazione cristiana nella regione “Venetia et Histria“ – che la costituzione a Trieste di una chiesa episcopale possa esser fatta risalire all'alba del V secolo (così secondo Mirabella Roberti, 1970).

568

Pochi anni dopo lo scoppio dello “Scisma dei Tre Capitoli” (554-698), la città di Aquileia – “scismatica“ al pari di altri grandi vescovadi occidentali, tra i quali quello di Milano – viene occupata dai Longobardi. Il vescovo Paolino, per non sottostare al controllo degli invasori di religione ariana, nel 568 sposta la sede vescovile a Grado, in territorio bizantino: da Grado continuò ad amministrare le diocesi istriane, e quindi anche quella triestina.

Risorta per opera degli stessi longobardi, per secoli Aquileia contese a Grado la paternità della sede patriarcale e dei beni ecclesiastici. Dopo che il papa Onorio I riconobbe nel 627 entrambi i patriarcati, si verificò quella divisione diocesana che avrebbe staccato definitivamente le lagune dall'entroterra friulano.

Penetrati nelle regioni orientali della penisola attraverso Postumia, i Longobardi saccheggiarono anche Trieste, costringendo gran parte dei cittadini a fuggire per via di mare verso Grado e nel resto della Venezia marittima: non riuscirono però a conquistare tutta la “X Regio”: rimasero escluse dal loro controllo la zona Oderzo-Padova, le lagune – tra cui la più importante, quella di Grado – e l'Istria. Due anni dopo, nel 570, documenti testimoniano che a Trieste il regime municipale – con l'assemblea decurionale (“curia“) – è ricostituito. Nel 590 (o 591) la città sarebbe caduta nuovamente, per circa un anno, sotto il dominio longobardo.

L'Istria rimase sotto il controllo, se pur talvolta solo nominale, di Bisanzio per più di un secolo, nonostante i vescovi istriani avessero spesso tentato di sottrarsi al cesaropapismo di Costantinopoli. (Non a caso lo “Scisma dei Tre Capitoli” viene anche chiamato “Scisma degli istriani“).

“Nelle lotte religiose qui narrate il nome di Trieste compare qualche volta, citato solo indirettamente dai suoi vescovi […]. Però non sappiamo assolutamente” – scrive il Cannarella – “quali conseguenze lo scisma ebbe per la vita della città e di quanto i Triestini ne tenessero conto. […] I documenti storici che possediamo di questo periodo si riducono alle lettere di Gregorio Magno, di Pelagio, nonché le suppliche dei vescovi. Senza dubbio interessanti, ma non possono dirci assolutamente niente sugli avvenimenti che si svolsero nel corso del VI secolo e che si concluderanno con una nuova invasione: quella dei popoli slavi“.

568 – 776

Il Friuli è sotto il controllo dei duchi longobardi: in questo periodo si assiste alla decadenza di Aquileia e allo spostamento della capitale a Cividale.

Allo splendore del periodo longobardo, narrato da Paolo Diacono, seguono tempi difficili, finché sul finire del secolo VIII Carlo Magno costituisce la “Marca del Friuli e Istria”, che si estende da Treviso alla Drava.

Per rendere più agevole l'amministrazione di questi vastissimi territori, verso l'anno 827 (?) vengono costituite quattro contee: quella del Friuli, quella dell'Istria-Carniola, quella di Carinzia e infine quella della Bassa Pannonia.

577 – 626

Attacchi avaro-slavi minacciano le difese bizantine. Dopo aver occupato i territori del basso Danubio, forti dell’aiuto dei longobardi invadono le zone del medio Danubio (Ungheria e Transilvania) e si stabiliscono nella pianura pannonica con l’autorizzazione di Giustiniano. Più tardi attaccano lo stesso impero bizantino e nel 626 cingono d’assedio Costantinopoli.

Negli anni precedenti, portandosi dietro ingenti masse slave, gli avari si erano spinti verso occidente, fino ad invadere il Friuli e cingere d’assedio la capitale del ducato longobardo. Intorno al 610 armate avare avevano invaso la Tracia, la Macedonia, la Grecia e la Dalmazia.

VII secolo

“Durante il regno dell’imperatore Giustiniano (527-565)“ – scrive Mathias Bernath – “la pressione dei popoli slavi contro i confini danubiani andò costantemente crescendo. […] Le incursioni slave però divennero veramente pericolose soltanto quando comparvero gli Avari, un popolo di cavalieri di stirpe turca. Gli attacchi per lo più avaro-slavi provocarono, dopo il 577, il crollo delle difese dell’impero bizantino e si conclusero, nel 610, con l’invasione della Tracia, Macedonia, Grecia e Dalmazia. Il fallimento dell’assalto avaro-slavo del 626 contro Costantinopoli ebbe per conseguenza l’indebolimento della potenza avara, mentre gli Slavi, assai più numerosi, rimasero padroni di tutti i territori balcanici occupati, ad eccezione di poche comunità fortificate. Nella seconda metà del VII secolo la concomitante colonizzazione slava ebbe il sopravvento anche in Macedonia, nel cuore della penisola”.

Gli “Sloveni“ – che a differenza dei serbi e dei croati non avevano neanche un nome tribale – si insediarono in un ampio territorio che si estendeva da Vienna all’Adriatico, dalle sorgenti della Drava fino al lago Balaton. Assieme agli Sloveni penetrarono nei confini dell’impero – tra le ultime tribù slave – anche popolazioni croate, che si insediarono in Dalmazia, tra Nin e Cetina subentrando agli Avari, che per breve tempo avevano occupato questi territori. 2)

Nei secoli successivi queste popolazioni croate si differenzieranno profondamente tra di loro; da una parte le tribù che si stanziarono lungo la costa, dedicandosi alle attività marinare, dall’altra i gruppi che occuparono l’oltre monte della “Sclavonia”. Il pericolo causato dalle invasioni delle popolazioni slave indusse le autorità bizantine a dare una diversa struttura politica ed amministrativa ai territori controllati, detta “numerus“: su questo sfondo la potente aristocrazia terriera istriana giunse ad identificarsi con la burocrazia imperiale, formando un'unica classe di governo posta a capo delle dignità sia civili sia militari.

623

“Nel 623 gli Slavi della Boemia e della Moravia riuscirono ad emergere dal dominio avaro costituendo, sotto la guida di Samo, mercante di origine franca, un’alleanza tribale, cui si associarono tre anni più tardi anche gli Sloveni, insediati lungo il corso superiore della Drava e della Sava. Grazie alla protezione della vasta lega alla quale aderivano, essi riuscirono a costituire un principato, la Carantania, il cui centro si trovava nella conca di Klagenfurt. Si trattava di un’entità statale estremamente labile, di una società ancor patriarcale e pagana, in continua lotta con i vicini”.

Intorno al 745 il regno fu sottomesso dai franchi, che concessero però a quelle popolazioni il diritto di conservare un principe eletto dal popolo. Questo inserimento nei domini franchi favorì in modo determinante la penetrazione della cultura occidentale nel mondo sloveno, sia nei suoi aspetti religiosi, che in quelli sociali.

Tra la fine dell’ottavo secolo e gli inizi del nono i successori di Carlo Magno cacciarono via definitivamente la nobiltà di origine slovena e vi sostituirono i propri vassalli: la parte settentrionale della Carantania fu assegnata al margravio di Baviera, mentre quella a sud delle Caravanche fu divisa tra i signori del Friuli e dell’Istria.

Per secoli e secoli il ricordo di questo regno effimero ebbe per le popolazioni slovene un valore simbolico molto forte, trasformandosi nel richiamo nostalgico ad un embrione di unità nazionale.

788

Gli Sloveni sono incorporati nel regno carolingio. Nello stesso anno entra a far parte dei domini di Carlo Magno anche Trieste.

IX secolo

Le popolazioni slave insediate nei territori del nord-est della penisola italica sono ormai cristianizzate. Cirillo e Metodio traducono i testi sacri in lingua slava, inventando addirittura una scrittura per la loro opera di evangelizzazione. Cirillo avrebbe creato (o secondo un’altra tradizione trasformato) l’alfabeto glagolitico (così chiamato dal termine slavo “glagol“ = parola), gettando le basi di una lingua letteraria, il paleoslavo o slavo ecclesiastico, fondato sul dialetto degli slavi della Macedonia, che Cirillo – al secolo il suo nome era Costantino – conosceva bene perché era parlato nella sua città natale.

Questo slavo ecclesiastico meridionale rimarrà fino a tutto l'Ottocento la lingua colta, la lingua delle classi dirigenti. Iscrizioni in glagolitico – che risalgono fino a tutto il XVI secolo – sono visibili ancor oggi in numerose chiesette nelle vicinanze di Trieste (San Dorligo della Valle, Prosecco).

803 – 830

L'Istria, originariamente compresa per volere di Carlo Magno nella marca del Friuli, quando questa si sfascia, passa, assieme alla marca di Verona ed a quella di Aquileia, sotto il controllo del ducato di Baviera.

804

I messi dell'imperatore convocano un “Placito” (assemblea, parlamento) nella pianura del Risano. Ai rappresentanti dei municipi di Trieste e di altri centri istriani, i messi confermano il diritto di mantenere le vecchie consuetudini amministrative di origine romana, minacciate dal duca franco Giovanni.

In questo frangente si levano anche proteste contro l'introduzione di coloni slavi nella campagna istriana, che era stata favorita in ogni modo dalle autorità franche.

Dietro questo “placito“, tante volte citato dagli storici, vi è una situazione politica e sociale molto significativa. Sul banco degli accusati non vi è solo il duca Giovanni, rappresentante in loco del potere franco, ma anche molti ecclesiastici divenuti potenti possidenti terrieri, nonché strumenti della politica carolingia, tesa a feudalizzare tutti i rapporti di proprietà privata al pari dei rapporti pubblici. Contro questo mutamento di equilibri che si sta delineando insorgono i possidenti istriani, più ligi al dominio bizantino ed impoveriti dall'interruzione dei rapporti marittimi e commerciali. Usando le parole di Cusin, “l'adunanza del Risano è il documento più prezioso del nostro alto medioevo. Esso ci mostra la società romano-bizantina nel suo estremo tramonto, ormai preda della feudalità franca a cui si son legati gli esponenti ecclesiastici. Dopo l'episodio del Risano, infatti, un fitto velo si stende sulla nostra regione e per molto tempo le fonti permangono mute”.

Un'interpretazione diversa, condizionata dagli schemi storiografici tipicamente nazionalistici è data dal Tamaro, secondo il quale si deve parlare di una grande vittoria “dell'anima di quella provincia, tutta ancora satura di pura romanità e di possente spirito municipale contro l'uomo del feudalesimo e dei tempi nuovi“.

812

Dopo la pace di Aquisgrana tra i Franchi e l'impero d'Oriente, la laguna di Grado, la Dalmazia e la laguna di Venezia ritornano sotto il controllo di Bisanzio, che tenta di ripristinare il controllo sulle vie commerciali dell'Adriatico.

820

L'imperatore Ludovico il Pio conferma il placito missatico dell'804, concedendo ai sudditi del “Comitatus Histriae” di eleggere “secundum legem antiquam“ il rettore, il patriarca, i vescovi, gli abati, i tribuni: mai però i capi militari!

820 – 825

In questo periodo, tra l'Arsa e la Cetina, viene fondato il regno di Croazia, che costituirà ben presto un nuovo elemento di pressione al margine della regione “italiana”.

Questo regno raggiunse la massima espansione tra l'879 e la fine dell'XI secolo, conquistando una sostanziale indipendenza sia dai Franchi che dai Bizantini: i Croati avevano il controllo, oltre che di tutte le isole del Quarnero, anche del territorio dell'Istria, a partire dall'Arsa.

827 – 830

Dopo la morte del patriarca Fortunato, i vescovi istriani chiedono di essere liberati “a Graecorum nequissimo vinculo“: l'imperatore Ludovico, non avendo più un suo fedele a capo della chiesa gradense, favorisce la loro richiesta ed al concilio di Mantova (827) assegna il vescovado triestino e gli altri vescovadi istriani al patriarca di Aquileia.

Le cose forse non andarono in modo così lineare come narra il Tamaro se ci affidiamo alla ricostruzione data dallo Scussa: “In luogo del defunto patriarca Fortunato, l'anno 825 successe Venerio, figlio di Boezio Transmondo di Rialto. Questo da Lodovico Pio, e Lotario, figlio, ottenne la confirmazione di tutti i privilegi della chiesa di Grado. Intanto Massenzio, patriarca d'Aquileja, non tralasciava di componer le vecchie dissenzioni, che tra queste due chiese erano insorte. Per tal effetto, Eugenio II, pontefice, l'anno 826, ordinò un sinodo in Mantova, dove Massenzio pretendeva che la chiesa aquilejense fosse metropolitana, e la gradense suffraganea. Alla fine a favore dell'aquilejense fu conchiuso e deciso, non però posto in esecuzione; anzi il gradense ebbe il pallio da Gregorio IV, pontefice, l'anno 829. Non cessava l'aquilejense sottrarre li vescovi dell'Istria dalla chiesa gradense, abbenché gli fosse inibito dal medesimo pontefice Gregorio, l'anno 830”.

840

I veneziani stringono un patto con l'imperatore Lotario con il quale si impegnano a difendere sul mare anche le terre imperiali; ciò che significava, concretamente, la difesa delle coste giuliane. A partire da questo momento Venezia si assunse il compito di contrastare le infestazioni dei pirati croati e saraceni nell'Alto Adriatico: in questo ruolo Venezia riuscì nel X secolo a penetrare profondamente nella vita delle città istriane, estendendo il proprio dominio sugli scambi commerciali di tutto l’Adriatico settentrionale.

847

A Trieste compaiono nell'aristocrazia del potere cittadino due “tribuni“, due “lociservatores” e due “vicarii“; non è certo se questi titoli onorifici avessero mantenuto gli stessi poteri e le stesse prerogative che li avevano sostanziati durante il periodo del dominio bizantino, durante il quale queste terre erano considerate terre di confine.

È più plausibile, infatti, che la costituzione provinciale avesse già assunto forme più consone allo spirito della monarchia carolingia.

948

Il re d'Italia, Lotario II, risolve la contesa tra la giurisdizione ecclesiastica di Grado e quella di Aquileia concedendo alla chiesa di Trieste l'immunità giurisdizionale e fiscale. Con questo atto i vescovi vengono acquistando la potestà comitale e si realizza il primo distacco dal nesso provinciale del “Comitatus Histriae”. Il rapporto tra la “civitas“ e il vescovo è particolarmente forte, anche perché l'anno prima i Magiari, che si erano riversati sui Carsi minacciando l'invasione della città, erano stati allontanati solo grazie ad un riscatto raccolto per intervento della chiesa stessa. Comincia in quest'anno – secondo il de Vergottini – “quella particolarità di sviluppi che contrassegnerà Trieste di fronte alle altre città istriane attraverso tutto il Medio Evo e l'Età Moderna e creerà nella città una coscienza particolaristica insopprimibile”.

Nel documento di donazione di Lotario II si trova la prima menzione del “murum ipsius Civitatis totumque circuitum cum turribus, portis et posterulis“. Tra queste acquista particolare rilievo la porta di Riborgo.

1000

La vittoria del doge Pietro Orseolo II sui pirati carantani e sui croati getta le basi del controllo di Venezia sulle isole del Quarnaro e sulla costa dalmatica: fu questo il primo passo per la successiva espansione verso l'Istria.

1028

L'imperatore Corrado II cede gran parte del Friuli veneto a Poppo, patriarca di Aquileia. Il dominio dei patriarchi durerà per più di quattro secoli, fino al 1420. Questi territori costituiranno per la città di Trieste il confine occidentale.

1081

In piena guerra per le investiture, l'imperatore Enrico IV di Franconia decide di ampliare i poteri del patriarca di Aquileia, a lui fedele, e gli concede i diritti sui vescovadi di Trieste e di Parenzo: il vescovo triestino, quindi, da vassallo imperiale diventa vassallo del patriarca, dal quale già dipendeva in campo spirituale. L'anno dopo, in risposta alle vivaci reazioni scoppiate a Trieste, l'imperatore riconferma solennemente la concessione, sostenendo che solo la protezione dei patriarchi – “nostra vice imperando” – poteva risollevare le tristissime condizioni in cui la chiesa triestina versava.

XII secolo

L'evoluzione della “civitas“ verso le forme comunali coinvolge prima le città istriane – ad esempio Pola (1177) e Capodistria (1186) – e solo più tardi Trieste, che deve fare i conti con un potere vescovile ancora forte. Bisogna tener presente che Pola e Capodistria – la prima fino al 1400, la seconda dal 1400 al 1600 – erano, tra le città dell'“Histria”, le più popolose. Trieste lo sarebbe divenuta appena a partire dal XVIII secolo.

1139

Un documento mostra il “Comune Tergestinae civitatis“ costituito da un “gastaldio”, rappresentante del vescovo, accompagnato da tre “iudices“, suoi funzionari, e da dodici “boni homines”. Il “gastaldio“ (gastaldo) compare anche come procuratore: “Ripaldus gastaldio praedictae civitatis, procurator communitatis; Ripaldus gastaldio, pro comuni de Tergesto promisit”.

La presenza del “gastaldo“ vescovile dimostra che il potere reale è ancora in mano al vescovo investito della potestà comitale. Il documento ci mostra inoltre Trieste alle prese con le mire espansionistiche del vicino signore di Duino.

1183

La sconfitta del Barbarossa e la successiva pace di Costanza aprono nuovi spazi alle autonomie comunali: alla pace di Costanza parteciparono anche i vescovi di Trieste e di alcune tra le maggiori città dell'Istria. Il vescovo di Trieste, Bernardo, nella contesa con il Barbarossa si era schierato con il patriarca di Aquileia “e parte Lombardorum”.

1202

Il doge Enrico Dandolo, muovendosi per la IV Crociata, occupa la città ed impone il dominio veneziano, la “fidelitas“. Il gastaldo Vitale, assieme ai tre giudici e a 345 cittadini (probabilmente quasi tutti i capifamiglia), giura un “sacramentum”: i triestini si impegnano ad esimere i veneziani da ogni tributo, nonché a soccorrerli nella lotta contro i pirati e a dare loro un tributo annuo in vino. Questa relazione di “fidelitas“ è identica a quella che lega a Venezia anche le altre città costiere del nesso provinciale del marchesato d'Istria. La presenza del gastaldo vescovile come massima autorità nella città dimostra come non siano ancora sviluppati compiutamente gli istituti comunali.

1225 – 1233

Il passo verso la formazione delle dignità comunali è compiuto. Durante un ennesimo conflitto con Venezia compare a capo della città un “podestà”, mentre nell'accordo susseguente gli ambasciatori verranno mandati da Venezia ad “Episcopum et Homines rectores“ di Trieste. Nel 1233 la delega a stringere l'accordo con la città di San Marco è ormai concessa dal Comune, attraverso la “Concio”, ai “Rectores“. Il podestà regge, in accordo con il Consiglio, la città e il territorio circostante. Le cariche più rilevanti spettano ai “patrizi” ed in particolare ai membri di 13 famiglie che si vantavano di discendere dai decurioni romani e venivano chiamate le “Tredici casate triestine“.

1236

I “rettori” del Comune, – “uomini della migliore borghesia e mercanti“ secondo le parole del Tamaro, – approfittano delle ristrettezze finanziarie del vescovo Giovanni, inviato direttamente da Roma contro il volere del capitolo cividalese, e gli pagano i debiti contratti con Daniele David, ricco ebreo originario della Carinzia. In cambio gli impongono condizioni gravosissime: la rinuncia alle sue giurisdizioni e alle sue immunità, la cassazione di tutte le sentenze e di tutti i processi pendenti contro i propugnatori della sovranità del Comune e del popolo. Accordi analoghi tra il vescovo e i consoli del Comune sarebbero stati stipulati ripetutamente nei decenni successivi. In questo documento, secondo il Cervani, compare la prima attestazione della presenza di prestatori ebrei nella città.

Dopo il 1236 e per più di un secolo nessuna documentazione attesta la presenza di ebrei a Trieste.

1246

Nel processo di emancipazione dal potere del vescovo “pare che si fosse formato Consiglio a numero certo nel quale si arrolarono genti plebee […]. Tredici famiglie che dicevansi di antica nobiltà triestina, temendo non andasse macchiata la purità del sangue, sedendo in Consiglio con plebei, unironsi in confraternita nella chiesa di S. Francesco […], alla quale non potevano iscriversi che i loro nati da legittimo matrimonio fra pari, esclusa ogni nobiltà fosse pure cospicua. […] Il registro della confraternita era il libro d'oro per eccellenza di quella antica nobiltà. Il che avverte che fino dal primo formarsi di Consiglio, durava per tradizione l'antica distinzione tra nobiltà e plebe; che nei Consigli dovessero sedere i Nobili soltanto (Nobili decurionali), che la plebe era ristretta all'arrengo soltanto, divise però le cariche fra Nobili e plebei”.

Con queste parole il Kandler racconta come si fosse costituito, verso la metà del XIII secolo, l'“ordine dei Nobili“: tra questi e solo tra questi il podestà poteva scegliere i “Consiglieri”, che restavano in carica un anno. Era il primo passo verso l'accentramento del potere nelle mani dei patrizi, che si sarebbe verificato tra il 1319 ed il 1350 con la cosiddetta “Serratura del Consiglio“.

1253

Si realizza di fatto l'emancipazione della Signoria dal potere vescovile: il vescovo Volrico de Portis, friulano e di famiglia direttamente legata per investitura ai patriarchi di Aquileia, cede “titulo venditionis” quanto richiesto dalle autorità del Comune – nelle persone dei consoli – impegnando se stesso ed i suoi successori in perpetuo. La concessione, fatta per evitare la definitiva bancarotta finanziaria, si articolò nei seguenti punti fondamentali: 1. Lo “jus appellationum“; 2. Lo “jus consulatus”; 3. Lo “jus condemnationis et reddituum“; 4. La “licentia et potestas plenaria faciendi statuta”; 5. Lo “jus de non jurando mandatum eius sed solum consulum“. Il Tamaro così commenta l'avvenimento: “Volrico rinunziò per sé e per i suoi successori ai più importanti tributi che traeva dai prodotti dell'agricoltura e dell'industria, a qualunque intromissione nella libera elezione dei consoli, alla giurisdizione penale, a qualunque impugnazione degli statuti in materia penale, che i consoli avrebbero dati alla città. In realtà il vescovo fece la croce a privilegi che ormai e da tempo erano più sulla carta che nella vita. Egli vendette cose che non possedeva più o male poteva tenere. Ma, dopo tante liti, che sospiro di sollievo per i cittadini! Lasciarono al vescovo la muda di Riborgo, il parziale diritto di zecca e i suoi possessi, ma vi misero su un pegno di garanzia per il mantenimento dei patti. Non si sapeva mai…”. Data l'ampiezza del compromesso, il de Vergottini chiama il testo di questo accordo la “Magna Charta del Comune di Trieste“.

In questo stesso periodo le città più importanti dell'Istria, che avevano conquistato prima di Trieste alcune autonomie tipiche dell'organizzazione comunale, sono invece ricadute in una condizione di sostanziale vassallaggio nei confronti del potere del marchese-patriarca.

1254

Subito dopo la cessione vescovile, il Comune elegge autonomamente il suo primo podestà, nominando a questa carica un cittadino veneziano, Marco Zeno. Ne approfittò subito Venezia, che cercò in ogni modo di allargare la propria influenza sulla realtà cittadina, ponendosi come intermediaria tra Capodistria e Trieste, in lotta tra loro per una questione di esazione di dazi. Negli accordi di pace le due città vennero definite ambedue “fedeli” di Venezia: il rapporto di “fidelitas“ era una sorta di rapporto di vassallaggio.

Risale a questa data la prima notizia attestante l'esistenza del Consiglio quale organo legislativo e detentore del potere: il Consiglio doveva eleggere dal suo seno o tra gli altri cittadini tutti i magistrati.

1262

L'evoluzione della città verso le nuove forme istituzionali è difficile e poco lineare: nel Comune, forse per un avvicendamento di diversi gruppi di potere, vengono abolite le cariche dei rettori e del podestà e viene istituita la carica di “Capitano del popolo”, che viene concessa al conte Mainardo di Gorizia, di fede ghibellina: doveva rimanere in carica per 8 anni, ma in realtà tre anni dopo le cose sarebbero ritornate come prima.

1267 – 1283

Venezia porta a compimento una rapida e fortunata conquista dell'Istria nord-occidentale, che la porta a controllare, tra gli altri centri, anche quello di Capodistria, al quale strappa il monopolio del commercio del sale. Bisogna ricordare che a quel tempo il commercio del sale era una delle principali ricchezze di Trieste.

1282 – 1283

Il vescovo Ulvino de Portis rinuncia alla propria dipendenza immediata dall'impero – che era stata conferita alla sua chiesa nel 984 per diretta concessione dei re d'Italia ed era stata riconfermata dall'impero ancora nel 1230 – per veder riconosciuti invece in feudo dal patriarca di Aquileia i propri possessi.

Anche il Comune, pur conservando formalmente la propria individualità politica, entrò nell'orbita del patriarcato: la scelta fu dovuta probabilmente alla volontà di trovare un alleato potente nel tentativo di rompere i vincoli posti dal monopolio veneziano sull'Adriatico.

1285 – 1291

La città, che si era alleata con Aquileia nella guerra contro Venezia, è sconfitta ripetutamente. Nel 1291, con la Pace di Treviso, i triestini si impegnano a distruggere tutta la flotta e le fortificazioni da parte del mare e a non ricostruirle per un periodo di cinque anni: il Comune rimane legato a Venezia dalla “fidelitas“ e dalle regalie connessevi.

L'insuccesso della politica antiveneziana rafforza il processo di emancipazione dal potere vescovile.

1295

Dopo anni di duri scontri e di inusitate alleanze, che vedono schierati assieme il capitolo cattedrale ed il Comune contro il vescovo, si arriva ad un accordo: il vescovo Ulvino de Portis, dietro pagamento di 200 marche, “locavit et concessit ac consensit in vita sua officium Gastaldionatus, cruentam et lividam et regalia cum eo iure quod habet vel habere videtur”.

Con l'acquisto, se pur temporaneo, della giurisdizione criminale maggiore e dei diritti di regalia, l'autonomia giurisdizionale del Comune è praticamente completa. Il podestà è veramente organo di completa indipendenza: “pro comuni Tergesti potestas“.

1295 – 1369

Per un settantennio Trieste gode, almeno formalmente, di un'indipendenza – “libertas” – quasi completa. In realtà, dal punto di vista politico ed economico, la minaccia rappresentata dall'espansionismo veneziano si fa sempre più pressante.

Inizi XIV secolo

La politica del Comune oscilla tra Venezia e il patriarcato di Aquileia, che è in lotta con il conte di Gorizia per il controllo del Friuli. Queste oscillazioni contribuiscono non poco a rinfocolare le continue tensioni interne alla città, con eccessi di violenza e di rapine, lamentati ripetutamente nei documenti dell'epoca.

Tra le tante testimonianze di questo periodo turbolento, è particolarmente significativa la storia della congiura ordita dalla famiglia dei Ranfi, una delle famiglie più eminenti della città. La storia, ignorata dallo Scussa e da Ireneo della Croce, fu riesumata dal Rossetti e dal Kandler ed ebbe un'ampia diffusione popolare a Trieste nel secolo XIX su giornali e riviste, dando origine anche a due tragedie. Pochi sono i documenti certi e diverse le interpretazioni: al suo rappresentante più influente, il “traditore“ Marco Ranfo, ed ai suoi eredi e seguaci per mezzo secolo (dal 1315 al 1365) gli statuti comminarono pene durissime. Secondo il Tamaro, Marco Ranfo, già console, ambasciatore del Comune e plenipotenziario alla Pace di Treviso, cercò ad un certo punto di abbattere il regime comunale per fondare una Signoria, un potere personale da tramandare poi come un'eredità.

Secondo altri studiosi Marco Ranfo, che era uno dei principali vassalli del vescovo e da questi era stato anche deputato a presiedere la curia feudale, si era prefisso di restaurare il potere vescovile. In ogni caso, già a partire dal 1314, Marco Ranfo ed i suoi vengono banditi dal Comune e dalla città, quali nemici della patria: perfino la loro casa, che sorgeva in Cavana, viene completamente rasa al suolo.

Ma non dovevano essere i soli ad incorrere nell'ira di quelli che allora detenevano il potere: un documento del 1311 testimonia che a quel tempo le terre del Friuli erano già piene di esuli triestini, fuggiti o espulsi dalla città in seguito alle continue lotte interne. Nel frattempo i rapporti con l'Istria, che poco alla volta stava cadendo sotto il dominio veneziano e a cui Trieste geograficamente e storicamente era appartenuta, si attenuano sempre più.

1318 – 1319

A questo periodo risale la redazione più antica a noi pervenuta degli statuti della città. In prima pagina reca un'iscrizione che li dice opera del 1150, ma tale iscrizione è considerata un falso. Questa redazione è, secondo il Tamaro, in gran parte una “codificazione di norme e leggi vigenti da lungo tempo e raccolte meno sistematicamente in altre carte e in altri libri”. Vi compare come organo legislativo e detentore della sovranità il “Consiglio“, cui spetta il diritto di eleggere tutti i magistrati, scegliendoli dal suo seno o tra gli altri cittadini.

Spetta al Consiglio – che rimane “in munere” per il periodo di un anno – decidere se la città deve essere retta da due o tre “rettori“ (o “consoli”) o se si deve far ricorso ad un “podestà“, che doveva essere uno straniero, esperto in diritto e in cose di guerra. Il podestà, prima di decadere dal suo mandato – di solito durava sei mesi, ma in casi particolari poteva essere rinnovato per altri sei – sceglieva quelle 180 persone che dovevano dar vita al Consiglio per il periodo successivo: la scelta era ristretta al gruppo dei patrizi e dei nobili (il “patriziato” era una dignità istituita dal Comune).

In un periodo imprecisato tra il 1319 e il 1350, si ebbe anche a Trieste – secondo la ricostruzione del Kandler – la “serratura“: “I veneziani la decretarono nel 1297; Pirano la volle nel 1300; poco stante avvenne altrettanto delle altre città istriane” e ciò portò ad un cambiamento sostanziale dei poteri dei membri del Consiglio, che durarono in carica per tutta la vita. Il diritto di governare divenne così ereditario, all'interno di un gruppo di famiglie che vantavano discendenza dai decurioni dell'età romana.

All'interno del “Maggior Consiglio“ venivano scelti 40 membri i quali formavano il “Minor Consiglio” (o “della Quarantia“ o “dei Pregadi”): questo Consiglio aveva compiti consultivi e preparava i testi degli statuti e le disposizioni che poi venivano discusse ed approvate dal Consiglio Maggiore.

L'esistenza del Consiglio, che controllava inoltre la politica esterna e militare, nonché quella economica, non escludeva formalmente la possibilità di convocare il popolo nella “arenga“ o nella piazza, o in una chiesa, ma né il podestà, né i rettori potevano convocare la arenga senza il permesso del Consiglio e senza aver comunicato prima l'argomento su cui volevano chiedere il voto dei cittadini.

Questa condizione di totale dipendenza del popolo dalla ristretta oligarchia al potere è così sintetizzata dal Caprin: “Raccolto il popolo negli arenghi, gli si comunicavano le più importanti deliberazioni dei due consessi e le sentenze penali”.

1340 – 1345

I territori dell'Istria sono soggetti a continui saccheggi da parte di bande calanti dal carniolino o da Veglia. Le devastanti incursioni, particolarmente frequenti nelle regioni centrali, continuano per decenni con tragiche conseguenze, come emerge da un documento ufficiale del 1375: “Tota Istria dici potest deserta“. Godono di una certa protezione solo i centri costieri, grazie alla presenza di Venezia, che controlla ormai anche la zona sud-occidentale, con l'importante porto di Pola; contemporaneamente Venezia doma definitivamente la ribellione di Capodistria.

1348

Un rogito notarile menziona la “platea magna comunis ante domum judeorum”: è la casa “in qua ebrei tenent banchum“. Evidentemente nel Duecento e nel Trecento vivevano già a Trieste feneratori ebrei; almeno fino al 1350 essi operarono parallelamente a banchieri fiorentini: la presenza di questi è menzionata infatti negli statuti cittadini del 1350.

“Si può pensare” – affermano Cervani e Buda – “che agli ebrei fosse riconosciuto uno stato giuridico non diverso, nella sostanza, da quello degli altri abitanti“.

La posizione di Trieste si fa sempre più difficile a causa del predominio veneziano su tutto il nord-Adriatico e sui porti dell'Istria.

1350 – 1352

In questo periodo circola in città una falsificazione del documento di Lotario II del 948: secondo questo testo, falsificato dalla Cancelleria comunale, il destinatario dell'atto di Lotario II sarebbe stato il Comune e non il vescovo. Per di più la falsa donazione al Comune era fatta precedere dalla concessione di una “perpetua libertas et franchisia”.

I seguaci del potere comunale si servono di questo documento falso per inficiare come illegittimo tutto il trisecolare governo dei vescovi, in un momento in cui il vescovo Negri reclama le sue immunità e il patriarca Nicolò, spalleggiando il vescovo, pretende di imporre la sua signoria facendosi nominare dall'imperatore vicario imperiale a Trieste. In questo periodo la città viene indicata nel diploma di Carlo IV di Lussemburgo quale “città friulana“.

1355 – 1356

Trieste, dopo aver cercato di liberarsi dal controllo di Venezia avvicinandosi alla lega tra Ludovico d'Ungheria, il patriarca di Aquileia e i conti di Gorizia, ritorna sotto l'egemonia della Serenissima. A questi cambiamenti continui di rotta, si aggiunge la guerra contro Capodistria, causata dal fatto che i triestini avevano chiuso la strada istriana dei carsi per “voltare” con forza i “salmari“ a prendere la via triestina e scaricare qui le loro merci. L'economia della città non è certo molto florida in questo periodo: mancano grandi possedimenti fondiari e società commerciali. Oltre all'industria del sale, settore nel quale vi è la forte concorrenza delle città istriane, la città può contare su alcuni prodotti agricoli, quali il vino, l'olio e la frutta. Ben poche navi, tra quelle che uscivano dal piccolo “mandracio”, andavano più in là dell'Alto e Medio Adriatico: per la maggior parte erano veneziane ed andavano a Venezia.

Nel tentativo di ampliare i pochi scambi commerciali fu eretto un fondaco per i “salmari“ slavi e tedeschi e fu imposto ad una parte dei “meseti” l'uso del tedesco.

1364

Il passaggio di Ugo di Duino, non più vassallo dei patriarchi, sotto la protezione del duca d'Austria rende la situazione della città ancor più complessa: i rapporti di Trieste con le potenze vicine diventano ora molto tormentati. Come ricorda il Lonza: “Appoggiandosi ai suoi vicini d'oltre Alpe, Trieste avrebbe certamente trovato in essi e nella loro politica di espansione verso l'Adriatico un valido appoggio contro Venezia, ma sarebbe anche andata incontro ad una non meno sicura perdita della sua indipendenza. In questa questione, lo stato aquileiese è il solo che non possa costituire per lei una seria minaccia, poiché le terre del Duinate lo tagliano fuori dal suo territorio, mentre le terre patriarchino-istriane con lei confinanti si riducono alla piccola Muggia. È vero che esso è anche il più incapace di prestarle un valido aiuto, ma Trieste specula sempre sull'antagonismo delle due potenze maggiori, quasi sola forza ormai, in questi ultimi tempi, che fa vivere lo stato aquileiese. Il patriarca poi può far valere sulla città i suoi diritti di cui ha ottenuto conferma con il diploma imperiale del 1354“.

1366

Quando nella Basilica di Aquileia l'ultimo grande patriarca Marquardo di Randebeck celebra la sua prima messa, la relazione ufficiale della cerimonia, elencando gli intervenuti, annovera il Comune di Trieste non tra le “communitates Forojulii”, ma tra i potentati esteri, a fianco dei Visconti e della repubblica veneziana.

1369

Gli scontri tra Venezia e Trieste riprendono: dopo aver chiesto aiuto inutilmente a tutti i potentati vicini offrendosi in sudditanza – all'imperatore Carlo IV come ai conti di Gorizia, a Genova come ai carraresi – i triestini si offrirono al duca Leopoldo d'Austria, il quale pretese, in cambio del soccorso, una dedizione completa con la quale la città accogliesse lui ed i suoi successori quali “veros naturales et hereditarios dominos“.

La città, come dice il Tamaro, “s'era posta nel trivio offrendosi a tutti” ed alla fine le pretese del duca Leopoldo furono accolte, ma ciò non cambiò le sorti della guerra in quanto le truppe austriache vennero sconfitte dai veneziani, che espugnarono la città e iniziarono la costruzione del “Primo Castello“ per garantirsene il controllo militare: il castello sorse sul prato di Caboro presso San Giusto e da qui trasse il suo nome.

Il Comune fu così sottomesso completamente al dominio di San Marco, anche perché il duca d'Austria preferì cedere, dietro compenso in denaro, ogni diritto sulla città. Finì così, secondo il Tamaro, “l'indipendenza secolare del Comune”. A quest'epoca il Comune conta circa settemila abitanti. Questa cifra va presa comunque con grande cautela, in considerazione dell'incertezza e della contraddittorietà degli scarsi dati a disposizione.

1380 – 1381

La città è coinvolta nella “guerra di Chioggia“ tra Genova e Venezia. I genovesi, alleati con baroni e soldati friulani alle dipendenze del patriarca d'Aquileia, costringono i veneziani ad abbandonare Trieste, che è attaccata dal mare e da terra: lo stesso patriarca di Aquileia, Marquardo, ordina la “redenzione” di Trieste e la sua incorporazione nei territori del Friuli per prevenire ogni eventuale pretesa da parte del duca d'Austria.

1381

Con la Pace di Torino, che concluse la guerra tra Genova e Venezia, la repubblica di San Marco rinunciò a tutti i suoi diritti sulla città, tranne la solita regalia del vino e l'omaggio ad ogni nuova elezione del doge. Furono anche riconosciuti a livello internazionale il passaggio della città sotto il dominio dei patriarchi di Aquileia e la sua annessione alla “Patria del Friuli“. Con la pace, inoltre, il Comune di Trieste si impegnò a ratificare le convenzioni strette dal patriarca con la repubblica di Genova, che conquistò così diritti paralleli a quelli esercitati da Venezia nei confronti delle città istriane. Il de Vergottini parla di un “vicedominio genovese a Trieste”.

1382

Alla morte di Marquardo scoppiano gravi contese tra le diverse fazioni che aspirano al dominio sul Friuli: Trieste, coinvolta negli scontri, cade sotto il dominio di Ugo di Duino, uomo di Leopoldo d'Asburgo, che se ne impossessa con un colpo di mano. In questa condizione critica la città decide di riconoscere come suo signore Leopoldo d'Austria, che non aveva dimenticato i diritti conquistati nel 1369 con la prima “deditio“. Questo passo era stato determinato anche dal persistere nella città di violenti scontri tra le fazioni cittadine, scontri che sarebbero durati ancora per anni con grande vigore.

Con la “deditio” di Trieste al duca d'Asburgo ha fine da un punto di vista formale l'autonomia del Comune: in realtà in cambio il Comune vede riconosciuta dal signore feudale, come d'uso, a titolo di beneficio tutta una serie di diritti acquisiti. Inoltre il duca si impegna per sé e per i suoi seguaci a non dare Trieste in feudo né di venderla ad alcuno: sarebbe sempre rimasta unita alla Corona ducale dell'Austria. Secondo de Vergottini, non si può parlare a proposito di questa deditio di un effettivo governo austriaco sulla città, in quanto era previsto il mantenimento di numerose consuetudini, quali ad esempio il diritto di eleggere liberamente i propri Consigli ed i propri magistrati. Il duca d'Austria, inoltre, si impegnava solennemente a “fideliter regere et manutenere ac gubernare secundum formam statutorum et consuetudines dicte Civitatis“ – tutte “libertates” che le dedizioni a Venezia nel 1369 ed ai patriarchi nel 1380 non prevedevano.

Fino a tutto il 1550 gli statuti così riconosciuti vennero mantenuti sostanzialmente intatti.

Si trattò in sostanza per il de Vergottini di un'unione personale con il principe e non di un'unione territoriale con lo stato austriaco: il periodo “austriaco“ avrebbe avuto inizio solo nel 1468.

Trieste, secondo questa interpretazione, riprendeva con questo atto politico e diplomatico il suo tradizionale particolarismo, il suo vecchio municipalismo.

1389

Verso la fine del secolo la situazione ai confini orientali si aggrava: dopo la battaglia di Kosovo Polje, che vede la rovina dell'aristocrazia serba, i turchi si spingono da una parte verso nord (Vienna, Budapest), dall'altra verso l'Istria e Trieste 3). Questa spinta espansionistica durò fino a tutto il XVI secolo ed ebbe come base la Bosnia. Nella chiesa di Repentabor (Monrupino) si conservano ancora delle spade strappate ai turchi durante una delle loro periodiche incursioni: tra il confine settentrionale bosniaco e Trieste la distanza veniva coperta in una sola giornata a cavallo!

1410 – 1411

Approfittando della crisi sempre più grave in cui versava ormai il patriarcato di Aquileia, il Comune della città cerca di crearsi spazi di libertà in politica estera, intervenendo nella contesa tra l'imperatore Sigismondo di Lussemburgo, che aveva invaso il Friuli, e Venezia. Il suo peso è, però, ben poca cosa e il duca Ernesto d'Austria obbliga la città ad occuparsi soltanto dei suoi problemi interni.

1414

Viene stipulata la prima convenzione (“condotta”) tra un banchiere ebreo ed il Comune. È una relazione di pubblico interesse che ricalca un tipo di contratto abbastanza comune a quel tempo nelle regioni dell'Alto Adriatico: lo aveva concluso Salomon “Zudìo“ da Norimberga. Il contraente è difeso per legge da ogni violenza, minaccia o insulto: può contare, tra l'altro, sulla cooperazione dei macellai per la “schechità” (macellazione rituale) e gli viene anche concesso “il suo solito cimiterio“. Durante il XV secolo, nei documenti giunti a noi, i riferimenti ad ebrei si faranno sempre più frequenti.

1419 – 1420

Dopo anni di guerra Venezia porta a compimento la conquista del Friuli e di Aquileia: il potere temporale del patriarcato di Aquileia è così definitivamente tramontato.

La principale funzione storica del patriarcato era stata quella di fungere da passaggio e da mediazione tra gli stati della penisola italiana e gli stati transalpini: la perdita della costa istriana ed il lento affermarsi del Parlamento friulano lo avevano trasformato in uno stato unitario e regionale. La sua scomparsa porterà molto più direttamente di fronte il mondo transalpino e la penisola italiana.

Intorno agli stessi anni Venezia porta a compimento la conquista dell'Istria e assoggetta Muggia, verso la quale Trieste aveva ripetutamente ma inutilmente cercato di espandersi. Nello stesso tempo le armate di San Marco assoggettano il Friuli orientale fino al basso Isonzo, cioè fino alle terre dei conti di Gorizia: per quasi quattro secoli – cioè fino al trattato di Campoformio del 1797 – non muterà sostanzialmente la carta geografica di quei territori che quasi un secolo dopo saranno definiti da Graziadio Isaia Ascoli con il nome di “Venezia Giulia”.

1420 – 1424

Continuano in città i tentativi di opporsi al controllo della casa d'Austria. Nel 1424 una congiura di un gruppo di nobili e di popolani contro il duca d'Austria si conclude nel sangue, con l'impiccagione dei capi, Donato Scarpion e Nicolò Urizio 4). La situazione economica della città, soprattutto all'indomani della caduta del patriarcato di Aquileia in mano ai veneziani, è in grave crisi. Documenti del tempo parlano anche di una preoccupante scarsità di manodopera agricola nel contado – o, come si diceva allora, nel “distretto“ – che favorì il richiamo di altri elementi rurali slavi dal vicino Carso. Doveva trattarsi di una manodopera molto attesa, dal momento che il Comune faceva suonare a sue spese pifferi e trombette: “Sotto la logia ali sciavu como è usanca” (1449).

1438

Viene eletto imperatore Alberto d'Asburgo, della casa d'Austria: a partire da questa data la carica imperiale toccherà sempre ad un rappresentante della casa d'Asburgo fino agli inizi del XIX secolo, cioè fino a quando Napoleone dichiarerà decaduto l'impero.

1439

Nel frattempo diventava sempre più pressante per la sopravvivenza economica della città assicurare, attraverso la via dei carsi, il transito dei salmari (o “mussolati“) provenienti dall'Austria, dalla Carniola, dall'Ungheria, che approvvigionavano la città di prodotti quali grani, farine, carni. Questi mercanti trovavano però più utile far scalo a Capodistria, dove Venezia assicurava ottime condizioni fiscali e tariffarie, oppure a Muggia.

Trieste tentò la via delle armi e quella della diplomazia, ma il tentativo di convincere l'arciduca d'Austria a voltare il corso delle mercanzie verso Trieste e ad impedire la libertà di scambi ai mercanti che transitassero per la città fallì completamente. In conseguenza di ciò aumentò il numero di coloro che ritenevano più utile per il Comune passare sotto il dominio di Venezia, né mancarono negli anni successivi dei colpi di mano in questa direzione.

1441

Il controllo di Trieste viene però considerato di grande importanza dagli Asburgo, al punto tale che l'arciduca d'Austria, divenuto imperatore, si fa concedere dal pontefice il diritto di “presentare” Trieste e fa designare a quella cattedra il suo cancelliere imperiale, Enea Silvio Piccolomini, il futuro papa Pio II.

1441 – 1461

L'opera di pacificazione del nuovo vescovo e le pressioni dell'imperatore non bastano però a calmare le acque in città, dove anzi riprendono gli scontri con i carniolici nella speranza di controllare l'agognata “via maledetta“ dei traffici.

Infine, il tentativo di limitare l'importazione del grano a Capodistria e di proibire che venisse da mercanti carniolici, scatenò la reazione di Venezia (1461), che vietò a tutti i suoi sudditi ogni forma di commercio con Trieste.

I rapporti con la città di San Marco si fecero molto tesi, con esiti gravissimi per Trieste, soprattutto per il fatto che Venezia controllava ormai tutta l'Istria e il nord Adriatico ed esercitava di fatto un monopolio su tutti i traffici.

febbraio – novembre 1463

Gli istriani, aiutati dai veneziani, assediano Trieste. La città è salvata dalla distruzione per intervento del pontefice, Pio II Piccolomini. Nella totale assenza dell'imperatore Federico III, Venezia impone ancora una volta gli obblighi di regalie nei confronti del doge e pesanti restrizioni nel commercio del sale. Le autorità ducali dell'Austria dichiarano di riconoscere tali restrizioni.

1468

La sconfitta contro Venezia lascia in eredità violenti conflitti interni, che indeboliscono sensibilmente le istituzioni comunali, soprattutto a causa delle continue sedizioni ora di gruppi favorevoli alla causa imperiale ora di quelli favorevoli alla causa veneziana. Alla fine, approfittando di queste sanguinose lotte interne, Federico III d'Asburgo ottiene una ennesima “dedizione” completa della città.

Questa volta, però, la resa è totale e il Comune accetta la rinuncia, la “abdicazione e consegna all'imperatore del reggimento e del governo sino allora goduto“. E questo, come recita il documento ufficiale, “non per dolo, né per timore, né per suggestione alcuna, sì bene per unanime consenso, con franca spontaneità, semplicemente e liberamente”.

Il controllo completo della città da parte degli Asburgo trova il suo coronamento nella costruzione della “Fortezza“, destinata a diventare la sede stabile del “Capitano”.

La dedizione del 1468 segna la scomparsa definitiva di quelle autonomie istituzionali di cui fino ad allora la città aveva ampiamente goduto: il Tamaro commenta l'avvenimento parlando della trasformazione di Trieste da Comune italiano a Comune “di tipo austriaco“5).

1469 – 1470

L’atto di dedizione ai duchi d’Austria dell’anno precedente non ha posto fine ai violenti contrasti tra i fautori della Serenissima ed i fautori degli Asburgo. La precaria situazione interna precipita allorché un gruppo di fuoriusciti, al ritorno da un periodo di esilio a Venezia, induce i governanti del Comune a rinnegare la “Carta di abdicazione”, offrendo la sottomissione alla repubblica veneta.

La reazione dell’imperatore Federico III non si fa attendere: nell’agosto del 1469 un durissimo intervento militare reprime nel sangue la ribellione della città, che viene messa a sacco.

Ma Trieste in quegli anni deve guardarsi anche da un’altra minaccia: circa 8.000 turchi, infatti, arrivano fino alle porte della città, incendiando e depredando i paesi circostanti (Prosecco, Santa Croce, Duino). “Quest’anno 1470,“ – riporta Vincenzo Scussa – “otto mila turchi a cavallo, usciti dalla Bossina, arrivarono a Buccari, d’indi a Grobnich, Clana, Castelnovo, Basovizza sopra Trieste. Questi abbrugiarono Prosecco, Duino, Montefalcone, e, passati il fiume Lisonzo e depredato il Friuli, carichi di preda, con gran gente fatta schiava, ritornarono al lor paese, abbrugiando e depredando”.

Il fatto si inserisce nella prima fase delle guerre tra Venezia e la Sublime Porta, caratterizzata dall'occupazione diretta della Bosnia (1463), fino a quel momento dipendente da Bisanzio solo attraverso un rapporto di formale vassallaggio. Le scorrerie turche nelle vicinanze di Trieste cesseranno solo dopo qualche decennio.

1471

Federico III decide la costruzione della “Rocca fredericiana“, per difendere la città dal pericolo incombente dei turchi: nello stesso anno un'incursione turca era giunta fino alla porta di Riborgo.

Il controllo della città diventa per lui molto importante nell'ottica del mantenimento dei rapporti commerciali con il regno di Napoli, e come base utile per controllare il Veneto e il ducato di Milano.

1475 – 1485

I pericoli esterni non impediscono che la città continui ad essere in balia di fazioni interne: ripetutamente scoppiano tumulti per riportare la città sotto la Signoria di Venezia. Gli odi civili erano così forti che nel 1485 esuli triestini e pordenonesi arrivarono al punto di guidare truppe ungheresi all'assedio della città.

1490 – 1493

Non stupisce quindi che Trieste venga accusata ripetutamente dalla corte imperiale di pervicace ostilità, come testimonia il segretario di Federico III d'Asburgo, Pietro Bonomo: “Voi tutti ogni zorno doventate più inobedienti et quasi non volete riconoscere il re per vostro superiore”.

Federico III cercò di migliorare i rapporti con la città intervenendo contro i carniolici e imponendo loro di commerciare con Trieste. Nel contempo appaltò al Consiglio, in cambio di denaro, il diritto di elezione di due vicedomini comunali.

Puntuali furono anche i suoi interventi sulla condizione giuridica degli “zudii“, che fino a quel momento erano stati soggetti soltanto al Comune. In un messaggio inviato al capitano Balthazar Dürer, l'imperatore si riferisce ai “nostri ebrei”, con l'ordine di controllare scrupolosamente che gli ebrei portino il “segno giallo“ distintivo, “a scanso di incorrere in una multa di dieci ducati, la metà per noi e l'altra metà per te; portino adunque il segno come si usa nelle altre nostre terre italiane”. L'anno successivo intervenne nuovamente presso il capitano, ma questa volta come difensore e garante degli interessi di una donna ebrea di nome Jachant, vedova del “benemerito medico Salomone“.

Inizi XVI secolo

Nei primi decenni del Cinquecento la posizione di Trieste è resa molto debole da una contraddizione di fondo che il Tamaro così sintetizza: “Il non voler appartenere allo straniero che teneva la terra [Carniola], né alla potenza che dominava il mare [Venezia] causava la meschinità economica della città […]. La città, per prosperare, o doveva essere parte intrinseca e importante d'una grande unità politica, o essere in grado di dettar la sua volontà economica al retroterra. Non era né l'una, né l'altra cosa”.

1508 – 1514

La repubblica veneta si trova coinvolta con alterne fortune nelle lotte tra l'impero e il re di Francia per il predominio in Italia. In questo frangente anche Trieste entra in guerra e viene ancora una volta conquistata dai veneziani, con grande tripudio di buona parte della popolazione. L'occupazione dei veneziani, però, dura poco e dopo la rovinosa sconfitta di Agnadello il senato veneto è costretto a riconsegnare in perpetuo la città alla casa d'Austria (1509). A questo periodo risalgono documenti che attestano privilegi e contratti stipulati tra l'autorità e cittadini ebrei, cui viene concesso diritto di residenza e libertà di commercio. Un esempio è dato da un privilegio concesso nel 1509 dall'imperatore Massimiliano ad Isacco fu Aronne di Marburg (antenato dei Morpurgo). L'ubicazione del primo insediamento della comunità è identificato dal Kandler nella zona della Barriera Vecchia: il luogo veniva chiamato “Giudecca-Pondàres“. Successivamente, nel corso del secolo, gli ebrei abitarono nella corte Trauner. Gli attacchi della flotta veneta, appoggiata da navi istriane, continuarono ancora per anni, anche dopo Agnadello, seminando morti e rancori; la situazione divenne ancora più tragica a causa di un'epidemia di peste e di un terremoto che causò gravi danni al tessuto urbano.

Solo nel 1514 le attività belliche terminarono e lasciarono una città completamente disastrata e una popolazione decimata.

1518

La funzione di Trieste è sottolineata con forza da Pietro Bonomo, vescovo della città e uomo di fiducia dell'imperatore, che la celebra come “antemurale ad provinciam Carniolae” e come “verum emporium“ della Carsia, della Carniola, della Stiria e dell'Austria 6): fu suo il progetto, accolto da Massimiliano I, di staccare Trieste da ogni nesso con gli stati ereditari e di assegnarla a Carlo, come re di Spagna e di Napoli. Bonomo, infatti, la cita come appartenente alla corona di Spagna: “quia Coronae Hispaniae est”.

1519 – 1522

Carlo V d'Asburgo, eletto imperatore, nomina il fratello Ferdinando arciduca d'Austria e gli cede, con gli stati ereditari austriaci, anche Trieste: il progetto di Bonomo finì così dopo breve tempo.

Con i “Capitoli di Worms“, sanciti dalla Dieta imperiale, vengono definiti i confini politici e statali tra la repubblica veneta e l'arciducato d'Austria, che annovera tra i suoi possessi ereditari le contee di Gorizia e d'Istria, il ducato di Carniola, le città di Trieste e Fiume: questo confine “austro-veneto” – così lo chiama Valussi – riconfermò senza sostanziali modifiche il confine delineato nel 1420, all'indomani del crollo del patriarcato aquileiese.

Nei diplomi di Massimiliano e di Carlo V Trieste compare come “res publica“, cioè come stato autonomo, direttamente dipendente solo dal sovrano.

Nei decenni successivi, la lotta contro i turchi e contro i riformati nei paesi di lingua tedesca avrebbe allontanato l'attenzione politica degli Asburgo dalla città e dall'Adriatico.

1520 – 1522

I documenti parlano del ripetersi di molestie a danno degli ebrei ad opera “massime nella juventude, la quale è molto discorretta neli virtuosi costumi”: la situazione è tale che devono intervenire lo stesso capitano e gli “Judici“ a tutela della comunità minacciata.

Le violenze si scatenavano soprattutto durante la settimana santa: in questo periodo gli ebrei, per disposizione ecclesiastica, dovevano rimanere chiusi in casa e non affacciarsi alle finestre durante le processioni per non offendere Dio.

La condizione degli ebrei a Trieste era comunque meno umiliante di quanto fosse generalmente in Italia: quando il papa Paolo IV impose, nel 1555, che gli ebrei fossero rinchiusi nei ghetti, a Trieste non si ebbe alcuna iniziativa in questo senso.

1534

Il vescovo di Capodistria Pier Paolo Vergerio avverte preoccupato che Trieste è una pericolosa zona di diffusione della “peste” luterana a causa del continuo traffico di forestieri, soprattutto tedeschi: qualche anno dopo lo stesso Vergerio avrebbe abbracciato la fede riformata.

1540 – 1550

A questo decennio risalgono le prime testimonianze di predicazioni protestanti in città. Ne sono autori, tra gli altri, due frati e alcuni alti magistrati. Questi ultimi vengono arrestati e imprigionati per luteranesimo, ma sono poi graziati da Ferdinando d'Asburgo. Dagli atti di un processo per eresia celebrato a Venezia nel 1541 sappiamo che il vescovo Pietro Bonomo si preoccupa che a Trieste le turbe siano ancora “avviluppate nell'antico errore delle cerimonie e dei soliti abusi“. Lo sviluppo della predicazione protestante ha notevole importanza anche da un punto di vista socio-culturale per le popolazioni slovene. Da ricordare la figura del prete sloveno Primo Trubar, che fu canonico a Lubiana e che, dopo aver abbracciato la fede luterana, tradusse in lingua slovena le Sacre Scritture: per questo è ricordato anche come il “Lutero sloveno”. Nei decenni successivi vengono compilati e stampati i primi libri in lingua slovena (catechismi, abbecedari, …), che daranno origine alla letteratura slovena.

1550

L'arciduca Ferdinando I, nel rinnovare gli antichi statuti triestini, che risultavano ormai oscuri ed incerti, soprattutto di fronte ai problemi derivati dai continui scontri di potere tra Consiglio e capitano, impone un rafforzamento del potere arciducale. I risultati furono però ben scarsi: cinque anni dopo il poeta Andrea Rapicio vide la “città far baccanale con le armi fratricide e giacere esausta di forze“.

Lo stesso Rapicio, divenuto vescovo nel 1565, sarebbe stato vittima di queste discordie, morendo avvelenato nel 1573.

1563

Il conflitto della città con la Carniola, che continua a commerciare privilegiando l'Istria veneta, raggiunge la massima intensità, anche perché sulla città pesavano otto anni di carestia, al punto tale che mancava il pane “nella piazza e nelle case”: il tentativo di interrompere con la violenza gli scambi tra il retroterra e i porti veneti e istriani porta ad una dura repressione da parte delle autorità imperiali.

Questa volta, però, le reazioni degli Asburgo si inseriscono in un contesto nuovo, determinato dalle incursioni sempre più gravi dei pirati uscocchi – il nome deriva dal termine serbo-croato “uskok“ che significa “fuggiasco” – che minacciavano ormai tutte le popolazioni che si affacciavano sull’Adriatico. Gli Asburgo che in un primo momento, per mettere in difficoltà le navi turche, avevano concesso asilo sulle coste liburniche a quei profughi albanesi, bosniaci e croati fuggiti dalle terre ottomane, ora furono costretti a cambiar strategia.

Un primo tentativo di risolvere il problema della libertà di navigazione nell'Adriatico è fatto alla conferenza di Cormòns, dove viene accolto da tutte le delegazioni presenti – Andrea Rapicio tenta inutilmente di far riconoscere il mare “comune e libero a tutti“ – il progetto veneziano, mirante ad assicurare l'assoluta sovranità della repubblica di San Marco, che vede riconosciuto il diritto di sequestrare tutte le navi che navighino senza “bolletta”, cioè in contrabbando e senza concessione.

1563 – 1579

Come racconta il Tamaro “il commercio marittimo di Trieste, assillato dai gabellieri che sorvegliavano il mare, rimase alla mercé delle licenze e delle concessioni veneziane; quello terrestre alla mercé delle ostilità dei Carniolici e, in generale, degli Austriaci“7). In questa situazione di blocco per terra e per mare si spiega il tentativo dei triestini di allargare le loro saline “stringendo la bocca della Rossandra e serrando la valle di Zaule […] presso Muggia, fuori della loro giurisdizione e in violazione agli accordi firmati con Venezia nel 1463”. La reazione di Venezia fu immediata: un “ducale“ ingiunse al podestà di Capodistria di distruggere le nuove saline, il che fu compiuto da due galere “in pochissimo spazio di tempo”. Allora, anche a causa della scarsità dei commerci, l'“industria del sale“ era considerata ancora dai triestini come la più importante fonte di ricchezza; un dazio protettivo deciso dalle autorità arciducali nel 1584 portò in un primo momento qualche aiuto al commercio, ma ben presto veneziani e carniolici aggirarono il problema intensificando il contrabbando e i legami con i porti dell'Istria.

1588 – 1597

Il vescovo triestino Coret si vanta di aver eliminato totalmente il luteranesimo a Trieste, ma l'atmosfera di intolleranza non accenna a diminuire, ed anzi ne fanno le spese anche i membri della comunità ebraica. A loro difesa devono intervenire nuovamente i giudici e il Consiglio generale della città, che ottengono dallo stesso arciduca Carlo la revoca degli editti di sfratto che avevano espulso dalla città – verso Muggia e verso Capodistria – i prestatori ebrei: nel 1597 il conte Nogarolo, capitano della città, coordina le direttive dell'arciduca in un bando comunale volto a garantire l'integrità fisica e morale dei membri della comunità.

1599

Il secolo si chiude con prospettive poco rosee evidenziate dagli ennesimi scontri con i veneziani: in seguito agli aiuti dati dai triestini agli uscocchi, nonché ai soliti tentativi di forzare la strada dei carsi e al contrabbando del sale, perseguito con tenacia per sostenere gli scambi con l'entroterra, Venezia interviene imponendo il blocco navale. Un altro blocco sarà imposto negli anni 1609 – 1610.

XVII secolo

Secondo il Tamaro “la storia del Seicento è una pallida ripetizione del secolo precedente. Nulla di essenzialmente nuovo, se non un'accentuazione degli elementi friulani della città. Mancano alcuni conflitti coi vicini: ad es. coi duinati. Nel resto, ritornano le solite vicende: lotte contro i capitani imperiali e continui affanni per attirare i carniòlici nel porto”. Per di più il secolo si apre con un'epidemia di peste, che causa la morte di circa 1.500 abitanti.

1615 – 1617

Le continue violazioni da parte dei triestini degli accordi che regolavano il commercio del sale portano allo scoppio di una altra guerra, detta “di Gradisca“ o “degli Uscocchi”, che vide alla fine schierati uno contro l'altro Venezia e gli austriaci, spalleggiati dai triestini. Le ripetute incursioni di truppe mercenarie venete nei territori del Comune non portarono però a conseguenze durature, né i veneziani riuscirono a conquistare Gradisca, nonostante il lungo assedio che portò al grave deterioramento del celebre castello, eretto nel XV secolo con la collaborazione di Leonardo da Vinci.

Alla fine della guerra, la Pace di Madrid sanziona lo status quo nel Friuli, frustrando il tentativo veneziano di rompere a suo favore gli equilibri sanciti a Worms cent'anni prima. Viene rimandata ad altri tempi la discussione sul problema della libera navigazione nel mare Adriatico, mentre gli Asburgo si impegnano a por fine alla presenza degli uscocchi in questo mare. Trieste, oltre ai danni causati dalle attività belliche, deve subire una gravosa limitazione dei suoi diritti di commercio.

1630 – 1670

In questo periodo la città, aiutata dai dazi protettivi posti dagli arciduchi e soprattutto grazie alla paralisi che Venezia subisce nell'Adriatico a causa dei turchi, guadagna una posizione di prevalenza su Capodistria e sviluppa i suoi commerci.

Nonostante questi progressi, gli equilibri politici non mutano e la ristretta oligarchia al potere – sempre pronta a rivendicare la sua origine “romana“ – continua imperterrita a chiedere ad ogni piè sospinto la riconferma dei vecchi privilegi e di quelle leggi statutarie che da secoli li garantivano.

Questo rigido conservatorismo si manifesta anche in campo sociale e nei rapporti con gli abitanti sloveni del contado e delle zone limitrofe, nei cui confronti è perseguita una dura politica di segregazione. Troviamo una testimonianza di questi meccanismi discriminatori in una pagina di una cronaca del tempo: “Di Serraglio Domenico abbenché non triestino conviene tenersene memoria. Non ci consta la sua patria che sospettiamo del Carso goriziano, e che d'origine forse slavo, avendo italianizzato il cognome Sraglia in Sraglio e Serraglio, come da molti slavi veniva seguito quest'uso, […] venne promosso a canonico di questa cattedrale nel 1631”. La difesa della cosiddetta “italianità“ imponeva anche una uniformità di lingua, che non era la lingua “italiana” evidentemente, ma il dialetto parlato in città. Storicamente il dialetto “triestino“ si era costituito in corrispondenza dell'oscillare della città tra il Friuli e l'Istria veneta.

Secondo il Sestan, “che il friulano, cioè quel parlare romanico nel quale si era venuta sviluppando la latinità di Trieste, fosse la base del suo dialetto, non pare dubbio; ma su questa si innestano influssi veneti, che non è detto debbano essere tutti veneziani e diretti, ma possono anche essere il riverbero in Trieste della venezianità istriana. Certo questa influenza veneziana sul dialetto della città non pare abbia uno sviluppo continuo ed uniforme; pare più forte nel '400 che non nei due secoli precedenti, ma pare che abbia perduto terreno nel tardo '500 e nel '600, a meno che non si voglia ammettere (il che è probabile) che la vernice veneta fosse più appariscente nel dialetto parlato dalle classi più elevate, mentre l'impronta friulana, sia pure con sue caratteristiche locali, fosse più tenace nelle classi popolari”.

1633

Una politica daziaria in chiave protezionistica è condotta con grande rigore, a tutela dei prodotti interni. Ne è significativa testimonianza la reazione popolare contro il tentativo dei gesuiti di introdurre in franchigia due (!) botti di vino: “Concorse il magistrato con tutto il popolo sollevato […] ed arrivati al carro levarono i turaccioli alla botte. Ciò eseguito corsero alla barca ove era l'altra botte del bianco, la quale fracassata in pezzi, volevano anche spezzare la barca“. Si temeva evidentemente che, evitato il dazio, entrasse in crisi la produzione vinicola di cui molti ancora vivevano.

L'arrivo dei gesuiti in città suscita non poche proteste in quanto l'imperatore ha concesso loro esenzioni da certi dazi e speciali sovvenzioni nonché la possibilità di aprire un collegio.

Per di più, grazie ad abili speculazioni immobiliari e fondiarie in pochi anni i gesuiti riusciranno a costituirsi un vasto possesso nella città e nel circondario. La loro presenza fu vissuta dai patrizi come una “longa manus” della corte viennese e vi furono diversi tentativi di boicottare le loro iniziative, soprattutto in campo educativo e scolastico. La presenza dei gesuiti a Trieste, d'altra parte, si inseriva nel più ampio contesto della politica controriformistica portata avanti in quel periodo dalla chiesa e dagli Asburgo. Politica che portava ai risultati più diversi, quali da una parte l'ampio sviluppo dell'architettura religiosa – basterà ricordare la imponente chiesa di Santa Maria Maggiore –, dall'altra ad un vigoroso impegno nell'affermazione del primato della religione cattolica in una città nella quale i gruppi non cattolici erano numerosi e molto attivi.

1641

Dopo un lungo periodo in cui i rapporti tra la comunità ebraica e la cittadinanza erano stati sostanzialmente pacifici, appaiono le prime tensioni nel sentimento popolare, aizzato spesso dal clero. Cambia di riflesso anche l'atteggiamento delle autorità locali: ne è testimonianza la memoria riservata con la quale il governatore, conte Herberstein, “humilmente“ propone all'imperatore d'Austria Ferdinando II di imporre agli ebrei un segno distintivo – un “Capello in specie di color rosso o giallo” – e di costringerli entro “un ghetto separato come in ogni ben altro retto luogo s'osserva“. Per il momento non se ne fece nulla, ma qualche decennio dopo le autorità della città e gli stessi esponenti della chiesa avrebbero nuovamente fatto pressioni per modificare lo stato giuridico degli israeliti.

1660

Durante la sua visita a Trieste, l'imperatore Leopoldo I conferma i privilegi e gli statuti e promette di favorire lo sviluppo dei commerci. In realtà Vienna dimostrò uno scarso interesse per il potenziamento dell'emporio triestino; così, ad esempio, quando a partire dal 1674 fu ventilato, per iniziativa di un certo Gian Giacomo Becher, l'ambizioso disegno di introdurre in Austria i commerci con l'Olanda attraverso Trieste, le commissioni imperiali incaricate di approfondire lo studio del progetto nessun altro contributo forniscono che quello di rilevare la limitata capienza del vecchio porto, il Mandracchio, e di proporre in alternativa Buccari come sede più idonea di uno scalo franco per il commercio degli olandesi.

1674 – 1684

La situazione di grave ristagno economico e lo zelo del clero portano, tra l'altro, al deterioramento dei rapporti con la comunità ebraica; se ne fa portavoce anche il Consiglio dei patrizi, che impone agli ebrei di denunciare “tutti i crediti, stabili o livelli in loro possesso”, vietandone la cessione “a persone fuori della giurisdizione cittadina“. Dieci anni dopo, il Consiglio torna a chiedere, in una petizione firmata da 102 consiglieri, l'espulsione degli ebrei: “Dichiariamo che sij volontà publica et utile ancora publico, et di religione, che tal gente venga licenziata dalla città, stante li notorii publici scandali, et danni che causano, habitando in case de Christiani dispersi per le principali contrade della città, per le quali si fanno le processioni con il Santissimo, tenendo servi e serve et nutrici Christiane, possiedono più stabili di ogni cittadino, non portano segno, tutti li negozi da mercanzie sono in loro potere; introdottisi mendici in pochi anni hanno fatto facoltà grosse; il tutto con usure, contratti illeciti, et misure false, accumulati denari, hanno trasportato grossissime summe in stati alieni, sono causa di molti latrocini, comprando essi occultamente la robba robbata, parlasi publicamente et consta sopra più processi, che s'abbino commercio con Christiani, et molti altri delitti, che per brevità si tralasciano di nominare”. La sua richiesta non viene accolta.

Un altro segno delle penose condizioni in cui versa la città lo troviamo nell'iniziativa di un nobile genovese, il duca di San Pietro di Casa Spinola, che dichiarò formalmente all'ambasciatore cesareo a Venezia “che quando lo Aug.mo Padrone inclinasse di vendergli Trieste in sovranità che lui aplicarebbe“: il nobile aggiunse di essere a conoscenza che anche un altro genovese di nome Grillo aveva “fatto fare qualche tocco alla Corte sopra questa stessa compera”.

1683

Dopo due mesi di assedio da parte dei turchi, Vienna è liberata dall'esercito austriaco-polacco di Jan Sobieski. La penetrazione ottomana nel cuore dell’Europa subisce così un primo determinante arresto. Gli eserciti della Porta sono costretti, dopo tre secoli, ad arretrare verso Oriente.

La notizia della liberazione di Vienna è accolta a Trieste con profondo sollievo, come viene testimoniato dallo Scussa: “Le allegrezze di tanta liberazione si celebrarono solennissimamente in Trieste, li 29 Ottobre, festa delli gloriosi apostoli Simone e Giuda, con sbari la sera di mortaletti, e tanto fuoco in piazza pubblica, dove per troppo calore la colonna della quintana scoppiò, sicchè fu necessario, l’anno seguente, ponerne una nuova di minore grossezza però della prima“.

1692

Ireneo della Croce presenta al Consiglio municipale e al capitano la sua Historia Antica, e Moderna: Sacra, e Profana della città di Trieste, celebre Colonia de' Cittadini Romani. Vi compare l'immagine mitica di una “Repubblica” che, sia nel suo antico rapporto con Roma che in quello attuale con la casa d'Austria, ha sempre mantenuto la sua libertà.

Secondo il racconto del pio frate è la stessa origine “romana“ del suo patriziato, erede diretto dei cento decurioni della vecchia colonia, a garantire tale continuità d'assetto politico anche là dove mancano i documenti per provarlo. Il tutto sotto le ali protettive dell’impero cristiano che congiunge quello di Roma e quello degli Asburgo.

In questa ricostruzione tutta fondata sui vecchi miti, la stessa deditio del 1382 diventa atto spontaneo tra due soggetti di diritto che si presentano su di un piano di pari dignità e di pari potere.

Questa immagine fantastica della storia della città piacque molto al patriziato e diventò nei secoli successivi uno strumento ideologico per la conservazione del municipalismo e delle vecchie oligarchie: come ricorda Pietro Kandler, per molti triestini che amavano “le storie patrie, le origini romane, le tradizioni storiche, la nobiltà, la milizia, i dotti, i sapienti, le cronache erano il quinto Vangelo”.

1693 – 1697

Dietro suggerimento del vescovo di Trieste Giovanni Francesco Miller, l'imperatore Leopoldo I decide l'istituzione del ghetto. Vengono scelte come sedi dapprima la corte Trauner e successivamente, nel 1695, la Portizza di Riborgo (via delle Beccherie). Il nucleo di ebrei ammonta a circa 60 persone.

Poco dopo aver deciso l'istituzione del ghetto, Leopoldo I volle, con un nuovo “privilegio“, riconfermare tutte le guarentigie date dai suoi predecessori agli ebrei triestini, riconoscendo i meriti e la devozione alla casa d'Austria dimostrata dalla comunità in tempi di guerre e di pestilenze.

La difficile situazione economica esasperò l'atteggiamento della plebe contro gli ebrei, che vennero accusati di essere culturalmente ed economicamente stranieri e di aver rovinato con l'usura molta gente, tra cui i sudditi dei villaggi di Prosecco e di Contovello. La loro presenza costituiva in realtà una minaccia per i possessi fondiari dei patrizi, che a quel tempo venivano tutelati da ogni forma di concorrenza dagli stessi statuti.

In quel contesto di grande tensione contro i “perfidi” ebrei ricomparve la tradizionale accusa di compiere il delitto rituale, cioè di “haver cavato sangue ad un putto christiano“ per confezionare pane azzimo. La stessa accusa era stata rivolta ai primi cristiani dai pagani come pretesto per perseguitare la nuova setta.


1)
Così riporta la storiografia tradizionale, confermata da Calderini nella sua Aquileia romana (1930). Sulla fondatezza di tale indicazione sono emerse numerose indicazioni critiche: lo spoglio della documentazione epigrafica più recente ha evidenziato che mai l’appellativo “Venetia et Histria“ venne applicato alla “Regio X” istituita da Augusto. Scrive al riguardo Claudio Zaccaria: “In questi contesti non solo non compaiono mai nelle formule epigrafiche gli appellativi «Venetia et Histria» e «Regio X»“ – per quest’ultimo vi è un’unica eccezione relativa forse al censimento degli anni 73 – 74 d. C. – “ma si assiste significativamente alla frequente distinzione della parte occidentale della regione decima (per la quale si afferma l’accezione estensiva di «Venetia») da quella orientale («Histria»), spesso comprese in circoscrizioni diverse”.
2)
Intorno al 615 cadono nelle mani degli Slavi (e cambiano nome) alcune delle più importanti città dell’interno della penisola balcanica: Belgrado (Singidunum), Kostolac (Viminacium), Nis (Naissus), Sofia (Sardica). Durante le incursioni slave in Dalmazia viene distrutta Salona, centro amministrativo romano-bizantino: la parte occidentale della penisola esce dall’orbita politico-culturale di Bisanzio.
3)
La memoria dell’onta subita è rimasta sempre viva nei secoli nella popolazione serba. Un’interessante testimonianza è presente anche in uno degli edifici più significativi dal punto di vista architettonico dell’Ottocento triestino: palazzo Gopcevich. La facciata del palazzo, fatto costruire nel 1850 da Spiridione Gopcevich, serbo originario dell’Erzegovina trasferitosi a Trieste, è decorata con quattro sculture raffiguranti gli eroi della battaglia di Kosovo Polje, la zarina Milica, lo zar Lazar, Milos Obilic e la Kosovska devojka. Spiridione Gopcevich, venticinque anni più tardi, non esitò a vendere il palazzo e a lasciare ogni sua attività per far ritorno nella sua terra sollevatasi contro i turchi.
4)
Così rievoca l’episodio lo Scussa, pur con qualche incertezza sulla data: “Abbenchè la città di Trieste s’avesse data alla protezione della serenissima casa d’Austria, li magistrati però sempre andavano occulati, acciò dalla repubblica veneta non gli venisse repentina invasione. Ed accortosi dalla pratica che tenevano con veneti, Donato Scorpione e Nicolò Uriz, di Trieste, trattenuti li temerari con rigorosa inquisizione, e ritrovati rei felloni, furono sentenziati alla forca, uno sopra la torre Cucerna, e l’altro sopra la torre della Cella, l’anno 1404. […] Il caso proditorio tramato da Donato Scorpion e Nicolò Uriz, già descritto di sopra all’anno 1404, è riferito dal vescovo Rapizio nell’anno 1424, per averlo ritrovato nelle memorie capitolari di quell’anno”.
5)
Kandler riporta il testo della “Carta di abdicazione” con la quale, il 28 maggio 1468, la plebe, il popolo, i Nobili, il Consiglio, gli officiali ed i Giudici fecero “assegnamento, consegna, ed abdicazione al prefato Serenissimo Signore, Signor Federico, ai suoi eredi e successori Duchi d’Austria, del reggimento e del governo qualunque del quale finora abbiamo usato, così ed in modo, che da ora in poi il detto Signor nostro Serenissimo, il Signor Federico, i di lui eredi e successori Duchi d’Austria, sieno ed essere debbano nei tempi futuri ed in perpetuo veri naturali, ereditari ed irrecusabili Signori e proprietari della città e distretto di Trieste, dei diritti e delle pertinenze in qualunque modo spettanti alla città e distretto, con tutti i diritti predetti, e dipendenze, integralmente, liberamente, e senza contraddizione nostra e di ciascuno di noi, li tengano e li possedano, e con ciò abbiano da ora il pieno dominio utile e diretto, il mero e misto imperio, ed ogni giurisdizione”.
6)
Vincenzo Scussa rimarca l’impegno di Pietro Bonomo a favore della città: “Massimiliano I, imperatore, fatta la pace con li veneti, per la fedeltà ed aiuto dato dalli triestini nella passata guerra, ad istanza del vescovo Pietro Bonomo, e Marco Padovino, oratori mandati da Trieste a Sua Maestà, da questa ottennero non solo la confirmazione delli privilegi e statuti di detta città, ma anche special privilegio, l’anno 1517, che tutte le merci e viveri, che dal Cragno e Carso vanno in stato veneto, debbino prima passare per Trieste, a beneficio ed aumento di detta città”.
7)
La durezza con cui fu perseguito l’isolamento commerciale della città è ben testimoniata dallo Scussa: “Li 6 luglio [1561] fu decretato, e per rubrica a’ statuti imposto, che nè uve, nè vini foresti siino condotti in Trieste, sotto pena di fondar le barche e robba a chi conducesse uve e vini; ed il giudice, che questo non eseguisse, condannato in ducati cinquanta. Essendo li statuti della città in latino non intesi da tutti, li 24 Maggio 1562, si determinò tradurli in italiano. Il vescovo Giovanni Betta, abbenchè avesse licenza cesarea d’introdur vino da Gorizia, non gli fu permesso, quale con nuova supplica della maestà cesarea ottenne facoltà di poter introdurre per suo uso orne trentacinque. […] Non solo le barche di mercanzie, che venivano in questa città, prendevano li veneti, ma anco congiunti questi con sudditi di santo Servolo e Corgnial, comprano li formenti per le strade, e conducono a Muggia. […] In virtù delli privilegi concessi da Massimiliano I, e Ferdinando I a Trieste, furono spediti da questa città alquanti cittadini per ovviare alla compra delli formenti sopra le strade, delli quali due restarono feriti dalli contadini. Risaputosi il caso a Trieste, andarono in aiuto alquanti. Il che risaputo dalli veneti, collegati con li Brisani, che a suon di campana a martello si radunarono duecento, ed in compagnia di quelli di Corgnial, armati di schioppo e spada, congiurano d’ammazzar li triestini nel loro ritorno da Corgnial, dove si trasportarono per aiuto delli patrioti mal trattati”.
Queste pagine web fanno uso dei cookies. Usando queste pagine tu accetti che alcuni cookies siano memorizzati sul tuo computer. Usando queste pagine, inoltre, tu accetti di aver letto e compreso le nostre regole sulla privacy. Se non condividi queste regole ti chiediamo di lasciare questa pagina. In questa pagina trovi maggiori informazioni sul nostro uso dei cookies e la nostra gestione della privacy.
storia_ts/cronologia/0000_1699.txt · Ultima modifica: 21-03-2020 04:35 (modifica esterna)