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storia_ts:cronologia:1866_1918



La ridistribuzione senza fini di lucro dei contenuti di questa pagina, anche se in forma parziale, deve citare il sito di provenienza www.atrieste.eu, i nomi degli autori, professori Fabio Francescato e Bruno Pizzamei, ed il fatto che si tratta della rielaborazione per il web di un ipertesto sviluppato dagli autori nel 1999 per conto del comune di Trieste e da questo distribuito gratuitamente nelle scuole. Non è ammessa la ridistribuzione con fini di lucro senza esplicita autorizzazione degli autori e dell'acquirente dell'opera.


LA CITTÀ LIBERALNAZIONALE: 1867 – 1918

1867

La sconfitta dell’esercito asburgico ad opera dei prussiani e le violente manifestazioni scoppiate in Ungheria contro la politica di Vienna portano a profondi cambiamenti nell’assetto politico e istituzionale dell’impero: nel marzo viene promulgato l’”Ausgleich” (Compromesso), che riconosce all’Ungheria un suo Parlamento ad ampi poteri. Alla fine dell’anno, con le “leggi fondamentali” che costituiscono la “Dezember Verfassung” si pongono le basi di uno stato liberale e costituzionale. L’impero ereditario d’Austria diventa “Monarchia austro-ungarica” – solo nella Cisleithania si continuerà a parlare di impero – e vengono riconosciuti i diritti fondamentali dei diversi “Kronländer” (Paesi della Corona). La legge sui “diritti generali dei cittadini nei regni e nei paesi rappresentati nel Consiglio dell’impero” prevede che “tutte le nazioni dello Stato hanno eguali diritti ed ogni singola nazione ha l’inviolabile diritto di conservare e di coltivare la propria nazionalità ed il proprio idioma. La parificazione dei diritti a tutti gli idiomi del paese nelle scuole, negli uffici, e nella vita politica è riconosciuta dallo Stato. Nei paesi in cui abitano diverse nazioni, gli istituti di pubblica istruzione devono essere regolati in modo che ognuna di queste nazioni trovi i mezzi necessari per istruirsi nel proprio idioma, senza l’obbligo di imparare un altro idioma del paese”. Come commenta Cervani, “nel risveglio delle nazionalità «oppresse» dentro l’Impero austriaco, quelle sagge, anche se tardive disposizioni, servirono in realtà ad innescare meccanismi di lotta politica e ad acutizzare il contrasto dei «popoli» di Francesco Giuseppe”. Il Consiglio-Dieta di Trieste, che vede ampliati i suoi poteri, diventa infatti il cuore della lotta di tutti gli “italiani” dell’Adriatico contro il governo di Vienna: ma per la nuova classe dirigente liberalnazionale, ora, la sola nazionalità degna di essere garantita a Trieste è quella italiana e il Consiglio continua nel suo rifiuto di istituire in città una scuola in lingua slovena. A partire da questo momento si ha anche a Trieste, città multinazionale per storia e tradizione, la saldatura tra la nazionalità in senso culturale, che indubbiamente animava la maggioranza della popolazione, e la nazionalità in senso politico, che a quell’epoca era ancora di una minoranza.

luglio 1868

Il problema delle scuole e delle lingue di insegnamento continua ad essere al centro di violente dispute tra i diversi gruppi nazionali e tra la chiesa e il Consiglio. La “legge fondamentale” dello stato del 21 dicembre del 1867 ha riconosciuto il pieno possesso dei diritti civili e politici indipendentemente dalla professione di fede religiosa, nonché la piena libertà di culto a tutte le confessioni religiose riconosciute dalla legge. Per di più sono appena state varate delle leggi che riaffidano allo stato la piena giurisdizione e il controllo su alcuni punti importanti quali il matrimonio civile, e l’istruzione. In base a questa seconda legge i concistori vescovili perdono ogni autorità in campo scolastico.

Di contro alla decisione del Consiglio di applicare immediatamente le norme, il vescovo Legat, forte dell’appoggio del governatore e rincuorato dalle parole di Pio IX che aveva definito “abominevole” la legislazione del governo austriaco, cerca di opporsi rivendicando un’applicazione rigorosa del Concordato del 1855, interpretato quale rapporto “privato” tra pontefice ed imperatore. Il 10 luglio scoppiano dimostrazioni popolari a sostegno delle richieste del Comune e compaiono in prima fila elementi ex garibaldini, giovani di ispirazione mazziniana, democratici. Nei loro slogan evidenti sono i richiami antiaustriaci e le rivendicazioni separatiste. Due giorni dopo, per la prima volta, protestano sotto la spinta del clero i contadini del “territorio”, che innalzano le bandiere slovene e marciano in città inneggiando all’imperatore ed al vescovo. All’altezza del Giardino pubblico un gruppo di una quarantina di “mandrieri” si scontra con un gruppo di cittadini che due giorni prima avevano partecipato alla manifestazione a favore del Comune. Durante gli scontri due manifestanti vengono uccisi – un operaio, Francesco Sussa, ed uno studente, Rodolfo Parisi – e la Guardia civica, composta prevalentemente da territoriali sloveni, è accusata dai liberali di essere uno strumento della polizia e dei circoli antiitaliani e di aver inasprito volutamente i tumulti.

Durante il dibattito alla Dieta, Francesco Hermet enuncia una tesi polemica destinata a lungo avvenire: la responsabilità è di “agitatori miranti a far prevalere quei principi per i quali la civiltà ci dovrebbe venire dalle steppe della Siberia”. Si allude cioè alle responsabilità del panslavismo, del quale la Russia è considerata il centro propulsore. “Con quell'episodio” – ricorda Vivante – “l'era patriarcale nei rapporti tra italiani e sloveni a Trieste si può dire chiusa”.

Questi avvenimenti si inquadrano in un nuovo contesto generale che vedeva da anni l’insediamento in città e nel territorio di una prima ondata migratoria dalle campagne slovene, seguita alla riforma agraria e alla emancipazione dei contadini. Gli immigrati dalla Carniola e dai dintorni di Gorizia erano in primo luogo – come scrive Marina Cattaruzza – i “poveri del villaggio”, pastori, giornalieri, stagionali, figli minori delle famiglie contadine, che dopo la liberalizzazione della produzione agricola non avevano trovato più un posto di lavoro.

La seconda ondata si sarebbe verificata dopo l’abolizione del porto franco nel 1891, in seguito alle nuove possibilità di lavoro legate all’ampliamento del porto e alla sostenuta domanda di manodopera nel settore industriale.

settembre 1868

I dirigenti del movimento nazionale slavo, non più soltanto ecclesiastici, ma avvocati e proprietari, convocano a Schönpass, presso Gorizia, un “Tabor” (comizio all'aria aperta) durante il quale chiedono la creazione della “Slovenia”, cioè l'unione amministrativa di tutti gli sloveni allora divisi tra Carniola, Stiria, Carinzia e Litorale, nonché l'immediata costituzione di scuole nella futura provincia unitaria e di un'Accademia giuridica a Lubiana.

A Trieste, i rapporti tra il Comune e gli ambienti cattolici si fanno sempre più tesi: al vescovo Dobrila, seguace di Strossmeyer, il civico magistrato scrive: “Dovrebbe esser cura principale del clero d'impartire e diffondere piuttosto la religione che non lo sloveno”. Con il passare del tempo i rapporti tra la chiesa cattolica e i liberalnazionali saranno destinati via via a peggiorare, coinvolgendo alcuni punti di principio di grande importanza, nonché i diversi schieramenti politici presenti nella città: “Nella discussione” – scrive Giampaolo Valdevit – “si scontravano le tesi del gruppo conservatore e di quello liberal-nazionale circa la funzione della religione e in generale della Chiesa nella società. I secondi non si appellavano soltanto ai principi generali della laicità dell’istruzione, della libertà di fede e di coscienza, dell’abolizione dei privilegi ancora esistenti a favore della Chiesa cattolica, ma pure a quel concetto di religiosità come «questione intima, una questione di coscienza che ha il carattere di personalità», o – lo si diceva in altra circostanza – come qualcosa che trovava «il suo culto nei recessi del cuore, anziché nell’esterna pompa e negli esterni riti»”. L’anticlericalismo dei liberalnazionali non è dettato soltanto dalla loro massiccia adesione alla massoneria, ma anche da un problema immediato e cioè dal timore che la chiesa possa diventare una forza capace di aggregare le classi subalterne – in particolare gli sloveni – in funzione, ai loro occhi, “reazionaria”: in realtà in opposizione ai rapporti di classe che caratterizzavano la società triestina a quel tempo.

1869

Oltre ai problemi nazionali, assume in questo periodo una rilevanza notevole la questione sociale: sulla base di precedenti esperienze di tipo mutualistico e grazie alle nuove possibilità di libera associazione aperte dalla legislazione austriaca del 1867, viene fondata la “Società Operaia Triestina con mutuo soccorso cooperatrice”, un sodalizio aperto a tutte le categorie di lavoratori. Dopo pochi mesi la società può contare su circa 1.200 adesioni – prevalentemente tra commessi, calderai, meccanici, carpentieri, fabbri, falegnami –, numero ragguardevole se raffrontato a quello degli abitanti del Comune, che a quel tempo, tra città e territorio, si aggira attorno alle 123.000 unità. I principi che ispirano la “Società operaia” sono caratteristici del tradizionale mutualismo interclassista e si ispirano alle idee di Hermann Schulze-Delitzsch, che avevano trovato grande fortuna in Germania ed in Austria. Nello stesso statuto si afferma che può essere socio chiunque eserciti “un’arte, un mestiere o una professione”. Il primo presidente della società è un architetto, Tito Bullo, che considera motivo di orgoglio e obiettivo da perseguire per gli operai quello di collaborare con l’amministrazione comunale e proporsi come “ausiliario potente nella lotta elettorale” a favore della lista della “Società del progresso”, messa in piedi da Francesco Hermet e dai suoi uomini.

Nel 1873 si costituirà una sezione femminile, aperta anche alle casalinghe, purché esenti da malattie croniche e di condotta morale incensurabile.

In un primo momento l'orientamento dell'associazione è internazionalista, come testimonia Giuseppe Caprin, giornalista, vicino alle posizioni democratiche e garibaldine e uno dei primi influenti membri della società: “L'operaio non è tedesco, né italiano, né slavo, né francese: egli è bensì lavorante nel tempio della pace e prosperità, le cui basi furono gettate dagli schiavi, le cui pareti furono lavorate dai servi e il cui tetto deve essere terminato dall'attività e dal genio dei liberi”. Negli anni Settanta, con lo sviluppo dell'irredentismo, la “Società operaia” assumerà una linea con forti accenti nazionali filoitaliani, sì che dopo il 1880 subirà ripetuti sequestri “per eccitamento ad ostilità contro le nazionalità”: queste posizioni determineranno poco alla volta la secessione dei lavoratori sloveni.

Viene fondata la prima organizzazione operaia slovena, la “Pchèla” (“L’Ape”). Seguiranno, nel volgere di pochi anni, numerose altre associazioni culturali e politiche. Tra le più importanti la “Trzasko podporno drustvo” (“Fratellanza triestina di mutuo soccorso”) e la “Delavsko podporno drustvo” (“Fratellanza operaia di mutuo soccorso”) fondata da alcuni ricchi commercianti e personalità del mondo ecclesiastico, tra le quali spicca il nome del vescovo croato Strossmeyer, animatore del movimento nazionale croato.

La nascita di queste prime organizzazioni operaie si inserisce in un momento di forti tensioni sociali: a novembre entrano in sciopero i circa 1.000 operai del comparto meccanico dello Stabilimento Tecnico Triestino, occupati in quelle Officine Strudthoff che costituivano il nucleo originario della produzione navalmeccanica in città. Si uniscono allo sciopero – la cui prima motivazione era la richiesta di riduzione d’orario – altre centinaia di operai dell’Arsenale del Lloyd e del San Marco. La protesta operaia non ottiene risultati significativi, ma è comunque un segnale importante. Un motivo di debolezza fu la mancanza di aiuto da parte di partiti politici o di organizzazioni sindacali; non era certo da aspettarsi un sostegno deciso da parte della Società operaia triestina, che era vicina alle posizioni liberali e riceveva generosi contributi dalla grande borghesia. Nel frattempo la questione dell'istruzione scolastica rimane sempre all'attenzione dell'autorità: per legge l'obbligo scolastico è portato a 14 anni, il che migliora ancor più la situazione, già soddisfacente per quei tempi, della scolarizzazione a Trieste. L'analfabetismo coinvolgeva allora il 43% della cittadinanza, mentre nello stesso periodo i dati ufficiali del regno d'Italia parlavano di un tasso pari al 68% della popolazione. Il problema della scolarizzazione ha anche un immediato risvolto politico: diventa sempre più importante per i liberalnazionali impedire che si formi uno slavismo urbano, che avrebbe minacciato la loro posizione di preminenza in città e dato vita ad una nuova realtà sociale difficilmente controllabile.

1870 – 1877

Lo sviluppo dell'identità nazionale degli slavi compie notevoli passi in avanti. Nel 1870 a Lubiana viene redatto il primo programma unitario “jugoslavo”, espressione degli sloveni, dei croati e dei serbi residenti nei domini asburgici: il programma prevede l'inclusione di Trieste nel nuovo stato. Quattro anni dopo, il vescovo Strossmeyer fonda un'Università a Zagabria, destinata a diventare rapidamente un centro del nazionalismo slavo. Agli inizi del 1875 si tiene il congresso costitutivo della società politica “Edinost” (“Unità”), la cui sede era a San Giovanni, “che allora era” – scrive Schiffrer – “una specie di villaggio suburbano distinto dalla città e con una popolazione quasi esclusivamente slava”. Nello statuto vengono chiaramente delineati gli scopi della associazione: “Riunire tutti gli Sloveni di queste terre per tenere sempre desti i sentimenti patriottici e propugnare la diffusione della cultura nazionale, svolgere un’intensa propaganda tra tutti i connazionali per far comprendere la necessità dell’organizzazione a mezzo di conferenze, riunioni sociali, ecc., curare e diffondere i propri diritti politici e culturali di fronte alle autorità costituite, municipali scolastiche ed ecclesiastiche”.

Poco più tardi il gruppo “Edinost” darà origine al giornale omonimo, destinato a vivere per più di 40 anni, fino alla soppressione ad opera del fascismo.

“Era in atto, insomma, l'esautoramento del secolare processo di assimilazione degli Sloveni subalterni nella società italiana di Trieste, e questa non solo stenta a rendersene conto, ma per lo più” – così riflette Apih – “rifiuta di ammetterlo, di accettare la cultura popolare, talvolta povera e frammentaria, come legittimazione nazionale”.

1873

In seguito alla promulgazione di nuove norme che prevedono l'elezione diretta dei deputati al “Reichsrat” ad opera degli elettori e non più delle Diete, il Consiglio municipale di Trieste adotta, e mantiene per un ventennio, la tattica dell'astensionismo. Fino a quel momento la restrittiva legge elettorale municipale aveva favorito la borghesia cittadina e i suoi vecchi privilegi municipalistici. Da parte del Consiglio si teme ora che la nuova legislazione porti vantaggi al “territorio”, cioè ai contadini sloveni, e alla piccola borghesia cittadina, che vengono ora uniti in un solo “corpo elettorale”. Il rifiuto di presentare candidature per il Consiglio dell’impero viene giustificato ufficialmente dalla classe dirigente liberalnazionale con i soliti appelli ai “diritti storici” della città calpestati da Vienna: torna di moda la deditio del 1382, interpretata ora come libero contratto stipulato e fonte indiscutibile di tutti i privilegi costituiti, e i liberali denunciano con insistenza l’inutilità dell’azione parlamentare e della lotta al Reichsrat. Non a caso l’anno successivo il Lloyd avrebbe pubblicato le Sette lettere d’argomento municipale di Domenico Rossetti, vera Bibbia dell’ideologia municipalista e conservatrice.

In modo analogo al Consiglio-Dieta di Trieste si era comportata un’altra provincia storica dell’impero, la Boemia, che aspirava ad ottenere un “Ausgleich” simile a quello che avevano ottenuto gli ungheresi. Da tempo, in realtà, la politica triestina guardava con interesse all’esempio boemo. I boemi, in particolare, rivendicavano la loro grande tradizione culturale e civile che gli austriaci avevano cercato di cancellare dal tempo della guerra dei Trent’anni. Inoltre la Boemia era ben cosciente di essere la parte più industrializzata dell’impero.

1875 – 1878

In occasione dell'insurrezione della Bosnia-Erzegovina contro il dominio turco, si costituisce in città un comitato clandestino per la raccolta di armi e di volontari. Vi fanno parte numerosi combattenti di formazione garibaldina e internazionalista, pronti a partire per Ragusa ed a combattere per la causa dell'indipendenza croata. Durante un'operazione di polizia vengono arrestati in città numerosi volontari, tra i quali l'anarchico Enrico Malatesta.

La rivolta nella Bosnia-Erzegovina e le vittorie russe sull'impero turco aprono infatti nuove speranze in un accordo tra Austria e Italia con possibili conseguenze favorevoli per la città. Nel 1877 queste speranze sembrano trovare un’eco ed un’autorevole conferma nel regno d’Italia: Francesco Crispi, allora presidente della Camera, dà avvio ad una cauta iniziativa tendente a far accettare alle principali capitali europee la tesi del “compenso sulle Alpi” a favore dell'Italia, nell'ipotesi di una occupazione della Bosnia-Erzegovina da parte dell'Austria-Ungheria.

Al fervore politico derivante dalle tensioni nei Balcani si sommano gli effetti della grave crisi economica che aveva colpito l'impero austro-ungarico fin dal 1873. La crisi aveva avuto origine a Vienna, in Borsa, con il drammatico crac del “Venerdì nero” (9 maggio 1873), ed aveva investito poi tutte le sfere dell’economia. Le ripercussioni sulle attività portuali sono sensibili: a Trieste tra il 1873 ed il 1877 l'incremento del movimento marittimo è del 16%, contro il 57% di Venezia, il 99% di Napoli e il 41% di Genova. Alla crisi si cercherà di rispondere sfruttando le nuove possibilità offerte dalla costruzione della ferrovia Pontebbana, che unirà Trieste, Udine e Tarvisio. I lavori si concluderanno nel 1881.

In questo contesto febbrile esce il primo numero dell'Indipendente, che sarà fino al 1915 il portavoce più palese dell’irredentismo triestino: la nascita di questo giornale, che si ispira agli ideali mazziniani e garibaldini, si inserisce in un momento di grande fervore della propaganda irredentista, che comincia a farsi sentire anche su molti organi di stampa rendendosi promotrice del principio di nazionalità sia per i popoli da secoli soggetti al dominio turco, sia per le terre italiane soggette all'Austria. Nel luglio 1878, poco dopo la conclusione del Congresso di Berlino, il governo austriaco ordina l’occupazione della Bosnia-Erzegovina: questa ulteriore immissione di popolazioni croate nell’impero suscita malcontenti tra i cittadini dell’impero di lingua tedesca. Anche a Trieste le proteste si fanno sentire, soprattutto negli ambienti irredentisti: parecchi giovani triestini, accogliendo l’invito di Giuseppe Garibaldi e del Comitato Segreto d’azione dell’“Alpe Giulia” – che nel 1894 darà vita alla loggia “Alpi Giulie” – passano il confine per non essere mandati a combattere in Bosnia-Erzegovina. Tra questi vi è Guglielmo Oberdank, giovane soldato dell’esercito imperial-regio.

Questi comportamenti degli irredentisti, nonché la loro propaganda in cui si incontrano internazionalismo e spinte garibaldine, dimostrano che non vi è spazio nelle loro fila per atteggiamenti antislavi: quando il capo degli insorti croati Miho Ljubibratic viene portato a Trieste, in stato di arresto, viene accolto con calorosi saluti in lingua croata e in lingua italiana.

1879

La polizia e le autorità assumono atteggiamenti via via più severi nei confronti della propaganda irredentista, anche perché la situazione politica si fa sempre più tesa e per certi aspetti più confusa: Hermet – che il Vivante chiama “un veterano ed un antesignano del liberalismo” – ad un certo punto arriva a propugnare la candidatura di un tedesco alla carica di podestà, per timore che un'inopportuna “esagerazione del principio nazionale” da parte degli ambienti irredentisti triestini possa nuocere alla causa degli ambienti italiani “filoadriatici”!

In realtà il movimento irredentista triestino era apparso fin dall’inizio caratterizzato da due “anime” diverse: da una parte i liberalnazionali, – i “vecchi” – che si muovono attorno alla “Società del Progresso” e che hanno come leader gli Hermet, i Combi, gli Hortis, i Venezian, tutti uomini di ispirazione fondamentalmente moderata, dall’altra i “giovani”, che hanno come modelli Mazzini, Garibaldi, che intendono la lotta in modo molto più radicale e rifiutano il tradizionale municipalismo. Queste contraddizioni erano emerse già l’anno prima, quando Edgardo Rescovich, garibaldino e presidente della Società operaia, rompendo apertamente con il “partito del Progresso” aveva reso impossibile ai vecchi esponenti liberalnazionali continuare negli equivoci e nei soliti equilibrismi tattici.

Tra le fila degli irredentisti triestini numerosi sono i massoni e gli ebrei e spesso i loro nomi compaiono tra i dirigenti del movimento: basti ricordare Giacomo e Felice Venezian, Moisé Luzzatto, Camillo Ara, Teodoro Mayer, fondatore del quotidiano Il Piccolo. La confusione politica che caratterizza la città è acuita dalle divisioni che la questione nazionale trascina anche all'interno del movimento operaio. Il periodico Edinost, ad esempio, si scaglia sempre più spesso contro l'associazione di mutuo soccorso “Trzasko podporno drustvo”, che era aperta agli operai di qualsiasi nazionalità, ricordando che un'associazione operaia slovena deve accogliere soltanto sloveni ed allontanare quegli elementi “stranieri che non conoscono nemmeno la nostra lingua e sembra vogliano far felice la nostra nazione”: si deve dunque “formare una società operaia nostra fondata su basi solide, cioè nazionali. Noi siamo sloveni e fedeli austriaci e come tali vogliamo rafforzare la nazione e lo stato in cui viviamo”.

1881

Teodoro Mayer fonda Il Piccolo – così chiamato per il suo piccolo formato – con l’intenzione di pubblicarne due edizioni al giorno, al mattino e alla sera. Il giornaletto si presenta come “apolitico” e nell'edizione della sera come “giornale di varietà”; solo nel 1887 verrà versata la somma di 6.000 fiorini, necessaria per il riconoscimento del giornale quale giornale politico. Teodoro Mayer, ebreo di una famiglia originaria dell’Ungheria, aveva a quell’epoca solo vent’anni. Era stata la madre, Zanobia Ascoli, ad avviarlo agli ideali della causa italiana che egli avrebbe fatto propri aderendo poi al partito liberalnazionale. A Trieste, la cui popolazione allora raggiungeva circa i 142.000 abitanti, esistono quattro quotidiani in lingua italiana e due in lingua tedesca; dal 1876 usciva bisettimanalmente l’Edinost, in lingua slovena, che solo nel 1898 sarebbe divenuto quotidiano. I giornali in lingua italiana sono l’Osservatore Triestino – organo ufficiale del governo e come tale esente dal bollo, che invece gravava su ogni copia degli altri giornali – l’Adria, il Cittadino e l’Indipendente. L’Adria, che era il supplemento del mattino dell’Osservatore Triestino, ne condivideva l’impostazione; il Cittadino, dopo un breve inizio in chiave liberalnazionale, sarebbe diventato filogovernativo. L’Indipendente, infine, era l’organo riconosciuto dei liberalnazionali: la polizia, non potendo impedirne la pubblicazione, aveva imposto che il lettore interessato dovesse andare negli uffici della direzione ad acquistarne una copia. Nei primi tempi Mayer tiene presente come modello il giornaletto popolare Il Diavoletto, che da quasi quarant’anni aveva un suo pubblico fedele cui offriva piccole notizie di cronaca, barzellette, rebus e romanzi di appendice. Ovviamente non prende a modello l’impostazione austriacante del Diavoletto. Analogamente Mayer vuole differenziare il suo giornale dall’Indipendente, sia perché quest’ultimo si rivolgeva ad un pubblico borghese, culturalmente preparato, sia perché il tono esplicito, diretto, dell’Indipendente aveva causato numerosi sequestri, con gravi conseguenze economiche.

maggio – dicembre 1882

Viene stipulato il trattato della Triplice Alleanza, con il quale Vienna spera che ogni apporto italiano alla causa irredentista abbia fine.

Nel nuovo clima di rapporti tra Roma e Vienna – a Vienna Umberto I, nominato capo reggimento, indossa la divisa austriaca – le autorità asburgiche organizzano una grande esposizione da tenere a Trieste per celebrare i cinquecento anni della deditio della città all'Austria. Le celebrazioni vengono turbate dal lancio di una bomba durante una sfilata di veterani che causa numerosi feriti e la morte di due ragazzi. Due mesi dopo, Guglielmo Oberdank (la grafia Oberdan è successiva) – che quattro anni prima era fuggito da Trieste per non essere arruolato – viene arrestato a Ronchi dalla polizia austriaca mentre si prepara a mettere in atto un attentato contro Francesco Giuseppe, che si apprestava a giungere in città: reo confesso per questo complotto, viene anche sospettato di essere l'autore dell'attentato di due mesi prima. Il 21 dicembre Oberdank – che la Triester Zeitung definisce “fanatico sfortunato” – è impiccato per alto tradimento, tentato omicidio e diserzione.

Il suo sacrificio avrebbe avuto un grandissimo peso nello sviluppo dell’irredentismo a Trieste ed in Italia, nonché un’eco vastissima in tutta Europa, ma agli inizi pare solo creare difficoltà alla diplomazia italiana, in quanto da Vienna e da Berlino vengono subito rivolte al governo di Roma accuse di connivenza o comunque di scarsa sorveglianza ai confini. La stampa ufficiosa cerca in ogni modo di minimizzare l’accaduto per non turbare i rapporti con gli alleati: il Popolo Romano, portavoce del capo del governo Agostino Depretis, si affretta a rassicurare tutti sul fatto che: “In Italia non esiste alcun fermento. Le poche dimostrazioni, senza importanza politica, essere unicamente origine in quel naturale senso di pietà, che doveva destare la esecuzione di un disgraziato giovane […]; il valore delle insignificanti dimostrazioni, gonfiate dai soliti giornali per i soliti scopi di seminare zizzania tra i due Stati, e di rendere difficile all’estero l’azione del proprio governo”.

In generale da parte di tutto lo schieramento conservatore e moderato italiano si alzano parole di condanna. In particolare da molti settori della stampa cattolica vengono lanciate accuse durissime contro il “giovane ateo” triestino: “Quale vittima!” – scriveva la Sicilia Cattolica – “Desta orrore l’uomo settario, che aborre Iddio che lo ha creato, ed ha spento nell’animo ogni sentimento di dignità e di amore. Il settario vive di odio, congiura, attenta alla vita altrui, alla pace delle famiglie, delle città, degli Stati. La vita di un imperatore non è eguale alla vita di Oberdank?”.

Solo da parte democratica e repubblicana si levano parole a difesa: tra i nomi di rilievo che si schierano a difesa della memoria di Oberdank va ricordato Giosuè Carducci, promotore di una pubblica sottoscrizione per la costruzione di un monumento alla memoria che gli costerà un mandato di comparizione. Anche a Trieste voci a favore di Oberdank si levano solo da parte repubblicana e liberale, nonché dai giovani sedotti dalla propaganda anarchica, animati dal verbo mazziniano e conquistati dal gesto antiautoritario del tentato regicidio. Dalle pagine dell’Indipendente si esalta l’eroismo del giovane difendendone la memoria contro i giornali austriaci e tedeschi; il Cittadino scrive: “Alla città nostra non fu risparmiata la funesta visita del carnefice e l’ombra sinistra proiettata dal gibetto”.

1883 – 1885

Sullo sfondo della ripresa economica, cui contribuiscono in maniera determinante il porto nuovo ed i rinnovati scambi soprattutto con la Turchia, la Grecia e l'Estremo Oriente, viene fondato il “Circolo socialista rivoluzionario per Trieste e l'Istria”. Convivono in questo circolo motivazioni ideologiche diverse, sulla base di un internazionalismo che mescolava Garibaldi e Bakunin. Più d’uno tra i suoi fondatori aveva aderito al credo anarchico; tra questi Giuseppe Rovigo, il romagnolo Goffredo Bellotti, che si era formato a Ravenna, presso il circolo “Il Sole dell’avvenire” e l’arsenalotto muggesano Bortolo Bertotti.

Per comprendere le spinte ideologiche che animano questi uomini è utile anche ricordare che parecchi di loro, poco tempo dopo la morte di Oberdank, avevano curato la distribuzione di volantini che esaltavano la figura del martire: Bertotti, sorpreso dalla polizia con un pacco di volantini destinati agli operai del cantiere San Rocco di Muggia, era stato detenuto per mesi e poi assolto. La vita del circolo è molto breve: dopo qualche mese la polizia sospende le sue attività: tre dirigenti dell'associazione – tra i quali il Bellotti – vengono rinviati a giudizio sotto l'imputazione di alto tradimento. Riconosciutisi colpevoli, vengono condannati a mesi di carcere.

Come sottolinea Ennio Maserati, “con il 1888 si chiudeva – nella storia del movimento operaio – un periodo che aveva visto, da un lato, lo sviluppo del libero mutualismo, dall’altro la tutela di correnti liberali democratiche, attraverso la Società operaia triestina, sulla classe lavoratrice e la sua strumentalizzazione a fini nazionali. I tentativi di diffondere i postulati della Prima Internazionale avevano trovato un ambiente ancora immaturo e l’impegno degli attivisti giunti dall’Italia o da altre parti dell’Impero non era riuscito a far nascere un tessuto organizzativo di tipo classista. La vicenda del socialismo triestino prendeva dunque avvio non più in un clima scosso dall’esperienza comunarda parigina o agitato dalla predicazione bakuniana, ma nello spirito della Seconda Internazionale e sotto l’influenza dell’indirizzo gradualista al congresso operaio austriaco di Hainfeld”.

In questo periodo la legislazione sociale a Trieste è per molti versi più avanzata rispetto a quella italiana e questo può forse spiegare, in parte, il persistere nella classe operaia di atteggiamenti moderati e interclassisti. Nel 1885 vengono sanciti il riposo festivo, l'orario lavorativo massimo di 11 ore, il divieto di lavoro notturno per le donne ed il limite di 12 anni per l'assunzione dei ragazzi (in Italia il limite era fissato nel 1886 all'età di 9 anni!). Rimane però ancora esclusa da tali garanzie un'ampia fascia di diseredati.

1888 – 1890

La “Drusvto sv. Cirila in Metoda” (“Società dei Santi Cirillo e Metodio”), in collaborazione con l’”Edinost”, apre nel sobborgo di San Giacomo una classe elementare: si iscrivono il primo anno 74 allievi. Si dà così risposta ad un’esigenza che il Consiglio comunale, competente per l’educazione, non voleva in alcun modo soddisfare. Nello stesso periodo l’Edinost istituisce un gruppo teatrale stabile e organizza diverse biblioteche in varie zone della città. Questo fervore di attività culturali è sostenuto da una borghesia urbana di lingua slovena che si sta sempre più evolvendo sia dal punto di vista economico che da quello culturale.

Anche tra i triestini di lingua italiana l’associazionismo a sfondo nazionale si sviluppa acquistando un volto nuovo e sempre più conflittuale. Quel principio risorgimentale di nazionalità, ricco di idealità democratiche ed egualitarie, che aveva animato parte dell’irredentismo cittadino – basti pensare al sacrificio di Oberdank – sembra ormai al tramonto: viene ora imponendosi una nuova classe dirigente con un preciso programma nazionale aggressivo e antislavo, “il cui stato maggiore” – per usare le parole di Apih – “è inserito nella loggia «Alpi Giulie» che ha sede a Roma”. In città, come nel Trentino e nella Venezia Giulia, prende piede l’associazione “Pro Patria”, che assumerà poi il nome di “Lega nazionale” e diventerà il vero centro dell’irredentismo adriatico: troviamo nelle sue fila Giorgio Piccoli, Attilio Hortis, Felice Venezian. Questo gruppo di irredentisti darà nuovo slancio anche all’irredentismo nel regno d’Italia, contribuendo in modo rilevante alla fondazione della “Dante Alighieri”.

In campo sociale un avvenimento di rilievo è dato dalla costituzione, nel 1888, della “Confederazione operaia”, il cui programma prevede l'abbandono della via rivoluzionaria per quella delle riforme e il principio dell'equiparazione delle diverse nazionalità coesistenti nella regione: “Una Lega internazionale atta a combattere il nazionalismo intransigente” la definisce Carlo Ucekar, uno dei fondatori, amico di Oberdank e di fede socialista, che come molti altri socialisti triestini veniva dalle esperienze del garibaldinismo e dell’irredentismo democratico. La sua nascita avviene tra le ostilità sia delle associazioni nazionali italiane sia di quelle slovene: l’Edinost, in particolare, lamenta – e teme! – l’attrazione esercitata dalla nuova associazione sulle masse slovene. Tra i fondatori Valentino Pittoni, Edmondo Puecher, Angelo Vivante, Antonio Gerin, Giovanni Oliva, tutti uomini che avrebbero segnato in modo determinante la storia del movimento operaio triestino. La strategia riformista è ufficialmente sottolineata fin dal primo numero dell’omonimo giornale, che dà ampio spazio ai lavori del congresso socialdemocratico austriaco apertosi a Hainfeld. Anche la “Confederazione operaia” ha, come le iniziative fino ad allora tentate, una vita breve. Qualche anno dopo, però, molti dei suoi leader si sarebbero ritrovati tra i fondatori della “Lega sociale-democratica”.

1891 – 1900

Viene decisa da Vienna l'abolizione del porto franco: il provvedimento limita l'extraterritorialità ai moli, alle banchine ed ai magazzini del porto nuovo, che diventa il porto franco attuale. In realtà il porto franco era vissuto agli occhi di molti piuttosto come un simbolo del vecchio autonomismo e dei vecchi privilegi che non come una concreta realtà economica: nonostante i timori e le usuali lamentele “si avverò per le mutate direttive commerciali del Governo quello che da molti anni pendeva sulla città come una grave minaccia” ricorda Silvio Benco.

Gli anni successivi, fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, saranno anni di grande crescita e di grandi trasformazioni. L’economia dell’impero, e più in generale quella europea, sta infatti lentamente ma sicuramente uscendo dalla grande depressione iniziata nei primi anni Settanta: in questo processo, sostenuto peraltro dagli interventi diretti del governo viennese, un ruolo sempre maggiore verrà assunto dal capitalismo finanziario e industriale privato, sia austriaco che tedesco. In questo contesto, per collegare più organicamente Trieste con il suo hinterland, si decide di potenziare le possibilità ricettive della città con la costruzione del terzo grande porto, quello di Sant’Andrea, nella baia di Muggia. Accanto ai nuovi cantieri navali, dislocati a Muggia e a Monfalcone, sorgono e si sviluppano nuovi stabilimenti siderurgici, tessili (iutifici e cotonifici), chimici; inoltre raffinerie di oli minerali, la pilatura del riso di San Sabba, una fabbrica di linoleum e molte altre industrie alimentari (zucchero e agrumi). Ben 50 ditte si dedicano al commercio del caffè; a queste si aggiungono numerose aziende che operano nel settore dei legnami.

Una delle prime conseguenze di questa crescita economica è l'accentuato aumento della popolazione: nel volgere di un decennio la popolazione del Comune passa da 155.471 a 176.383 unità, mentre quella del territorio passa da 35.138 a 44.193 abitanti. Un notevole flusso viene anche dall'Italia: dalla Puglia, dalla Romagna e soprattutto dal Friuli, e questi nuovi arrivati vengono tutti accolti con l’appellativo indistinto di “regnicoli”.

In questo panorama di fine secolo comincia ad inserirsi anche il grande capitale finanziario tedesco, che si fa strumento della nuova politica imperialistica del II Reich. Già all’indomani della Conferenza di Berlino per gli affari africani (“Kongo-Konferenz”, 1884 – 1885), ed in particolare dopo la cacciata di Bismarck (1890), erano emerse in modo evidente le spinte espansionistiche del governo di Berlino, della grande industria, delle banche; una direttiva di espansione che non guardava solo all’Africa, ma anche al sud-est, verso i Balcani ed in particolare verso il fatiscente impero turco. Lo stesso Bismarck, in realtà, si era espresso in modo inequivocabile sulla questione triestina: per lui, la Germania non avrebbe mai acconsentito al passaggio di Trieste sotto la dominazione italiana.

Da tempo l’influente direttore del “Deutsches Handelsverein” (“Associazione commerciale tedesca”), Loechnis, andava proponendo di fare del sud-est europeo l’area di colonizzazione dei tedeschi ed affermando la necessità di potenziare le vie di comunicazione verso Trieste, porto naturale tedesco. Aveva aggiunto la sua voce, non isolata, lo scrittore antisemita Paul de Lagarde, che Richard Wagner aveva tanto rispettato e che decenni dopo i nazisti avrebbero salutato come un precursore. de Lagarde parla dell’Istria e del Litorale quale territorio di colonizzazione per il popolo germanico. I suoi sogni di una futura grande “Germanien” – termine da lui coniato – prevedono, in realtà, anche l’annessione di tutta l’Austria e di gran parte della Russia, terre necessarie per i buoni e sani contadini tedeschi. Sproloqui di un poeta e di un orientalista o, come si chiede perplesso Golo Mann, “torbido indicatore di falsi cammini, dove ci si addentrò più tardi”?

D’altra parte sono anni in cui anche l’equilibrato e professorale Max Weber andava affermando che una politica imperialistica era la naturale conseguenza della fondazione del Reich ad opera di Bismarck e settori sempre più vasti dell’opinione pubblica erano favorevoli al nuovo corso imposto da Guglielmo II. Di certo, a partire dagli ultimi anni del secolo, l’interesse dei gruppi finanziari e imperialistici del II Reich per il porto di Trieste andrà sempre più ampliandosi e specificandosi all’interno di quella strategia che lo storico Barraclough definisce “progetto di saldare nel cuore dell’Europa il nucleo di un Impero dominato dalla Germania”.

Anche nell’impero asburgico in realtà si erano levate voci analoghe: l’economista e consigliere di corte Neumann-Spallart aveva preconizzato uno sviluppo di Trieste solo all’interno delle nuove esigenze colonialiste del popolo tedesco: “I popoli eminenti per coltura del nostro continente, invece d’esser costretti a emigrazioni transatlantiche, devono nuovamente riprendere la strada del Levante e del lontano Oriente, loro destinata dalla natura”.

La percezione del nuovo pericolo costituito dal Reich germanico è ben chiara negli ambienti politici triestini. Nel maggio del 1896, Matteo Renato Imbriani sostiene a chiare lettere che in vista dell’ineluttabile fine dell’Austria l’Italia deve essere pronta ad intervenire per evitare che la città divenga un porto germanico.

1894 – 1895

Nasce la “Lega sociale-democratica”, impostata, a differenza delle altre associazioni, su base dichiaratamente politica, nello spirito della Seconda Internazionale. Tra i suoi fondatori Carlo Ucekar e Valentino Pittoni, che sarà tra il 1902 ed il 1919 la guida riconosciuta dei socialisti triestini. Alla presidenza viene eletto Carlo Ucekar, che guiderà la Lega fino al 1902, anno della sua morte: “autentica figura di apostolo” – scrive Maserati – “di quell’umanesimo marxista che a Trieste, come quasi ovunque in Europa, incarnava allora gli albori del socialismo scientifico”.

Uno dei punti fermi del programma è il rifiuto di ogni discriminazione nazionale, fatto molto significativo in un momento nel quale i contrasti si stavano radicalizzando, a Trieste come nel resto dell’Europa. Organo della Lega diventa nel 1895 Il Lavoratore, che rimarrà fedele all’ispirazione internazionalista, anche quando i partiti socialisti tedeschi e austriaci faranno propri gli appelli nazionalistici dei loro governi.

E la polemica nazionale, in realtà, continua a lacerare il tessuto sociale ed a monopolizzare l’attenzione del mondo politico. I rapporti già difficili tra Curia e Comune diventano, tra il 1894 e il 1895, ancora più tesi. L’Indipendente, portavoce della borghesia liberalnazionale, considerando troppo morbido l’atteggiamento seguito fino a quel momento dal Comune, si fa promotore di una iniziativa clamorosa: inviare al pontefice Leone XIII un memoriale di protesta per la politica “slavizzatrice” del vescovo Giovanni Glavina. La decisione del vescovo di indire una missione slovena nella chiesa di Sant’Antonio per affrontare globalmente la questione liturgica getta olio sul fuoco. Da molte parti si grida alla provocazione e al pericolo slavo che incombe sulla città; alla fine, per timore di incidenti, e sotto le pesanti pressioni del Comune non se ne fa nulla. Un anno dopo il Comune avrebbe imposto prediche in italiano in città e bilingui nel suburbio, contribuendo a peggiorare ancor più i rapporti tra i liberali e gli ambienti cattolici.

Anche all’interno del clero triestino comincia ad emergere qualche perplessità sull’invio del memoriale al papa e sulla questione delicata della lingua da usare nella messa ed un parroco italiano di città, don Carlo Mosé, sopprime alcune funzioni ecclesiastiche durante le quali si faceva uso della lingua slovena. Il Piccolo sottolinea con enfasi tutti questi fatti, in attesa di una frattura nazionale anche nel clero triestino. La posizione del vescovo diventa sempre più difficile ed alla fine, a metà del 1895, è costretto a dimettersi.

Alla rigida contrapposizione nazionale tra italiani e sloveni – o più ampiamente “slavi” – si va legando, in realtà, in modo sempre più stretto, la contrapposizione tra la classe dirigente e le classi subalterne, tra la città borghese e la campagna. Questa consapevolezza emerge nel modo più chiaro nelle pagine del quotidiano cattolico Il popolo, che in un articolo del maggio 1895 scrive: “Noi fummo sempre persuasi di questa verità che cioè la lotta nazionale in Istria (di Trieste non occorre neanche parlare) in fondo non è se non una lotta di classe, sviata e sfruttata a profitto di pochi, con sommo danno della provincia intera; che la presente lotta, deprimendo la fede nei popoli, e precipitandoli in sempre maggior miseria, non fa altro che preparare gli animi al disordine, alla lotta sociale. […] Si lasci, lo ripetiamo per la centesima volta, alla buon’ora la sterile questione nazionale, che non è apportatrice di verun frutto salutare, e si tratti invece con uguale ardore la questione sociale”.

Il quotidiano cattolico triestino invita i fedeli ad impegnarsi nel campo delle attività sociali ed a lasciar perdere i problemi tipicamente politici e nazionali.

1896 – 1897

La “Krainische Industriegesellschaft” di Lubiana – che controlla gli impianti siderurgici di Jesenice – è incaricata della costruzione della ferriera di Servola. I capitali sono prevalentemente germanici e questo dimostra la grande attenzione che il capitalismo del II Reich mostra per lo scalo triestino. Lo stabilimento fornisce ghisa e ferroleghe agli altri impianti gestiti in Austria dalla società lubianese. Nel 1903 la batteria originaria di forni a coke verrà raddoppiata.

La fase di notevole espansione che la città sta vivendo non deve far dimenticare il persistere di un degrado sociale che continua nonostante ogni ottimismo di facciata. Uno specchio realistico di questo degrado si trova nello studio che il dottor Achille Costantini pubblica nel 1897 sulla situazione sanitaria della città relativa agli anni tra il 1891 e il 1894. Emergono dallo studio dati preoccupanti, che sottolineano una situazione di grave malessere causato da fenomeni quali l'alcolismo, la mortalità infantile, la tubercolosi, l'impressionante numero di suicidi, i numerosi casi di figli illegittimi. Il rapporto sanitario cerca anche di individuare alcune cause di “malsania” della città: il sottosuolo inquinato a causa della totale inadeguatezza del sistema fognario, la carenza di acqua per usi domestici e industriali, lo stato antigienico degli abitati, le precarie condizioni socioeconomiche di gran parte della popolazione.

Nel 1897 la riforma elettorale voluta dal ministro Badeni porta a cinque il numero delle curie: la nuova curia (o anche “corpo”) è a suffragio universale. Le elezioni si svolgono in un’atmosfera di grande tensione: il partito liberalnazionale, sulla scia di parole d’ordine che identificano i socialisti con gli austrofili e i governativi e gli slavi con gli invasori, ottiene un forte successo, decidendo di abbandonare l’astensionismo e di ritornare al Parlamento di Vienna. Anche i socialisti, però, sono premiati dagli elettori ed ottengono 4.500 voti.

Il successo dei liberalnazionali crea in città un’atmosfera di forte contrapposizione politica nei confronti dei consiglieri sloveni eletti nel “territorio”. Così scrive al riguardo Gianfranco Spiazzi: “I loro interventi avevano il potere di suscitare urla e schiamazzi da parte dei giovani delle associazioni patriottiche che avevano preso l’abitudine di partecipare attivamente ai dibattiti consiliari, affollando la galleria. Ed anche per i rappresentanti sloveni il trionfo liberale del 1897 sarà un perentorio invito al silenzio: l’elezione di Giovanni Nabergoi – l’oste di Prosecco che per più di trent’anni era stato in Consiglio il portavoce del movimento nazionale sloveno – non veniva convalidata, pur essendo riconosciuta regolare. I motivi dell’espulsione erano stati resi noti da Spadoni: «Il patrio Consiglio […] ritenne non essere degno di sedere in quest’aula chi, ergendosi a portavoce della più odiosa reazione, si è fatto dell’odio e del livore contro tutto ciò che è italiano, liberale e civile, un apostolato e una missione»”.

Nel 1897, infine, scoppia un grande sciopero al cantiere San Rocco, durante il quale, per la prima volta, si realizza quel modello di relazioni tra operai e organizzazioni politico-sindacali che si sarebbe mantenuto fino alla Prima guerra mondiale. Alla Lega sociale-democratica gli operai – per lo più non legati al sindacato – chiedono di partecipare a loro nome alle trattative con la controparte e le autorità pubbliche. Durante questo sciopero emerge un fatto nuovo molto significativo: gli operai triestini e muggesani hanno aderito in massa agli ideali socialisti e da più parti si progetta di dar vita a nuove società professionali in stretto collegamento con i sindacati viennesi. Anche dal punto di vista politico si assiste ad una crescita del movimento operaio, che comincia a vedere nella Lega sociale-democratica un alleato sicuro: quando viene arrestato Riccardo Camber, uno dei dirigenti della Lega, più di un migliaio di operai del cantiere San Rocco abbandona il lavoro e si dirige verso il centro di Trieste per chiederne la liberazione.

1898

Viene portata a termine nella baia di Muggia la costruzione del terzo grande porto, quello di Sant'Andrea, che potenzia notevolmente il volume delle attività portuali della città: alla vigilia della guerra più di una decina di navi doveva spesso attendere per giorni e giorni l'assegnazione di un posto sulle banchine.

Nel frattempo l’ormai annosa polemica tra il partito liberalnazionale e il vescovo riprende con forza in seguito all’invito da parte della curia del gesuita dalmata Antonio Pavissich, redattore de La Civiltà Cattolica: egli viene chiamato per dare ossigeno – come scrive Zovatto – “ad un balbettante movimento cristiano-sociale locale che stentava a prendere il volo”. Nelle Conferenze triestine del gesuita balza in primo piano la polemica contro il liberalismo e contro il socialismo, sulla base di un richiamo puntuale alla dottrina sociale della chiesa contenuta nella Rerum Novarum.

In questa occasione si fanno tesi anche i rapporti tra i socialisti e le organizzazioni cattoliche che stanno impegnandosi in campo sociale e che hanno patrocinato l’iniziativa del gesuita. Quelle socialiste sono posizioni teoriche già emerse alla fine del 1897 durante i lavori del primo congresso della “Sezione Italiana Adriatica del Partito Socialista Operaio in Austria” (in cui era confluita la Lega sociale-democratica) e che ora si traducono in concreta azione politica contro il clero triestino identificato con la reazione stessa: al clero viene mossa l’accusa di indossare subdolamente la “maschera socialista” per sfruttare l’ignoranza del popolo e rigettare le masse nella “coltura medioevale”. Per di più la chiesa è accusata di santificare l’alleanza tra trono ed altare su cui si fonda l’autoritarismo del potere asburgico.

Sull’altro versante la maggioranza dei liberalnazionali scorge dietro il progetto delle Conferenze il tentativo di ricompattare i cattolici italiani e quelli sloveni sulla base di un impegno sociale comune dai contorni pericolosi. Al di là delle preoccupazioni politiche, vi è, nella borghesia triestina e nel partito che la rappresenta, un modo molto diverso di concepire la funzione e la natura stessa della religione, come l’anno dopo avrebbe sintetizzato con efficacia Il Piccolo: “Da noi la confessione religiosa, le pratiche del culto, il grado della devozione sono riguardati da tutti come questione puramente individuale, come il diritto naturale, come la proprietà”.

Il 15 aprile la tensione crescente porta allo scoppio di incidenti e di tafferugli tra la forza pubblica e i dimostranti che gridano slogan contro il clero e minacciano la residenza stessa del vescovo. L'esito di queste Conferenze triestine sta chiaramente a dimostrare che i tempi non sono ancora maturi per la nascita in città di un partito cattolico che possa costituire una terza forza tra liberali e socialisti.

Forti tensioni in città sono causate anche dalla visita del borgomastro di Vienna Karl Lueger, il leader del partito cristiano-sociale che aveva fatto dell’antisemitismo uno dei punti di forza del suo programma. In questa occasione sono organizzate manifestazioni antiitaliane al grido di “morte agli ebrei”, con il chiaro intento di spaccare il fronte “nazionale” italiano nel quale la componente di origine ebraica era da tempo consistente. Basti pensare a nomi quali Felice Venezian, Teodoro Mayer, la famiglia Ara, Carlo e Felice Luzzato, Eugenio Morpurgo.

L’antisemitismo si configura quindi, alla fine del secolo, come un aspetto della lotta nazionale, ma il tentativo di Lueger e dei suoi seguaci fallì del tutto: “Il fenomeno riveste peraltro sempre un carattere circoscritto” – sottolinea Anna Millo – “e non raggiunge l’obiettivo che si propone, quello di introdurre una divisione all’interno del fronte nazionale italiano, non riuscendo a scalfire quel costume di tolleranza religiosa cementata dalla comune identità di interessi economici e sociali da lungo tempo affermatasi nella vita cittadina. A Trieste il nemico della borghesia, pure etnicamente definito ma portatore di interessi concorrenziali, è, e sarà con sempre maggiore virulenza in seguito, non l’ebreo, ma lo sloveno”.

1899

A Brno i rappresentanti dei partiti socialisti delle nazionalità dell'impero austro-ungarico propongono la trasformazione dell'impero su basi federali per consentire alle diverse etnie presenti condizioni più avanzate di libertà e di sviluppo: si vuole così sostituire le regioni storiche (“Kronländer”) con circoscrizioni autonome, etnicamente delimitate. Per le zone mistilingui è prevista un'ampia tutela dei gruppi minoritari. Gli iscritti vengono organizzati per nazionalità e su questa base si organizzano anche i gruppi dei rappresentanti socialisti al Parlamento viennese. Alla città di Trieste sono riconosciuti tre gruppi: l'italiano, lo sloveno ed il tedesco. La presenza di quest'ultimo si spiega con i frequenti passaggi di manodopera di lingua tedesca impiegata nei vari stabilimenti dell'Austria.

1900

All'inizio del secolo l'analfabetismo coinvolge a Trieste il 14% della popolazione, mentre nel regno d'Italia la media è ancora del 48%. La situazione privilegiata della città era dovuta anche al fatto che l'obbligo scolastico era elevato all'età di 14 anni. Bisogna però ricordare al riguardo che la legislazione scolastica era rivolta quasi esclusivamente ai ceti produttivi; ben poco riguardava gli emarginati ed i settori più deboli della popolazione, per i quali, in genere, le strutture assistenziali erano quasi del tutto inesistenti. La stortura più evidente ed anche più grave è legata all'antitesi città-campagna, un rapporto che Apih definisce quasi di “dissociazione”: i contadini friulani, ad esempio, vengono considerati niente più che forza lavoro a basso prezzo, immigrati stranieri che l'autorità politica può espellere in qualsiasi momento. Secondo il censimento del 31 dicembre il 41% della popolazione – pari a 72.711 persone – era inserito in attività produttive, in qualità di operai, impiegati o padroni. A questi individui economicamente attivi, bisognava aggiungere 7.577 “domestici”, 80.400 “famigliari” (cioè persone facenti parte dell'ordinaria convivenza familiare) e 15.695 “indipendenti senza professione” (possidenti, capitalisti, pensionati, ricoverati negli istituti di assistenza, e così via).

Il 63% dell'intera popolazione risultava trarre sostentamento, in un modo o nell'altro, dalle attività del porto o da quelle ad esso legate. Stando alle statistiche tributarie Trieste si collocava, per ricchezza, al terzo posto tra i centri urbani dello Stato austriaco.

1901 – 1910

Viene decisa la costruzione della linea dei Tauri (o Transalpina), per collegare il porto all'ampio mercato della Baviera. La distanza tra Trieste e Salisburgo scende da 649 a 363 km. e lungo i 414 km. della nuova opera, conclusa nel 1906 (1909?), 70 mila operai realizzano 43 gallerie. Contestualmente una serie successiva di iniziative coordinate porta all’ampliamento e al potenziamento del porto. Nel 1901-1902 la presenza in città dello stesso primo ministro von Körber sottolinea l’importanza che Vienna attribuisce allo sviluppo delle attività portuali, all’interno di un organico piano di sviluppo delle vie di comunicazione tra i vari Kronländer che ha anche il compito, agli occhi del governo, di conciliare gli interessi delle diverse nazionalità. Ai lavori portuali e ferroviari si aggiunge la creazione di una moderna rete di canali interni, che avrebbe dovuto collegare il Danubio, con l’Oder, l’Elba, la Vistola, il Dniestr. Il porto risulta inoltre favorito da una specifica politica tariffaria – le cosiddette “tariffe ferroviarie adriatiche” – che permette a Trieste di reggere la concorrenza con il porto di Fiume e con quelli, più lontani, dell’Elba e di Amburgo. In questo modo vengono attratte verso la città merci provenienti dall’Austria settentrionale e dalla Germania meridionale. Tra il 1900 e il 1911 si ha il raddoppio del volume complessivo dei traffici. La rapida crescita delle attività portuali favorisce da una parte la cantieristica e il settore indotto, dall’altra le assicurazioni. Mentre nell’industria cantieristica e nelle compagnie armatoriali, come anche nel settore bancario, le banche viennesi vengono svolgendo un ruolo sempre più incisivo (la Union Bank diventa il maggior azionista privato del Lloyd, che è finanziato dallo stato), il settore delle assicurazioni rimane invece saldamente in mano al capitale triestino ed a quello italiano. La RAS – come sottolinea Anna Millo – gestisce in questo periodo una massa di manovra finanziaria superiore a quelle delle grandi banche viennesi ed è in mano alla finanza locale. Anche le Assicurazioni Generali sono del tutto autonome rispetto alle banche: il loro giro d’affari, anzi, è ancora superiore a quello della RAS, ma fin dalla fondazione nel 1831 vi predomina il capitale italiano, che fa capo alla sede veneziana. Rimane sempre debole, invece, il settore bancario cittadino, che ha come punto di forza la Banca commerciale triestina; per di più la fondazione nel 1894 della Banca commerciale italiana ha facilitato di molto i rapporti tra gli istituti finanziari italiani e le grandi banche austriache e tedesche, ponendo fine così alla lucrosa attività di intermediazione delle banche triestine. Alcune grandi banche viennesi – il Wiener Bankverein, la Credit Anstalt, la Boden Creditanstalt, l’Anglo-österreichische Bank – cominciano ora a penetrare in questo settore difeso fino ad allora dalla borghesia locale. Nel 1904, la stessa Banca commerciale triestina, in crisi per la recessione legata al ribasso dei tassi di interesse, deve accettare un accordo di partecipazione con il Wiener Bankverein, che si assicura il 45% dei profitti con un apporto di capitali pari al 30%! È un processo che non si arresta e nel 1910 la Banca popolare di Trieste, che ha stretti rapporti con il partito liberalnazionale, è costretta a dichiarare fallimento. Come osserva Anna Millo: “La presenza di esponenti dell’élite economica locale in organismi industriali e bancari austriaci (quella ad esempio dell’industriale navale Oscar Cosulich quale direttore del Wiener Bankverein, principale finanziatore del cantiere navale triestino; quella del finanziere ed industriale cotoniero Arminio Brunner quale presidente della Vereinigte Österreichische Textilindustrie A. G., che sotto l’egida del Boden ha operato il salvataggio dei cotonifici della Venezia Giulia) sta a significare l’ormai avvenuta perdita di ogni particolarismo ed autonomismo della banca locale. L’élite economica triestina, integrandosi con quella viennese, «sempre più diveniva interprete del complesso finanziario ed industriale dell’impero»”.

febbraio 1902

Al periodo di intenso sviluppo che si protrae da anni si accompagna l'acuirsi degli scontri sociali: dopo mesi di tensioni tra la direzione del Lloyd e i fuochisti scoppia lo sciopero che coinvolge all'inizio circa 300 lavoratori, cui si aggiungono via via altri, sbarcati dai piroscafi in arrivo. Ne deriva una progressiva paralisi dell'attività portuale. Alla dichiarazione di disponibilità del Lloyd segue un comizio organizzato dal Partito socialista al Politeama Rossetti al quale partecipano Ucekar e Pittoni e, in rappresentanza dei fuochisti in sciopero, Ferdinando Castro. Dopo il comizio una folla numerosa di manifestanti percorre la via dell’Acquedotto per raggiungere il centro della città. In piazza della Borsa il corteo viene caricato alla baionetta dai soldati, che ad un certo punto aprono il fuoco. Manifestanti in fuga verso piazza Verdi vengono accolti a fucilate. Alla fine degli incidenti rimangono a terra 14 morti e più di una cinquantina di feriti, dei quali una ventina molto gravi. Verso sera ci sono isolati atti di devastazione e numerosi lampioni a gas vengono incendiati da sconosciuti che la stampa e la polizia definiscono “teppa”. Alla fine della giornata si diffonde in città la notizia che il giudizio degli arbitri scelti dal Lloyd e dagli scioperanti ha accolto in pieno le richieste dei fuochisti: pagamento dello straordinario, orario di lavoro di 10 ore durante la permanenza nei porti e di 8 ore durante la navigazione, drastica riduzione dei turni di guardia notturna durante le soste dei piroscafi nel porto. Le tragiche giornate triestine sono seguite da grandi manifestazioni di solidarietà da parte operaia e socialista a Vienna, Praga, Trento, Pola. Il governo parla di una congiura “anarchica”, anche se mancano elementi oggettivi che provino tale tesi ufficiale. Nei giorni successivi la polizia darà una caccia spietata agli anarchici, forte anche del fatto che un militante libertario aveva preso la parola durante il comizio al Teatro Rossetti inneggiando allo sciopero generale quale prima tappa sulla via della insurrezione generale. Lo “sciopero del due” diviene una pagina tragica e gloriosa nella memoria collettiva del movimento operaio triestino e sarà seguito da una crescita accelerata e di notevoli dimensioni delle organizzazioni socialiste: il sindacato (“Commissione delle organizzazioni professionali per il Litorale e la Dalmazia”, che faceva riferimento alla “Zentrale Gewerkschaftskommission” di Vienna, massimo organo sindacale in Austria), le “Cooperative Operaie di Trieste” (l’aggiunta “Istria e Friuli” è successiva) e infine il “Circolo di studi sociali”, fondato nel 1899, che porta in città intellettuali quali Salvemini, Lombroso, Labriola, Ferri, Niceforo. Grande sviluppo ha anche Il Lavoratore, che, come riconosceva Scipio Slataper, che vi aveva collaborato negli anni giovanili, supera tutti i giornali cittadini per la ricchezza e la purezza della lingua. Nel 1905 Il Lavoratore pubblica la prima lirica di Saba. Di grande rilievo per la crescita del giornale è la direzione di Angelo Vivante, giornalista e storico, che nel 1912 scrive l’Irredentismo adriatico, contributo alla discussione sui rapporti austro-italiani, una delle opere più importanti di tutta la storiografia triestina.

1903

Il letterato Valéry Larbaud, noto come scopritore e divulgatore dell’opera di Italo Svevo, è a Trieste nel corso di uno dei suoi numerosi viaggi: “Dal battello, stamattina arrivando, ho visto, sotto un magnifico sole rosso, delle colline verdi, macchiette di allegre ville, delle montagne dai contorni non privi di grazia, e, ai loro piedi, posati sulla pianeggiante riva, alti palazzi, disposti in buon ordine, grandi cubi di case dipinte in bruno chiaro, vaste piazze alberate, infine un colpo d’occhio d’insieme nel quale si presentiva il conforto e la vita comoda delle grandi città. Il lusso dell’albergo dove mi sono sistemato e qualche puntata che mi ha fatto conoscere riva Carciotti, piazza Ponte-Rosso, piazza San Giovanni, via Stadion, e più lontano ancora la lunga via Giulia, non ha fatto che confermare questa prima impressione. […] Ora devo dire francamente che Trieste mi piace, anche più di Venezia. Se avevo, lasciando Venezia a bordo del «Venus», la buona volontà di credermi in Austria, qui sono ben costretto a vedere, al contrario, che Trieste è una città italiana: non si sente parlare che italiano, i nomi delle vie, le réclames dei negozi, le scritte dei ragazzi sui muri, tutto è in italiano. Alcuni Austriaci, portando l’eleganza e l’affettazione viennesi, non sembrano che dei turisti, degli stranieri, perfino più stranieri di noi, che siamo dei latini. A dire il vero tutti i manifesti e tutti i regolamenti esposti al pubblico sono scritti nelle due lingue, italiano e tedesco, affiancati, le rivendite dei prodotti di monopolio si ornano di lunghe atroci placche metalliche gialle, macchiate da irritanti aquile nere, e i piccoli soldati (degli italiani quindi) anche loro portano a spasso, sotto questo sole accecante, delle uniformi di un blu così acido e tagliente da far sudare gli occhi. Sì, ma come l’Asia minore, la Macedonia e le coste del mar Nero sono greche, così l’Istria e (non lo so ancora) forse tutte le coste dell’Adriatico sono italiane e lo sono sempre state: il possesso tedesco non è che nominale. I barbari sono sconfinati oltre le frontiere dell’Impero e, di comune accordo, hanno deciso che, per qualche tempo, si accamperanno là. […] Compresi di colpo che Trieste ha davanti a sé un avvenire prodigioso. Essa è ben lungi dall’aver raggiunto l’apice della sua potenza economica; per molte cose tuttora essa dipende da Vienna e da Milano; giorno verrà che Trieste non avrà più bisogno di indirizzarsi a Milano e sarà essa ad approvvigionare Vienna”.

1904

I socialisti triestini, mentre chiedono fermamente l'istituzione di un'Università italiana a Trieste, rinnovano la propria adesione al programma nazionale di Brünn e l'auspicio di una “Federazione delle varie nazionalità, rese amministrativamente autonome, arbitre, in casa loro, del governo dei destini locali”. Come “giustificazione pratica” di questa scelta federalista che doveva trasformare democraticamente l'impero austro-ungarico, si avanza “l'esempio eloquente della Svizzera e della Germania”. L'anno dopo, su sollecitazione del Partito socialista italiano, i socialisti d'Austria e d'Italia si riuniscono a Trieste e riconfermano unitariamente questo progetto politico internazionalista, come unica garanzia contro le mire espansionistiche dell'Italia e dell'Austria nei Balcani. Tra i partecipanti italiani spiccano i nomi di Bissolati, Ferri e Bigota. I socialisti triestini si muovono, dal punto di vista culturale, come forza italiana; dal punto di vista politico, però, si muovono nell'orbita danubiana dell'austromarxismo e sono favorevoli alla conservazione dello stato asburgico, considerato come un'unità giovevole alla classe operaia ed, anzi, come un dato permanente ed acquisito della geografia politica d'Europa. La posizione dei socialisti viene considerata in questo periodo dalla maggioranza liberalnazionale che deteneva il potere al Comune come il “massimo pericolo” per la causa nazionale, come ricorda Attilio Tamaro: “Il massimo pericolo per la causa nazionale fu allora e negli anni seguenti il «socialismo internazionalista», tanto perché volle sovrapporre la questione sociale a quella nazionale, tanto perché fu essenzialmente austriaco, ebbe centro a Vienna e tentò vincolare la vita di Trieste a quella della Monarchia asburgica, quanto infine perché propugnò l’equiparazione politica degli Slavi agli Italiani nella Regione Giulia. Esso fu decisamente antiirredentistico: in una dimostrazione del 1904 alcuni socialisti strapparono il tricolore ad un gruppo di liberali, che avevano osato sventolarlo in piazza”.

Qualche riga più avanti l’entusiasmo nazionalista prende la mano allo storico – la sua Storia di Trieste fu pubblicata nel 1924 – e per esaltare il partito liberalnazionale e il suo leader Felice Venezian non trova nulla di meglio che paragonarlo al fascismo: “La storica azione del partito liberale-nazionale rassomiglia profondamente a quello che oggi è il fascismo, anche perché la parte più giovane e più combattiva realizzò già allora quell’azione, che oggi si chiama squadrismo. Si può dire che l’opera di quel partito, fondato su rigide gerarchie, malgrado i suoi caratteri di democrazia, fu veramente precorritrice del fascismo. Da ciò si intuisce quale potesse esser l’antitesi tra il socialismo e il partito nazionale”.

Durante la primavera vengono organizzate numerose manifestazioni dagli irredentisti per ottenere l’istituzione dell’Università. Il netto rifiuto da parte delle autorità viennesi – lo stesso imperatore Francesco Giuseppe esprime la sua opposizione parlando con il deputato Mauroner – contribuisce a riscaldare gli animi in città. A novembre, durante l’inaugurazione ad Innsbruck di una facoltà giuridica italiana – “non voluta dagli italiani”, sottolinea Tamaro, che era lì presente assieme a numerosi studenti, scoppiano violenti scontri: numerosi studenti vengono feriti e numerosi passano qualche giorno in carcere.

I “fatti di Innsbruck” suscitano pronte reazioni non solo a Trieste e nelle altre terre “irredente”, ma anche in Italia. Grande scalpore fanno le corrispondenze inviate dalla città tirolese al Corriere della Sera da Alberto Albertini, il fratello del direttore, che attribuisce alla popolazione “tedesca” della città e alle autorità la piena responsabilità politica e morale degli incidenti. Il corrispondente del più influente giornale italiano racconta con toni drammatici l’ultimo capitolo di una lunga “persecuzione di razza” contro gli italiani, della distruzione dei loro beni, dei loro negozi, della caccia all’uomo, dell’odio contro tutto ciò che in qualche modo ricordava lo “straniero”, delle imprecazioni continue: “Burschen heraus!” (“Fuori gli studenti”, cioè gli studenti di lingua italiana che venivano prevalentemente da Trieste e da Trento).

Dopo qualche giorno di disordini, si arriva all’atto finale: “Un moderato embrione di università, affidato a cinque professori con settanta studenti, confinati in un sobborgo confinante con la campagna, fu distrutto come un nido di calabroni”. Il giornalista ritiene che la responsabilità maggiore di questi avvenimenti sia da attribuire al pangermanesimo sempre più aggressivo, che mirava a rafforzare l’egemonia tedesca in Austria e al contempo la presenza germanica nel Trentino. Le critiche di Albertini, infatti, coinvolgono solo in parte la monarchia: il vero nemico è più in là, “con chiara allusione” – afferma Angelo Ara – “al centro del pangermanesimo, alla Germania”.

In città, negli ambienti vicini alla causa “italiana”, le polemiche sono all’ordine del giorno per delle decisioni prese dal Luogotenente, principe Konrad Hohenlohe, che ha soppresso alcune “attribuzioni delegate” affidate al Comune dallo statuto triestino del 1850 (ad esempio la gestione della Cassa distrettuale per gli ammalati). La sua decisione viene interpretata dai liberalnazionali come un attentato alla autonomia del Comune e la contrazione del personale che ne deriva come un odioso attacco agli irredentisti, in quanto molti impiegati del Comune erano fedeli attivisti di quel movimento. Seguono dure polemiche, aggravate dal fatto che i socialisti avevano giustificato il provvedimento come punizione “meritata” per la cattiva amministrazione del Comune.

Secondo Carlo Schiffrer il Luogotenente Hohenlohe, al quale i liberalnazionali non perdonano di essere troppo amico degli slavi e dei socialisti ed al quale danno l’epiteto non certo benigno di “principe rosso”, impersona molto bene i reali interessi dell’Austria: “Non si può dire […] che egli intenda slavizzare la città, perché ciò non sarebbe conforme agli interessi dello Stato e della parte tedesca della monarchia; egli intende però ridurre numericamente la preponderanza dell'elemento italiano appoggiandosi alle nuove forze del socialismo internazionalista […]. Durante una cerimonia inaugurale a Vienna ebbe a proclamare che Trieste, come porto commerciale dello Stato, non doveva appartenere a nessuna nazionalità, ma che doveva diventare una specie di “Nationalitätenstadt” (città delle nazionalità), un po' come il porto militare di Pola”.

Sulla consistenza numerica dell’irredentismo nel decennio che precedette lo scoppio della Prima guerra mondiale ha scritto pagine molto note l’economista Mario Alberti, nazionalista irredentista prima, fascista poi. Durante il fascismo, al pari di Attilio Tamaro, ricoprì cariche ad alto livello fino a diventare ministro plenipotenziario: “La percentuale dell’irredentismo variava da categoria a categoria, nella medesima città: era nulla nell’aristocrazia, piccola aristocrazia di nomina imperiale, mercanti, industriali e banchieri arricchiti, era modestissima fra i grossi commercianti e armatori; un po’ più notevole fra gli assicuratori, sensibile negli esponenti migliori del commercio al dettaglio e nell’artigianato; considerevole fra i funzionari dello Stato e privati; alta fra gli impiegati del Comune e delle aziende municipali; elevatissima fra le classi intellettuali, professori, avvocati, medici, ecc.; insignificante fra gli operai. L’irredentismo più vivace ed ardente era, com’è naturale, professato fra i giovani. Diventava più cauto e prudente fra gli anziani. Ma c’erano delle nature eternamente giovani: come Attilio Hortis, come Riccardo Zampieri, come Carlo Banelli, per accennare solo a tre delle più belle tempre dotate di perenne giovinezza. Gli irredentisti consapevoli saranno stati, in media, il due per cento della popolazione: circa cinquemila, a Trieste, sopra un quarto di milione di abitanti”. Prima di esporre un quadro così preciso, Alberti aveva sottolineato che “I movimenti politici, anche se di natura essenzialmente nazionale, sono il risultato della volontà della passione di pochi decisi, di minoranze fortemente consapevoli, di élites”: la storia del risorgimento italiano è presentata da lui come esempio di questa tesi.

1904 – 1905

La comunità slovena si arricchisce di due nuove importanti istituzioni, la “Jadranska Banka” e il “Narodni Dom” (Casa popolare). Inserito nel III Distretto – Cittanuova, il quartiere della borghesia “benestante”, il Narodni Dom doveva diventare la sede principale di tutto il movimento nazionalista sloveno della zona. Nel III Distretto vengono anche insediati il Grand Hotel “Balkan”, nonché “club” croati e cechi. Già all’inizio del secolo, nel 1901, era stata fondata la “Ljublianska Banka”, con l’apporto significativo della banca praghese “Zyvnostenská Banka” di Praga: era stato il primo passo di quella strategia finanziaria che doveva fare di Trieste una sede privilegiata di investimenti per i capitali bancari che venivano da vari Länder slavi della monarchia. Sono tutti segni della rapida crescita, in città, e non più solo nel “territorio”, della comunità slovena, e, in misura minore, di quella croata, che cominciano a far parte del ceto medio urbano: tra il 1875 e il 1900 la percentuale di abitanti di lingua slovena nel III Distretto era aumentata dal 12% al 16% e sarebbe ancor più aumentata negli anni successivi. Il crescente fenomeno dell’insediamento della borghesia slovena nei distretti III e IV (Barriera Nuova) sta a significare secondo la Cattaruzza che era ormai finito da tempo il tradizionale assorbimento da parte del ceto borghese di lingua italiana della minoranza di lingua slava. La personalità più eminente del mondo bancario slavo, il banchiere ceco Jaroslav Preiss, nel 1908 afferma che Trieste rappresenta un caposaldo del capitale slavo nella lotta contro il capitale tedesco. È affidata in particolar modo alla Jadranska Banka – che annoverava tra i suoi clienti le maggiori imprese croate e slovene – ed alle filiali cittadine di due grandi banche praghesi questa strategia di espansione del capitalismo slavo. Lo aveva affermato a chiare lettere l’avvocato Otokar Rybar, consigliere comunale e deputato al Reichsrat: “Solo Trieste può darci gloria e potenza. […] Trieste è il nostro ideale economico e nella lotta per Trieste noi faremo il nostro interesse e l’interesse di tutti i popolo slavi”. Un altro segno inequivocabile dell’aumentato peso della comunità slovena in città si era avuto due anni prima, nel 1902, quando era stato riconosciuto il diritto di usare la lingua slovena nei luoghi pubblici e nei tribunali: questo diritto sarà tolto nel 1920.

1907

Vengono introdotte importanti modifiche alla “Legge fondamentale” dell'impero. Tra queste particolarmente rilevante è la norma che concede il diritto di voto a tutti i cittadini di sesso maschile che avessero compiuto i 24 anni e avessero risieduto nel loro comune almeno per un anno. Si era giunti a questa nuova formulazione dopo un lungo confronto, mediando tra le resistenze contrastanti. La lotta più dura s'era impegnata sulla conservazione delle posizioni nazionali nel nuovo Reichsrat, poiché un suffragio universale “eguale”, secondo le proporzioni numeriche demografiche, avrebbe determinato l'avvento di una forte maggioranza parlamentare slava. La nuova legge elettorale, che aveva dovuto fare concessioni a numerose nazionalità, in modo particolare ai boemi, attribuisce agli slavi due voti in più rispetto agli altri gruppi rappresentati al Parlamento di Vienna.

Dall'introduzione del suffragio universale il ministro conte Max Wladimir von Beck si attende anche un incremento dei mandati socialisti alla Camera tale da attenuare le tensioni nazionali tra i diversi gruppi. In realtà non vedrà i risultati della sua opera, sia perché l’imperatore lo allontanerà poco dopo dal governo, sia perché, nonostante le sue aspettative, le lotte nazionali erano molto radicate ormai nei diversi Kronländer. “Si era pensato” – scrive Alan J. P. Taylor – “che gli operai e i contadini non sarebbero stati toccati dal nazionalismo; questo però valeva per i tempi dell’analfabetismo di massa. Ora l’Austria aveva ottenuto l’istruzione obbligatoria per tutti; e ogni uomo che sapesse leggere e scrivere non poteva non definire la propria fede nazionale”.

Per di più il nuovo sistema elettorale aggiunse alla tradizionale stratificazione verticale per nazionalità una nuova, orizzontale: “Molti partiti nazionali” – sottolinea C. A. Macartney – “avevano etichette che ne rilevavano l’impegno sociale o economico, e alcuni di essi rifiutarono di sedere in parlamento con i loro club nazionali, mentre d’altro canto i socialdemocratici fecero a meno dell’epiteto nazionale. Naturalmente si verificò uno slittamento a sinistra. […] I socialdemocratici avevano fatto un gran balzo in avanti, mentre un certo numero di deputati cechi, polacchi e ruteni, e persino qualcuno dei tedeschi non-socialisti, erano chiaramente orientati a sinistra”.

A Trieste lo scontro nazionale, al pari di quello sociale, si inserisce all’interno di questo quadro ben più ampio, ma si inserisce con una caratteristica molto importante che distingue la città da tutti gli altri territori dell’Austria-Ungheria che vedevano uno scontro tra “nazioni storiche” e “popoli senza storia”. Diversamente da quanto era accaduto in Carinzia, in Carniola, in Boemia e in Dalmazia, a Trieste la nazione storica, e con essa la lingua, aveva messo le radici in tutti i ceti sociali da lungo tempo, fin dal XVIII secolo, quando nel cosmopolitismo che caratterizzava la società urbana si era venuta imponendo la lingua italiana, la lingua “franca” dei commerci, la lingua parlata nella Deputazione di Borsa.

Mentre a Trieste la lingua, fino a quel momento, aveva distinto fondamentalmente gli abitanti della città da quelli del territorio, nelle altre parti dell’Austria-Ungheria la lingua distingueva i ceti sociali tra di loro, segnava e cristallizzava le distinzioni di classe.

maggio 1907

Al di là delle attese strumentali delle autorità asburgiche, il momento è favorevole alla causa dei Partiti socialisti ed anche a Trieste si verifica una forte affermazione elettorale socialista: su un corpo elettorale di 39.813 cittadini, i socialisti distanziano nettamente gli avversari liberalnazionali, che non riescono ad eleggere nemmeno un candidato al primo turno.

Immediate le reazioni de Il Piccolo e del Partito liberalnazionale, che denuncia ufficialmente “il regime di violenza sotto il quale si compì la lotta elettorale” e condanna l’atteggiamento del governo “che con tutti i mezzi dei quali dispone e con tutte le omissioni di cui può rendersi impunemente colpevole, ha dimostrato a Trieste e nelle province sorelle di voler rendere impossibile ogni manifestazione della coscienza nazionale degli elettori”.

Alla vigilia del ballottaggio i candidati liberalnazionali si ritirano dalla competizione; i socialisti conquistano così tutti e quattro i seggi. La vittoria socialista si inquadra nel contesto di un'ampia crescita del movimento sindacale. Nel 1907 si potevano contare nel Litorale e nella Dalmazia circa 12.000 operai organizzati nei sindacati di ispirazione socialista: secondo la testimonianza di Giuseppe Piemontese, uno dei più attivi dirigenti del movimento operaio triestino, “tra i socialisti di nazionalità italiana e quelli di nazionalità slovena regnava un grande affiatamento, salvo taluni elementi, prevalentemente intellettuali”. Al di là di un certo ottimismo che animava Giuseppe Piemontese, è indubbio che l’internazionalismo dei socialisti suscita un gran fascino in ampi settori della società triestina e sembra in grado di minacciare il controllo fino ad allora monopolizzato dai liberalnazionali. I socialisti strappano parecchi voti anche al Partito sloveno, ma il fatto non è oggetto di riflessione da parte dei liberalnazionali.

In loro il successo socialista rinfocola ancor più quella “ipertrofia della passione nazionale” di cui parla Ernesto Sestan: una psicosi che si alimenta su se stessa e che avrebbe segnato in modo totalizzante il dibattito politico e culturale della città fino allo scoppio della guerra. “Ad ogni modo, fossero o non fossero nel vero, ai tradizionali difensori dell’italianità giuliana questa complicazione, creata dall’avvento del socialismo, aggiunse nuovo argomento per guardare all’avvenire con malcelato pessimismo; la crescente pressione slava, la protezione palese che il governo sembrava le accordasse, i piani trialistici tedesco-ungaro-slavi che si diceva quel governo andasse mulinando e preparando, l’incognita degli ulteriori esperimenti del suffragio universale erano gli altri argomenti e forse più probanti e convincenti. Di qui, negli anni precedenti l’altra guerra mondiale, nella borghesia italiana della Venezia Giulia una crescente inquietudine, una irritabilità ed una ipertensione quasi patologiche del sentimento nazionale, che più ancora che nei decenni precedenti diviene l’atmosfera quotidiana quasi ossessionante nella quale vive l’italiano di questa regione e alla quale son ricondotti come a un motivo unico, tutti i giudizi di valore, ogni misura di merito; il grado di temperie nazionale nel quale ciascuno vive, diventa il criterio corrente per la sua onorabilità e dignità di uomo; l’italiano nella sua particolarità passa avanti all’uomo nella sua universalità”.

È ancora una volta la scuola uno dei terreni preferiti dello scontro nazionale e la polemica arriva ad esiti a dir poco tragicomici. Nel rione suburbano di Roiano, un edificio scolastico che doveva ospitare classi italiane e classi slovene viene abbattuto e spostato in quanto sconfinava di alcuni metri nel distretto urbano. Classi slovene non dovevano offendere il suolo italiano nel cuore della città!

1908

L'annessione da parte dell'Austria-Ungheria della Bosnia-Erzegovina determina a Trieste ed in Italia dure reazioni negli ambienti nazionalisti, che chiedono “ricompense” territoriali o, addirittura, l’abbandono della Triplice. Anche negli ambienti “triplicisti” italiani cominciano a levarsi voci discordanti e lo stesso Sidney Sonnino, durante il dibattito parlamentare, dichiara che la decisione dell’Austria non potrà non nuocere alla tradizionale amicizia tra Roma e Vienna. Durissima la reazione del socialista Gaetano Salvemini, amico di Angelo Vivante e particolarmente legato alla città, dove era venuto nel 1904 e il 1905 per tenere delle conferenze al “Circolo di studi sociali”. Secondo Salvemini l’annessione della Bosnia-Erzegovina aveva modificato tutti i delicati equilibri nei Balcani, minacciando sia gli interessi della borghesia che gli interessi del proletariato italiani. L’Italia, in caso di necessità, doveva essere pronta anche alla guerra contro gli imperi centrali: lo storico pugliese sottolinea con forza nella Critica Sociale i pericoli del pangermanesimo ed invita il governo a pensare ad un avvicinamento alla democratica Gran Bretagna.

Più cauta la posizione del socialista triestino Angelo Vivante, che vede nell'iniziativa austro-ungarica nei Balcani una mossa difensiva, un “imperialismo della paura”. Ancora una volta la posizione dei socialisti triestini viene considerata un vero e proprio tradimento della causa nazionale, un cedimento all’oppressore.

1909

I socialisti sloveni, al congresso di Lubiana, votano assieme ai socialisti croati un documento (Risoluzione di Tivoli) nel quale, per la prima volta, si accenna ad un problema nazionale di tutti gli slavi del sud (jugoslavi) e si richiede la revisione del programma di Brno ed una forte spinta politica per il conseguimento dell’autonomia degli slavi. È il trionfo dei giovani, di quelli che non senza disprezzo vengono chiamati “masarikiani”, degli studenti che durante gli anni universitari a Praga avevano abbracciato le idee di Tomas Masaryk.

Come ricorda il poeta Ivan Cankar, denunciando i limiti dell’austromarxismo dei vecchi dirigenti sloveni: “Simili all’uomo che trapianterebbe una palma sul Carso, senza considerare il luogo ed il terreno, lavoravano a casa propria, col pensiero però vivevano nelle regioni tedesche e sviluppate industrialmente. Per origine ed in certo modo anche per la lingua erano sloveni, per educazione e per modo di pensare erano tedeschi”.

Nel frattempo anche i socialisti triestini si dividono sulla questione delle nazionalità: si costituisce, sotto la guida del deputato Silvio Pagnini, una frazione dissidente del partito, il “Gruppo autonomo di Trieste del Partito Socialista Internazionale”. Pagnini, secondo la stampa liberalnazionale, “sapeva essere socialista senza dimenticare di essere italiano”, a differenza del “cattivo Pittoni venduto all'Austria ed agli slavi”. Il nuovo partito, che ha un programma intorno alla questione nazionale ed ai problemi economico-sociali vicino a quello di ispirazione mazziniana della “Democrazia Sociale Italiana”, incontra le simpatie di vari esponenti del socialriformismo moderato in Italia, ma non ha fortuna in città.

Maggiori prospettive di successo sembrano invece aprirsi in un primo momento alla “Camera del Lavoro italiana”, che si costituisce alla fine dell’anno con un programma simile a quello del Gruppo autonomo e si prefigge da una parte la difesa dell’italianità di Trieste e dall’altra una più ampia autonomia rispetto al centralismo sindacale di tipo austrotedesco. La Camera del Lavoro si caratterizza anche per la rivendicazione della piena indipendenza del movimento sindacale rispetto a quello politico, contro la linea ufficiale dei socialisti triestini. A Trieste come a Vienna era prevalsa, infatti, quella strategia che Adler aveva sempre perseguito e cioè la tesi che il movimento sindacale e il movimento politico dovessero essere come i gemelli siamesi, cioè due entità assolutamente inseparabili.

Negli anni successivi la Camera del Lavoro riesce ad instaurare numerosi contatti con leader democratici e socialisti quali Bissolati e Salvemini, incontrando anche il sostegno del movimento sindacale di Boemia e di Moravia, che nel 1910 decide il distacco dalla centrale sindacale viennese e la ristrutturazione su basi autonome. Questa scissione del Partito socialista per esigenze di schieramento “nazionale”, così calorosamente accolta dai liberalnazionali, è in realtà il riflesso di un fenomeno più ampio, che nello stesso periodo coinvolge in città anche la minoranza slovena. Il Partito nazionale sloveno, infatti, cerca in ogni modo di indurre gli operai sloveni ad abbandonare le Sedi Riunite per aderire alla “Narodna delavska organizacija” (Organizzazione operaia nazionale). Giuseppe Piemontese, che a quell’epoca era un fedele sostenitore di Pittoni e lavorava in Germania per la Confederazione generale di sindacati, afferma che tale scelta “nazionale” era stata pilotata ad arte dalla borghesia slovena, che, al pari di quella italiana, giocava la carta del nazionalismo per dividere e piegare la classe operaia e il movimento socialista. È, la sua, la tipica interpretazione che l’austromarxismo ortodosso dava del nazionalismo.

Nell’attesa delle elezioni per il rinnovo del Municipio, indette per giugno, l’atmosfera si fa incandescente. Alla fine i liberalnazionali superano nettamente i due terzi dei seggi necessari per controllare il bilancio ed eleggere il podestà. I socialisti, che raccolgono al ballottaggio anche il voto degli sloveni, ottengono dieci posti. Dopo le elezioni il vecchio podestà Scipione de Sandrinelli viene messo da parte dai vincitori delle elezioni perché troppo ligio nei confronti dei “rappresentanti dell’Austria”. Eppure la città gli doveva non poco, come generosamente avrebbe riconosciuto Silvio Benco: “Il periodo nel quale è Podestà Scipione de Sandrinelli, dal 1900 al 1909, resterà memorabile per le grandi opere pubbliche: la nuova ferrovia transalpina, il nuovo porto, e con essi un numero insolito di grandi lavori municipali, le magnifiche scuole popolari moderne, il Frenocomio di Guardiella, il traforo del colle della Fornace, il nuovo Monte di Pietà, gli alloggi popolari, i primi gruppi di case d’abitazione per il popolo. Accennano questi ultimi istituti allo svolgimento di un programma sociale, che nell’attività del Comune moltiplica e rinnova le forme del pubblico intervento a favore delle classi che hanno maggior bisogno di protezione”.

1910

Il censimento condotto con il criterio della lingua d'uso (“Umgangssprache”), cioè della lingua usata sul posto di lavoro, dà questo quadro complessivo:1)

Dati ottenuti dal Magistrato CivicoDati ottenuti dal Luogotenente
Italiani 141.509 118.959
Sloveni 36.208 56.916
Croati 1.195 2.403
Tedeschi 9.239 11.856

Si devono aggiungere inoltre circa 28.000 stranieri, in buona parte friulani.

Il criterio con cui viene svolto il censimento suscita dure polemiche, in quanto indubbiamente favorisce la componente italiana, ma dai dati emerge comunque – come ricorda Schiffrer – un quadro molto significativo: a Trieste oltre la metà della popolazione presente è costituita da immigrati ed i dati statistici in genere sembrano indicare che nel giro di qualche decennio la città avrebbe toccato il mezzo milione di abitanti. Una metropoli nella quale gli italiani avrebbero a stento raggiunto i 200.000 abitanti.

Nel 1910 la popolazione slava residente entro la circoscrizione comunale raggiunge quasi i 60.000 membri, mentre la città di Lubiana non raggiunge i 40.000 abitanti. Molti sloveni guardano a ciò che stava avvenendo nelle città della Boemia a favore dei cechi e pensano di riprodurre a Trieste quel modello. Trieste e non Lubiana doveva diventare per molti nazionalisti sloveni la capitale futura, quando l’impero asburgico avesse finito i propri giorni. Lo sostiene baldanzoso, nel 1911, l’Edinost: “L’italianità di Trieste, che si trova agli sgoccioli, festeggia la sua ultima orgia prima della morte. Noi Sloveni inviteremo domani questi votati alla morte a recitare il confiteor”.

Sul fenomeno tanto discusso della immigrazione più o meno “forzata”, sul quale la propaganda nazionalista ha a lungo insistito imputando a questa lo snaturamento della identità della società triestina, sono molto utili i dati raccolti dall’Österreichische Statistik:

CarniolaTriesteGorizianoIstria
1890 583 6.095 1.109 585 937
1900 570 5.963 1.040 798 992
1910 498 5.696 967 884 1.170

“Da tali dati emerge come le zone tradizionali di immigrazione slovena (Carniola, Goriziano) fossero zone di vecchia emigrazione. Dal 1890, e ancor più dal 1900” – scrive la Cattaruzza – “prevale la immigrazione da zone miste dal punto di vista nazionale (come nel caso dell’Istria) o compattamente italiane, come nel caso dell’immigrazione dal Regno d’Italia. Paradossalmente, gli anni in cui il Partito liberalnazionale agitava con maggior furore il pericolo dell’“invasione slava”, erano gli anni in cui la componente slovena degli immigrati diminuiva sia in termini assoluti che in termini relativi ed aveva invece luogo un’ondata di immigrazione italiana”.

Numerosi irredentisti triestini, rappresentanti della Dante Alighieri, della Trento e Trieste e della Lega Nazionale, partecipano in quest'anno al Congresso di fondazione a Firenze dell'”Associazione Nazionale Italiana”. Sempre a Firenze, la cui università ha un fascino del tutto particolare per molti giovani intellettuali e studenti triestini, la rivista La Voce pubblica un’inchiesta sui problemi degli italiani in Austria e sull’irredentismo. Vi collaborano Borgese, Mussolini, Prezzolini e i triestini Alberto Spaini, Ferruccio Suppan, Ruggero Timeus, Angelo Vivante e Giuseppe Vidossevich. Scipio Slataper firma i due articoli di fondo, «Un po’ di storia» e «Oggi».

In questo periodo si inseriscono con forza nella lotta nazionale anche i ricreatori, una sorta di scuola a tempo pieno: intenzione del Comune è farne uno strumento di educazione dei figli dei poveri all'italianità. I ricreatori devono inoltre rappresentare un’alternativa laica all'attività degli oratori parrocchiali, specialmente a quella dei salesiani.

1911

La guerra di Libia contribuisce non poco a rinfocolare le rivendicazioni degli ambienti nazionalisti in Italia: a Roma, un giovane studente triestino, Ruggero Timeus, fa proprio il verbo nazionalista e si fa portavoce di un nuovo imperialismo aggressivo. Timeus ribalta completamente le tesi di Vivante sul legame secolare tra Trieste e l’Austria: il destino della sua città, la “città borghese”, è quello di diventare lo strumento di espansione dell’Italia verso il Levante. Trieste deve diventare la “porta orientale”, il trampolino per il dominio su tutte e due le coste dell’Adriatico. “Sul confine di tre popoli, Trieste, città italiana, potrà essere un emporio donde partiranno merci, uomini, idee dell'Italia: un centro da dove si irradierà la nuova morale del mondo; la porta per la quale non entreranno nemici, ma dalla quale l'Italia partirà per le future conquiste”. Ogni appello ad una lotta comune delle nazionalità sottomesse è bandito, ogni richiamo allo spirito risorgimentale e democratico è un impaccio davanti alle esigenze dei nuovi popoli dominatori. Timeus è ben cosciente che un’epoca, con i suoi ideali e il suo universalismo, è finita: “L’irredentismo antico, che partiva dal principio dell’indipendenza nazionale per tutti, poteva essere imbarazzato. Noi no”. L’unico criterio di giudizio è la grandezza e la potenza della patria: “Se gli Slavi ci pigliano di mezzo, peggio per loro. È la sorte dei vinti. Anche noi la soffrimmo”.

Le rivendicazioni nazionali, condotte ormai con forti connotati nazionalistici ed espansionistici, minacciano in modo sempre più radicale gli equilibri già instabili del mondo danubiano: ne è una testimonianza la fondazione della società segreta serba “Unità o morte” (o “Mano Nera”), fautrice di una linea rigidamente nazionalista e contraria ad ogni possibile compromesso con l'impero austro-ungarico. Dietro il nazionalismo serbo, particolarmente acutizzato dall’annessione della Bosnia e della Erzegovina, vi sono i progetti di espansione della Russia, che alimentava in tutti i modi la paura di Belgrado per il progetto “trialista” di Francesco Ferdinando. Non manca tra i nazionalisti serbi chi sostiene apertamente il progetto di una “grande Serbia”, con uno sbocco sul mare, realizzata con il distacco dall’Austria della Bosnia, dell’Erzegovina, della Croazia e della Slovenia e con la loro annessione sotto la corona di Pietro I Karadjordjevic.

Questo quadro generale condiziona ovviamente anche le elezioni politiche. A Trieste si rafforza la posizione dei liberalnazionali ed i mandati socialisti si riducono a due, entrambi conseguiti nel ballottaggio, con l’apporto dei voti sloveni. A Bissolati, che rivolge una dura critica ai socialisti triestini per questi accordi elettorali, Pittoni risponde con fierezza e decisione: se Bissolati aveva interesse a nascondere a se stesso e all’Italia la crescita della presenza slovena a Trieste “allora tra noi e Bissolati c’è quello stesso abisso che ci separa dai nazionalisti”. Lo stesso organo viennese della “Demokratische Arbeiterpartei in Österreich” l’Arbeiter Zeitung ammette che i risultati delle nuove elezioni segnano “un rafforzamento del radicalismo nazionale in tutte le nazioni”.

Le spinte nazionali dividono a tal punto i Partiti socialisti che diventa impossibile la costituzione al Parlamento di Vienna di un gruppo socialista unitario alla Camera: al suo posto si decide la formazione di tre unità distinte che raggruppano l'una i cechi separatisti, l'altra i deputati polacchi e la terza i deputati tedeschi cui vengono aggregati i tre italiani Battisti, Oliva e Pittoni.

1912

Viene inaugurata la nuova grande Sinagoga, che diventa il luogo sacro per una comunità che ha raggiunto all'inizio del secolo le 4.500 unità. Il nuovo tempio sorge, secondo i piani di Ruggero e Arduino Berlam, in via Donizetti. Alla solenne inaugurazione sono presenti le autorità cittadine, con a capo il Luogotenente principe di Hohenlohe. Da qualche anno il cimitero della comunità, di cui parla Umberto Saba nella poesia Tre Vie, è stato spostato da Via del Monte al Cimitero di Sant’Anna, che – come scrive Mario Stock – “rivela qualche volta al visitatore lo stile funerario ebraico, ma più spesso, in un ambiente reso suggestivo da piante secolari, il fasto delle tombe di famiglia dell’Ottocento triestino, del tutto alieno alla tradizione religiosa avita”.

La comunità ebraica è inserita da lungo tempo nella società triestina e numerosi suoi esponenti hanno svolto e svolgono un ruolo di grande rilievo nell’economia e nel mondo delle assicurazioni.

Se pure di origine diversa – numerosi sono di origine tedesca – molti ebrei triestini hanno mostrato un forte attaccamento nei confronti dell'Italia ed hanno animato il movimento irredentista. Basterà ricordare i nomi di Giacomo e Felice Venezian, Moisé Luzzatto, Camillo Ara, Teodoro Mayer.

1912 – 1913

Durante le guerre balcaniche la leadership assunta dall’espansionismo serbo accelera la frattura tra il vecchio e il nuovo “slavismo”, che considera ormai irrinunciabile la fine dell’Austria asburgica. Ciò determina la rapida crisi dell'”austroslavismo” e quindi del corrispondente progetto di ridefinizione dell'impero in chiave “trialista” che si riteneva essere nel cuore e nella mente del principe ereditario Francesco Ferdinando. A Vienna si comincia per la prima volta a percepire l’esistenza di un reale pericolo rappresentato nel cuore dei Balcani dagli slavi del sud.

La maggioranza dei socialisti triestini continua ad ispirarsi, sotto la guida di Pittoni, agli ideali dell’internazionalismo ed ai programmi della socialdemocrazia viennese, ed in particolare alle posizioni di Viktor Adler, che godeva allora di una grande influenza all’interno della II Internazionale. Pittoni è rimasto fedele alle conclusioni del Congresso socialista di Brno: le questioni nazionali sono questioni culturali e amministrative che si possono risolvere all’interno di un’unità statale ed economica garantita dall’Austria e ciò vale soprattutto per Trieste, che solo in questo modo avrebbe potuto far convivere l’identità nazionale e gli interessi economici e commerciali.

1913

Alle elezioni comunali, condotte in un clima di accentuato nazionalismo sia in campo italiano che in campo sloveno, i liberalnazionali aumentano considerevolmente il numero dei voti, mentre i socialisti subiscono un netto calo:

voti
liberalnazionali 16.114
socialisti 7.711
sloveni-nazionali 9.022
Camera del Commercio 271

Nell'atmosfera che caratterizza queste elezioni comunali suscita dure polemiche in città, nonché gravi difficoltà negli ambienti socialisti, un opuscolo di propaganda elettorale compilato dalla sezione slovena del Partito socialista, nel quale, tra l'altro, si afferma: “La maggioranza nazionalista italiana non può accendersi per l'autonomia nazionale, giacché ha l'interesse che sia conservata ancora la favola dell'italianità di Trieste. […] Gli interessi della nazione slovena esigono che non si ostacoli ai socialisti italiani il cammino verso il potere e l'influenza tra la popolazione italiana. Quando saranno giunti a tale potere, essi godranno di parte decisionale nel Consiglio comunale e potranno offrire agli sloveni quanto oggi non possono offrir loro, perché privi di quella parte decisionale”.

L'opuscolo, a firma di Ivan Regent, sembra strumentalizzare apertamente l'internazionalismo socialista ai fini della lotta contro gli italiani. Dati questi presupposti nessuno si stupisce – e l'organo socialista Il Lavoratore meno di tutti – di come “la stragrande maggioranza del “Corpo proletario” di città scegliesse il nazionalismo, italiano o slavo”.

Sul tema delle rivendicazioni nazionali il Partito socialista deve rispondere ad attacchi polemici anche da parte del Partito nazionale sloveno. Il suo leader, Josip Vilfan, esprime il programma del suo movimento senza mezze misure: “Noi non possiamo rassegnarci che un oratore socialista a Trieste ci dica che la questione nazionale è ormai cosa dei tempi passati, che ora dobbiamo occuparci di altre questioni. Per noi esiste la questione nazionale, noi siamo un partito perfettamente nazionalistico”. La questione di Trieste, e in genere degli italiani nell’Austria, è al centro di un ampio dibattito anche in Italia, soprattutto sulla scia del rinnovo delle Triplice Alleanza e della nuova spinta aggressiva data dal ministro Antonino di san Giuliano alla politica estera italiana. Sono note le sue simpatie per il Reich germanico e il suo piglio “crispino”.

I toni del dibattito si riscaldano improvvisamente dopo che il Luogotenente Hohenlohe emana alcuni decreti con i quali vengono allontanati dai loro impieghi quei cittadini del regno d’Italia (“italiani regnicoli”, secondo l’espressione del tempo) che, residenti a Trieste, lavorano per il Comune o per le aziende municipalizzate. Il principe “rosso” viene ancora una volta accusato violentemente di essere un antiitaliano e di favorire esclusivamente la parte slava.

Grande eco suscita una serie di articoli di Luigi Barzini, uno dei giornalisti più noti del Corriere della Sera, inviato a Trieste dal quotidiano di Milano. “Nelle sue corrispondenze” – scrive Angelo Ara – “[Barzini] denuncia una politica di slavizzazione del litorale, che egli definisce, non senza amplificazioni rettoriche, una guerra di sterminio, sia pure senza spargimento di sangue, condotta contro l’italianità adriatica. Il governo austriaco, a suo parere, dimenticando il vero interesse della monarchia, mira all’annientamento dell’italianità a beneficio di una razza inferiore”.

Gli articoli di Virginio Gayda, l’inviato della Stampa, non si differenziano molto da quelli di Barzini, se non per i toni meno esasperati. Anche per Gayda, che era stato per molti anni corrispondente di giornali italiani a Vienna, Trieste e in genere gli italiani delle terre adriatiche sono oggetto di un vero e proprio attacco slavo appoggiato dalla burocrazia imperiale; Gayda si sofferma anche sulla gravità della condizione degli italiani nel Trentino, che sono minacciati dall’espansionismo dei pangermanisti. Anche Salvemini, sull’Unità, dà un giudizio molto grave sui fatti triestini, ma ne trae una conclusione completamente diversa: bisogna denunciare la Triplice Alleanza, avvicinarsi alle potenze dell’Intesa e stringere un dialogo con le popolazioni slave meridionali dell’Adriatico, che come quelle italiane sottostanno al dominio dell’Austria.

La sensazione che i rapporti tra gli italiani e gli sloveni residenti nei territori della corona asburgica siano arrivati ad un punto di grande tensione è espressa dolorosamente da un socialista triestino, Rodolfo Cerniutz, che mette in guardia i suoi compagni da ogni tentazione nazionalistica: se prevarranno i partiti “nazionali” italiano e sloveno si ripeterà la tragedia che aveva scosso i Balcani e cioè la guerra.

1914

Molti irredentisti abbandonano la città clandestinamente, unendosi in Italia ai gruppi di fuoriusciti e di profughi che già da tempo avevano abbandonato il Trentino e le zone adriatiche facenti parte dell'impero austriaco. Tra questi Ruggero Fauro-Timeus, Giorgio Pitacco, deputato al Parlamento viennese, il deputato Attilio Hortis, Riccardo Pitteri, Attilio Tamaro, Nazario Sauro, Bruno Ferluga e Teodoro Mayer, il proprietario de Il Piccolo. A Roma si reca anche lo scrittore Scipio Slataper. Secondo il calcolo fatto da F. Pagnacco erano più di duemila i volontari provenienti da Trieste, dall'Istria e dalla Dalmazia. La maggior parte dei fuoriusciti giuliani e dalmati ha alle spalle un'esperienza di dura lotta nazionale ed è schierata su posizioni esplicitamente antislave: da tempo ormai la vecchia eredità mazziniana e garibaldina, che aveva animato l'irredentismo democratico, è diventata per molti di loro solo un ingombrante ricordo. I più si battono ora per le soluzioni estreme, per una politica adriatica oltranzista, ed abbracciano i programmi dei nazionalisti più accesi tentando di indurre il governo italiano a denunciare la Triplice e mettere alle strette l’Austria: sono in prima fila in questa linea intransigente Giorgio Pitacco, Attilio Tamaro, Mario Alberti, considerato nei circoli irredentisti l’esperto per i problemi economici.

In città le posizioni delle forze politiche sono divise, spesso profondamente contraddittorie, come pure le attese e le speranze.

Da parte socialista ben pochi ritengono probabile, dopo la conclusione delle guerre balcaniche, lo scoppio di un conflitto e il partito è, nella sua grande maggioranza, concorde con il cauto ottimismo di Pittoni. Secondo la sua analisi della situazione il capitalismo si è “già tanto internazionalizzato da rendere difficile un conflitto armato”: se la classe operaia manterrà la sua compattezza, verrà presto il momento in cui “non si parlerà più di questi aggruppamenti di Potenze [Intesa e Triplice], ma subentrerà ad essi una più stretta unione di tutte le Potenze capitalistiche”.

Da parte dei liberalnazionali si continua la propaganda e la lotta politica con metodi che sembrano veramente dar ragione a Tamaro quando parla di analogie con lo squadrismo fascista. Il corteo del 1° maggio organizzato dagli sloveni viene attaccato violentemente da attivisti irredentisti: “Una banda musicale slovena” – racconta Tamaro – “che aveva osato attraversare la città, ebbe gli strumenti musicali rotti sulle teste, sui denti e sulle spalle dei suoi componenti. Quanti Slavi furono riconosciuti per la città furono bastonati, malmenati e feriti, alcuni gravemente. Non poco sangue corse in quell’occasione”. Toni ancora più duri e “razzisti” troviamo in Ruggero Fauro che commenta la manifestazione in questi termini: “Adesso bisogna persuadere anche gli slavi, che fanno cosa ingiusta a invadere Trieste, e che in omaggio alla Giustizia dovrebbero rimanere tra i sassi del Carso a coltivar patate”.

D’altronde lo stesso Tamaro ammette che “il partito liberale-nazionale attraversò allora una fase che, per molti versi, si può chiamare veramente precorritrice del fascismo”, ricordando che “si ebbe un vero squadrismo, con le cosiddette squadre, o comitati d’azione, composte per lo più di giovani che eseguivano gli atti più radicali, attaccavano gli slavi, bastonavano socialisti ed austriacanti, affiggevano proclami”.

Era questa l’atmosfera nella quale la città viveva all’inizio della tragedia: “Era un pomeriggio di domenica chiaro e smorto quando saettò nei caffè cittadini la notizia dell’Arciduca e della consorte trucidati a Serajevo…”. La dichiarazione di guerra alla Serbia è il passo successivo, tanto temuto dalle diplomazie europee: “La tranquilla dimora della pace fu scrollata quella mattina del 24 luglio, quando apparve il più infame documento della storia. Sul bianco e nero dei giornali squadernati, gli spiriti più svegli sentirono trasecolare il sole. […] Ma le moltitudini dalla coscienza più impreparata, più tarda, non compresero, non afferrarono tosto che quello era il giorno del destino”.

Se lo scoppio della guerra è accolto con grandi speranze dai liberalnazionali, che contano sull’intervento armato dell’Italia contro l’Austria, i socialisti italiani si trovano in una posizione molto delicata, in quanto i socialisti austriaci e quelli tedeschi hanno votato il bilancio per la guerra richiesto dai loro governi ed hanno abbandonato il credo internazionalista. Della II Internazionale non rimane in piedi più nulla ed in agosto, quando ormai l'Austria e la Germania sono in guerra, Il Lavoratore si vede costretto a scontrarsi con il potente confratello viennese: “L'Arbeiter Zeitung, parlando della guerra in corso, si dà l'aria di poter parlare per tutti i socialisti. […] Dappertutto, dopo scoppiata la guerra, il modo di sentire del nostro partito (deputati, organizzatori, giornalisti) in genere risulta diverso da quello che per tanti anni era potuto o dovuto parere”.

Come scrive Giampaolo Valdevit, l’inizio del conflitto trova la gerarchia e gli ambienti cattolici triestini schierati in pieno a sostegno della “nazione in armi”, non diversamente da quanto sta accadendo nelle altre parti dell'impero. Con una lettera pastorale il vescovo Andrea Karlin invita i fedeli triestini a dare il proprio leale appoggio alle decisioni del governo di Vienna, nella piena obbedienza alle scelte dell'imperatore: “Al soldato poi non spetta giudicare sulla sufficienza dei motivi che spinsero il capo del suo stato a dichiarare guerra. Egli deve marciare […]. L'Imperatore ha invitato i suoi popoli alla difesa della patria. Si mostrerebbe indegno del nome di cittadino e di cristiano chi non seguisse la chiamata del supremo capo”. È “soprattutto dal pulpito” – raccomanda il vescovo – che deve partire l'iniziativa in tal senso.

Il giornale cattolico L'Unione, diretto dal sacerdote Ugo Mioni, interpreta la guerra nei termini di contrapposizione tra civiltà e inciviltà. I “paesi barbari” che devono venire conquistati dalla civiltà sono la Serbia e la Russia: “La spada, emblema in questo caso di libertà, adoperata da baldi figli viene ad essere un mezzo efficace contro la barbarie [e] taglia nettamente i membri putridi della società”. L'atteggiamento dei cattolici triestini si scontra duramente sia con le spinte filoitaliane della borghesia liberalnazionale, sia con le posizioni contrarie alla guerra ripetutamente espresse dai socialisti triestini. Per di più la posizione ufficiale della diocesi di Trieste – non va dimenticato il peso del Concordato del 1855 in tutta l’Austria-Ungheria – non si identifica con quella del Vaticano, che aveva ripetutamente manifestato il suo neutralismo al punto tale che la Civiltà cattolica, nell’ottobre del 1914, si era chiesta se poi esisteva veramente quel tanto sbandierato giogo asburgico che opprimeva gli “irredenti”.

Lo scoppio della guerra trova in realtà l’opinione pubblica spesso disorientata, mossa da spinte contraddittorie e passionali, come scrive alla metà d’agosto Scipio Slataper: “L'opinione pubblica qui a Trieste è stata fino a pochi giorni fa travolta dall'odio astioso contro gli slavi, da diventar cieca. Ancor oggi c'è della gente intelligente che sostiene la necessità della vittoria austro-germanica che tagli la testa al panslavismo. Queste idee e sentimenti hanno causato le dimostrazioni tripliciste dei primi giorni”. Sgomento e sorpresa si ritrovano anche in molti socialisti quando appare chiaro che pure la classe operaia si fa coinvolgere dallo spirito bellicista e dalle passioni nazionali. Adriano Oliva, allora giovane tipografo socialista, racconta in un’intervista del 1977 quella drammatica esperienza: “… xe triste a dirlo, ma me ricordo come adesso, ala notizia del scopio dela guera ghe xe sta come un’esplosion, no digo de gioia o de entusiasmo, ma de euforia, eco la parola esata! In tuta la gente, anche nel proletariato. Le strade iera animade e piene de alegria. Questa purtropo xe la pura verità! Bisogna viver el momento, per poi creder al suo raconto. Mentre che ne l’umanità ghe doveva esser una costernazion o un urlo de oror, che xe sta inveze come un momento de perplessità: “Cossa sarà? Come sarà?”. Una straneza che me ga assai colpido. Diremo anche questo, che la prima guera mondiale iera cussi lontana dale altre guere, che nisun non gaveva più un’idea de cossa fussi ‘sta mobilitazion e tute ‘ste novità. Pareva come de entrar in una nova era e la gente no pensava a quel che podeva risultar. Ma el fato xe, che ghe xe stà una grande euforia”. Negli ultimi mesi dell’anno le tensioni crescono, anche perché non si riesce a comprendere quali siano le reali intenzioni del governo di Roma. Il ministro degli Esteri Sidney Sonnino mostra per ora di non gradire l’attivismo degli irredentisti, Ruggero Timeus e Cesare Battisti tra tutti, che propongono spedizioni di volontari organizzate dalla Trento e Trieste o dai repubblicani. È lo stesso Sonnino a scrivere in quel frangente, mentre le armate tedesche premono nelle vicinanze di Parigi, che tutt’al più il governo di Roma può pensare al Trentino, ma non certo a Trieste: “A Trieste non credo, perché Trieste italiana sarebbe rovinata”.

settembre – dicembre 1914

La guerra comincia a mostrare il suo volto drammatico, dopo tante attese, tante paure e tante speranze: tra l’8 e il 12 settembre l’esercito russo sfonda le linee nemiche nella Galizia orientale e conquista Leopoli. Gli austriaci devono abbandonare la Bucovina e la Galizia. Il 97° Reggimento, formato da friulani e triestini, che era partito – racconta Silvio Benco – “sotto un nembo di fiori come per una maggiolata”, è travolto e registra gravi perdite.

La delusione per la sconfitta, il dolore per i morti, i racconti dei feriti, gli inutili tentativi della polizia e dell’esercito di imporre il silenzio sugli avvenimenti si sommano alla “feroce gioia” degli irredentisti. Già da tempo si parla di movimenti di truppe sul Carso o nell’Alto Goriziano, dove dalla fine di agosto si erano concentrate alcune decine di migliaia di uomini, apparentemente per esercitazioni. Molti attendono un segno dal vicino regno, ma, come sottolinea Silvio Benco, fervente irredentista che aveva scritto per l’Indipendente e per Il Piccolo: “A Trieste si era troppo impazientemente sperato. E nessuno voleva capacitarsi che era stata follia l’aspettarsi che l’Italia entrasse in guerra al galoppo, quando ancora a metà settembre si ripetevano a nome del Governo italiano dichiarazioni di neutralità. Ora disperavano proprio quelli che avevano troppo sperato; e ai più saggi, i quali andavano riaffermando impossibile che l’Italia si lasciasse alle spalle la guerra mondiale senza avere risolto la contesa adriatica con l’Austria-Ungheria, ai meglio informati che sostenevano la guerra delle nazioni essere appena iniziata e dover durare ancora almeno un anno, rispondevano sorrisi pallidi, tentennamenti del capo, sospiri, sgretolamenti di scetticismo e d’angoscia”.

1915 – 1918

Negli anni del conflitto tutto il Litorale viene investito dalle dure condizioni imposte dall'economia di guerra. Le attività del porto, minato e sorvegliato dalle cannoniere austriache, sono ridotte al lumicino e il movimento dei convogli ferroviari è del tutto insufficiente a garantire il vettovagliamento della città.

Dopo la denuncia da parte del governo italiano della Triplice e la successiva dichiarazione di guerra all’Austria, si diffonde la convinzione tra gli irredentisti del Litorale ed anche negli alti gradi militari austriaci che gli italiani avrebbero rapidamente sfondato in direzione di Trieste. Racconta Giuseppe Piemontese, che a quel tempo prestava servizio militare nel “Landsturm”: “I cittadini del regno, che nei giorni precedenti la dichiarazione di guerra erano rimpatriati in massa, erano convinti che sarebbero ritornati «fra qualche settimana» al seguito delle vittoriose truppe italiane. Ed i più erano partiti lasciando a qualche amico le chiavi di casa contenenti [sic] mobili e arredamento e prendendo seco solo la biancheria indispensabile. Le autorità stesse contribuivano a dar credito all’opinione che Trieste non sarebbe stata difesa: la luogotenenza, i vari dicasteri governativi si trasferirono più in fretta a Postumia, portando seco gli archivi, mentre i funzionari, la cui presenza era qui indispensabile, verso sera partivano anch’essi per Postumia, dove pernottavano. Si sapeva inoltre che il comando austriaco si apprestava ad organizzare la resistenza sulla linea Bainsizza-monte Re, mentre a Trieste non restavano che la polizia ed un debole presidio di milizia territoriale. Le speranze ottimistiche subirono una grave delusione quando apparve evidente che, ben lungi dal risolversi in poche settimane, il conflitto italo-austriaco si sarebbe prolungato ancora per molto tempo. La guerra, anziché una guerra di movimento, era diventata una guerra di logoramento, con i belligeranti aggrappati alle falde del Carso sassoso”.

Già nei primi mesi di guerra Trieste aveva perso, per effetto delle leve militari e per il rimpatrio dei “sudditi italiani” (non meno di 30.000 partenti), all’incirca 70.000 uomini validi. La prima mobilitazione aveva rastrellato, tra città e circondario, 32.500 uomini, in gran parte contadini!

La censura sulla stampa è mantenuta con il massimo rigore e numerosi sospetti di simpatie per la causa italiana vengono deportati nei campi di Wagna, Mauthausen, Oberhollabrun. Il primo segnale era stato dato poche ore dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia con l’incendio del Piccolo.

Per di più, dal marzo del 1914 le istituzioni parlamentari viennesi avevano cessato di funzionare, perché i deputati cechi avevano messo in opera un ostruzionismo serrato per impedire l’approvazione di una legge che elevava di 30.000 unità il contingente dei richiamati alla leva. Per tre anni, fino al 1917, i deputati non sarebbero stati convocati!

Nel 1916 anche il leader socialista Pittoni viene allontanato dalla città, perché richiamato alle armi: la leva era divenuta, infatti, obbligatoria dai 17 ai 52 anni. La città rimane così del tutto priva di dirigenti politici.

Durante il periodo bellico la popolazione presente nella città diminuisce di oltre 100.000 persone. Malgrado ciò le difficoltà di approvvigionamento rimangono enormi, a causa della prolungata chiusura delle vie di mare e della crisi dei trasporti ferroviari dovuta alla vicinanza del fronte. La zona circostante è povera e poco produttiva e quindi poco può offrire per il sostentamento dei soldati e della popolazione.

26 aprile 1915

Dopo un mese di trattative segrete viene siglato il Patto di Londra. All'accordo non si vuole dare il carattere di una quadruplice Convenzione, che avrebbe richiesto l'approvazione dei Parlamenti, e si preferisce dare la forma di un “memorandum” italiano accettato dalle tre potenze dell'Intesa (Francia, Gran Bretagna, Russia). In base a questo patto, con il futuro trattato di pace l'Italia avrebbe annesso il Trentino, il Tirolo meridionale (fino al Brennero), la città di Trieste e i suoi dintorni, la contea di Gorizia e Gradisca, l'Istria, fino al Quarnaro, e “la provincia di Dalmazia nei limiti amministrativi attuali”. Ancora all'Italia sarebbero stati riconosciuti in Albania – “in pieno dominio” – Valona, l'isola di Saseno e “un territorio di estensione sufficiente da assicurarla contro pericoli di natura militare”. La delegazione italiana non chiede l'annessione della città di Fiume, in quanto il governo di allora non riteneva che uno stato unitario jugoslavo sarebbe stato tra i successori dell'impero austro-ungarico, bensì che sarebbero sorti i regni di Serbia e del Montenegro, magari un po' ingranditi, e una Croazia più o meno autonoma o parzialmente dipendente dall'Ungheria. Va tenuto presente al riguardo che mentre il porto di Fiume, città della Croazia, era lo sbocco naturale del regno d’Ungheria, la Dalmazia apparteneva alla metà austriaca della Duplice monarchia. Sulla base di queste considerazioni il porto di Fiume-Sussak veniva lasciato all'Ungheria, assieme al circondario e all'isola di Veglia.

maggio 1915

Il governo serbo, venuto a conoscenza di alcune indiscrezioni sul Patto di Londra, ed in particolare delle future cessioni all'Italia di territori adriatici dell'impero asburgico, rivolge una dura nota di protesta alle potenze dell'Intesa. L'azione del governo serbo è sostenuta da un neocostituito “Comitato jugoslavo”, organo dei fuoriusciti sloveni, croati e serbi, che presenta a Londra il cosiddetto “memoriale Supilo” – Frano Supilo era uno dei leader del Comitato – nel quale si auspica la creazione di un nuovo stato jugoslavo aperto ai serbi della Serbia ed ai montenegrini, e comprendente anche Gorizia, Gradisca, Trieste, l'Istria, Fiume, la Carinzia ed altri territori.

La posizione di Belgrado è anche una risposta ai progetti espansionistici propagandati sulla stampa italiana dai nazionalisti e dagli irredentisti più decisi. Grande scalpore ha suscitato la pubblicazione sul Secolo di un “Appello agli Italiani” da parte della Commissione di patronato, che riuniva gran parte dei fuoriusciti adriatici e trentini: si proclamano come sacre e irrinunciabili le rivendicazioni italiane sul Trentino fino alla frontiera alpina, su Trieste, la Venezia Giulia, l'Istria, Fiume e la Dalmazia. L'assorbimento del movimento irredentista nei programmi dei nazionalisti è divenuto così completo, come testimonia anche il fatto che il presidente della Commissione, Salvatore Segrè, è anche consigliere amministrativo dell'Idea Nazionale, il giornale di Corradini e di Parodi.

A proposito della linea politica portata avanti dall’Idea Nazionale e della spregiudicatezza dei modi adottati, così si sarebbe espresso qualche anno dopo Benedetto Croce: “Era il giornale dei nazionalisti, che già si preparavano a diventar fascisti, e perciò si esercitavano nel dire il contrario al vero, mettendo da parte ogni scrupolo e ogni verità”. Ai governi di Londra e di Parigi le rivendicazioni del governo serbo sembrano eccessive e poco plausibili, nonostante il fatto che lo zar Nicola II, riaffermando l’unità slava intorno alla Russia, avesse dichiarato che la Russia stava combattendo anche per i “fratelli slavi”, a sostegno della loro causa2).

23 maggio 1915

L'Italia, che il 4 maggio aveva denunciato il trattato della Triplice Alleanza, dichiara guerra all'Austria-Ungheria. L'opinione pubblica italiana, in assenza di comunicazioni ufficiali sui contenuti del Patto di Londra, rimane a lungo nell'incertezza sugli accordi presi con le potenze dell'Intesa in merito alle rivendicazioni territoriali italiane ai danni dell'Austria-Ungheria. Come sottolinea lo storico Renato Monteleone: “L'Italia entrava in guerra portandosi dietro questi equivoci, già gravidi della futura tragedia nazionale e europea. Tutti i più autorevoli e battaglieri tra gli irredentisti furono a Roma in quei giorni infiammati, anche Battisti, che però era già rientrato a Milano, quando il 20 alla Camera furono votati i pieni poteri al governo. Ma a quella seduta ci furono Hortis e Pitacco e da loro fu richiamato a Roma per l'udienza reale fissata per il 23. Quell'incontro di Battisti, Hortis e Pitacco col re, nella stessa mattina che vide varato il decreto di mobilitazione generale al paese, chiuse una fase dell'azione politica degli irredenti. Lo scopo era stato raggiunto. Ma ora, portata l'Italia in guerra, a ognuno restava, per la propria condotta, entro o fuori delle intenzioni, la responsabilità di quel che ne sarebbe venuto”.

Poche ore dopo la dichiarazione di guerra all'Austria scoppiano violente manifestazioni: il giornale Il Piccolo viene dato alle fiamme ad opera di “austriacanti”. Il suo proprietario, Teodoro Mayer, era già da tempo riparato in Italia assieme a numerosi altri irredentisti. Nelle stesse ore si scatena in varie parti della città la reazione del “popolino” – così nelle relazioni della polizia e nella stampa – contro i simboli dell’Italia “nemica”, contro tutto ciò che è “irredentista”. Si verificano infatti molti saccheggi ed espropri a danno di negozianti “italiani” e quindi “nemici” che la memorialistica del dopoguerra attribuirà alla “feccia austriacante” manovrata dalla polizia e dai suoi “provocatori”.

Solo la proclamazione dello stato d’assedio mise fine ai disordini. Allora molti negozi rimasti intatti esposero prudentemente le bandiere giallo-nere ed iscrizioni inneggianti alla sicura vittoria dell’Austria!

Durante la guerra Il Lavoratore, organo socialista, rimane l'unico giornale di rilievo a Trieste. Valentino Pittoni accoglie nella redazione del giornale alcuni redattori del Piccolo, come Viberal, corrispondente da Vienna, Gurresch, giornalista teatrale e scrittore di storie triestine, Giulio Cesari, che collabora da Vienna avendo avuto l’assicurazione che non gli sarebbe stata imposta alcuna forma di censura o di condizionamento. Pittoni riesce anche ad aiutare Silvio Benco, che si vede convertire la condanna all’internamento in quella al confino a Vienna, dove ha modo di tradurre per Il Lavoratore parecchi romanzi dal tedesco.

giugno – agosto 1915

La polizia procede con fermezza allo scioglimento di numerose associazioni ritenute pericolose per la loro adesione agli ideali nazionali: tra queste l'Alpina delle Giulie, la Ginnastica, la Lega degli insegnanti, il mazziniano Circolo di cultura, la Lega nazionale. Vengono chiuse anche l’Associazione della Stampa italiana, la Filarmonico-drammatica e la Minerva. Il Partito socialista, pur non venendo soppresso, deve rinunciare ad ogni attività di tipo politico o culturale. Inizia quel periodo che Puecher, uno dei dirigenti del socialismo triestino, definisce “silenzio di morte”.

Da parte cattolica l’entrata in guerra dell’Italia viene accolta per lo più come un vero e proprio tradimento: “L'Italia ufficiale si è disonorata” – così il giornale L'Unione – “ed ha travolto anche noi, purtroppo, nella bufera di odi e di rancori che l'atto suo ha suscitato”.

D’altra parte la censura e la sospensione dell’attività parlamentare e delle amministrazioni locali rendono sempre più difficile affrontare i problemi nazionali al di là della retorica di facciata. Come sottolinea Valdevit, “solo dopo la metà del 1917, con il ripristino delle attività parlamentari e con un allentamento della censura sulla stampa e sulla attività dei partiti, si ristabiliva l’attenzione ai problemi del dopoguerra, del futuro assetto della Monarchia, delle varie nazionalità al suo interno, di Trieste e del Litorale”.

Tra la fine di luglio e i primi giorni di agosto si scatena la cosiddetta “seconda battaglia dell’Isonzo”: gli scontri sul ciglione di Doberdò e i sanguinosi attacchi e contrattacchi sul monte S. Michele creano in città grandi attese – e grandi paure – di una possibile, vicina liberazione. L’opinione pubblica si fida poco delle notizie ufficiali e tutti quelli che si attendono l’unione con l’Italia cercano da ogni altra fonte conferme alle proprie speranze: “Notizie di guerra che venivano da una farmacia o dal Caffè alla Stella Polare avevano credito di autorevolezza molto più che ogni bollettino ufficiale”. (Silvio Benco)

1916

Gli atteggiamenti di consenso nei confronti della monarchia asburgica si fanno sempre più rari; se ne trovano ancora in particolar modo tra il sottoproletariato, in alcuni strati impiegatizi e della aristocrazia operaia. La propaganda socialista per una pace senza annessioni né contribuzioni trova sempre più adepti tra le masse popolari, come evidenzia anche la corrispondenza dei soldati dai campi di prigionia studiata da Sergio Ranchi e Marina Rossi: “Friede, mir, pace, sono termini che ricorrono più di frequente nella corrispondenza delle disperse genti del Litorale. Dal fronte, dai lager dell’Austria e della Boemia, dai campi di prigionia della lontana Russia, Feldpost ed umili cartoline recano più spesso disegnate a china o a matita, le immagini tipiche dell’iconografia popolare, figure femminili o colombe con ramoscelli d’oro”.

La fine dell’anno è funestata da due gravi avvenimenti che Il Lavoratore annuncia listato a lutto: la morte di Francesco Giuseppe, a ottantasei anni, dopo quasi settant’anni di regno, e quella di due cittadini colpiti da un bombardamento aereo. Il 21 novembre, per decisione del Luogotenente barone von Fries-Skene, le strade di Trieste vengono coperte da manifesti trilingui che piangono il sovrano deceduto: “Sua Maestà il nostro graziosissimo Imperatore – secondo notizia ufficiale or ora a me pervenuta – si è addormito dolcemente nel Signore questa sera alle 9, a Schönbrunn. Tutti i cittadini austriaci attorniano, costernati nel più profondo del cuore, la bara del loro amatissimo Imperatore, Che per quasi sette decenni divise con i Suoi popoli gioie e dolori, a ciascuno di essi Padre ugualmente affettuoso e benigno. Trieste piange in Lui il sovrano suo grazioso Patrono, il Quale, assiso tra i più Gloriosi sul vetusto, venerando Trono degli Asburgo, patrocinò con saggia previdenza lo sviluppo di questa città e con mano potente gettava le basi della sua odierna grandezza. Colmi di riconoscenza, noi serberemo per sempre impressa nei cuori la Sua augusta imagine, mentre oggi, in questo giorno di lutto il più profondo, giuriamo di compiere fedelmente, nel Suo spirito, il nostro dovere, per l’onore, per la grandezza dell’Austria, alla quale fu sacrata fino all’estremo anelito ogni ora della Sua vita ora incielata”.

A Francesco Giuseppe succede Carlo I, che si trova ad ereditare una situazione drammatica, sia per la tragedia della guerra che si trascina ormai da due anni e della quale non si riesce a scorgere una qualche conclusione, sia per le divisioni interne. Le prime dichiarazioni del nuovo giovane sovrano non lasciano dubbi sulle sue reali intenzioni: egli avrebbe portato a termine e completato l’opera del suo predecessore ed avrebbe fatto tutto il possibile per restituire ai suoi popoli i benefici della pace “non appena l’onore dei nostri eserciti, le condizioni vitali dei Miei Stati, quelle dei loro alleati e l’arroganza dei nostri nemici lo permetteranno”; rimane per il momento sua “decisa risoluzione” quella di “proseguire la battaglia sinché non fosse conseguita una pace che assicurasse l’integrità della Mia Monarchia, e salde fondamenta al suo sereno sviluppo”. L’impero danubiano sarebbe stato trasformato in una federazione di nazionalità autonome e Trieste avrebbe avuto una non meglio specificata “posizione particolare”. Per quanto riguarda la politica interna Carlo I promette un governo giusto e rispettoso dei diritti costituzionali, e eguali diritti per tutti. Poco più che una formula di rito.

L’anno si conclude così senza nessuna grande novità e senza grandi speranze. L’inverno è il più crudele di tutta la guerra a causa della gravissima carestia. Già dall'ottobre del 1916 la quantità di cibo che la Commissione d'approvvigionamento concede per persona, pane compreso, non raggiunge il mezzo chilo al giorno. Mancano la legna, il carbone, l'illuminazione: “E veramente i vecchi se ne andavano ad uno ad uno. E non solo i vecchi. Senza che vi fosse alcuna particolare epidemia, il bollettino statistico della prima settimana di marzo – 1917 – registrava 144 morti e 38 nati!”. (Silvio Benco)

Il bilancio sembra poco positivo anche dal punto di vista delle scelte politiche e amministrative fatte dal Comune, se si presta fede alla relazione inviata dal Luogotenente barone Fries-Skene al suo governo a Vienna: “Sebbene l’amministrazione comunale affettasse un certo amore per la cultura (quella italiana, perché l’elemento tedesco e soprattutto sloveno fu sempre oppresso nelle sue esigenze di scolarizzazione nella propria lingua), mancò del tutto un intervento dell’amministrazione in relazione al settore economico e sociopolitico. Nonostante le frequenti epidemie nulla venne fatto per il risanamento di una città pure così ricca, nulla nel campo delle costruzioni e del problema dell’abitazione, nulla nel campo della programmazione urbanistica. Nonostante ciò le finanze comunali sono dissanguate: questi sono gli effetti di un’amministrazione comunale orientata ad effetti superficiali e in senso agitatorio-nazionalistico”.

maggio 1917

Le promesse dell’imperatore Carlo I di garantire i diritti costituzionali e di riavviare alla normalità le istituzioni aprono nuovi spazi alla vita pubblica e alla dialettica politica negli “Stati della Corona” (“Kronländer”). Contemporaneamente ha fine il ricorso agli internamenti ed agli esili decisi per ordine delle autorità militari e della polizia. Più di cinquecento triestini sono a quel tempo esiliati e rinchiusi, tra i 1.500 di tutta la Venezia Giulia, ma a molte “persone politicamente sospette” i comandi militari vietano il rimpatrio nelle zone di guerra: per la maggior parte si aprono le porte di Vienna o di piccole colonie nelle campagne delle province tedesche.

A Trieste si ritorna a parlare dei destini nazionali della città ed i socialisti, dopo un lungo periodo di silenzio e di tatticismi, prendono l’iniziativa: durante una manifestazione indetta “per la pace e per l'Internazionale”, che prevedeva anche l'astensione dal lavoro, Edmondo Puecher fa votare un ordine del giorno nel quale si auspica che “i popoli trovino il modo di intendersi tra loro per far cessare la guerra, concludendo una pace […] fondata sul diritto di ogni popolo a farsi arbitro dei propri destini, e aliena perciò da annessioni che contrastino con questo diritto”.

Alla fine del mese viene riconvocata a Vienna, dopo una chiusura di tre anni, la Camera Austriaca dei deputati (“Reichsrat”). I deputati “jugoslavi” – erano stati eletti 20 sloveni, 11 croati dell’Istria e della Dalmazia e 2 serbi – si costituiscono in una sola unione parlamentare e pubblicano, alla ripresa dei lavori parlamentari, un documento nel quale si chiede la riunione di tutti gli sloveni, croati e serbi della Monarchia asburgica in uno “Stato indipendente e democratico […] sotto lo scettro della dinastia d’Asburgo e Lorena”. Dichiarazioni analoghe saranno pronunciate poco dopo alla Dieta di Zagabria.

giugno – luglio 1917

A livello internazionale i rapporti tra l'Italia e gli slavi sono incrinati a causa della decisione unilaterale del governo italiano di istituire un protettorato sull'intera Albania: la scelta di Roma provoca infatti il risentimento della Serbia, che occupa per reazione la parte settentrionale del paese. L’Albania, libera dal 1913, era infatti rivendicata dagli imperialisti serbi quale “culla dell'unità politica serba”. Da questo momento le frizioni lungo il confine tra i due territori sono frequenti e la stampa serba, e quella slava in generale, hanno gioco facile nel denunciare le intenzioni espansionistiche dell'Italia.

Non placa certamente questa atmosfera piena di tensione e di continue recriminazioni la dichiarazione firmata il 20 luglio a Corfù da Nikola Pasic, rappresentante del governo serbo, e da Ante Trumbic, presidente del Comitato jugoslavo a nome dei delegati delle province jugoslave dell’Austria, con la quale viene siglato l’impegno a creare, alla fine della guerra, uno stato unico degli “slavi del sud”, il regno dei serbi-croati-sloveni, sotto la dinastia dei Karadjeordjevic. I confini del nuovo stato avrebbero abbracciato, oltre il Montenegro, tutta la Dalmazia, l’Istria, Gorizia, Trieste, la Carinzia, la Backa e tutto il Banato. La stipula del “Patto di Corfù”, che era stata favorita anche da alcuni importanti avvenimenti internazionali quali la caduta dello zarismo in Russia e l'entrata in guerra degli Stati Uniti a fianco dell'Intesa, suscita immediatamente violente reazioni sia in Italia che nella Duplice monarchia: alla Camera di Vienna e alla Dieta di Zagabria scoppiano accese manifestazioni filojugoslave che impensieriscono le autorità.

L’intervento degli USA, nello spirito dell’umanitarismo di Wilson, dà infatti ali alla speranza in un esito democratico del conflitto e rilancia con forza il dibattito sulla questione delle “nazionalità oppresse”, cui le potenze dell’Intesa e gli USA guardano con crescente interesse.

Come sottolinea Renato Monteleone “le ostilità si protraevano oltre ogni pessimistica attesa e l’idea dello smembramento dell’Austria si faceva strada, insieme con l’altra, di affrettarne il processo sollecitando dall’esterno la spinta centrifuga dei popoli soggetti”.

ottobre 1917

La vittoria austro-tedesca di Caporetto, largamente propagandata nei territori asburgici, raffredda i cauti consensi all'indipendentismo filojugoslavo emersi in precedenza a Zagabria e a Lubiana. Gran parte delle masse apolitiche dei croati e degli sloveni salutano infatti con piacere la vittoria austro-tedesca, conquistate dalla propaganda austriaca, che aveva diffuso con successo l'immagine di un'Italia traditrice, assetata di terre slave.

A Trieste, da tempo priva di ogni comunicazione con le regioni interne dell’Austria e con la vicina linea di battaglia, non è giunta notizia alcuna di quanto sta accadendo nelle altre parti dell’impero; al di fuori, invece, già da due mesi si era sparsa la voce di una grande offensiva che l’esercito germanico avrebbe scatenato per aiutare l’alleato austriaco in difficoltà.

Qualche sentore di novità si ha in città solo ai primi di ottobre: “Nei convegni degli ufficiali al Palace Hotel,” – scrive Silvio Benco – “si mescolavano uniformi austriache, tedesche, turche, bulgare. Tutta la Quadruplice, evidentemente, mandava attori e spettatori su la linea dell’Isonzo. Molti, nella logica del loro ottimismo, che su la fronte italiana si era sempre rifiutato ad ammettere iniziativa e forza se non dalla parte dei nostri, vedevano gli alleati accorrere a soccorso dell’Austria, incapace di più resistere a un nuovo attacco italiano. E la voce dell’offensiva italiana era quasi altrettanto diffusa che quella della offensiva austro-tedesca. E così gli spiriti non erano affatto preparati alla giornata fatale”.

Quando giunge in città la notizia della disfatta, una cosa sembra chiara a tutti e viene accolta con opposti sentimenti: l’Italia non è più lì vicina e nessuno sa se e quando mai sarebbe ritornata. La disfatta di Caporetto incide profondamente anche sullo schieramento degli irredentisti, ridando voce a quella componente mazziniana e democratica che da tempo sembrava scomparsa. L’esercito austro-ungarico è di nuovo pericoloso, grazie anche al potente alleato, e ciò rilancia lo spirito che aveva animato il Patto di Corfù: mentre i liberalnazionali, con Pitacco, Candussi, Hortis, accentuano il loro radicalismo ed entrano nel Fascio parlamentare di difesa nazionale in appoggio alla intransigenza di Sonnino, un gruppo un po' eterogeneo di “democratici”, per usare l’espressione di Schiffrer, si prepara a dissociarsi dalla linea fino ad allora prevalente nell’irredentismo “adriatico”.

novembre 1917

Le notizie sulla presa del potere da parte dei bolscevichi e sull’intenzione del nuovo governo di avviare le trattative per un armistizio con gli imperi centrali giungono nel Litorale attraverso il Lavoratore ed hanno effetti dirompenti. In una serie di articoli dai titoli emblematici quali “Il mondo è nostro” e “Conquistiamo la terra”, che la censura lascia filtrare per motivi di opportunità politica, i socialisti triestini proclamano ad alta voce il loro messaggio di pace. Un’altra iniziativa dei bolscevichi che ha grande risonanza internazionale e rende ancor più incandescenti le polemiche sui destini del Litorale è la decisone di divulgare il contenuto, fino ad allora segreto, del Patto di Londra. Ma in tutto l’impero e nella monarchia ungherese le notizie che giungono dalla Russia trovano un’eco vastissima. Lo storico Leo Valiani così commenta l’impatto “sugli operai austro-tedeschi e magiari che gli appelli di Trockij e Kamenev, lanciati da Brest, eccitavano violentemente. Siccome di pace con la Russia era desideroso anche il governo austro-ungarico, la censura lasciò passare le prime esaltazioni della rivoluzione bolscevica. Già l’11 novembre ‘17 a Vienna, e il 25 novembre a Budapest, la socialdemocrazia organizzò grandi comizi di massa per la pace coi Soviet. L’Arbeiter Zeitung del 15 novembre notò la cupa tensione rivoluzionaria che regnava tra gli operai. Lo stato d’armistizio rendeva d’altronde facile la propaganda dei bolscevichi nelle trincee austroungariche e i soldati, scrivendo ai loro familiari, non nascondevano che se non potevano ancora fare ritorno a casa, la colpa non era più dei rossi, che avevano cessato di essere dei nemici”. Verso la fine del mese Edmondo Puecher, parlando alle Sedi Riunite dei sindacati, sostiene una tesi che ormai trova un numero sempre maggiore di sostenitori anche al di fuori degli ambienti socialisti: “L'internazionale ha fatto tutto quanto poteva [per evitare la guerra]. Se di più non ha fatto, gli è perché non aveva la forza. Del resto ciò che più importa ora è che presto finisca questa carneficina, che cessi questa vergogna, questo insulto alla civiltà. […] Stoccolma aveva ridestato grandi speranze. I popoli trascinati nel buio orrore della guerra aspettavano con ansia la luce, annunziata da nord, ma non ci ha dato la manifestazione desiderata. Ma la luce, affievolita al nord, ci viene ora radiosa e sfolgorante da oriente: la rivoluzione russa ridà al mondo le speranze di pace, per un momento svanite. I rivoluzionari russi indicano ai popoli la via della pace: che i popoli la seguano. Noi non vogliamo annessioni violente né contribuzioni forzose, perché finita la guerra altri odi non covino né covino desideri di rivincita. Noi non ci occupiamo di finalità di guerra: noi siamo qui per parlare di finalità di pace”.

dicembre 1917

L'anno si chiude tra incertezze e nuove tensioni. In città l'atteggiamento degli ambienti cattolici è ancora ispirato a grande lealismo nei confronti degli Asburgo, come attesta il fatto che il vescovo Andrea Karlin sostiene costantemente i prestiti di guerra tramite le offerte raccolte nelle parrocchie slovene e croate, non in quelle italiane.

Non manca nel clero chi tenta, in quel momento di stanchezza e di crisi morale, di riscattare la guerra ricorrendo anche alla tradizionale dottrina agostiniana nei riguardi del male, che – secondo Pietro Zovatto – “era passata nell'apologetica spicciola e conosciuta ormai anche dall'ultimo pastore d'anime”. Così si esprime un articolista de L'Unione, probabilmente il sacerdote Ugo Mioni: “Molti, senza la guerra, avrebbero vissuto forse a lungo, molto a lungo, ma sarebbero morti male, nel peccato mortale, avrebbero perduto l'anima, sarebbero piombati all'inferno […]. Invece, colpiti da una palla, feriti da una baionetta, sollevarono gli occhi al cielo, il cappellano accorse al letto dei loro dolori, s'inginocchiò al loro fianco sul campo di battaglia; si riconciliarono con Dio, morirono cristianamente. Ora vale assai più una buona morte della vita più lunga lontana da Dio; la guerra tolse loro la vita del corpo, ma donò loro la ben più preziosa, la più nobile, quella dell'anima, che ora gode beata in Dio”.

19 dicembre 1917

“Di fronte a una serrata offensiva austriaca e tedesca che, proprio sulla base del Patto di Londra, addita le potenze dell’Intesa all’opinione pubblica mondiale come campioni del più brutale imperialismo” – scrive Nicola Tranfaglia – “francesi e inglesi reagiscono. Il ministro degli Esteri inglese, il 19 dicembre 1917, parlando ai Comuni ignora il Patto di Londra e per l’Italia prevede una rettifica del confine secondo il principio di nazionalità. Gli fa eco il 5 gennaio il primo ministro Lloyd George al congresso laburista ponendo al centro delle rivendicazioni dell’Intesa l’integrità del Belgio e della Serbia, la restituzione alla Francia dell’Alsazia Lorena, non certo le pretese italiane su Istria e Dalmazia. Allo stesso modo, in Francia, un deputato socialista lancia alla Camera un vero e proprio atto d’accusa contro il Patto di Londra, e in particolare contro le pretese imperialistiche dell’Italia su territori a prevalente nazionalità slava. […] In questa situazione i rapporti italo-slavi sono destinati a deteriorarsi ulteriormente, a meno di un’iniziativa decisa e chiarificatrice del governo di Roma a favore delle nazionalità oppresse nell’impero austro-ungarico, secondo una revisione sostanziale del Patto di Londra e della precedente politica perseguita da Sonnino e Salandra. Ma, proprio su questo punto, si produce con maggior asprezza la divisione preesistente all’interno dei gruppi interventisti: mentre Sonnino non perde occasione per riaffermare la validità degli accordi presi con l’Intesa, l’interventismo democratico attraverso Salvemini, lo stesso Bissolati e un liberale come Luigi Albertini prendono posizione nettamente per accordi diretti con i nazionalisti slavi che portino a soluzioni eque della questione adriatica”.

gennaio 1918

Dopo due mesi di contatti e di discussioni si costituisce a Milano la “Democrazia Sociale Irredenta” (DSI), che vede riunite persone di diversa formazione – repubblicani mazziniani, demoradicali, socialnazionali – accomunati dal rifiuto dell’oltranzismo espansionistico e antislavo dei Pitacco, dei Tamaro, degli Alberti. La loro proposta politica fondamentale è l’idea che dal crollo del vecchio impero asburgico debbano nascere nuovi stati nazionali nel rispetto delle diverse nazionalità e delle diverse culture: “Propugnare un sincero, leale accordo tra Italiani e Slavi, subordinando, in tesi di massima, a questo obiettivo i problemi territoriali”.

Punto fermo nel loro programma è la rivendicazione del Trentino e della Venezia Giulia “nei limiti segnati dalla linea spartiacque alpina e carsica”, di Pola, Fiume e Zara, considerate “italiane in ogni tempo”; la Dalmazia, in base allo stesso principio di nazionalità, avrebbe fatto parte dello stato degli slavi. Eguali diritti sarebbero stati riconosciuti, infine, alle diverse minoranze nazionali inserite nei nuovi stati che sarebbero sorti alla fine della guerra. Per loro l’amor di patria doveva abbandonare il gretto municipalismo e il nazionalismo che caratterizzava da tempo l’atteggiamento dei liberalnazionali ed aprirsi a più ampi orizzonti spirituali e culturali.

Significative e commosse le parole dedicate a questo movimento da Carlo Schiffrer: “La D.S.I. poté inserirsi in una corrente italiana ed europea della politica contemporanea ed in questo sta la sua importanza. Vi si potrebbe trovare dell’ottimismo ingenuo verso gli ideali wilsoniani, ma per contro vi era certo un patriottismo appassionato per niente meno ardente di quello delle altre correnti irredentiste. Un patriottismo che, nel corso delle esperienze successive, poté portare i suoi aderenti a prendere delle strade assai diverse tra di loro, da quella di un’adesione convinta al nazionalismo fascista, all’altra tanto drammatica del mazziniano Gabriele Foschiatti che, combattente con la spedizione garibaldina in Grecia nel 1897 e poi con l’esercito italiano nella Grande Guerra, presente per un momento pure a Fiume nel 1919, doveva diventare uno dei protagonisti della Resistenza e concludere la sua nobile vita in un campo di annientamento nazista”.

Alla fine del mese, dopo l’ennesima riduzione della razione giornaliera di pane, è indetto uno sciopero generale a Trieste e a Muggia. Alla richiesta di pane si accompagnano sempre più le imprecazioni contro Vienna e contro la Germania. In particolar modo contro la Germania, in quanto da varie parti, a ragione o a torto, si attribuisce all’imperatore Carlo l’intenzione di porre fine alla guerra: da ciò l'indignazione contro Berlino, considerata responsabile della prosecuzione ad oltranza di un conflitto, che si sarebbe concluso – come appariva evidente ormai a tutti – con la sconfitta degli imperi centrali.

marzo – aprile 1918

L'evoluzione delle attività belliche a favore dei paesi dell'Intesa spinge alcuni cattolici triestini a modificare cautamente la propria posizione politica: comincia a farsi strada l'idea che il principio di autodeterminazione dei popoli sia plausibile quando le istituzioni statali non tutelano sufficientemente i diritti nazionali o quando popolazioni si vedono contese tra due stati diversi. I socialisti triestini, invece, continuano a vedere la soluzione per Trieste nel “libero comune aggregato alla federazione dei popoli dell'Austria” in netta contrapposizione sia alle aspirazioni dei nazionalisti italiani sia alle rivendicazioni dei panslavisti, che pretendono l'annessione della città al futuro stato degli “jugoslavi”.

8 – 10 aprile 1918

Si riunisce a Roma il Congresso delle nazionalità soggette all’Austria-Ungheria alla presenza di numerosi rappresentanti di comitati e di correnti politiche diverse: vi partecipano italiani, cechi, jugoslavi, rumeni, polacchi. Durante i lavori viene approvato il cosiddetto Patto di Roma, con il quale è solennemente riconosciuta “la necessità della lotta comune contro i comuni oppressori” perché ciascun popolo possa conseguire “la totale liberazione e la completa unità nazionale nella libera unità statale”. Sono presenti da parte italiana personalità dell’interventismo democratico quali Amendola e Borgese, nonché alcune personalità di estrazione socialista, come i fiduciari del ministro Bissolati e Gaetano Salvemini, che aveva avuto stretti rapporti con i socialisti triestini.

Anima molti convenuti la speranza che un’affermazione congiunta del diritto di autodecisione dei popoli possa condizionare in qualche modo la posizione di Wilson, considerata come troppo tenera nei confronti dell’Austria-Ungheria. Accordi più specifici sono conclusi tra la delegazione italiana e quella “jugoslava”: particolarmente degno di nota è il Paragrafo IV di questo accordo, secondo il quale “Ai nuclei di un popolo che dovessero essere inclusi nei confini dell'altro, sarà riconosciuto e garantito il diritto al rispetto della loro lingua, della loro cultura e dei loro interessi morali ed economici”3). Tra i firmatari italiani compaiono il nazionalista Federzoni e Benito Mussolini, che avrebbe ben presto dimenticato anche questo suo impegno.

“La mancata partecipazione del governo italiano al Congresso,” – scrive Tranfaglia – “chiara espressione della volontà di Sonnino di non assumere impegni diversi dal patto di Londra, e l’ambiguità dell’Articolo 6 qualificano il nuovo accordo più come una tregua temporanea tra posizioni diverse in attesa che la guerra finisca che come una revisione della politica italiana verso gli jugoslavi”.

Oltre a quella dei “sonniniani” è significativa anche l’assenza ai lavori del Congresso degli irredentisti legati al partito liberalnazionale, che considerano l’iniziativa una “malaugurata faccenda”, un tradimento e un cedimento nei confronti degli slavi. Alla vigilia dei lavori Giorgio Pitacco condanna senza mezzi termini gli intenti del Congresso enunciando delle tesi che costituiscono un vero e proprio manifesto dell’“Integralismo adriatico”. “Si vuole introdurre anche in Italia, dove su quaranta milioni di italiani due o trecentomila slavi parlanti quasi tutti già la nostra lingua un’assimilazione sarebbe facilissima e sollecita, una specie di “Paragrafo 19” come è in vigore in Austria, con garanzie scolastiche e linguistiche a favore di alcuni nuclei i quali, per le lotte sostenute sino ad oggi, approfitterebbero di queste concessioni per pretendere riconoscimenti di diritti in odio alla nazione. Non va dimenticato che concedere di diritto un asilo d’infanzia, vuol dire riconoscere il diritto dell’Università. […] Il Governo italiano non potrà mai concedere agli Slavi, che rimarranno a Trieste, quelle scuole slave che essi prevedono con gli accordi, senza ferire mortalmente il sentimento nazionale della città, senza suscitare ribellione”. I suoi seguaci, sulla scia del più intransigente nazionalismo “adriatico”, giudicano ormai insufficienti gli stessi accordi previsti dal Patto di Londra, poiché non assegnano allo stato italiano la parte meridionale della Dalmazia. Con lo stesso spirito, poco tempo prima, avevano dato vita alla “Associazione politica fra Italiani Irredenti” (APII), che comprendeva la “sezione” trentina e quella “adriatica”, non di rado in disaccordo tra di loro. Presidente della seziona adriatica era stato nominato Giorgio Pitacco, vicepresidente Carlo Banelli, due uomini politici che qualche anno dopo avrebbero fatto parte del Gotha del fascismo triestino.

maggio 1918

Il problema dei confini è sempre al centro di un aspro dibattito e la posizione dei socialisti triestini si fa sempre più difficile. In un articolo apparso il 29 maggio sul Lavoratore Pittoni polemizza ancora una volta con i nazionalisti boemi che “vogliono annettersi 3 milioni di tedeschi che protestano” [gli abitanti dei Sudeti] e con i “proclamatori della Jugoslavia, che in questa ultima vogliono includere Trieste”. I tedeschi, invece, – continua Pittoni – sono quasi tutti convinti che Trieste deve avere “una posizione speciale” di fronte a tutto il suo retroterra economico.

Secondo Silvio Benco nelle parole di Pittoni “faceva capolino, insomma, l'idea della città indipendente, della «città anseatica» di un'Austria federale”, secondo il progetto ideato dal socialista austriaco Karl Renner; se non addirittura dello “Stato libero di Trieste”!

I rapporti dei socialisti con gli sloveni “nazionali” sono molto tesi a causa delle dichiarazioni fatte durante un convegno al Narodni Dom dal loro leader Josip Wilfan. Le sue parole avevano lasciato infatti ben poco spazio agli accordi e alle mediazioni: “Enunciamo risolutamente che Trieste e tutto il Litorale appartengono alla madre Jugoslavia, e in ciò non conosciamo compromesso di sorta con alcuno”. Qualche giorno dopo – racconta Benco – in risposta alle polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni, Wilfan corresse parzialmente il tiro, “ammettendo che una parte della provincia sarebbe stata Jugoslavia e un’altra avrebbe potuto essere «non Jugoslavia»”. Il liberalnazionale Benco aggiunge che il pubblico triestino, fiducioso della vittoria finale degli italiani “non dava molta importanza alle elucubrazioni della megalomania slava”.

giugno – agosto 1918

Mentre i socialisti triestini si dividono sulla questione nazionale – Edmondo Puecher si mette a capo della minoranza del partito che si schiera a favore della soluzione italiana – la tensione in città si fa molto forte in seguito alla pubblicazione del bollettino di guerra austriaco del 16 giugno. Dopo tre giorni di furenti scontri, durante i quali era sembrato che le armate austriache potessero giungere vittoriose fino a Treviso, la situazione era del tutto rovesciata: la nuova offensiva austriaca dal Grappa al Piave era fallita. “Era” – come ricorda Silvio Benco – “la vittoria dell'Italia: la vittoria assoluta, fulgente, tangibile; la vittoria che nessuno si aspettava così intera e robusta perché l'impressione di Caporetto era stata in molti come un trauma della psiche”. La sensazione del crollo del vecchio impero asburgico è ormai evidente in tutto il Litorale: in agosto il Consiglio comunale di Fiume chiede l'annessione all'Italia in risposta ad una dichiarazione di volontà annessionistica espressa dal Consiglio nazionale di Zagabria. Alla fine di ottobre il Consiglio nazionale italiano avrebbe proclamato l’annessione della città al regno d’Italia.

settembre – ottobre 1918

L’approssimarsi della fine del conflitto rende spasmodici i contatti diplomatici dei nazionalisti e degli irredentisti “adriatici” più intransigenti con le autorità francesi ed inglesi al fine di ottenere un’applicazione rigorosa degli accordi di Londra del 1915. Con il tacito consenso di Sonnino si recano a Londra e poi a Parigi Giorgio Pitacco, Riccardo Zanella, capo riconosciuto del Partito autonomista fiumano ed altri irredentisti. Non sfugge alla stampa italiana l’assenza dei “trentini”, che hanno volto le spalle al radicalismo degli “adriatici” e si sono avvicinati alle posizioni della Democrazia Sociale Irredenta.

La delegazione, che si prefigge di fare da contrappeso all’azione propagandistica dei democratici all’estero, ha dei contatti con il ministro inglese Balfour e quindi con Clemenceau. Come scrive Renato Monteleone “fu una missione senza successo, e non poteva essere diversamente: è facile immaginare quanto impopolare e fastidiosa risultasse in quegli ambienti la loro crociata integralista”.

Era nota infatti negli ambienti diplomatici l’ostilità di Balfour ad ogni forma di propaganda antijugoslava. Per quanto riguarda l’atteggiamento del governo francese basta il commento dello stesso Sonnino, che era stato l’ispiratore e il “patrono” della missione: gli amici dell’APII si erano lasciati bellamente ingannare da “quel volpone” di Clemenceau!

Anche il governo italiano deve in realtà muoversi con cautela, dopo essersi espresso l’8 settembre a favore dell’unità jugoslava, pur senza dare immediato inizio ad una concreta politica nei confronti dello stato nascente. La situazione internazionale è infatti molto delicata, in quanto tutte le grandi potenze sono alla ricerca di una strategia plausibile in vista degli equilibri futuri.

Il 5 ottobre si sparge in città la notizia che l’Austria-Ungheria e la Germania si erano rivolte al presidente Wilson per ottenere l’armistizio. Questa possibilità viene vista con timore dai nazionalisti, in quanto l’accettazione dei 14 punti di Wilson avrebbe garantito i diritti nazionali degli sloveni e dei croati ed era inoltre ben nota l’intenzione del governo americano di non accettare gli accordi stretti a Londra tre anni prima.

Il crollo imminente dell’Austria dà nuovo slancio al nazionalismo “jugoslavo”: il 20 ottobre il Consiglio del popolo serbo-croato-sloveno, di cui sono membri anche i rappresentanti delle comunità di Trieste e di Fiume, delibera l’unione in un solo stato di tutti i suoi rappresentati “senza riguardo a qualsiasi confine provinciale”. Il capo riconosciuto della componente slovena del Consiglio, Anton Korosek, aveva già dichiarato qualche mese prima a Trieste, durante un’importante riunione politica, di voler rivendicare a nome del suo popolo tutti i territori ad est dell’Isonzo.

“Le rivendicazioni del Consiglio «jugoslavo»” – scrive Elio Apih – “erano rafforzate dal fatto che il governo americano non intendeva riconoscere il contenuto del Patto di Londra, che era stato reso noto a tutti dal nuovo governo sovietico insediatosi in Russia ed anche dalla cessione della flotta austriaca fatta da Carlo I al nuovo stato jugoslavo, nella illusoria speranza di averne un sostegno per la propria corona, cessione che rappresentava un invito alla Jugoslavia ad assumere il ruolo di potenza adriatica”.

Anche all’interno dei socialisti lo scontro sul destino nazionale della città si fa sempre più teso: mentre Pittoni, fedele alle sue idee, insiste sul progetto di una città-stato indipendente “sotto il patronato della Lega delle nazioni” alla quale vengano uniti “i territori esclusivamente o prevalentemente italiani del Friuli e dell’Istria”, all’interno del partito si moltiplicano le dissidenze. Da una parte i socialisti slavi, che rifiutano l’annessione all’Italia e sono fautori dell’annessione alla nuova Jugoslavia, dall’altra i giovani che hanno aderito alle parole d’ordine dei bolscevichi, ed infine i seguaci della linea di Edmondo Puecher, che da tempo era favorevole alla soluzione in senso italiano per tutta la regione. Prendendo la parola alla fine del mese Puecher sostiene il diritto di autodecisione per i popoli del Litorale e condannando il “massimalismo bolscevico” difende gli ideali dell’interventismo democratico: “Tutti eguali, tutte canaglie capitaliste, imperialistiche e nazionalistiche, tanto coloro che hanno incominciato la guerra, quanto coloro che si sono immischiati nel conflitto – gli «interventisti di tutti i paesi» –, e coloro che vogliono continuare la guerra piuttosto che subire una pace a qualunque costo”.

30 ottobre – 3 novembre 1918

In città viene costituito il Fascio nazionale, cui aderiscono tutti i partiti, compreso il gruppo anarchico, tranne i socialisti; lo presiede il podestà, Alfonso Valerio, che viene eletto a capo di un “Comitato di Salute pubblica” 4).

Il giorno 31 ottobre, Valerio, al quale il Luogotenente barone Fries-Skene, aveva consegnato gli uffici pubblici e i poteri formali, prende possesso del Palazzo del Governo, tra un grande tripudio popolare: “I posti alle finestre” – racconta Benco – “erano venduti, per l’uno e per l’altro scopo patriottico, pagandosi un posto sino a quaranta corone”.

In realtà il volto della città in quei giorni era meno uniforme di quello che una certa propaganda nazionalista cercherà poi di avallare. I tricolori con lo stemma sabaudo erano esposti alle finestre del centro ed erano sempre meno frequenti man mano che ci si avvicinava all’estrema periferia e al suburbio. Qui la gente esponeva le bandiere nazionali slovene ed i drappi rossi. Una delle ultime bandiere italiane esposta nella zona di Sant’Anna, dove la linea di demarcazione etnica faceva tutt’uno con quella sociale, era di una famiglia di ricchi proprietari terrieri.

Per alcuni giorni, inoltre, prima del ristabilimento dell’ordine da parte dell’esercito italiano, si ebbero in varie parti della città numerosi disordini, anche di una certa gravità. Era lo scoppio della vendetta, dell’odio accumulato da parte di una popolazione che adesso per la prima volta si sente liberata dal giogo dello “straniero” e dal pensiero quotidiano della guerra. Come racconta Silvio Benco: “Una sola ingenuità commise la folla: la bestialità consueta di tutte le rivoluzioni: quella di aprire le carceri e di liberare non solo inquisiti politici e disertori, ma tutta la canaglia che si trovava tra i detenuti. Ebbe a pentirsene già poche ore dopo. Rinforzata da fior di farabutti, la teppa si armò all’opera di disordine e di saccheggio, già premeditata da lungo per i giorni che la città non avrebbe più avuto Governo”.

È un regolamento di conti che è ricordato nella memoria dei testimoni, ma di cui non si trovano tracce nelle fonti ufficiali. Così narra quegli avvenimenti l’anarchico triestino Umberto Tommasini, che dopo la disfatta di Caporetto era stato rinchiuso a Mauthausen e alla fine della guerra era riuscito a scappare a Fiume e quindi a Venezia: “Iera el piroscafo pien de prigionieri e i ne ga portà a Venezia, per fortuna. Perché, se i ne portava a Trieste, là li ga chiusi nel Porto Franco, morti de fame e de fredo. No’ i ghe dava gnente, con calcolo! Iera punizion perché iera quasi tuti prigionieri de Caporetto e i Italiani li lassava morir de fame! E alora ’sta gente impizzava el fogo su quele piere de saliso che iera; quele piere col caldo scopiava, i saltava in aria. Xe morti anche de schege, morti de fame, un mucio in cimitero. La parte de prigionieri italiani morti a Trieste dopo liberada, li ga lassadi dentro con un calcolo di punizione, lassadi morir, perché i podeva ciaparli, portarli a Venezia, portarli ne l’interno d’Italia. A Trieste tuti i veci se ricorda de ’sta tragedia. La gente passava de là, ghe butava dentro qualche toco de polenta e, sà, i fazeva barufe ’sti mati”.


1)
Fonte: E. BRIX, Die nationale Frage anhand der Umgangssprachenerhebungen in den zisleithanischen Volkszählungen 1880 bis 1910, Wien, 1982, citata in: M. CATTARUZZA, Trieste nell’Ottocento. Le trasformazioni di una società civile, Del Bianco, 1995.
2)
Al di là delle solenni dichiarazioni dello zar, l’atteggiamento del governo russo nei confronti delle rivendicazioni “jugoslave” fu cauto e non sempre lineare. Scrive al riguardo Beniamino Salvi: “Gli emigrati si affidarono alla Russia e alla sua difesa, ma quando Supilo giunse a Pietroburgo ed entrò in contatto con i circoli politici russi, poté capire subito che le terre adriatiche erano già state sacrificate. La stampa russa già nel 1914 aveva iniziato la campagna per attirare l’Italia in guerra, sostenendo che «era dovere nazionale dell’Italia difendere i suoi connazionali triestini»”. Un altro leader del Comitato, il croato Ivan Mestrovic, scrisse di aver ricevuto invece assicurazioni confortanti da parte dell’ambasciatore russo a Parigi Izvoljski: i russi non credevano assolutamente alle promesse fatte agli italiani dai governi di Londra e di Parigi ed anzi, “Se vinceremo, riceverete ciò che è vostro, l’Italia venga ricompensata in Africa!”. In realtà Supilo, durante il suo incontro con Sazonov a Pietroburgo, si accorse subito che il governo russo aveva deciso in effetti di non opporsi alle rivendicazioni nazionali italiane e di schierarsi, su questo punto, a fianco degli alleati: gli jugoslavi non avrebbero mai trovato nella Russia zarista l’appoggio sperato. “Nonostante tutto” – conclude Salvi – “il viaggio di Supilo in Russia fu per gli Jugoslavi e per il Comitato jugoslavo di memorabile significato, poiché a Pietroburgo l’esule croato scoperse il patto di Londra già nell’aprile 1915”.
3)
Gli impegni presi dalla delegazione italiana e da quella jugoslava riprendevano puntualmente gli accordi raggiunti a Londra agli inizi di marzo tra Trumbic e il rappresentante di Sonnino, l’onorevole Torre. Il testo finale dell’accordo di Londra aveva riconosciuto esplicitamente il diritto di ogni nazionalità “alla piena indipendenza politica ed economica”. Dopo aver sottolineato con forza che l’esistenza della Duplice monarchia costituiva il principale ostacolo al conseguimento di quell’obiettivo, le due delegazioni si erano impegnate – come recitava l’Articolo 6 – “a risolvere le eventuali controversie territoriali, sulla base dei principi di nazionalità e del diritto dei popoli di decidere della propria sorte, e in modo da non ledere interessi vitali delle due nazioni”.
4)
Scrive Silvio Benco: “Fu stabilito che già nel pomeriggio [del giorno 30] una deputazione del Comitato di Salute pubblica si portasse dal Luogotenente ad annunciargli la cessazione del dominio austriaco per volontà del paese e a chiedere da lui la consegna di tutti i poteri. […] Nel colloquio fra lui e i delegati del Comitato di Salute pubblica, che erano l’ingegner Aldo Forti per i nazionali e il pubblicista Giuseppe Passigli per i socialisti, non cadde né parola né sottinteso di minaccia, riservandosi il barone Fries-Skene semplicemente di portare la situazione a notizia del Governo di Vienna. Tornarono i delegati alle 19.30: la risposta di Vienna era venuta. Era quella che poteva aspettarsi da un Governo al quale mancava la forza morale di più difendersi; si accettavano i fatti compiuti; si dava al paese la piena libertà; gli si toglieva ogni incomodo. Il barone Fries-Skene stabiliva che avrebbe fatto la consegna degli uffici pubblici la mattina seguente; indi sarebbe partito”.
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storia_ts/cronologia/1866_1918.txt · Ultima modifica: 21-03-2020 04:35 (modifica esterna)