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storia_ts:cronologia:1918_1943



La ridistribuzione senza fini di lucro dei contenuti di questa pagina, anche se in forma parziale, deve citare il sito di provenienza www.atrieste.eu, i nomi degli autori, professori Fabio Francescato e Bruno Pizzamei, ed il fatto che si tratta della rielaborazione per il web di un ipertesto sviluppato dagli autori nel 1999 per conto del comune di Trieste e da questo distribuito gratuitamente nelle scuole. Non è ammessa la ridistribuzione con fini di lucro senza esplicita autorizzazione degli autori e dell'acquirente dell'opera.

LA CITTÀ FASCISTA: 1918 – 1943

3 novembre 1918

Approda al molo San Carlo la torpediniera Audace – la “maledetta barca” secondo un vecchio detto popolare – in rappresentanza della flotta dell’Intesa. In nome delle potenze alleate il generale Petitti di Roreto prende possesso della città: viene istituito il “Governatorato militare della Venezia Giulia”, che affida i pieni poteri civili e militari nelle mani del generale.

“Iniziava una nuova fase di storia” – così Apih – “una crisi lunga, non di congiuntura ma di radicali modifiche di struttura e della funzione stessa della città. Era franato un mondo. L'esodo di una parte dello strato sociale capitalistico-finanziario, e di parte della popolazione non italiana (verso Vienna o verso il nuovo stato jugoslavo), avviò la dissoluzione della vernice cosmopolitico-mitteleuropea, recise molti legami col retroterra e aprì la strada ad una condizione di provincializzazione. I tedeschi, da gruppo etnico si riducono a colonia, e gli sloveni – secondo i calcoli di Carlo Schiffrer per il 1921 – scendono al 19-20% dei residenti nel comune. Ci fu afflusso di gente dal regno, talora meridionali ai quali, in quegli anni, venne a mancare il tradizionale sfogo dell'emigrazione; nel 1921-1922 vennero allontanate da Trieste con il foglio di via quasi seicento persone al mese. L'apporto non fu superiore all'8%, ma costituì un elemento notevole della mutata società locale. La perdita di Trieste, fu scritto su un giornale di Vienna, è «un colpo che si avverte non solo nell’Austria tedesca, non solo nell’interno della monarchia, ma presso tutto il popolo tedesco, che attraverso questa perdita si vede sbarrata la via alla costa adriatica. […] Trieste è l’esempio più evidente di come la politica europea, se vuol trovare pace ed equilibrio durevoli, non possa piegarsi alle aspirazioni nazionalistiche»”.

novembre – dicembre 1918

In attesa delle trattative di pace che si dovevano svolgere a Parigi, il governo italiano dà vita ad un’amministrazione straordinaria dell’ex Litorale Austro-Illirico, che ora prende il nome di “Venezia-Giulia”. Il nuovo nome si rifà all’espressione coniata nel 1863 dal glottologo Graziadio Isaia Ascoli allo scopo di sottolineare i legami spirituali di queste terre con la storia e la cultura italiana.

A Trieste viene posto a capo di questa amministrazione il generale Petitti di Roreto che, dopo qualche dubbia prova di sé al tempo della “Strafexpedition”, aveva saputo sviluppare un’atmosfera di simpatia tra italiani e serbi sul fronte macedone. Anche nelle altre parti del territorio “liberato” – la Venezia-Tridentina e Zara – autorità militari vengono poste a capo delle amministrazioni. I primi due Governatorati militari resteranno in carica fino al luglio 1919; quello di Zara fino al dicembre del 1920, dopo il Trattato di Rapallo. In realtà nelle due “Venezie” le questioni nazionali si posero in modo ben diverso: mentre in Alto Adige i rapporti tra le autorità italiane e i tedeschi non furono mai particolarmente tesi, nella Venezia Giulia “invece, i rapporti” – scrive Salvemini – “fra le autorità italiane e la popolazione slava furono da principio assai torbidi. La differenza si spiega col fatto che gli italiani del Trentino vivevano in territorio perfettamente separato da quello dei tedeschi dell’Alto Adige, e perciò i nazionalisti italiani non erano in grado di venire a lite in tutte le ore della giornata coi tedeschi; invece nella Venezia Giulia gli italiani delle città vivevano gomito a gomito con gli slavi delle campagne circostanti, e perciò le occasioni di attrito erano continue. Inoltre i tedeschi dell’Alto Adige compresero fino dalla primavera del 1919 che la Conferenza della pace aveva irrevocabilmente deciso il loro destino e portarono nelle loro proteste contro l’annessione all’Italia la scoraggiata remissività degli sconfitti. Invece, le sorti della Venezia Giulia e della Dalmazia rimasero indecise fino al novembre del 1920; per due anni gli slavi vissero nella speranza che il presidente Wilson avrebbe costretto il governo italiano ad abbandonare alla Jugoslavia tutti i territori che questa rivendicava, e da siffatta illusione erano spinti a moltiplicare le manifestazioni di indifferenza e di aggressività contro l’occupazione italiana. Per rappresaglia, i nazionalisti e i fascisti italiani fecero proprio in questa i primi esperimenti dei loro metodi, non solo contro le organizzazioni degli operai italiani, ma anche contro quelle della popolazione slava. Le autorità civili, militari e giudiziarie cominciarono proprio qui a parteggiare sfacciatamente per gli autori delle prepotenze “nazionali” contro i “bolscevichi” e contro gli slavi”.

In questo “regime armistiziale” il governo italiano era tenuto, secondo la Convenzione dell’Aja firmata nel 1907, a mantenere in piedi tutto il sistema istituzionale, amministrativo e legislativo vigente in queste terre fino alla conclusione delle trattative di pace. In realtà, seguendo la divisione delle sfere di influenza previste dal Patto di Londra, le autorità militari adottarono fin dall’inizio la strategia di rendere di fatto definitiva questa occupazione militare. Un segno evidente di questa volontà sarebbe stata, qualche mese dopo (31 marzo 1919), l’ordinanza del Comando Supremo, firmata dal generale Pietro Badoglio, che prevedeva nei territori occupati il corso legale della lira, al posto della corona.

Iniziano le epurazioni degli elementi compromessi con il precedente sistema politico e amministrativo. Nei confronti dei soggetti slavi considerati “antinazionali” e quindi pericolosi – la nascita del “Regno dei Serbi, Croati e Sloveni” costituiva un rilevante punto di riferimento per molti slavi della regione – vengono adottate speciali pratiche di internamento, che prevedevano istruttorie più celeri di quelle applicate ad altri individui “antinazionali”: numerosi sindaci, maestri e sacerdoti sloveni e croati vennero internati in Sardegna, ad Oristano.

Che la responsabilità prima di questi comportamenti risalisse al governo italiano è indiscutibile. Il telegramma riservato inviato a Badoglio il 24 novembre dal Primo ministro Vittorio Emanuele Orlando non lascia dubbi al riguardo: “Notizie che provengono da varie fonti concordano nel lamentare una eccessiva remissività del nostro governo militare di Trieste verso gli elementi che cospirano ai nostri danni, e cioè jugoslavi, clericali e socialisti. […] Non dimentico di avere io stesso raccomandato di evitare conflitti e anche atti di gratuita durezza; ma questo medesimo programma non esclude che si adoperi quella fermezza che è necessaria sia in rapporto alla situazione sia in rapporto al fatto stesso della occupazione militare. Ricordo all’uopo che anche nelle provincie italiane sottoposte allo stato di guerra, l’autorità militare si serviva largamente del legittimo suo diritto di mantenere una rigorosa disciplina, e trovo che per lo meno lo stesso sistema abbia da prevalere nei territori occupati”.

In città si ricostituisce, non senza fatica, il vecchio partito liberalnazionale: nasce il movimento detto “Rinnovamento”, di cui divenne organo il giornale La Nazione. Con la vittoria italiana era venuta meno la sua funzione tradizionale; per di più apparve subito evidente a tutti la sua natura conservatrice, soprattutto in seguito alla richiesta che l’elezione del nuovo Consiglio municipale venisse fatta con il vecchio sistema austriaco, che garantiva ai vecchi maggiorenti il controllo del comune. Due anni dopo il blocco di forze da loro un tempo egemonizzato avrebbe preso il potere in città, ma non più sotto la loro guida, bensì sotto quella dei fascisti!

dicembre 1918

Un gruppo di giovani penetra nel vescovado e mette a soqquadro gli uffici del vescovo. Gli ambienti liberalnazionali non avevano dimenticato il lealismo asburgico di Andrea Karlin, che aveva salutato con gioia la vittoria a Caporetto dei “nostri eserciti”, interpretandola come segno evidente che “questa è la nostra guerra” ed affermando “esser volere divino che l’Austria nostra riesca vincitrice e madre fedele di tutte le nazioni raccolte sotto il suo venerando e glorioso scettro”.

Già verso la metà di novembre il comandante Petitti di Roreto prima, e il Comando Supremo poi, avevano fatto presente al governo italiano l’atteggiamento antiitaliano del prelato. Il colonnello Cesare Finzi, capo dell’Ufficio Informazioni di Trieste era giunto al punto di chiedere di “sostituirlo sollecitamente”.

Il Comando Supremo teneva contatti con il governo italiano tramite il Segretariato generale per gli Affari Civili, che fin dai primissimi mesi del conflitto aveva avuto tra i suoi membri i maggiori esponenti della classe politica liberalnazionale, quali Francesco Salata, Angelo Ara e Cesare Piccoli.

febbraio – marzo 1919

Le tensioni sociali si fanno sentire in modo sempre più acuto: decine di ferrovieri, imputati di sciopero illegale, vengono puniti dal tribunale militare con anni di reclusione.

Contemporaneamente i comandi militari consolidano il loro potere nella Venezia Giulia – che è una zona di armistizio –, svolgendo ormai una politica di portata nazionale. Si intensifica così l’emarginazione della minoranza slava, come dimostra l’internamento di numerosi intellettuali slavi. In febbraio si verificano anche scontri tra arditi e lavoratori, che in qualche modo prefigurano i futuri scontri tra le forze nazionaliste di destra e i socialisti fedeli agli ideali dell’internazionalismo.

Così lo storico Claudio Silvestri commenta l’azione del Governatorato militare operante a Trieste, cui spettò la prima amministrazione “italiana” della città: “Più volte […] mostrò di rimanere coinvolto nella particolare fragilità emotiva di quell’epoca, conferendo alla propria azione segni di immaturità e di inadeguatezza ai gravi compiti politico-amministrativi a cui doveva attendere. Non fu solo per passionalità patriottica però che il Governatorato militare palesò le sue insufficienze, ma anche per la mancanza di precisi indirizzi politici ed amministrativi dovuta essenzialmente al fatto che le autorità militari si trovavano impreparate a governare Trieste e la Venezia Giulia conoscendone assai poco le questioni politiche ed economiche. Questa impreparazione esso palesò anche nei confronti della delicata questione della minoranza slovena, affrontata inizialmente con ottimismo e con spirito di tolleranza che gradatamente doveva lasciare il posto ad un paternalismo autoritario, al quale non erano estranee le influenze negative degli ufficiali irredenti che collaboravano nella prima amministrazione militare italiana. Il loro atteggiamento rifletteva d’altronde quello di quasi tutti i ceti della borghesia italiana di Trieste che, portando dentro di sé i vecchi rancori delle passate lotte politiche contro gli sloveni, non sapevano resistere alla tentazione di reclamare verso gli allogeni slavi una politica “forte” diretta a smantellare anche le più solide organizzazioni politiche ed economiche slovene della città. Questa tendenza era allora condivisa pure dai comandi della Terza Armata, alla quale era affidata gran parte della Venezia Giulia, per cui un fronte comune antislavo, se non nell’azione certamente come predisposizione psicologica, aveva avuto modo di affermarsi sin dai primi mesi dell’occupazione italiana di Trieste e della regione giuliana, con palese soddisfazione della destra nazionalista e conservatrice triestina che, sin dalle prime settimane dopo la “redenzione”, non aveva nascosto la sua tendenza avversa al principio democratico dell’equiparazione a Trieste e nella Venezia Giulia dei diritti civili, linguistici e culturali fra i due gruppi etnici italiano e slavo”.

Silvestri non manca però di sottolineare anche le tensioni e le preoccupazioni causate dallo “stesso atteggiamento per molti versi contraddittorio del nazionalismo sloveno”, che fa propria la linea oltranzista portata avanti dalla delegazione jugoslava a Parigi, che rivendicava l’Isonzo come confine tra l’Italia e la Jugoslavia.

aprile 1919

Sulle pagine della Nazione, il tenente Piero Jacchia, già professore all’Istituto nautico di Trieste, in un articolo dal titolo “Fiamme nere a raccolta!”, prospetta di dar vita ad “un’azione rivoluzionaria nelle finalità, ma pacifica fin dove lo consentiranno gli eventi […]. Contro il bolscevismo e contro l’organizzazione dello stato, confusionaria, antidemocratica, inefficiente, piena di ingiustizie […]. Organizzazione massima della produzione […]. Riorganizzazione dello Stato su base sindacale […]. Semplificazione dei convegni amministrativi […]. Politica anticlericale […]. Politica coloniale ed estera fattiva ed energica”. L’appello è rivolto prevalentemente agli arditi, presenti a quel tempo in gran numero nella regione, all’interno della III Armata. Poco tempo dopo l’appello troverà la sua concretizzazione politica.

Jacchia abbandonò ben presto queste posizioni, recandosi all’estero, in Olanda e in Inghilterra, fino ad incontrare la morte combattendo in Spagna sul fronte di Madrid contro i fascisti. Giani Stuparich lo ricorda con parole commosse: “Simpatico, stravagante, capace d’esaltarsi per una idea fino al fanatismo, c’era in lui qualcosa del don Chisciotte; tormentato dal fondo inquieto della sua natura semita, ma aperto, franco, disinteressato fino all’inverosimile, ingenuo e folle. […] Non mi meravigliai più tardi, quando ingrossatosi il fascismo e divenuto padrone della piazza, seppi ch’egli aveva litigato coi capi e, riconosciuto l’abbaglio preso, specie dopo l’assassinio di Matteotti, se n’era sdegnosamente distaccato, diventando uno dei più fieri oppositori del fascismo”.

Nella giornata del 3 aprile – ricorda Michele Risolo, l’entusiasta cantore di Giunta e del primo fascismo triestino – “si realizza la preliminare intesa tra alcuni ex combattenti ed ex internati politici, rivolta a gettare subitamente le basi della nuova istituzione [del fascio triestino]”. Per vari mesi le attività di questo gruppo si confusero praticamente con quelle di numerose altre associazioni combattentistiche che operavano in città, per cui alcuni studiosi fanno riferimento ad altre date per individuare la prima “vera” riunione istitutiva del fascio triestino. Risolo, ad esempio, afferma che “la prima adunanza vera e propria dei fondatori del Fascio di Trieste si ebbe sulla seconda metà del giugno”; Silvestri parla di “un piccolo gruppo di ufficiali irredentisti, “regnicoli”, ex internati di guerra in Austria, che nella primavera del ’19 si fece promotore della costituzione di un Fascio di combattimento a Trieste”.

Il 10 aprile entra in vigore nei territori occupati il corso legale della lira. Con il bando firmato da Badoglio “si ordinava il cambio della lira” - scrive Ziller - “a circa il 40% del valore prebellico della corona austriaca: cambio che nel 1914 risultava quasi alla pari dato che ad una corona corrispondevano 1,05 lire. Nonostante gli sforzi indennitari dello stato italiano con i successivi bandi migliorativi del cambio imposto dal Comando Supremo […] tale provvedimento significava una perdita immediata del sistema creditizio, pensionistico ed azionario superiore al 50% della ricchezza accumulata dalle nuove province in ambito asburgico. Questa decisione aveva pesanti ripercussioni soprattutto sul potente sistema finanziario di Trieste, città già provata dalla crisi dei suoi traffici portuali dovuta alla grave situazione economica e politica in cui si dibattevano gli stati successori dell’ex monarchia danubiana posti nel suo immediato retroterra commerciale”.

La fortissima svalutazione colpisce soprattutto i pensionati, coloro che avevano investito i loro risparmi nelle diverse forme di credito postale, molto in uso a quel tempo, e coloro che avevano depositato, in conformità alle vigenti leggi, parte dei loro fondi nelle casse per gli infortuni sul lavoro o per la prevenzione delle malattie. In pratica il valore complessivo del risparmio viene drasticamente dimezzato ed è comprensibile quindi l’ampia reazione negativa di vasti settori della popolazione, a Trieste come nelle altre parti dei territori liberati. Nella Venezia-Tridentina, ad esempio, correva la battuta, non certo lusinghiera per le autorità italiane, che “il Trentino era stato redento al 40%”!

maggio 1919

La delegazione italiana si ritira dalla Conferenza di Versailles a causa della “questione di Fiume”: dal novembre 1918 la città, la cui annessione non era prevista dal Trattato di Londra, si trovava sotto l’autorità di una forza di occupazione interalleata, formata da truppe italiane e dall’“Armée d’Orient” (serbi, coloniali francesi, britannici e in un primo momento anche statunitensi). Cresce nel paese la protesta dei nazionalisti, che parlano di vittoria “mutilata” e di tradimento e nel contempo si radicalizzano le rivendicazioni dei nazionalisti sloveni. La situazione è tanto tesa che il sottocapo di Stato maggiore Pietro Badoglio ritiene prevedibile una “ribellione lungo la linea d’armistizio e specialmente in Dalmazia”, che avrebbe preceduto un’irruzione serba. Nonostante queste gravissime tensioni non si arrivò mai ad uno scontro diretto.

20 maggio 1919

Elio Apih identifica nell’Assemblea variegata che si riunisce in questa data la fondazione del fascio triestino di combattimento. Viene approvato un programma che risente di un orientamento confuso, che mescola rivendicazioni tipiche della sinistra – in particolare certo sindacalismo rivoluzionario emerso nell’ultimo congresso della UIL – e temi cari alla destra imperialistica: coesistono così punti quali la “politica anticlericale” (netta separazione della Chiesa dallo Stato), la riorganizzazione dello stato su base sindacale e la lotta contro tutte le ingiustizie di uno stato accusato di antidemocrazia e di inefficienza. “L’ispirazione maggiore” – scrive Claudio Silvestri – “era quella del combattentismo come movimento di risanamento politico e morale della nazione, con la conseguente esaltazione della guerra redentrice, definita “l’evento potentemente rivoluzionario degli istituti politici e delle organizzazioni economiche divenuti rapidamente vecchi ed ormai insufficienti ai bisogni del popolo, in cui ogni giorno più insofferente premeva l’aspirazione verso sempre maggiore Giustizia e sempre più vera Libertà”. Il nuovo partito rivendicava ai combattenti il compito pregiudiziale di lottare contro il “bolscevismo anarchico”, per poi costituire una nuova società aperta alle esigenze della “collettività del popolo”, alla “equiparazione dei due sessi”, alla “riforma elettorale e del Parlamento”.

In politica estera si proponeva una ripresa dell’espansionismo coloniale e la difesa “sia della nostra emigrazione, sia dei nostri interessi economici”.

Secondo la cronaca de La Nazione parteciparono alla fondazione circa duecento persone: “La stessa provenienza dei fondatori del fascio di Trieste, quasi tutti usciti da associazioni patriottiche, di reduci, di mutilati di guerra, di “regnicoli” gravitanti attorno ai partiti della sinistra interventista, era di per sé sintomatica e non era destinata a rimanere senza influsso almeno parziale sulle tendenze del primo fascio triestino”. (Claudio Silvestri)

Anche in Istria il movimento fascista prende presto piede: “È nel centro di Albona – una zona quindi dove particolarmente acuto era lo scontro sociale e nazionale – che nell’aprile del 1919 venne costituito” – scrive Raoul Pupo – “il primo fascio di combattimento, seguito subito dopo da quello di Pola e via via da numerosi altri nelle principali cittadine della penisola, a testimonianza dell’origine urbana del movimento”.

luglio 1919

Il capo del governo italiano Francesco Saverio Nitti, che aveva creato presso la Presidenza del Consiglio l’“Ufficio centrale per le Nuove Province”, si esprime chiaramente contro ogni “furore di assimilazione e di decomposizione” nei confronti dei nuovi territori. Sulle stesse posizioni il direttore dell’Ufficio Francesco Salata, che fin dagli inizi dell’incarico afferma: “Non potrei consentire con chi […] ritiene preferibile la pessima legge del regno alla ottima legge del cessato regime”.

Viene posto in questo periodo il problema della armonizzazione della legislazione asburgica a quella vigente nel regno d’Italia. Un tema che suscita a livello nazionale un ampio dibattito, come sottolinea Elio Apih: “Ripetutamente troviamo ricordati, in fonti italiane, istituti giuridici ed amministrativi dello stato austro-ungarico che sarebbe stato opportuno mantenere nelle nuove province, perché migliori dei corrispondenti istituti italiani, il codice di procedura civile, l’istituto dei libri tavolari, la legislazione sociale, il tribunale industriale, il giudizio arbitrale di borsa, la legislazione scolastica, che differiva da quella italiana nel diverso limite dell’obbligo scolastico, esteso fino al quattordicesimo anno già da una legge del 1869, nell’unità della scuola popolare, nelle disposizioni per il trattamento delle minoranze linguistiche, nello stato giuridico dei maestri, e nei criteri della loro preparazione professionale1); pure il clero aveva goduto in Austria di particolari privilegi, tra cui la libertà di nomina e l’inamovibilità dei beneficiati”.

Vi sono nella regione, come anche nella Venezia Tridentina, spinte autonomistiche che si pongono lo scopo di mantenere quelle forme di decentramento che la riforma istituzionale dell’impero aveva assicurato a partire dal 1867. Il dibattito politico su questi temi durerà fino all’avvento del governo Mussolini, quando ogni richiesta di relative autonomie amministrative per le “nuove province” verrà respinta e verrà imposto il rigido centralismo caratteristico dello stato italiano.

agosto 1919

Cessa le sue funzioni il “Governatorato militare” che viene sostituito da un “Commissariato civile straordinario” sotto la direzione dell’onorevole Augusto Ciuffelli. Poco dopo sarebbe stato nominato commissario generale il sen. Alberto Mosconi, che nel 1921 avrebbe accolto con favore l’“aiuto” dei fascisti locali nell’opera di repressione del “sovversivismo” socialista ed operaio2).

Sul problema delicatissimo dei rapporti con le minoranze slovene e croate il passaggio dall’amministrazione militare a quella civile non portò a sostanziali cambiamenti. Gran parte della borghesia locale continuò a fare ogni sorta di pressioni sulle autorità perché venisse varata immediatamente una politica di snazionalizzazione e di assimilazione. Se ne fece interprete Giuseppe Cobol, figlio di quel Nicolò che era stato uno dei più entusiasti animatori dei “ricreatori comunali”, quali fucina di italianità. Con lo pseudonimo di “Giulio Italico” si fece paladino di una politica di penetrazione e di assimilazione che le autorità avrebbero perseguito per decenni: “Questi slavi del Carso non costituiscono un problema di razza di difficile soluzione, per l’Italia. Anzitutto essi sono miti e pacifici di natura, sono stati sempre attaccati alla città, della quale hanno rispettato il carattere italiano, senza alcuna pretesa assurda fino a che non sono stati aizzati dai sobillatori piovuti nelle scuole e nelle chiese dalla Carniola e dalla Croazia. […] È possibile che, dopo qualche decennio di dominazione, essi diventino fedeli all’Italia, come prima furono buoni sudditi dell’Austria. […] Verso queste popolazioni bisognerà però usare ad ogni modo una tattica speciale che favorisca i piccoli nuclei di italiani che qua e là si affermano nel Carso. Questi nuclei, aiutati dalle scuole, dagli impiegati di Governo e dalla Chiesa italiana, potranno allargarsi, comunicare la nostra lingua, imporre una elevazione di natura anche morale agli abitatori rozzi di quella terra sterile e nuda”.

Anni dopo, nel 1927, divenuto “federale”, egli esporrà ancora concetti analoghi: di fronte ai sempre più numerosi esempi di lotta “nazionale” degli sloveni e dei croati continuerà a parlare di “propaganda” e dei “soliti quattro o cinque banditi”. Una miopia che si prolungava da più di mezzo secolo, se ricordiamo le espressioni di Francesco Hermet in quel lontano 1868 che aveva visto a Trieste i primi scontri sanguinosi tra italiani e slavi. La situazione in città è molto tesa, soprattutto in seguito agli incidenti scoppiati all’inizio del mese, quando i carabinieri erano intervenuti contro un corteo socialista che comprendeva pure dei bambini reduci da un’escursione; erano seguiti arresti, scioperi e manifestazioni di giovani nazionalisti ed arditi, che avevano attaccato anche sedi operaie e slovene. “Peggior servizio per la causa dell’italianità non poteva essere fatto”, commentò il socialista Oberdorfer.

12 settembre 1919

D’Annunzio entra a Fiume alla testa di una colonna di granatieri, arditi, volontari giuliani e proclama l’annessione all’Italia. C’è chi, in questa esasperata atmosfera di espansionismo imperialista, parla di un’auspicabile spedizione su Lubiana e su Vienna. Così il capo del fascismo triestino Giunta: “Nel trinomio rancido e superato dell’eguaglianza, della fratellanza e dell’umanità è l’errore fondamentale di tutta la politica italiana, che impedì alle divisioni di Vittorio Veneto la marcia su Lubiana e su Vienna”.

L’impresa dannunziana a Fiume – la cosiddetta “Reggenza del Quarnaro” – fu possibile soprattutto grazie alla convergenza tra nazionalisti, militaristi e gruppi capitalistici interessati ad un’espansione verso i Balcani. Gli ambienti liberalnazionali di Trieste guardano senza ostilità, e spesso con simpatia, a questa impresa: “Lì emerse” – sostiene Apih – “il modello per una politica locale unificante in senso nazionale italiano. La questione fiumana agevolò il passaggio di molti, che sentivano la tradizione irredentista, nelle file di coloro che agivano perché all’Italia non toccasse una vittoria mutilata”. 3) Fino a quel momento, infatti, il fascio triestino aveva trovato scarso seguito in città, in quanto gran parte dell’elettorato aveva mantenuto gli schemi ideologici tipici del liberalismo e del moderatismo ottocenteschi e aveva quindi guardato con sospetto certo sindacalismo e rivendicazionismo sociale cari ai fascisti della prima ora. Fin dai primi giorni della “reggenza” partì per Fiume il battaglione triestino dei “Sursum corda” e costituì il nerbo del “Battaglione di volontari della Venezia Giulia”. Sempre in settembre si costituì a Trieste un “Comitato d’azione”, il cui compito era appunto quello di far sollevare la città e consegnarla al comandante.

13 settembre 1919

Compare su La Riscossa un articolo di Attilio Tamaro che la dice lunga sull’”entusiasmo” con cui la borghesia nazionalista triestina aveva accolto l’arrivo degli “italiani”: “La massa dei triestini, che ha nel cuore il nome dell’Italia e la gioia della libertà è turbata, è sconcertata dal modo con cui avvenne l’introduzione del nuovo regime […]. Il Governatore ha voluto attuare una politica di conciliazione […] di modo che […] quelli che avevano combattuto e sacrificato per la patria sono stati messi allo stesso livello di quanti avevano operato ad ucciderla […]. Commetterebbe grave errore il governo, quando […] non accettasse i benefici di tutte le conversioni […] e bene fa […] a non seguire ciecamente le denuncie. Ma il governo manca di tatto […] in quasi ogni sezione di certi dicasteri pubblici c’è un solo impiegato incaricato di sorvegliare l’animo e le idee dei suoi colleghi. È sempre un individuo non triestino ed ignaro della situazione locale […]. La massa è infastidita oltre modo dalla burocrazia che stende i suoi tentacoli […]. La burocrazia qui celebra dei grossi trionfi dell’assurdo, come avvenne poco fa, quando una donna che aveva commesso omicidio, costituitasi solo ai carabinieri, fu mandata sola da una tenenza all’altra, dichiarandosi ognuna di non poterla arrestare perché incompetente nel distretto […]. Irrita […] la gente il grave disservizio postale e telegrafico. […] L’Italia ha mandato ed ha permesso che si spingesse qui un’impressionante quantità di impiegati corrotti o corrompibili che ammorbano il mondo degli affari e gli animi dei cittadini. […] Grandi ditte italiane, che avrebbero potuto dare la rappresentanza ai negozianti triestini, noti in tutto il mondo per la loro onestà, hanno messo delle loro filiali e vendono la merce molto più cara che a Milano e a Torino […]. È calato qui uno stormo di parassiti, tenori, baritoni, violinisti, mandolinisti, chitarristi […] è capitato, ad esempio, un tale che va per i caffè, recitando poesie patriottiche sulla guerra a gente che odia la retorica, e poi chiede l’elemosina. I buoni cittadini […] odono gli stranieri indicare quell’individuo come esempio di miseria morale italiana. […] Ricordiamo, per ultimo e triste esempio che i carabinieri, altamente benemeriti […], hanno preso l’insopportabile abitudine di percuotere gli individui che arrestano. Essi seminano vento e si raccoglierà tempesta”.

novembre 1919

Viene accettata la richiesta del vescovo Andrea Karlin di abbandonare la diocesi. Dietro a questa scelta le tensioni create dalle posizioni assunte dal prelato nei confronti della nuova situazione creatasi nelle province del Litorale dopo il crollo della Duplice monarchia. Scrive al riguardo Pietro Zovatto: “Karlin era un vescovo adeguato ad una situazione di ordinaria amministrazione; buono, pastoralmente apprezzabile, ma dopo l’abbandono di Trieste da parte degli austriaci si era ritirato in un silenzioso riserbo; dalla curia, ove le cariche ecclesiastiche erano ricoperte da sacerdoti sloveni, o croati, aveva ignorato la nuova situazione politica quasi considerando temporanea la “occupazione” dell’Italia, verso cui nutriva forti riserve”.

In realtà già mesi prima il governatore Petitti di Roreto aveva chiesto in modo perentorio al Comando Supremo di allontanare il vescovo “per la sua aperta ostilità, ostentata irriducibilità a non voler riconoscere la presente situazione politica, per l’opera sua coperta ma continua di jugoslavo arrabbiato”4). A capo della diocesi viene nominato Angelo Bartolomasi, che aveva dato buona prova di sé nella Prima guerra mondiale come vescovo castrense.

Si interrompe così il lungo periodo nel quale, quasi ininterrottamente, il vescovo era stato scelto tra il clero sloveno o croato. Il ciclo si era aperto nel 1831, con la nomina del vescovo sloveno Matteo Raunicher.

Un quadro drammatico, di grande immediatezza, della città è offerto dal Times, in un articolo comparso il 2 novembre 1920: “Chi capita a Trieste si trova subito faccia a faccia coi risultati delle dilazioni e indecisioni della Conferenza di pace. La Venezia Giulia non è ancora stata ammessa al Regno d’Italia. E siccome non è ancora parte legale d’Italia, tutti vivono in un’atmosfera di incertezza. Se si invoca la legge italiana, si risponde che è ancora in vigore la legge austriaca. È italiana! Ma in fatto Trieste e tutto il circondario è colpita da una forma di governo totalmente irresponsabile, sotto il quale il militarismo e la burocrazia si aiutano l’uno con l’altra e paralizzano l’industria e il commercio, opprimono la classe operaia e rendono l’esistenza degli abitanti insopportabile. In nessuna città d’Italia che ho visitato, ho trovato condizioni economiche tanto difficoltose come ho trovato a Trieste. La disoccupazione è enorme, ed il vivere è ancora più caro che a Roma. La classe operaia si trova di fronte ad un problema insolubile per la sua esistenza, ed essendo composta di una buona parte di origine slava è soggetta ad ogni sorta di maltrattamenti, ai quali se non si rimedia, essi malanni porteranno inevitabilmente ad una seria rivolta. I fascisti sono un’organizzazione ultranazionalista, composta in gran parte da ragazzotti, ufficialetti smobilitati, aviatori e studenti, con una buona dose di scuola: sono figli della classe media e godono completa immunità da parte delle autorità. Io fui testimone di qualcuno dei loro eccessi dalle finestre del consolato generale della Granbretagna in occasione della visita a Trieste dei deputati socialisti. E ho pure veduto la ciurmaglia che ha bruciato Il Lavoratore, il primo giornale della Venezia Giulia; essi erano circa 200, tutti giovani che marciavano in squadre di 25. Tutti erano armati di randelli e bastoni. Ogni squadra lasciò la sala Dante separatamente ma tutti si trovarono in piazza Garibaldi nello stesso momento, ove attaccarono un gruppo di operai e, nella confusione, Pietro Belli, che fu un reporter di D’Annunzio e oggi è un leader dei suddetti estremisti, fu colpito da arma da fuoco. Siccome la palla entrò dalla parte di dietro del suo orecchio è probabile che egli sia stato colpito accidentalmente da uno dei suoi. Subito dopo i fascisti attaccarono Il Lavoratore. Pochi minuti prima dell’attacco erano entrati nel locale il console americano ed il corrispondente del New York World e ambedue testificano enfaticamente che non vi fu nemmeno l’ombra di provocazione da parte dei lavoratori e che loro stessi si sono accorti che avveniva qualcosa di strano solo quando furono scossi dallo scoppio di una bomba che veniva lanciata attraverso una finestra della stanza ove essi si trovavano. In seguito furono lanciate altre tre bombe di grosso calibro e un numero di bombe a mano e gli assalitori, entrando nel locale, spararono una dozzina di colpi di rivoltella contro il console americano; e ciò avveniva mentre egli gridava che egli era il console americano. In seguito essi appiccarono il fuoco all’ufficio di redazione. Questo assalto avvenne in presenza dei carabinieri, che non hanno mosso un dito per impedirlo e non arrestarono nessuno. Difatti, dopo la distruzione del giornale, i fascisti marciarono indisturbati cantando o gridando giù pel Corso. L’attività dei fascisti, oltre che essere diretta contro il Partito dei lavoratori è pure diretta contro quelli che sono di origine slava. Essi si vantano apertamente di voler terrorizzare la popolazione al punto di farla diventare italiana. I muri sono coperti di manifesti e di iscrizioni di «Viva l’Italia!» e migliaia di manifesti inneggiano all’occupazione di Fiume e a D’Annunzio. Vengono distribuiti in segno di protesta contro l’ingratitudine degli Alleati. Questi eccessi vengono deplorati da tutta la classe signorile, dei banchieri, dei padroni di bastimenti e dei commercianti, poiché essi ritengono che, se i fascisti continuano, presto o tardi cagioneranno una seria rivolta. Ma l’elemento migliore è assolutamente impotente. Come non sono nella possibilità di fare qualcosa nemmeno le autorità civili, perché simpatizzano con i fascisti. […] Ma Trieste non è solo senza commercio, ma è anche senza acqua. È probabile che Trieste sia la sola città di quasi un quarto di milione di abitanti che abbia quasi durante tutto il giorno l’acqua completamente tagliata. La carestia dell’acqua è talmente seria che l’acqua è ottenibile solo dalle 24 alle 7. E persino nei migliori hotels si può appena averne una piccola quantità, giusto quanto basta per lavarsi. Come si può immaginare, le condizioni sanitarie della città sono tutt’altro che soddisfacenti. La polvere e le immondizie sono spaventevoli. Il gas è pure scarsissimo e molte case sono senza luce e senza gas per uso di cucina. Tutto ciò è certo che non avvantaggia il credito delle autorità italiane. Il carbone per fabbricare il gas e probabilmente anche quello delle macchine idrauliche fu usato per produrre l’elettricità che fu sprecata in pubbliche illuminazioni per provare chiaro e tangibile il giubilo che in nessun modo corrispondeva con ciò che sentiva in cuore la popolazione triestina. Non è meraviglia che queste cause, combinate con le difficili condizioni di vita, abbiano aumentato il malcontento popolare e ingrandito il Partito socialista. Fra i commercianti forestieri è diffusa l’opinione che le cose andrebbero molto meglio se gli italiani lasciassero i triestini a fare da sé. Ma non v’è segno che indichi una politica talmente liberale. Ciò che necessita a Trieste è il ritorno alle condizioni di pace e, prima di tutto, il ristabilimento delle sue vecchie relazioni con l’Europa centrale. Se non può far ciò, la città di Trieste è una città morta. I lavoratori del porto lo sanno istintivamente e il movimento operaio che guadagna forza ogni giorno riversa molta della responsabilità su D’Annunzio. Si dice che se egli non fosse andato a Fiume la questione delle frontiere italiane dell’est sarebbe già aggiustata da lungo tempo e la popolazione di Trieste e dell’Istria godrebbe oggi gli stessi diritti e privilegi che gode ogni altro cittadino italiano e sarebbe nella condizione di poter riaprire le relazioni commerciali da cui dipende la sua felicità e il suo benessere”5).

aprile – settembre 1920

Durante uno sciopero degli addetti comunali scoppiato il 4 aprile – racconta Michele Risolo – “la parte sana della città […] si strinse maggiormente attorno al fascio, con oltre settecento iscrizioni”.

Un primo segno dell’evolversi rapidissimo della situazione e degli scontri sociali. Il 12 maggio si costituiscono, con la denominazione di “Squadre volontarie di difesa cittadina”, nuclei d’azione fascista sotto il comando del capitano di marina Ettore Benvenuti, che furono tra i primi in Italia. Il 15 giugno nasce, forte di una cinquantina di membri l’”Avanguardia studentesca triestina”.

A luglio, un altro sciopero deciso dalla Camera del Lavoro crea forti tensioni in città. Questa volta però le conseguenze sono gravi, anche se i socialisti massimalisti, guidati da Tuntar, sembrano non accorgersene. Dalla Camera del Lavoro si staccano infatti diverse organizzazioni sindacali che riuniscono alcune grosse categorie impiegatizie, come i bancari, gli assicurativi e gli impiegati del commercio. Lo sciopero di settembre aggrava ancor di più la situazione: altre categorie impiegatizie si allontanano dalle “Sedi riunite” e confluiscono nella nuova “Federazione Sindacale”6). Fino a quel momento il Partito socialista controllava incontrastato il mondo del lavoro; ora le dinamiche stesse dello scontro di classe e i continui appelli allo sforzo rivoluzionario dei massimalisti aprono un solco insanabile con la piccola e media borghesia, che comincia a guardare con simpatia ai richiami nazionalisti, al “produttivismo” e agli appelli fascisti all’ordine.

Il fallimento dello sciopero di settembre – l’ennesimo di una lunga serie – rappresentò in realtà un vero e proprio spartiacque: la classe operaia triestina non sarebbe più riuscita a riprendere lo slancio e nel biennio successivo si sarebbe trovata sempre più indifesa nei confronti della montante crescita del movimento fascista.

È in questo periodo che il fascismo triestino, dopo un primo orientamento non privo di componenti “sinistrorse”, vicine allo spirito del “Programma di San Sepolcro”, si allea con gli interessi moderati e con i programmi di vasti ceti capitalistici: questo allineamento è opera in primo luogo di Francesco Giunta, che riesce anche a conquistare l’appoggio di molti “regnicoli”, il cui afflusso continuava in modo sempre più sensibile, e che erano esclusi dalle garanzie che l’iscrizione alla Camera del Lavoro e al Partito socialista offrivano al proletariato locale. Nello squadrismo triestino il numero di questi “regnicoli” risultò, alla fine, rilevante. A fianco di Giunta operano Piero Dagnino, un ex tenente degli Arditi che oltre a guidare le squadre d’azione è tra i fondatori del sindacato “nazionale” di ispirazione fascista, e il più influente attivista della “Trento-Trieste”, quel Bruno Coceancig, divenuto “provvidenzialmente” Coceani nel 1928, che sarà poi un gerarca fascista dell’industria e prefetto collaborazionista durante l’occupazione nazista.

L’“allineamento” del Fascio triestino agli interessi dei grossi gruppi economici è all’inizio più un “servizio” che le squadre fasciste “offrono” alle organizzazioni padronali, che una organica intesa politica: un “servizio” che Giunta impone da sé con delle taglie ai singoli esponenti del capitalismo locale per i servizi resi dalle squadre fasciste. Non a caso Giunta fu chiamato anche il “cottimista della violenza”, come lo ricorda un articolo del Giorno del settembre 1963.

“Come contropartita il fascio triestino” – scrive Claudio Silvestri – “si premurò subito dopo l’incendio del “Balkan” di fare opera di intimidazione contro le imprese non italiane operanti a Trieste, chiedendo al governo di “passare sotto revisione tutte le concessioni industriali, tutti i decreti d’esercizio di locali pubblici, di ditte private, già concessi ad individui o società (di non provata fede nazionale), eliminando gli strumenti non pertinenti ai Comuni situati entro la linea d’armistizio”. Si chiedeva inoltre al governo di “sciogliere e porre sotto sindacato tutte le banche, imprese di trasporto e commerciali che avevano lo scopo precipuo della penetrazione economica antiitaliana manifestatasi deleteria con speculazioni infami sul ribasso della lira, dei titoli nazionali e dell’incetta degli spezzati” (La citazione è tratta da Il Piccolo, 16 luglio 1920).

Va sottolineato, infine, che numerose imprese squadriste furono comandate in prima persona da ufficiali in servizio attivo o in congedo, come nel caso dell’aggressione del leader dell’indipendentismo fiumano R. Zanella. La radicalizzazione dello scontro sociale è in Italia nel suo momento più acuto e il pericolo “bolscevico” sembra concretizzarsi: a Trieste il commissario Mosconi prende atto della forza “impressionante” che emana dalle grandi manifestazioni socialiste del 1° maggio.

luglio 1920

I fascisti guidano l’incendio all’hotel Balkan, sede centrale delle organizzazioni slave facenti capo al “Narodni Dom”. L’azione è propagandata come risposta alle violenze scoppiate poco tempo prima a Spalato, dove scontri tra ufficiali italiani e cittadini jugoslavi avevano causato la morte di un tenente e di un graduato di marina italiani.

In città una bomba scoppiata tra i manifestanti uccide un ufficiale dell’esercito e ferisce altre tre persone.

La versione “ufficiale” offerta dai fascisti attraverso La Nazione attribuisce ogni responsabilità a provocatori, “individui evidentemente intenzionati di perturbare la manifestazione cittadina”, nonché alla reazione violenta dalle finestre del Balkan “prima che la folla si stringesse al grandioso dado dell’edificio”. Secondo i fascisti il Balkan avrebbe ospitato un deposito di munizioni e di armi 7).

Un tentativo di ricostruzione storica più critica è stato fatto dallo storico Carlo Schiffrer, il quale ricorda come “a Giunta occorreva la “scintilla”, occorreva un morto, ed i suoi provvidero. […] Alcuni anni più tardi […] uno dei peggiori caporioni del fascismo triestino si vantò di avere fissato lui stesso, quella mattina, una camera d’albergo, di avervi trasportato valigie contenenti bombe, recipienti di benzina ed altro materiale incendiario, e di aver compiuto lui gli atti di provocazione”.

La partecipazione di militari all’incendio, ampiamente dimostrata, nonché le confessioni dello stesso squadrista Forti che vi aveva partecipato, confermano la tesi di Salvemini, che in una lettera a Carlo Schiffrer scriveva: “Io mi domando se l’incendio del Balkan non fu voluto da Giunta e C.i., dai militari, per sabotare le trattative che portarono al Trattato di Rapallo: cioè fu un movimento fascista non voluto dal governo giolittiano; quello che fu voluto da Giolitti e C.i. venne poco dopo – nell’autunno –, quando quell’esperienza dimostrò che cosa se ne poteva ricavare […]”.

Esaltanti sono, invece, le parole con le quali Rino Alessi ricorderà Giunta e le “fiamme del Balkan”: “Balzò improvvisa la figura di Francesco Giunta, uomo d’azione e politico, capitano di popolo, oratore. Diretta filiazione spirituale di Colui che in un minuto aveva intuito nel giovane combattente toscano, triestino di elezione, il temperamento vigoroso, capace di pensare, comandare, farsi obbedire dalle masse. […] Le fiamme del Balkan purificarono finalmente a Trieste: purificavano l’animo di tutti. Francesco Giunta metteva Trieste davanti al proprio passato luminoso e l’aiutava a ritrovarsi”.

Sofferto e meditato è il ricordo di questi avvenimenti che troviamo narrato in Trieste nei miei ricordi di Giani Stuparich: “Non dimenticherò quel pomeriggio estivo del 1920 quando fu incendiato il Balkan. […] Nel tragico spettacolo di quel pomeriggio io avvertii qualche cosa d’immane: i limiti di quella piazza mi si allargarono in una visione funesta di crolli e di rovine, come se qualche cosa di assai più feroce della stessa guerra passata minacciasse le fondamenta della nostra civiltà […]. I fascisti rispondevano così ai fatti bestiali di Spalato, dove erano stati malmenati alcuni ufficiali della nave italiana Puglia e ferito mortalmente il comandante Gulli. Io avevo creduto che un popolo civile mirasse più in là che non a far violenza con violenza ancora più arbitraria, colpendo alla cieca degli innocenti per castigare i colpevoli e rendendo responsabile una nazione intera degli atti insani di alcuni suoi componenti. Che se il Balkan era in realtà quel covo di congiurati e di assassini slavi, che si volle far apparire dopo, per giustificare “l’ira popolare”, se era davvero una minaccia alla tranquillità della vita cittadina, perché non avrebbe potuto un governatore, presente con tutti i poteri legali e le forze dell’ordine pubblico a sua disposizione purgarlo e renderlo innocuo? Ma la verità era che la violenza, come metodo brutale, stava nell’anima e nelle intenzioni d’un gruppo d’uomini, che dalla piazza confusa tendevano a impadronirsi del potere dello Stato”.

Analoghe violenze squadriste si verificano a Pola, dove viene attaccata la sede del giornale Il Proletario, ed a Pisino, alla Casa editrice croata e al Narodni Dom.

Le violenze a Pola avevano fatto seguito ad un acceso discorso di Mussolini, che senza mezzi termini aveva esposto la sua ricetta per risolvere il problema delle minoranze: “Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone […]. I confini dell’Italia devono essere: il Brennero, il Nevoso e le Dinariche […]. Io credo che si possano sacrificare 300.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.

Come sottolinea Raoul Pupo, le aggressioni e le devastazioni furono rese possibili dalla ampia connivenza delle autorità e colpirono non solo i socialisti e gli slavi, ma anche repubblicani e cattolici. I fascisti istriani giocarono la carta del pericolo “rosso” e della lotta contro le pretese degli slavi e riuscirono a creare un fronte unico con i moderati, ottenendo ampie adesioni sia nelle elezioni politiche del 1921, sia in quelle amministrative del 1922. Il fascismo così divenne rapidamente “la forza egemone nella penisola istriana”.

9 settembre 1920

Scoppiano a San Giacomo, durante il funerale di un giovane ucciso da un colpo di pistola in una precedente dimostrazione, violentissimi scontri che paralizzano il rione per tutta la giornata. Così scrive Lucio Fabi: “Un fatto – un traino di cavalli imbizzarriti secondo la ricostruzione ufficiale, una provocazione per i rivoltosi – scatenò la folla contro i carabinieri, che si difesero aprendo il fuoco. Molti tirarono fuori armi da guerra ed il quartiere divenne un centro di un conflitto a fuoco in cui manovrarono militarmente dimostranti, carabinieri, agenti di pubblica sicurezza e reparti dell’esercito. Gli scontri cessarono soltanto molte ore più tardi, dopo che ingenti reparti della brigata Sassari sbarrarono le vie d’accesso al quartiere con le mitragliatrici e fecero avanzare alcuni cannoni campali e due autoblinde. Vi furono barricate, qualche granata da 57 mm., colpi di fucile dalle finestre. Numerosissimi feriti ripararono sotto le navate della vicina chiesa di San Giacomo, diventata punto di soccorso neutrale. Sul campo rimasero alcuni dimostranti ed alcune guardie. Nello stesso giorno, un poliziotto venne riconosciuto su di un autobus e linciato dalla folla. Nel quartiere vi furono più di 600 arresti. La «ribellione di San Giacomo», come fu da subito chiamato il grave fatto in cui per la prima volta, in città, l’opposizione politica e sociale aveva raggiunto livelli di guerriglia urbana, aveva ormai dimostrato a tutti quali erano le caratteristiche della nuova società che si andava configurando. Anche per i soldati della brigata Sassari si era forse concluso un periodo storico. Erano andati in guerra per Trento e Trieste, si erano coperti di sangue e di gloria sul Carso e sugli Altipiani, ed ora, a Trieste, la città redenta, sparavano su quella stessa gente per la cui liberazione avevano combattuto”.

12 novembre 1920

Viene firmato tra l’Italia e il regno dei serbi, croati e sloveni il Trattato di Rapallo.

Si conclude così il lungo periodo armistiziale – un anno prima era stato firmato il Trattato di pace di Saint-Germain con la Duplice monarchia – e il regno d’Italia assume il suo assetto territoriale definitivo: vengono annessi i territori del disciolto impero danubiano del Trentino, con l’Alto Adige fino al Brennero e l’Ampezzano, della città-provincia di Trieste, dell’Istria, e dell’ex contea di Gorizia e Gradisca, alla quale erano state aggregate alcune parti dei distretti della Carinzia, come il Tarvisiano, e della Carniola, come Postumia e Idria, delle isole del Quarnero e di Zara, dove a metà dicembre le autorità civili sostituiscono quelle militari. Fiume viene dichiarata “città libera”.

Con la firma del trattato – approvato poi dal Parlamento italiano il 19 dicembre – il governo italiano è impegnato a por fine senza mezzi termini alla “Reggenza del Quarnaro”, il che avverrà durante quello che i nazionalisti ricorderanno come il “Natale di sangue”.

Secondo de Castro “tale accordo non appagò nessuna delle due parti: l’Italia, infatti, si sentiva offesa per la non mantenuta fede al Patto di Londra, la Jugoslavia non poteva rassegnarsi al fatto che alcune terre abitate da slavi fossero divenute italiane. Il fenomeno dell’irredentismo sia da parte italiana che da parte slava verrà in seguito ad acuire sempre più l’antagonismo iniziale”.

La firma del trattato viene accolta con favore da Mussolini, che definisce l’accordo un fatto positivo per l’Italia. A Trieste, invece, il fascio manifesta senza mezzi termini la sua delusione per “la mutilazione della vittoria, il sacrifico della Dalmazia ed il tradimento”! Il fascismo triestino si era fin dall’inizio rafforzato grazie alla piena adesione alla causa dannunziana ed ora molti giovani fascisti inscenano manifestazioni di protesta, cortei e comizi in favore del poeta-soldato, dichiarandosi disposti anche “se il bisogno lo richiedesse d’accorrere unanimi agli ordini di D’Annunzio e tra le sue fila per la difesa della santa causa della Dalmazia”. Francesco Giunta – ricorda Michele Risolo – arrivò al punto di “organizzare l’insurrezione violenta della Venezia Giulia, e particolarmente di Trieste, nel caso che le truppe regolari avessero iniziato le operazioni contro le schiere legionarie”.

Lo stesso Risolo, parlando al Popolo di Trieste, neocostituito organo del fascio locale, scrive: “Possiamo dire che la storia del Popolo di Trieste durante il mese di dicembre 1920 si fonde e si confonde con la storia dell’azione dannunziana, allo stesso modo che il Fascismo triestino e, con esso, tutto il Fascismo giuliano, che direttamente gli obbediva, opera e agisce in dipendenza delle azioni fiumane”. Sulla stessa linea Francesco Giunta, che così sintetizzava questo rapporto sulle pagine del Popolo di Trieste: “Chi dice Fascismo dice fiumanesimo, chi dice fiumanesimo dice Fascismo”.

In realtà i fascisti triestini erano divisi ed alla fine prevalse – soprattutto su pressione di Giunta e del Comitato Centrale dei Fasci di Milano – la linea di coloro che non volevano rompere con le autorità militari che stavano cingendo d’assedio la città di Fiume e che temevano il diffondersi delle spinte “sinistrorse” propagandate da De Ambris, che serpeggiavano non solo tra i volontari fiumani, ma anche tra i fascisti della “vecchia guardia”, particolarmente sensibili alle parole d’ordine sindacal-rivoluzionarie che improntavano la “Carta del Carnaro”.

Mussolini, in particolare, aveva temuto fin dall’inizio che il perpetuarsi di queste posizioni radicali finisse solo con l’isolare il fascio triestino da quelle forze moderate e conservatrici che a Trieste, e non solo a Trieste, avevano assicurato fino ad allora aiuti finanziari e politici. Così Renzo De Felice commenta l’atteggiamento di Mussolini nei confronti dell’iniziativa dannunziana. “Per il capo del fascismo l’impresa di Fiume non fu altro che un momento di una battaglia politica assai più vasta, della quale l’impresa dannunziana era certamente in sé importante ma strategicamente secondaria, soprattutto, un elemento che aveva esaurito e bruciato quasi subito le sue possibilità di incidere veramente nella situazione politica italiana. […] Per un tale uomo – è chiaro – l’impresa di Fiume non poté mai essere che un episodio da valutare col più freddo realismo, da sfruttare al massimo e in maniera da trarne in qualsiasi caso un concreto vantaggio politico”.

Si può così spiegare come, al di là dei proclami altisonanti, Mussolini in pratica non si sia mai mosso in modo deciso, sconsigliando fin dall’inizio il “comandante” e i fascisti triestini di por mano alla “marcia all’interno”, che doveva iniziare alla fine del settembre 1919 ed esprimendo poi in modo sempre più marcato le sue cautele e i suoi distinguo. Testimonianze significative di questo atteggiamento sono, da una parte la lettera inviata il 1° dicembre 1920 a Francesco Giunta, in cui Mussolini espresse la preoccupazione di rimanere imbottigliato nel vicolo cieco della “disfatta” di D’Annunzio, ormai data per certa, dall’altra il colloquio avuto nello stesso periodo a Trieste con De Ambris, durante il quale il capo dei fascisti manifestò analoghi timori.

febbraio – luglio 1921

I fascisti distruggono la sede de Il Lavoratore e della Casa del Popolo, presentandosi sempre più, con la connivenza delle autorità militari e civili, come la punta avanzata della repressione antipopolare e antislava, con un’evidente funzione di “controrivoluzione preventiva”. Anche in Istria si moltiplicano le violenze contro il clero sloveno da parte dei fascisti; le ripetute proteste del vescovo Bartolomasi sulle pagine di Vita Nuova, nuovo organo della diocesi, non ottengono alcun risultato né dalle autorità politiche né dalla magistratura.

Un mese dopo il vescovo denunciò per iscritto il quadro di violenze e di soprusi in una lettera al primo ministro Giovanni Giolitti. In questa lettera, dopo aver ricordato il solenne proclama del governatorato militare rivolto agli slavi all’arrivo dell’esercito italiano – “L’Italia […] vi lascerà l’uso della vostra lingua e la lingua e la nazionalità delle vostre scuole, assai più che non abbia concesso a voi l’Austria” – auspica che le autorità italiane cambino il loro atteggiamento ed invoca “quella libertà di culto, di lingua che l’Italia concede agli Ascari dell’Eritrea, agli Arabi della Libia, agli Italiani della Val d’Aosta”. La lettera si conclude con l’accusa decisa nei confronti dei fascisti, che si sono arrogati il diritto di entrare in merito a questioni che competono solo alla chiesa quali l’uso della lingua slava nel culto cattolico. La risposta di Giolitti toccò solo marginalmente il problema della inerzia della polizia denunciata puntualmente dal vescovo; il capo del governo si trincerò dietro un laconico “Non abbiamo carabinieri a sufficienza”!

Il dilagare della violenza fascista si inserisce in un panorama sociale e politico che vede le forze di sinistra divise ed indebolite: in modo particolare incidono le divisioni interne al Partito socialista, nel quale si sta preparando la scissione che darà vita al Partito comunista. Il partito è diviso tra un’ala “riformista”, che si richiama ad Aldo Oberdorfer, e l’ala “massimalista”, che si richiama a Giuseppe Tuntar, e la sua capacità di reagire alla violenza fascista ne risulta gravemente compromessa.

Nei precongressi alla vigilia di Livorno il proletariato giuliano si pronuncia in grande maggioranza, la più forte che si ebbe in tutta Italia, per la corrente comunista. Il 26 gennaio 1921, a Trieste – racconta Giuseppe Piemontese – “i comunisti occupano di sorpresa gli uffici e la tipografia del Lavoratore e se ne impossessano”. La giustificazione di questo atto verrà data il giorno successivo in un volantino distribuito a mano – i giornalisti “socialisti” del Lavoratore si erano rifiutati di cedere gli uffici e i macchinari ed avevano abbandonato il posto di lavoro – a nome del Comitato direttivo della neocostituita Federazione comunista della Venezia Giulia. Dopo aver difeso la correttezza dei comunisti, a Trieste come in altre città europee quali Praga, Berlino e Gotha, il volantino attacca duramente gli ex compagni socialisti con toni che sarebbero diventati negli anni successivi tristemente usuali: “I riformisti e i socialdemocratici sono gli ultimi strumenti della borghesia internazionale e sono fatalmente destinati ad ingrossare le file controrivoluzionarie”. Era in sostanza la tesi così cara a Bordiga del “riformismo socialdemocratico” come “naturale manutengolo della democrazia”.

Alla vittoria dei comunisti avevano dato un contributo decisivo i socialisti sloveni e croati.

Racconta al riguardo Rudi Ursic, comunista sloveno che nel maggio del 1945 sarebbe divenuto segretario del Consiglio di Liberazione di Trieste, che “Lenin era altrettanto popolare fra gli sloveni e i croati delle nostre terre come fra i popoli della Russia: non di rado, nella povera camera da letto dei lavoratori del suburbio triestino, dei semiproletari e dei contadini del Carso e dell’Istria, al posto dell’effigie della Madonna si trovava, sopra la testata del letto, la figura di Lenin. Altrettanto popolare era fra la massa lavoratrice triestina, monfalconese, muggesana, isontina, polesana e dell’Istria tutta. Lenin era ammirato ed amato soprattutto per la grande carica umana, per la sua comunicativa con gli “umiliati e gli offesi”, per aver gridato e realizzato il motto “basta con la guerra”, per aver saputo condurre alla vittoria le masse contadine ed operaie assieme ai soldati, organizzando la repubblica dei Soviet. […] L’adesione al PSI dei militanti sloveni e croati del disciolto partito [il “Partito indipendente socialista degli sloveni e dei croati della Venezia Giulia” era vissuto pochi mesi e nel settembre del 1919 era confluito nel PSI; i suoi iscritti si erano dichiarati favorevoli alla adesione alla III Internazionale] aumentò in maniera decisiva il numero di coloro che si ritenevano comunisti al pari dei bolscevichi. Infatti ai molti ex soldati austriaci di lingua italiana del notissimo 97° Reggimento che avevano partecipato in massa alla rivoluzione russa e al ritorno aderirono nella quasi totalità al PSI – portando nelle sue fila la passione rivoluzionaria acquisita in quella straordinaria ed eccezionale esperienza – si aggiunsero i commilitoni sloveni e croati. Fu grazie alla presenza di tutti questi nelle fila del PSI della Venezia Giulia che si ebbe, nella votazione per l’adesione o meno alla III Internazionale, una schiacciante maggioranza a favore; come pure la decisione al Congresso di Livorno di concorrere alla fondazione del PCd’I – il 21 gennaio 1921 – e di essere riusciti ad avere subito a disposizione (a partire dal 26 gennaio) il giornale Il Lavoratore”.

Le divisioni all’interno delle forze antifasciste erano acuite dal dilagare della crisi economica, su cui pesava soprattutto la repentina crisi dell’industria navale: nel luglio 1921 i cantieri effettuano 1.500 licenziamenti!

Tra il 1918 e il 1922 il deprezzamento medio dei titoli alla Borsa fu del 26,23%: nello stesso periodo le sovvenzioni del Monte di pietà salirono da 1.344.903 a 3.317.522 lire. “Le forze operaie e popolari perdevano di mordente sotto la pressione generale e per effetto delle contraddizioni interne, e perdevano sempre più la possibilità d’intesa con i ceti medi […]. In questa situazione di tensione e di strategia della tensione erano impotenti i partiti nati nell’800, liberali e socialisti, strutturalmente mediatori”. (Apih)

Il Fascio invece mostra duttilità e capacità di reagire all’evolvere della situazione, nonostante il persistere delle tensioni tra le sue due anime, quella sindacalista-dannunziana e quella patriottico-nazionale. Dapprima lasciò agire le squadre d’azione più decise e violente, che raccoglievano l’avanguardia giovanile sotto la guida di Pietro Dagnino, e poi cercò di riallacciare i rapporti con gli ambienti della destra economica grazie ai contatti di Giunta, che controllava il direttorio cittadino.

Gli eccessi delle squadre avevano infatti impensierito gli ambienti conservatori, come era accaduto all’indomani dell’incendio e della devastazione della Camera del Lavoro da parte della concorrente Camera del Lavoro italiana. La risposta operaia era stata immediata ed inattesa: l’incendio del cantiere navale San Marco aveva colpito proprio gli interessi di quelli che erano stati tra i primi finanziatori del Fascio. Un altro motivo spingeva Giunta a frenare le componenti più turbolente del suo movimento: nell’imminenza delle elezioni politiche lo stesso Comitato Centrale dei Fasci aveva mandato alle singole federazioni precise indicazioni che miravano alla costituzione, ovunque fosse possibile, di “liste uniche” con i partiti della borghesia, in modo da non essere tagliati fuori da eventuali blocchi nazionali. Alla fine il Direttorio del fascio triestino decise di espellere i più facinorosi capibanda e ordinò poi lo scioglimento di tutte le squadre d’azione. Ma intanto la violenza aveva “pagato”: la Venezia Giulia fu infatti, tra le regioni d’Italia, una di quelle in cui i fascisti effettuarono il maggior numero di distruzioni. Angelo Tasca riporta una statistica dalla quale risulta che erano stati distrutti o incendiati 134 edifici, tra cui 100 circoli di cultura, 2 Case del popolo, 21 Camere del Lavoro, 3 cooperative.

24 aprile 1921

Una delle ultime prove dello squadrismo fascista, prima delle elezioni di maggio, si svolse a Fiume, in occasione delle elezioni – espressamente previste dal Trattato di Rapallo – per la Costituente del neonato stato libero fiumano.

Il partito “autonomista” di Zanella raccolse 6.500 voti; i fautori dell’annessione all’Italia 3.500 voti: a quattro mesi dal “Natale di sangue”, la sconfitta dei nazionalisti e dei fascisti non poteva essere più chiara.

Appena i risultati furono noti, i fascisti e gli arditi che erano in città distrussero i documenti delle operazioni elettorali prima della proclamazione ufficiale dei risultati. Il verbale definitivo era stato però messo in salvo e venne comunicato alla cittadinanza. Dopo alcune giornate di disordini e di caccia al “rinnegato” Zanella – i cui buoni sentimenti di italiano sono stati, peraltro, riconosciuti anche dal generale Caviglia – intervenne Giunta e, nonostante il parere contrario di parecchi dannunziani, istituì un Comitato rivoluzionario, il quale, a sua volta, dichiarò sospese le libertà istituzionali ed insediò un tribunale eccezionale per tutelare “la causa italiana a Fiume”, magari comminando la pena di morte.

“Questo fu il primo tentativo dei fascisti della Venezia Giulia” – scrive Apih – “di surrogare il potere statale, ma il Comitato non visse neanche quarantott’ore, e neppure andò esente dal ridicolo, quando – come riferì La Nazione del 28 aprile – “fu subito messa in pratica la tessera di legittimazione per i membri del Comitato rivoluzionario. Fu supplita per il momento con una stampiglia portante la dicitura Commissione ai bagni di Fiume”. La questione di Fiume non era più un tema centrale dello scontro politico in Italia – come aveva detto confidenzialmente lo stesso Mussolini – ma a Trieste la carta “fiumana” era sempre una carta vincente da giocare in campagna elettorale.

maggio 1921

Si tengono nella Venezia Giulia le prime elezioni politiche dopo la guerra, che definiscono in modo chiaro i nuovi rapporti di forza. All’importante scadenza politica si arrivò dopo lunghe polemiche che coinvolsero anche la questione dei criteri di formazione dei collegi. I dirigenti del Fascio, infatti, che temevano le forze di sinistra e quelle degli sloveni, giunsero a chiedere un collegio elettorale unico per Trieste e l’Istria, mentre il collegio di Gorizia avrebbe dovuto unirsi a quello di Udine.

Alla fine fu Salata, nella sua veste di presidente dell’Ufficio centrale per le Nuove Province, a scegliere “il piano” – scrive Silvestri – “che maggiormente poteva favorire i partiti della borghesia, fosse essa italiana o slava. Infatti egli adottò il sistema austriaco per la ripartizione della Venezia Giulia in tre collegi elettorali distinti, Trieste, Gorizia e l’Istria che, oltre ad avere già dato buona prova sotto la prospettiva politica moderata, poteva raccogliere, per essere frutto di un certo compromesso, i consensi della maggior parte dei partiti, con esclusione, naturalmente, delle estreme che al progetto Salata opposero allora una violenta campagna propagandistica, nella quale doveva distinguersi F. Giunta, per il Fascio triestino” 8).

Liberali, cattolici (“popolari”) e fascisti concordarono sulla necessità di un “Blocco nazionale”, ma furono i fascisti a plasmarlo, sia nel programma che nella scelte dei candidati: basta pensare al fatto che dalla lista dei candidati venne escluso il più noto esponente liberalnazionale, Giorgio Pitacco!

A Trieste, al comizio d’apertura della campagna elettorale, il sindaco Valerio dichiarò di volersi comportare “come in quell’ora suprema dovere di cittadino impone, obbedendo senza discutere”. Anche molte autorità pubbliche manifestarono apertamente la loro simpatia politica per le forze che correvano unite sotto la bandiera del “Blocco italiano”. Una scelta di campo che, d’altra parte, si rifaceva alle indicazioni dello stesso governo Giolitti, che quelle elezioni aveva indetto.

Durante la campagna elettorale i dirigenti del Fascio usarono ripetutamente toni minacciosi, alludendo ad un aperto ricorso alla violenza se i risultati non fossero stati per loro soddisfacenti. Il loro capo, Francesco Giunta, si era espresso in questi termini: “Il programma comincia con l’incendio del Balkan […]. Avremo i nomi di chi non va a votare […] prenderemo la verga dei littori e gliela daremo sulle groppe”. “Giunta si presenta alla competizione elettorale” – sottolinea Dario Mattiussi – “forte del controllo dell’apparato militare fascista e delle organizzazioni sindacali che muovono la massa dei “regnicoli”. La sua elezione con il maggior numero di preferenze rappresenta l’apice dell’ascesa del “viceré della Venezia Giulia”, ma il suo potere personale viene rapidamente ridimensionato”.

L’adesione del Partito popolare al “blocco” incontrò non poche perplessità tra i cattolici triestini, ma alla fine prevalsero il richiamo all’“ordine” contro il pericolo sovversivo e il ricatto della “italianità” sventolato dalle forze conservatrici e nazionaliste. Lo testimoniano le parole della Vita Nuova, l’organo della Giunta diocesana di Azione cattolica: “I popolari della Sezione locale, dopo aver nicchiato parecchio, per motivi superiori, aderirono al Blocco nazionale come unione di tutti i partiti dell’ordine contro quanto sa di antistatale e di antitaliano”.

Corrado Belci sottolinea che questa scelta alla fine rispecchiò bene sia lo scarso peso politico del movimento cattolico triestino, sia la forza di persuasione che in quel movimento – di estrazione prevalentemente piccolo-medio-borghese – aveva il “ricatto” dell’italianità agitato dalle forze conservatrici e nazionaliste: “Si trattava d’altra parte di una scelta” – conclude Belci – “che agiva nel senso di un ulteriore approfondimento della distanza che separava il “mondo cattolico” italiano da quello sloveno e croato”. Queste divisioni erano destinate ad approfondirsi sempre più dopo il 1925, quando le autorità politiche sarebbero passate “da una situazione di violenza e di contenimento, ad un impegno di sistematico smantellamento dapprima delle organizzazioni, successivamente di ogni forma di presenza articolata dei gruppi etnici sloveni e croati”.

La consapevolezza di governare il gioco all’interno del “blocco” era ben presente nella stampa fascista ed era sbandierata con brutale sincerità. I liberali triestini – definiti dall’organo fascista Popolo di Trieste quali “mercanti e pescecani di cui i fascisti avevano salvato i traffici ed i portafogli riempiti con le contrattazioni più turpi” – erano avvertiti che dopo aver scatenato il fascismo non dovevano illudersi di potersene ora liberare!

I risultati generali nelle tre province furono i seguenti

PARTITOGORIZIATRIESTEISTRIATOTALE
Voti % seggi Voti % seggi Voti % seggi Voti % seggi
Blocco italiano 4.774 8,3 / 15.119 45,3 3 28.995 55,4 5 48.888 34,1 8
Partito sloveno (JNS) 34.640 60,0 4 2.930 8,8 / 11.215 21,4 1 48.785 34,0 5
Partito comunista 10.112 17,3 / 6.667 20,0 2 3.695 7,1 / 20.474 14,3 2
Socialisti 4.291 7,4 / 4.155 12,4 / 3.687 7,0 / 12.143 8,5 /
Repubblicani 1.408 2,4 / 4.473 13,4 / 2.645 5,1 / 8.526 5,9 /
Partito popolare 2.526 4,4 / (Blocco italiano) 2.122 4,1 / 4.648 3,2 /
Somma voti validi 57.751 33.343 52.359

Nel distretto di Trieste, su 44.865 iscritti, i votanti furono 31.390, pari al 70%.

La vittoria del “blocco” fu accolta con entusiasmo dalla borghesia triestina, ma gli echi del successo fascista furono ripresi anche dalla grande stampa nazionale. Lo stesso Corriere della Sera, dopo aver ricordato che i fascisti erano stati “assai duri” con i liberali, al punto da costringere lo stesso onorevole Pitacco a tirarsi indietro, riconosce con un sospiro di sollievo che “I fascisti hanno vinto per i meriti che si sono acquistati quando la città era dominata effettivamente dai social-comunisti e dalle grandi organizzazioni operaie”. Era il segno che anche a livello nazionale erano stati riconosciuti i meriti del “fascismo di confine”, di quel fascismo che, come sottolineò Attilio Tamaro, era in un qualche modo “autoctono” e caratterizzato da compiti specifici, che non si ponevano altrove. Era un fascismo che si proponeva quale punta di diamante dell’imperialismo mediterraneo ed il Popolo di Trieste – tra febbraio e giugno – proclamava con enfasi che “La larga corona di isole, le coste dalmatiche […] avrebbe dato all’Italia l’assoluto predominio su tutto l’oriente balcanico […] sino […] sulle rive del mar Nero e dello stesso Bosforo […]. Tutto questo conteneva in sé il patto di Londra […]. Da qui (da parte, cioè dei nemici dell’Italia) gli sforzi per la creazione d’un altro assurdo politico, la Jugoslavia […]. Ecco anche la necessità che il fascismo particolarmente fiorisca in Trieste, nell’Istria e a Zara e sia, qui, la sentinella avanzata”.

Nel frattempo gli strumenti di consultazione voluti dal governo italiano si sviluppano in seguito alla elezione dei parlamentari delle nuove province: il ministro Bonomi è in grado così, come sottolinea Ziller, “di rendere operative quelle Commissioni consultive della Venezia Giulia, della Venezia Tridentina e di Zara che già Nitti aveva previsto all’atto della costituzione dell’Ufficio centrale per le Nuove Province”.

luglio – agosto 1921

Le violenze fasciste si intensificano sempre più, in città come in tutta l’Istria. Durante una festa campestre organizzata dalla Associazione cattolica di Isola d’Istria, Giovanni Zustovich, giovane attivista della Azione cattolica di Capodistria, viene ucciso, raggiunto da una bomba a mano gettata da un fascista. Mentre Il Piccolo e Il Popolo di Trieste parlano di scontri armati tra fascisti e comunisti, offrendo ancora una volta una versione inventata, la Vita Nuova esce listata a lutto ricordando il “Nostro primo Martire”.

Come sottolinea Pietro Zovatto, il giovane fascista triestino Mario Forti, riconosciuto colpevole da un testimone, “non ebbe noie eccessive dal tribunale di Trieste”. E venne assolto per insufficienza di prove: “Anche il potere giudiziario sentiva il contraccolpo della incerta situazione generale e lasciava impunita un’azione criminosa”.

In risposta ad una puntuale relazione sul persistere delle violenze contro il clero slavo dell’Istria e di Trieste, lo stesso Benedetto XV interviene inviando una lettera al vescovo di Trieste. In data 16 agosto la Vita Nuova pubblica la traduzione dell’autografo papale, nella quale il pontefice deplorava le “crudeli spedizioni punitive, le atrocità, fino all’effusione del sangue, […] le sevizie” contro i sacerdoti alle cui cure erano affidati i fedeli croati e sloveni. Il pontefice, inoltre, lamentava che tutto ciò avvenisse impunemente senza che le autorità e i magistrati fossero mai intervenuti a tutelare “la libertà di culto e l’incolumità di tutti quei figli che con la violenza venivano privati dei loro legittimi pastori”. In mancanza di rapporti giuridici ben precisi tra il regno d’Italia e il Vaticano, il pontefice si dichiarava privo di “mezzi umani” di intervento e implorava “la pace sulla terra desideratissima”.

“Eppure, paradossalmente,” – scrive Paolo Blasina – “proprio il documento papale, uscito a distanza di circa due mesi dalla pastorale del vescovo, quando la situazione locale si era ormai normalizzata, avrebbe messo in difficoltà mons. Bartolomasi, attaccato dai fascisti e dai giornali liberali locali come cattivo ispiratore di Benedetto XV, per le esagerazioni, a loro dire, del documento. Ancora una volta, in sostanza, la chiesa triestina dimostrava la propria subalternità a livello cittadino, tanto più chiara di fronte al fascismo emergente: proprio in quei giorni, nella competizione elettorale, i cattolici locali erano entrati nel blocco nazionale con quegli stessi fascisti di cui denunciavano le malefatte. Era, a ben vedere, una situazione paradossale, attestante il fatto che la base più ragguardevole del mondo cattolico risiedeva nelle file slovene e croate, che il Partito Popolare non era decollato, tanto da dover aderire alla lista nazionale, vero blocco d’ordine contro le forze sovversive”.

novembre – dicembre 1921

Pochi mesi dopo il conferimento ai Commissari generali civili di Trento, Trieste e Zara delle funzioni dei prefetti, viene istituita la “Commissione Consultiva Regionale della Venezia Giulia”; una analoga istituzione è decisa per la Venezia Tridentina. Sovrintende ai lavori delle Commissioni consultive la “Commissione Consultiva Centrale”, alla cui presidenza viene nominato Francesco Salata. Il compito delle Commissioni consultive è quello di elaborare delle proposte per la definizione dell’assetto delle nuove province e per la armonizzazione della legislazione amministrativa asburgica, formalmente ancora vigente, e quella dello stato italiano: “L’autonomismo nella Venezia Giulia” – scrive Apih – “aveva vasti consensi, un po’ in tutto lo schieramento politico. Nel novembre 1921 vennero istituite le giunte provinciali straordinarie a Trieste, Parenzo, Gorizia e Zara, ed esse si espressero, in maggioranza, a favore delle autonomie politiche, provinciali e comunali, più esplicitamente a Gorizia (dove era forte la rappresentanza slava), e meno a Parenzo e, sia pure con cautela, si espresse a favore della “gradualità nell’unificazione legislativa”, nel maggio del 1922, anche il deputato nazionalista Suvich”. Indubbiamente su varie importanti questioni la vecchia legislazione austriaca risultava superiore, in termini di modernità e di liberalità, rispetto alla corrispondente legislazione italiana. Così in campo scolastico, nelle assicurazioni sociali, nella tutela delle malattie, e nella tutela dei diritti delle minoranze.

All’interno dei sostenitori di un assetto maggiormente decentrato delle “Nuove Provincie” vi erano però posizioni spesso contraddittorie: da una parte il desiderio di un rispetto dei diritti delle minoranze di mantenere le loro scuole, l’uso della loro lingua, e le loro rappresentanze, dall’altra il desiderio della vecchia classe dirigente liberalnazionale di mantenere le posizioni di privilegio godute da più da mezzo secolo.

Per di più, a Trieste come nel regno, erano all’ordine del giorno le pressioni dei fascisti contrari ad ogni concessione autonomistica, che ai loro occhi suonava come un cedimento nei confronti degli sloveni. Inoltre le posizioni di Salata e quelle di Credaro, governatore del Trentino, divergevano sulla delicata questione del rispetto dei diritti delle minoranze non italofone. Mentre Salata si era schierato a favore di una posizione moderata e disponibile verso le minoranze, Credaro voleva imporre una più rapida e decisa assimilazione in chiave nazionalista. Viene organizzato il primo censimento nella Venezia Giulia, divenuta parte dello stato italiano. La popolazione totale risultò ammontare a 901.363 abitanti.

Per quanto riguardava la determinazione dei diversi gruppi linguistici fu scelto il criterio della “lingua d'uso”, già adottato spesso dalle autorità dell’Austria-Ungheria, che favoriva il gruppo maggioritario

Cittadini di lingua d’uso slovena 258.944 (28,7%)
Cittadini di lingua d’uso croata 90.262 (10,0%)
Cittadini di lingua d’uso italiana 467.308 (51,3%)
Cittadini di lingua d’uso friulana 51.485 (4,2%)
Cittadini di lingua d’uso tedesca 4.185 (0,5%)
Cittadini di lingua romena (in Istria) 1.644 (0,2%)
Cittadini stranieri (*) 32.243 (3,6%)

[(*) Tra questi gli jugoslavi ammontavano a 13.409 (1,5%)] 9)

1922 – 1925

La situazione a Trieste è desolata e piena di tragici segni di crisi: nel volgere di due anni il numero di suicidi raggiunge la quota di 227, con una media di circa 4,4 per 10.000 abitanti; una percentuale che in tutto il mondo era superata solo dalla città americana di San Francisco. Gli stessi sindacati fascisti riconoscono come “la maggior parte delle categorie operaie lavorassero entro i più stretti margini delle necessità dell’esistenza, intese anch’esse nel senso più stretto”.

In campo economico si assiste in questo periodo ad una netta recessione nel settore armatoriale e cantieristico, dovuta soprattutto al diminuito traffico marittimo mondiale, ridotto di circa il 50% rispetto all’anteguerra. La flotta mercantile mondiale era invece salita del 30% rispetto a quella esistente prima del conflitto! Di conseguenza i noli marittimi che, nel 1918, erano saliti alquanto, fino a moltiplicarsi 25 volte rispetto all’anteguerra, subiscono un calo pauroso, tanto che, agli inizi del 1922, risultano appena una volta e mezzo superiori ai noli del 1913.

La crisi coinvolgeva però anche molti altri settori produttivi, non ultimo quello dell’edilizia, dove su 3.000 operai solo 200 lavoravano nell’inverno 1922. “Ne derivava” – scrive Silvestri – “un’estesa disoccupazione ammontante a ben ventimila persone, lasciate praticamente in balia di se stesse per la cattiva volontà dell’amministrazione italiana, specialmente a livello governativo, che in tre anni di governo non si era mai preoccupata di estendere nelle nuove province le leggi sociali italiane, specie quelle sulla disoccupazione, mentre maggiore sensibilità aveva dimostrato nei riguardi dei grossi interessi tutelati con l’introduzione nelle terre redente di apposite leggi. […] Per converso non si mostrava alcuna sollecitudine ad introdurre nelle nuove province le disposizioni vigenti in Italia, come quella sulla Cassa Depositi e Prestiti, che incrementando taluni valori pubblici, avrebbe potuto contribuire a lenire la forte disoccupazione diffusa quasi ovunque”.

Lo storico Giulio Sapelli, attento studioso del “destino economico” della città, così sintetizza la situazione nel primo dopoguerra, caratterizzata dal tentativo delle “vecchie famiglie” che controllavano l’economia triestina di ovviare alle difficoltà derivate dalla frantumazione del tradizionale hinterland con una “industrializzazione forzata”: “Una scelta sulla quale, svaniti i tentativi di rifondare con il porto franco una artificiale “natura” emporiale per la quale non esistevano più i requisiti internazionali, tutti gli esponenti di spicco dell’economia triestina si trovavano uniti. Le difficoltà che si sarebbero incontrate a quel tempo sarebbero poi state sempre e costantemente presenti e val la pena qui ricordarle: s’erano perduti consolidati mercati di approvvigionamento e di smercio, e si faticava a conquistarne stabilmente di nuovi; ci si doveva adattare a nuovi regimi tributari e doganali; ci si doveva confrontare – ecco il nuovo problema che contrassegnerà come un filo rosso il destino di Trieste – con le industrie italiane, non più in un regime di protezione, operanti sul mercato nazionale”.

Un tipico esempio della strategia perseguita dai leader delle “vecchie famiglie” lo troviamo nelle direttive proposte in questi anni da Arminio Brunner, il rappresentante più influente della famiglia che era presente in tutti i settori decisivi dell’economia cittadina. Nel 1922 Arminio Brunner scrive su Il Piccolo che va presa nella massima considerazione da tutte le forze politiche ed economiche italiane la funzione di penetrazione sui mercati dell’Europa danubiano-balcanica che solo Trieste può avere: “Il fatto interdipendente, che Trieste italiana abbia conservato per la sua posizione geografica una funzione importante anche per i Paesi del suo retroterra, costituitosi in una nuova serie di Stati, ne accresce l’importanza per la sua posizione entro l’Italia, per la quale non si tratta di un puro e semplice territoriale, ma dell’acquisto del più importante strumento tecnico che, per la nuova attività politica ed economica, s’impone al nostro Paese in conseguenza della situazione creata dai trattati di S. Germano e del Trianon”.

Due anni dopo riprendeva questi temi con maggior forza: “Nel triangolo costituito da Roma capitale politica, da Milano capitale economica e da Trieste, spetta a quest’ultima il compito di armonizzare il ritmo sempre più crescente della vita economica e politica del paese ai fini della nostra penetrazione politica ed economica nell’Europa centrale ed orientale”. A questo fine Brunner proponeva al governo italiano di varare una politica organica di interventi finanziari a Vienna, nella economia austriaca e in quella degli stati successori. Si trattava, in sostanza – come dice Sapelli – “della candidatura a svolgere un ruolo di mediazione tra economia italiana e economia dello storico hinterland. Esso era la rivendicazione orgogliosa di un ruolo di comando che non si voleva considerare incrinato e diminuito dalla sconfitta delle armi austriache e, insieme, la riaffermazione di un disegno che mirava a consolidare, non a mutare, la natura economica della piazza triestina, considerata sempre come porto della Mitteleuropa ed elemento d’interconnessione di questa Italia e i Balcani. Questo disegno cozzava contro il disegno degli ambienti economici nazionalisti, dei circoli bancari: primariamente, volevano essere essi a svolgere quel ruolo; secondariamente, le loro mire espansive nel Levante declassavano a piazza secondaria Trieste, volendo concentrare nei protagonisti dell’economia regnicola tutte quelle aspirazioni e tutte quelle opportunità”.

La crisi economica del 1929 e il deciso intervento dell’industria “regnicola” nella piazza triestina avrebbe portato a termine l’esautoramento delle “vecchie famiglie” di origine triestina e la loro sostituzione con i nuovi centri di potere economico e politico.

gennaio 1922

La vita politica della città si rianima sui temi di interesse generale in occasione della campagna per le “amministrative”; a Trieste, per la prima volta, si vota con il sistema elettorale italiano, a suffragio universale e scrutinio di lista, e non più con il vecchio sistema delle curie censuarie. La campagna elettorale si svolse senza violenze degne di rilievo, in una sostanziale calma. Le sinistre si presentarono ancora una volta divise, poiché socialisti e comunisti non vollero stringere alcun accordo con i repubblicani, che avevano proposto la costituzione di un “Fronte unico proletario”; sull’altro versante, invece, liberali, nazionalisti e fascisti si presentarono assieme nell’“Alleanza nazionale”. 10) I “popolari” si presentarono con proprie liste autonome. La partecipazione al voto fu ridotta in tutta la regione, segno del diffuso senso di sfiducia nelle istituzioni. A Trieste, su 57 mila iscritti, i votanti furono poco più di 26 mila: nel 1921, in occasione delle elezioni politiche di maggio, aveva votato il 70% degli aventi diritto. Da ciò il calo subito in minore o maggior misura da tutte le liste in confronto alle precedenti elezioni. 11)

Blocco nazionale 12.053 (46,3%)
Comunisti 4.434 (17,0%)
Repubblicani 3.273 (12,5%)
Lista nazionale slava 2.522 (9,7%)
Socialisti 2.228 (8,5%)
Popolari 769 (2,9%)
Nulle 559 (2,1%)

Le prime elezioni amministrative che si tennero nella Venezia Giulia durante l’inverno 1921-1922, “videro ancora costituirsi, in numerosi comuni, quell’alleanza tra liberali e fascisti che era pur sempre il principale mezzo per assicurare la vittoria ai partiti nazionali italiani, alle condizioni volute dalla classe dirigente locale; e queste alleanze” – osserva Apih – “ancora prevalsero, salvo non molte eccezioni, la più notevole delle quali fu Gorizia, dove si affermò un Gruppo di azione friulana; ad Umago vinsero i repubblicani, a Capodistria i socialisti, in qualche comune interno gli slavi, a Postumia una coalizione slava definita “conciliarista”. Ma un alto numero di astensioni, la relativa varietà degli orientamenti locali espressi, una sensibile perdita di voti dei fascisti, attestarono che, in buona parte della popolazione, in tutti gli strati sociali, prevalevano ormai la stanchezza e la passività; l’impossibilità di trovare una soluzione positiva per i problemi della Venezia Giulia favoriva, e non solo nella popolazione italiana, un quietismo vantaggioso ai conservatori ed all’aggressività fascista, matrice propizia al trasformismo”.

22 maggio 1922

In occasione della visita a Trieste di re Vittorio Emanuele III il Fascio locale dà una prova inequivocabile di forza: è in grado di far sfilare una legione armata di 2.000 uomini ed affermare: “Prendete atto dell’adunata di ieri […]. Il Fascismo domina la Venezia Giulia, vi piaccia o no”.

luglio – ottobre 1922

La Vita Nuova si scaglia nuovamente contro le violenze fasciste. Dopo aver riconosciuto al fascismo il merito di aver debellato la “violenza dei rossi” ed instaurato la “autorità dello stato”, passa alla decisa denuncia delle continue illegalità: “Il fascismo […] è in preda ad una tale ubriacatura di violenza, da volersi sostituire allo Stato, tendente ad una specie di deprecanda dittatura. È ora che il Governo si desti e faccia rispettare la costituzione sinceramente, imparzialmente, energicamente contro ogni sopraffazione, contro ogni violenza”.

L’opera del vescovo Bartolomasi era contrastata da più versanti: da una parte i persistenti interventi nazionalisti del quotidiano Edinost, dall’altra gli attacchi de Il Piccolo, che lo considera non sufficientemente e calorosamente italiano, nonché l’ispiratore dei documenti papali di condanna della violenza fascista. Di fronte a questi avversari la sua posizione si fa sempre più debole, anche perché – come Zovatto precisa – il partito popolare a Trieste era a quel tempo praticamente “inesistente”.

In occasione della marcia su Roma la Prefettura ed altri edifici pubblici di Trieste vengono occupati dai fascisti: né il prefetto Crispo Moncada, né il comandante del presidio, generale Sanna, intervengono in alcun modo per far rispettare le leggi. Come ricorda lo storico Claudio Silvestri “il trapasso dei poteri tra la vecchia classe dirigente logora e sfiduciata e la nuova “guardia” baldanzosa ed arrogante fu quanto di più pacifico e formale possa esistere”.

L’intesa pacifica tra il vecchio e il nuovo regime fu celebrata dall’ordine del giorno che Francesco Giunta, da poco nominato ispettore generale delle legioni fasciste della Venezia Giulia, rivolse al Comando gruppo legioni orientali. Dopo aver ricordato che era l’Italia di Giulio Cesare a ritornare sulla scena del mondo grazie al fascismo, dichiarò: “Le autorità politiche della Venezia Giulia hanno capitolato, i poteri sono stati assunti da S.E. il gen. Sanna. Egli fu nostro capo sui santi carnai del Carso. Egli non può che essere un nostro fratello nella battaglia ideale che combattiamo”.

Su un altro versante molto significativa risulta la testimonianza di Ignazio Silone, che al momento della marcia su Roma era a Trieste. Dopo aver ricordato che gli operai della Venezia Giulia avevano aderito in gran maggioranza al PCI e quindi si trovavano sotto una direzione di “estrema sinistra”, ricorda che “Alla vigilia della marcia su Roma, a Trieste e provincia esisteva un equilibrio del terrore. E la sinistra era tutt’altro che stanca e demoralizzata: tant’è vero che il quartiere più popoloso, San Giacomo, era ancora ostentatamente antifascista e nelle ore notturne veniva accuratamente evitato dai «patrioti»”. Silone sottolinea come Amedeo Bordiga, segretario del PCI, “non dava alcuna importanza alla marcia di cui tanto si vociferava. Tutt’al più, era la sua tesi, si sarebbe trattato di una crisi ministeriale, la borghesia avrebbe sostituito alcuni ministri ad altri, e tutto sarebbe rimasto come prima. Era un punto di vista «pseudomarxista» che non ci sentivamo di criticare, ma che non ci affidava alcun compito preciso”.

La sera del 28 ottobre giunse da Roma una telefonata da parte di Ruggiero Greco, uno dei membri della segreteria del PCI che assicurava la federazione di Trieste che la marcia su Roma non ci sarebbe stata, tutto riducendosi ad una “pagliacciata”!

Il 29 ottobre “Vi fu un’altra reazione sintomatica. Gli arditi d’Italia, organizzazione nazionalista, dannunziana, ma non fascista, sfilarono armati per le vie della città, come se volessero opporsi al colpo di stato fascista. Fra di loro riconoscemmo con sorpresa anche un certo numero di giovani comunisti, fra cui il dirigente Vittorio Vidali. Non si trattava in ogni modo di un tentativo serio di antifascismo, ma solo di un piccolo gioco per fare credere che gli arditi fossero più forti di quanto erano in realtà e ottenere in cambio dal fascismo chissà quali contropartite. Nel pomeriggio infatti deposero armi e bagagli”.

Secondo Silone la mancata risposta dei comunisti insegnò ben poco ai leader del PCI: “Il giudizio formulato successivamente dai dirigenti del partito rivelò una tenace aberrazione mentale che ora si può ben chiamare staliniana: vi era stata, a loro dire, una sconfitta del PSI e della democrazia in generale, ed essa poteva considerarsi un passo innanzi della rivoluzione comunista perché sgombrava le menti proletarie dalle ultime illusioni democratiche. A una delegazione di comunisti italiani, guidata da Amedeo Bordiga e Umberto Terracini, che in quei giorni si permise di sfoggiare a Mosca questa solenne sciocchezza, Lenin non nascose il suo dissenso”.

Anche i socialisti avevano contribuito con le loro divisioni e il loro velleitarismo ad indebolire la classe operaia triestina e le forze democratiche. Lungo tutto il 1920 il partito aveva indotto le organizzazione sindacali ad agitazioni non sempre opportune, che alla fine avevano suscitato grandi paure nelle forze economiche e dello Stato senza strappare significativi benefici di ordine economico o politico. In questo panorama, il ceto medio aveva cominciato ben presto a guardare con simpatia al nascente fascismo. Quale fosse poi la situazione generale di crisi del socialismo italiano alla fine del 1922 emerge chiaramente dai lavori stessi del XIX Congresso del Partito che si svolse nei primi giorni di ottobre. Il partito si spaccò drammaticamente – durante le giornate di dibattito erano state presentate 5 diverse posizioni! – e si costituì il nuovo Partito socialista unitario sotto la guida di Giacomo Matteotti.

Alla fine dei lavori Serrati, leader dei “massimalisti”, aveva salutato coloro che si preparavano ad abbandonare il partito con una invocazione alla “rivoluzione sociale”: poco più di venti giorni dopo ci sarebbero state la marcia su Roma e la formazione del primo governo Mussolini!

agosto – settembre 1922

Le condizioni della città si fanno sempre più gravi. Trieste ha raggiunto forse il 47% del proprio traffico prebellico, con l’aggravante che in tale quota la parte riservata al commercio vero e proprio si è sensibilmente ridotta in confronto al periodo prebellico, mentre la parte affidata al semplice transito è proporzionalmente aumentata: laddove nel 1913 era arrivato nel porto naviglio per oltre quattro milioni di tonnellate, nel 1922 la cifra era sensibilmente al di sotto dei due milioni.

In questo frangente il Commissario generale civile Antonio Mosconi decide di rassegnare le dimissioni – che non furono accolte – motivando la sua decisione con “la persuasione che nella situazione politica generale del paese sarebbe riuscito vano ogni ulteriore sforzo. […] Dopo quattro anni dalla redenzione, parte dei più gravi problemi è rimasta insoluta […]. Commissioni e commissioni, vecchie e nuove, continuano a studiare l’ordinamento giuridico delle nuove province senza un piano organico. […] Per agevolare ed affrettare il risorgimento di quel poderoso strumento internazionale che è il porto di Trieste, è mancata una direttiva costante e sicura a base di accordi internazionali. […] Continuano lentezze e manchevolezze nella liquidazione dei danni di guerra, così le sovvenzioni alle piccole industrie friulane non vengono, così l’industria dei cantieri non riesce a veder assicurato il lavoro. […] La politica dei lavori pubblici è paralizzata pure nel suo modesto programma. Non posso nascondere la mia preoccupazione che il dilagante malcontento possa sboccare in un grave momento […]. Qui trattasi di valorizzare una regione che finirà per essere fonte di ricchezza per il paese”.

Un ultimo tentativo di uscire dalla crisi fu la richiesta per la città del regime di porto franco. A questa proposta, così carica di ricordi e di speranze, tutti i partiti, compreso quello fascista, aderirono, assieme alle principali categorie economiche e allo stesso Consiglio comunale. Venne messi in piedi un Comitato generale d’azione per il porto franco e fu invitata in città una Commissione interministeriale col compito di studiare la questione.

In realtà il porto franco era ormai una realtà superata dai tempi e l’economia giuliana non costituiva più un complesso unitario; per di più la proposta sembrava andare incontro solo agli interessi del mondo del commercio. Quando la potente commissione degli industriali ritirò l’adesione al movimento, questo ebbe i giorni contati. In un’intervista al Piccolo alla fine di settembre il segretario della commissione Ferruccio Cimadori espose a chiare lettere la posizione degli industriali: “Era naturale che, dopo l’annessione, gli industriali triestini, preoccupati delle difficoltà che i prodotti dell’industria locale avrebbero trovato nel mercato nazionale, cercassero di procurarsi condizioni particolarmente favorevoli alla continuità dei traffici con l’Austria. […] Allora sembrava, in via assoluta, che col portofranco sarebbe stato possibile riuscire in tale intento. I fatti, per altro, dimostrarono ben presto che i vecchi territori di esportazione dovevano considerarsi per lungo tempo completamente perduti. […] Nel frattempo era avvenuto, per gran parte delle industrie, la loro nazionalizzazione e la partecipazione del capitale italiano, […] all’Austria impoverita, si sostituì la madrepatria e oggi tutta la nostra produzione viene venduta all’interno del Regno”. Il fallimento di questo tentativo, che trovò uno scarso appoggio anche nelle sinistre – il sindacalista comunista Cavarocchi affermò che i comunisti non erano certo “gli autori e i fautori di colossali e mirabolanti progetti” –, fu l’ennesima riprova della incapacità del ceto dirigente triestino di progettare un piano coerente di sviluppo che in qualche modo invertisse l’andamento sempre più inarrestabile della crisi.

28 ottobre 1922

La presa ufficiale del potere da parte dei fascisti in occasione della marcia su Roma “sanzionò” – come scrive Apih – “una situazione già definita. C’è qualche indizio che le autorità fossero al corrente dei preparativi, fatti anche qui, per appoggiare il colpo di stato, ma ancora una volta i fascisti ebbero la mano del tutto libera. Racconta Francesco Giunta: “A Trieste, la sera del 27 ottobre vi fu un gran pranzo in onore del senatore Mosconi che lasciava il governatorato […]. Il senatore Mosconi aveva perfettamente capito la preziosa funzione che il fascismo esercitava nella Venezia Giulia e – nei limiti della sua carica – la secondava. Niente di strano quindi che […] io stesso continuassi a dirigere le operazioni della mobilitazione bevendo lo spumante alla salute dei rappresentanti del governo che mi preparavo ad abbattere […]. La mattina del ventotto disponevo di tremila Camicie nere […]. Il prefetto Crispo-Moncada ci aspettava nel suo gabinetto. Quando gli notificai che prendevo possesso della prefettura a nome della rivoluzione […] egli, pallido per l’emozione, rispose di accettare le nostre condizioni e ci esortò, colle lacrime agli occhi, a pensare soprattutto all’Italia”. Le trattative tra i fascisti e le autorità militari si limitarono, sempre secondo Giunta, a poche frasi scambiate tra lui ed il generale Sanna, nel corso di un incontro quasi casuale: ”Ora vi faccio fucilare tutti…!”
“Faccia pure, Eccellenza…”
“Beh, insomma, che cosa succede, cosa volete?”
“E così il cuore la vinse su tutto il resto […] e concordammo che l’esercito sarebbe rimasto neutrale, salvo ordini contrari da Roma […]”. Non molti generali italiani si comportarono così, aggiunge Apih, ma “senza dubbio nella Venezia Giulia l'occupazione degli edifici pubblici avvenne senza particolari incidenti […]. Dove fosse la vera forza di questa “rivoluzione” è però indicato da un particolare che le fonti fasciste presentano come secondario: dal fatto che, in attesa del chiarimento della situazione, i poteri vennero assunti dall’esercito. L’11 novembre 1922 sfilò per le vie di Trieste un corteo di duemila lavoratori – almeno così dicono le fonti fasciste – inquadrati nei sindacati fascisti e sfilò pure – novità per la città e la regione – un reparto di cavalleria fascista”.

novembre – dicembre 1922

Verso la fine dell’anno i rapporti tra l’Italia e il regno dei serbi, croati e sloveni diventano più distesi. A Santa Margherita Ligure si era discusso della sistemazione delle banche italo-slave e il Trattato di Rapallo aveva stabilito la creazione di un istituto che fosse “in grado di rendere più intimi i rapporti tra l’Italia e il Regno di H.H.S./Jugoslavia”. Questo istituto fu la Banca Adriatica. La “Jadranska Banka” ebbe la sua sede a Belgrado e raccolse a sé tutte le filiali jugoslave; la “Banca Adriatica”, con sede a Trieste, controllava le agenzie di Abbazia e di Zara. Al fine di intensificare i rapporti commerciali tra i due paesi si decise inoltre di impostare per l’anno successivo un programma di trattative, che si concretizzò nel marzo del 1923 con l’inizio dei lavori di una “Commissione paritetica”.

1923

La fusione tra il movimento nazionalista e quello fascista favorisce l’ingresso nel PNF di importanti rappresentanti del capitalismo triestino, come Edgardo Morpurgo, uomo di punta del mondo finanziario legato alle Assicurazioni Generali. Morpurgo, che nel 1911 aveva capeggiato in Italia l’opposizione al monopolio statale delle assicurazioni vita, diventa ora presidente della Camera di commercio.

Commentando questo particolare aspetto della storia della città, Rino Alessi così ricorda: “I giuliani credettero in un’Italia grande, capace di sostituire con la sua giovinezza gagliarda i compiti europei e mediterranei che il crollo dell’Austria decrepita aveva lasciato sul tappeto. Perciò furono tra i primi a comprendere il fascismo e a impostarlo su basi politiche, che nemmeno il centralismo, instauratosi più tardi a Roma sotto il dominio di un paternalismo burocratico confusionario, riuscì sostanzialmente a modificare. […] Se pensiamo bene tra l’ossatura del vecchio Partito Liberale Nazionale e quella del Partito Fascista le rassomiglianze non tardarono a trasformarsi in identità. E questa fu la ragione fondamentale per cui gli Ara, i Mayer, i Segrè-Sartorio, i Doria, i Banelli, gli Archi, insomma lo stato maggiore della vecchia generazione irredentista, i fedeli della “saletta rossa” della Filarmonica, i massoni della storica loggia “Alpi Giulie” non solo non disdegnarono il tanto dileggiato “orbace”, ma se ne gloriarono; quando poterono, lo vestirono con legittimo orgoglio e lo fecero vestire alle loro donne, ai loro figli e nipoti”.

La ricostruzione storica di Rino Alessi è dettata in parte da un tentativo di “assoluzione” generale. Gli atteggiamenti della vecchia classe liberalnazionale furono in realtà più variegati: mentre i nazionalisti confluirono in massa nel fascismo “assorbendo” Trieste nella nuova realtà italiana, i liberalnazionali – come hanno sottolineato studiosi quali Schiffrer e Apih – continuarono a vedere all’indomani della guerra la situazione della città giuliana secondo moduli tipici del mondo austriaco. “Il tentativo di conservare la autonomia amministrativa delle nuove province, per non perdere le attribuzioni più ampie accordate agli enti locali dal precedente ordinamento, la richiesta di mantenere in vigore taluni istituti legislativi austriaci (tra i quali, ad esempio, il codice di procedura civile, la legislazione in campo scolastico, l’istituto del libro tavolare), erano istanze cui non era mancato l’appoggio del presidente del Consiglio Nitti e per la loro salvaguardia si erano battuti Francesco Salata, nominato capo dell’Ufficio centrale per le nuove province, e, in una posizione più sfumata, Camillo Ara. Anche la principale richiesta dei liberalnazionali in campo economico, il porto franco, nasceva dalla tradizione strettamente municipale nella quale essi erano abituati a trattare con lo stato e il governo centrale, nella direzione cioè di richieste di protezioni e di privilegi che dovevano trarre ragione dal riconoscimento della funzione particolare di contatto di realtà ed economie diverse che la Venezia Giulia aveva rivestito nel passato e doveva ancora rivestire ora al confine orientale d’Italia. Da qui deriva l’incertezza di alcuni uomini del vecchio partito e quasi la riluttanza a confluire nel fascismo […]. Una incertezza che in taluni diventava resistenza passiva, fino ad una rassegnata accettazione, nella speranza che dall’interno del fascismo si sarebbe potuta esercitare una influenza temperatrice di modi e di pratiche di governo”.

1923 – 1930

L’estensione della legge comunale e provinciale in vigore in Italia, decisa con il regio decreto del 7 gennaio 1923, porta all’abolizione delle secolari prerogative dietali del Comune di Trieste: “La provincia risultò di estensione modesta, tra la cittadina di Monfalcone e le borgate carsiche di Sesana, Divaccia, Senosecchia, Postumia. L’opera di provincializzazione era compiuta, ed erano bastati quattro anni”. (Apih)

“Con questo atto” – sottolinea Ziller – “il governo Mussolini, sia pure ancora legato alle deboli garanzie costituzionali dello Stato, annullava il punto più qualificante del dibattito politico e istituzionale sulle nuove province: quell’autonomia amministrativa per la quale si erano battute negli organismi consultivi le forze popolari, socialiste, liberaldemocratiche e le varie espressioni politiche delle minoranze etniche. La sconfitta dei progetti amministrativi decentrati segnalava significativamente anche su quel versante il progressivo cedimento delle concezioni democratiche e costituzionali dello Stato inteso come organizzazione politica della società, anticipando sul piano amministrativo quel processo di “normalizzazione” totalitaria della vita civile e politica italiana che, con la vittoria del fascismo, avrebbe portato alla temporanea rimozione autoritaria, ma non alla soluzione, dei problemi soprattutto etnici ereditati dalle nuove province”.

Lungo tutto l’anno si viene intensificando la politica di snazionalizzazione della minoranza slava: viene soppressa la toponomastica slovena, viene imposta con la riforma Gentile la rapida cessazione dell’insegnamento elementare in lingua straniera (tranne quello religioso nel grado elementare inferiore), si costringono i giornali e i periodici sloveni a stampare pure la traduzione italiana.

Questa politica di snazionalizzazione si protrarrà negli anni successivi in modo sempre più sistematico: ne faranno le spese, tra le altre, la società “Edinost” e le cooperative slovene, che nella provincia erano circa 140. Verrà soppressa tutta la stampa in lingua slovena salvo qualche modesta pubblicazione religiosa: si impedirà l’uso dello sloveno perfino sulle tombe.

Nel 1925 sarà imposto il divieto dell’uso della lingua slovena nei rapporti con le autorità politiche, amministrative e giudiziarie, come pure l’uso delle lingue slave nella corrispondenza e negli indirizzi postali, mentre veniva permesso l’uso perfino del giapponese!

gennaio 1924

Nonostante la repressione della minoranza slava a Trieste i rapporti tra la Jugoslavia e l’Italia continuano a migliorare: il 27 gennaio, dopo un lungo periodo di trattative, si giunge alla firma degli “Accordi di Roma” (o “Patto di Roma”), grazie ai quali l’annessione di Fiume all’Italia viene definitivamente sancita, mentre vengono assegnati alla Jugoslavia l’area del Delta e il Porto Barros. La concessione in uso alla Jugoslavia di un intero bacino del porto fiumano, il bacino “Thaon di Revel”, venne considerato da molte parti – sottolinea Mario Dassovich – “nella prospettiva più ampia di una collaborazione nell’Adriatico tra italiani e jugoslavi «per la comune fortuna»”.

Si giunse, infatti, pochi mesi dopo, ad una serie di importanti intese tra i due paesi in diversi campi quali il commercio, la navigazione, le convenzioni ferroviarie, i servizi telefonici, telegrafici e postali.

marzo 1924

Il nuovo vescovo, mons. Luigi Fogar, è accolto ufficialmente dalla diocesi. Da mesi si attendeva la conclusione dell’iter normale dell’exequatur, ma vari intoppi lo avevano ritardato. Tra questi anche uno di carattere politico: il fascio locale, infatti, si era scagliato immediatamente contro la sua nomina, e Il Popolo di Trieste aveva scritto senza mezzi termini che “per noi fascisti né la permanenza dello slavo [mons. Sedej, vescovo di Gorizia] né la designazione pontificia di mons. Fogar possono essere considerate tollerabili”. Era pertanto intenzione dei fascisti triestini chiedere che venisse “riaperto il concorso al Vescovato di Trieste”.

A febbraio del 1924 Il Popolo di Trieste fu costretto a pubblicare un’ampia autocritica: lo stesso prefetto di Trieste aveva sollecitato l’intervento del ministero della Giustizia per una rapida soluzione del problema onde permettere al nuovo vescovo di “prendere possesso al più presto del suo alto e delicato ufficio”.

Per dodici anni il problema dei rapporti con il mondo sloveno e croato avrebbe causato attriti e polemiche tra il vescovo Fogar e le autorità fasciste, sempre pronte a rispolverare le solite accuse di comportamenti “antiitaliani” e antinazionali. E avrebbe anche contribuito ad accentuare via via – come sottolinea Belci – le divisioni all’interno della stessa diocesi: non mancarono infatti dei sacerdoti, soprattutto tra quelli che il vescovo Bartolomasi aveva fatto venire dalle “Vecchie Provincie” del Regno, che consideravano come “assolutamente ovvia e dovuta la collaborazione con l’autorità politica”, anche quando questa rischiava di ridurli a fiancheggiatori di quella politica di penetrazione e di assimilazione perseguita con sempre maggior violenza dal regime fascista.

aprile 1924

Mussolini indice nuove elezioni politiche per ottenere una maggioranza certa alla Camera: non va dimenticato che all’epoca del suo primo governo i fascisti avevano alla Camera solo 35 seggi. La campagna elettorale si svolse tra ripetute e sanguinose violenze da parte dei fascisti, come il deputato socialista Giacomo Matteotti denunciò, con un atto che gli sarebbe costato la vita. Le stesse violenze accompagnarono le elezioni in Friuli-Venezia Giulia, che fu eretta a collegio unico assieme a Zara. A Trieste i risultati furono i seguenti:

Fascisti 23.644
Comunisti 7.103
Slavi 5.994
Repubblicani 4.256
Socialisti massimalisti 1.051
Popolari 1.039
Socialisti unitari 875
Democratici 281

estate 1924

In risposta all’assassinio di Matteotti da parte dei fascisti scoppiano in città numerose e accese manifestazioni, soprattutto sotto la spinta dei socialisti e dei comunisti, al punto che il questore deve riconoscere che “la grande maggioranza della classe lavoratrice della città aderisce al movimento comunista”. Contemporaneamente, nella zona di Postumia e in varie località dell’Istria, scoppiano episodi di ribellismo armato tra le popolazioni slave.

Tra gli industriali e la grande borghesia la reazione fu ben diversa: quando Luigi Einaudi invitò sul Corriere della Sera gli industriali italiani a staccarsi dal fascismo, il presidente della Federazione industriali della Venezia Giulia, Giorgio Sanguinetti, replicò che “un assassinio politico, per quanto episodio gravissimo, non può consentire – in una con l’annientamento del regime che ha saputo riportare in prima linea i valori ideali, politici ed economici – l’assassinio della patria”.

Nel frattempo la crisi economica si faceva sempre più acuta: solo le compagnie assicuratrici più forti riescono ormai a mantenere le loro posizioni, ed il loro capitale continua ad essere pari a circa un terzo di tutte quelle del regno. Ma le industrie, su cui ora si puntava, non sono più in grado di superare le difficoltà: dei tre altiforni di Servola che garantivano una produzione pari ad un quarto di quella di tutti gli altiforni italiani, si stentava alla fine dell’anno, a rimettere in attività il secondo.

1925

La situazione di crisi economica in cui versa la città risente di nuovi fatti inattesi: le ferrovie tedesche e le altre interessate ai traffici con Trieste iniziano una guerra di tariffe, pretendendo che venga applicato il principio dell’equidistanza chilometrica. Nello stesso tempo lo sviluppo del passo del Brennero, quale via di traffico, favorisce Venezia a scapito di Trieste. Per di più l’anno successivo cominceranno a delinearsi la concorrenza del porto di Spalato e della marina mercantile jugoslava: il volume dei traffici triestini ne risentirà pesantemente inducendo i gruppi industriali ad aumentare le concentrazioni ed a razionalizzare le imprese produttive. Si salvano dalla crisi generale solo la produzione cantieristica e le compagnie assicurative.

La crisi economica lega ancor più la classe dirigente triestina al carro del fascismo. In questa sottomissione lo storico Fabio Cusin vide – non diversamente da quanto fece Giani Stuparich – anche la conseguenza dei modi con cui si era formata la borghesia triestina, in un’area sociale ed economica di protezione e privilegio: “Ignara di ogni religione di libertà, poco poteva offrire all’antifascismo militante, che era patrimonio di pochissimi irriducibili in sede morale […]. Poiché il fascismo comportava l’umiliazione delle aspirazioni economiche e morali del ceto borghese, più attivo e più intraprendente, ma non privilegiato e protetto, la borghesia, italiana e slava, ariana e semita, doveva uscire dalla prova con il capo rotto, con la schiena piegata”.

Lo stesso movimento italiano dei combattenti deve piegare la schiena davanti alle pressioni di Farinacci, il segretario del PNF incontrastato capo degli squadristi, e viene sciolto d’autorità.

Anche i tradizionali oppositori del fascismo sembrano paralizzati da una crisi ormai irreversibile. Dopo lo scioglimento della Unione delle camere confederali del lavoro della Venezia Giulia, vengono definitivamente commissionate le Cooperative operaie e il Partito socialista unitario si riduce al lumicino, con non più di 60 iscritti. L’organo comunista Il Lavoratore è stampato ormai in una tipografia dove “vi erano doppie porte di ferro corazzate a prova di bomba e si usava, per entrare, una parola d’ordine”. Per di più i fascisti danno continuamente la caccia agli strilloni comunisti, sequestrando e bruciando sistematicamente le copie del giornale.

E la crisi coinvolge anche l’opposizione degli slavi “annessi all’Italia”, i cui legami con il partito nazionalista e clericale si fanno sempre più radi, anche perché il sostegno di Belgrado non si trasformò mai in un appoggio politico e diplomatico significativo. Per questi motivi agli antifascisti della Venezia Giulia si impose la necessità di cercare nuove vie e nuove alleanze: il problema dei rapporti con i comunisti avrebbe acquistato in questo contesto un peso sempre maggiore.

Una forma di ribellione contro il regime fascista, che stava occupando ormai tutte le leve del potere, si ebbe solo nella classe operaia: lo sciopero dei metallurgici, scoppiato in Italia nel 1925, a Trieste si prolungò anche dopo che i sindacati fascisti, che avevano dovuto aderirvi, avevano siglato l’accordo: il 1° maggio, nonostante gli arresti preventivi e il controllo severo degli organi di polizia, in gran parte degli stabilimenti triestini l’astensione dal lavoro fu quasi completa.

Intorno allo stesso periodo informazioni di Pubblica sicurezza parlano di infiltrazioni comuniste tra i contadini nella zona di Pisino e tra i minatori di Albona.

1926

Una nota del Commissario capo di Pubblica sicurezza del 4 marzo 1926 dà un quadro molto preciso del fascismo triestino: “Il partito fascista triestino, nel momento attuale, è nettamente diviso in due tendenze; la prima, a favore dell’intransigenza (farebbe capo a Farinacci, Ricci, Masi). Dicono i seguaci, che essi vogliono la base morale, e non asservire il partito degli industriali, dei quali riconoscono le benemerenze, ma non vogliono permettere che governino il partito stesso. La seconda, democratizzante, i cui maggiori esponenti sono quelli dell’ultimo direttorio (farebbe capo agli onorevoli Suvich, Banelli, Brunner, ecc.). Questa tendenza è malvista dall’elemento regnicolo, perché dicono che di essa fanno parte gli elementi triestini che vorrebbero un partito asservito, senza nessuna idealità, ed avrebbero imbastita a Trieste la lotta campanilistica, la quale apertamente e occultamente dà ostracismo ai regnicoli, chiamati da essi «cifarielli»”.

A proposito di “cifarielli”, è opportuno ricordare che fin dal 1919 certa borghesia nazionalista triestina aveva guardato con malcelato disprezzo i molti meridionali che cominciavano a cercare fortuna a Trieste. In quell’anno Attilio Tamaro aveva inviato una lettera al governo italiano per esprimere il suo sdegno per l’arrivo di tanti indesiderati “regnicoli”: “È calato qui uno stormo di parassiti, tenori, baritoni, mandolinisti […] chitarristi”!

Nell’anno in cui in Italia il “regime” fascista si sta consolidando con la liquidazione delle ultime forme di “movimentismo” e la “normalizzazione” imposta da Mussolini, anche a Trieste si arriva allo scontro tra le due “anime” del fascismo. In un primo momento sembrò imporsi la linea dura portata avanti dall’“intransigente” Renato Ricci, cui era stata affidata temporaneamente la guida del partito, contro le tradizionali élite economiche e il denunciato “sabotaggio” degli ambienti massoni. Testimonianza di questa nuova atmosfera incandescente è un fatto drammatico riportato da Salvemini e sul quale il potere locale cercò in tutti i modi di imporre il silenzio: “[…] i fascisti da diverso tempo pretendevano che la vecchia «Società filarmonica» cedesse loro i suoi bei locali. I soci della «Società filarmonica» erano ricchi commercianti e uomini d’affari, fascisti quasi tutti, che non vedevano ragione alcuna per cedere la loro sede; foraggiavano i fascisti perché questi tenessero a posto gli operai, e non per esser messi fuori dai loro locali. Tuttavia, eccitati dal successo del loro attacco contro il consolato francese, i fascisti pensarono che questo fosse il momento buono per spuntarla con la «Filarmonica». Quindi, nella notte del 13 settembre, attaccarono l’edificio e ne presero possesso. Ma, dato che la «Filarmonica» era proprietà delle classi triestine più abbienti, intervennero i carabinieri, i quali, ricevuti dai fascisti a rivoltellate, risposero a colpi di moschetto. E prima che i fascisti potessero essere sloggiati, uno di essi fu ucciso e un altro gravemente ferito. Il giorno dopo (14 settembre), verso le 10 una squadra di circa 50 fascisti attaccò per rappresaglia la caserma dei carabinieri di Via Sanità, gettando due bombe contro l’ingresso e sparando un centinaio di colpi di revolver contro le finestre. La masnada irruppe dalla porta di ingresso, uccise brutalmente il carabiniere Mario Grassi e ferì il commissario di polizia Falcone e diversi altri carabinieri. Furono chiesti rinforzi, l’edificio fu circondato, e dopo una lotta accanita tutti i fascisti furono arrestati. Nello stesso tempo un’altra squadra attaccò la questura, ma fu respinta. Altri incidenti ebbero luogo tra fascisti e pattuglie di carabinieri che facevano servizio di sorveglianza in città. La sera del giorno 14, il prefetto fu costretto a proclamare la legge marziale. Furono proibiti tutti gli assembramenti di più di cinque persone, e furono fatti chiudere caffè, teatri e pubblici locali. Il giorno 15, i giornali poterono uscire, ma a condizione di non fare parola su quanto stava accadendo. Tuttavia, il giorno 15 settembre, Il Piccolo informò i suoi lettori a p. 4 che per preciso ordine del prefetto si asteneva da «ogni allusione diretta o indiretta, dei fatti di cui siamo debitamente a conoscenza, e delle loro tragiche conseguenze giustamente deplorate». Nei giorni che seguirono, le notizie degli incidenti di Trieste provocarono scontri tra fascisti e carabinieri in diverse città dell’Istria. Il giorno 15, a Capodistria, squadre di fascisti attaccarono la caserma dei carabinieri; rimasero feriti due fascisti e un capitano dei carabinieri”.

Le cose cambiarono poco dopo l’allontanamento dalla segreteria del PNF di Farinacci, capo indiscusso degli squadristi e dei “fascisti della prima ora”. A Ricci fu imposto di riaprire le iscrizioni al partito e ciò permise infatti a molti esponenti liberalnazionali di farsi rilasciare tessere “ante-marcia” e di riproporsi quindi in primo piano all’interno del PNF “ricreando, in gran parte” – come scrive Dario Mattiussi – “le antiche gerarchie politiche e sociali della provincia. La tutela esercitata sul partito in questa fase dall’élite economica locale diviene allora sempre più evidente”.

Questa “tutela” si sarebbe incrinata dopo il 1929, quando i più importanti settori dell’economia triestina furono travolti dalla crisi economica e poterono salvarsi solo grazie all’intervento dei massicci aiuti finanziari guidati dal capitale pubblico.

1926 – 1927

Nel novembre del 1926, in seguito all’attentato contro Mussolini a Bologna, il governo emana una nuova legge di Pubblica sicurezza che risultò particolarmente repressiva nei confronti degli sloveni e dei croati residenti in Italia. Oltre all’obbligo di tenere una particolare carta d’identità, dotata delle impronte digitali come era previsto per gli autori di contravvenzioni, di crimini o per coloro che comunque erano giudicati “pericolosi”, le minoranze slave potevano con facilità essere colpite dal provvedimento del confino di polizia. Bastava a ciò il sospetto di attività “propagandistica slava” fondato sul semplice richiamo alla “opinione pubblica”, cioè alla relazione degli organi locali di polizia.

Nello stesso periodo vennero decise l’introduzione della pena di morte per i delitti contro la sicurezza dello Stato e l’istituzione del Tribunale speciale, composto da un presidente scelto tra gli ufficiali generali delle tre armi o della milizia fascista, da cinque giudici scelti tra gli ufficiali della milizia fascista aventi il grado di console e di un relatore senza voto scelto tra il personale della giustizia militare.

La legge istitutiva di questo tribunale ne prevedeva una durata di 5 anni, ma venne poi prorogata per altri 5 anni. Mussolini stesso accennò in tale occasione alla situazione esistente nella Venezia Giulia: “I motivi che esigono la proroga del funzionamento del tribunale speciale devono venir ricercati anche nel fatto che in alcune località delle zone di confine esistono focolai di contagio criminale fomentato ed incitato al di là della frontiera. Questi focolai debbono essere distrutti energicamente e quanto prima. Per distruggere questa attività criminale di origine straniera è opportuno conservare il tribunale speciale con la sua rapida procedura e le sue pene intimidatorie. Ciò è tanto più necessario in quanto la pace in queste provincie è importante non solo per la pace dello Stato, ma anche in Europa”.

Nel campo della scuola, una legge promulgata alla fine del 1925 prevedeva la possibilità per il Governo di “licenziare oltre che nei casi già previsti gli impiegati civili e militari di ogni categoria ed in tutti i ministeri se nell’espletamento delle loro funzioni o in modo diverso non diano sufficienti garanzie di un espletamento leale del loro dovere o se la loro condotta non fosse in armonia con le direttive politiche generali del Governo”. In base a questa legge vengono espulsi dalla scuola la maggioranza degli insegnanti sloveni o croati ancora in servizio. Al deputato sloveno Besednjak, che alla Camera era intervenuto contro queste procedure discriminatorie, Pietro Fedele, primo ministro della Pubblica istruzione di un governo non più di coalizione, rispose senza mezzi termini che una rapida e decisa assimilazione era uno degli irrinunciabili progetti del governo fascista. Gli insegnanti sloveni e croati vennero quasi tutti licenziati, “poiché nella scuola non c’era posto per colui che non dimostra” – come all’epoca scriveva in una sua circolare agli ispettori scolastici il Provveditore agli studi di Trieste – “un profondo senso per l’ordine, la disciplina, la severità, nonché responsabilità per la viva e vigile coscienza della nuova Italia che è l’oggetto, l’orgoglio e la passione del fascismo, gloria ed onore di tutto lo Stato”.

I pochi insegnanti rimasti in servizio vennero nella loro maggioranza inviati all’interno dell’Italia perché non fossero più collegati con la propria nazione. In questo modo su circa 1.000 insegnanti sloveni e croati ne rimase in servizio una cinquantina, e di questi solamente cinque nella Venezia Giulia. Tutti gli altri cercarono in maggioranza rifugio in Jugoslavia.

La repressione dell’autonomia e delle libertà delle minoranze etniche trova però ormai una forte resistenza tra le popolazioni slave: nonostante le leggi speciali e le condanne ripetute del Tribunale speciale – in questo periodo condannerà 106 slavi ad un totale complessivo di 1.124 anni di prigione; di otto condannati a morte, cinque furono slavi – le attività clandestine di opposizione diventarono sempre più incisive, soprattutto nelle campagne istriane, nel Carso e nel Goriziano.

Già nel 1927 si costituirono le prime organizzazioni clandestine: tra Trieste e Fiume sorse un primo nucleo antifascista, tra i cui esponenti c’erano Ermanno Bartellini e Leo Valiani.

Tra i comunisti italiani, la svolta del Congresso di Lione del 1926 aprì nuovi spazi di collaborazione con le altre forze politiche e pose con forza l’accento sulla questione delle nazionalità. Come osserva Apih “I comunisti giuliani sanno sempre più chiaramente che, insieme alla classe operaia, i contadini slavi e, in genere, la comunità etnica minoritaria, costituiscono il principale settore aperto alla loro penetrazione”.

aprile 1927

Un nuovo strumento della politica di snazionalizzazione in queste terre fu fornito dall’estensione alla Venezia Giulia delle disposizioni già vigenti nel Trentino circa il “ripristino” dei cognomi non italiani. Tra il 1927 e il 1936 2.047 cognomi vennero modificati d’ufficio; si creò così artificiosamente una immagine della città, tutta tesa ad affermare in modo esasperato quell’identità nazionale che Angelo Ara e Claudio Magris chiameranno “monolitica”.

La propaganda antislava è spesso enfatizzata dalla stampa locale per far passare in seconda linea gli effetti della crisi economica ed i licenziamenti che stavano colpendo molti settori della città; le lamentele e le richieste di aiuto al governo da parte dei gruppi dirigenti andavano, infatti, facendosi sempre più pressanti.

Il ministro Volpi di Misurata, durante la sua visita a Trieste, chiarì senza mezzi termini la posizione del governo davanti al Commissario della Camera di commercio di Trieste, Segrè, che aveva chiesto per la città aiuti analoghi a quelli concessi a Venezia: “La zona industriale di Venezia è quella cosa dove i veneziani” – Volpi di Misurata era di origine veneziana ed era stato nel 1917 uno degli artefici della creazione del “Porto Marghera”“hanno speso 400 milioni dei loro denari, insieme coi loro amici, ed hanno domandato allo Stato cento milioni soltanto; dove sono nate quarantadue industrie, dove vivono seimila operai, in quattro soli anni. Vi assicuro che se Trieste saprà e vorrà fare altrettanto, avrà in me il suo miglior avvocato. Ma se per avventura […] la zona industriale dovesse servire per le industrie sconquassate, allora dirò che queste industrie vadano dove vogliono.”

agosto 1927

Sulla scia dei precedenti movimenti giovanili e delle organizzazioni studentesche si viene formando il primo movimento clandestino armato sloveno. “Inizialmente si costituirono” – scrive Alessandro Volk – “due organizzazioni, collegate tra di loro ma con caratteristiche che le differenziavano: la TIGR nel Goriziano, formata per iniziativa di alcuni dei dirigenti liberali più giovani e quindi certamente non sconosciuta ai notabili, e la BORBA («Lotta») a Trieste e nell’Istria, caratterizzata da un certo spontaneismo e «romanticismo»”. Il programma della TIGR (Trst, Istra, Gorica, Rijeka) dà ampio spazio alle tradizionali rivendicazioni del nazionalismo sloveno: le iniziali che ne costituivano il nome, infatti, indicavano le terre considerate “irredente”. Il gruppo sceglie la strada del terrorismo dimostrativo, prendendo come bersaglio persone e cose che rappresentavano la pressione snazionalizzatrice dell’Italia fascista.

La linea politica e la strategia di lotta di questo gruppo non sono condivise dai comunisti italiani, ma suscitano non poche perplessità anche tra i comunisti sloveni. Ripetutamente Ivan Regent ne prende le distanze scrivendo su Stato Operaio tra il 1930 e il 1934: nel 1930 ribadisce che nella situazione attuale non era possibile far propria “l’idea dell’unione della Venezia Giulia con la Jugoslavia [che] rappresenta gli interessi dell’imperialismo serbo”; nel 1934 – bollando il gruppo quale imperialista e nazionalista – denuncia che “il nome TIGR […] significa la pretesa assoluta su queste città e territori che sono anche, e, come a Trieste, soprattutto, italiani”.

Uno dei dirigenti della TIGR, il prof. Rudolf, viene denunciato come campione di un gretto nazionalismo borghese, che lo porta a dire “la nostra lotta è diretta contro gli italiani, contro ogni italiano, non solo contro il fascista”.

Nonostante il Tribunale speciale continui a comminare pene molto severe agli oppositori, le autorità fasciste tentano in tutti i modi di minimizzare davanti all’opinione pubblica la portata di questi fatti.

Nella rivista Gerarchia – che si voleva “costantemente ispirata” da Mussolini – compare nel settembre del 1927 un articolo del federale triestino Giuseppe Cobolli-Gigli di questo tenore: “Gli allogeni della Venezia Giulia sono oggi cittadini italiani che non devono differenziarsi dagli altri in nessun campo, né dei doveri, né dei diritti. […] Coloro che pensano e agitano un problema allogeno sono sovvertitori. […] Gli slavi oggi si manifestano nella stragrande maggioranza rispettosi e non vi ha dubbio che in un non lontano avvenire, attratti dalla nostra civiltà, che ha così potente forza di assimilazione, saranno orgogliosi di essere della nazione italiana”. La conclusione dell’articolo sembra però tradire questo trionfalismo di parata: “Bisogna impedire” – così aggiunge il Cobolli-Gigli – “agli avvocati slavi, che sono pericolosi, la libera attività a fianco della loro professione, di quella spicciola propaganda che raccoglie proseliti e nutre illusioni. Bisogna togliere i maestri slavi dalle scuole, i preti slavi dalle parrocchie”.

1928

Conformemente ai Trattati di Trianon, il regno dei serbi, croati e sloveni si annette le ultime parti dell’eredità ungherese e diventa a pieno titolo “regno di Jugoslavia”. Questa evoluzione internazionale influisce poco o nulla sulla politica di snazionalizzazione portata avanti dal regime fascista: continuano in particolare le manifestazioni di violenza contro chiese e preti, al punto che i vescovi di Trieste, Gorizia e Pola chiedono congiuntamente in una lettera a Mussolini che venga assicurata la libertà di impartire l’istruzione religiosa in lingua slava e garantito il rispetto per le associazioni cattoliche e per le loro attività culturali.

Per di più gli accordi stipulati l’anno prima a Tirana tra il governo italiano e l’Albania avevano suscitato non pochi timori a Belgrado. Si trattava in realtà – e lo aveva compreso subito il ministro degli Esteri inglese Austen Chamberlain, non certamente prevenuto contro Mussolini, – del primo passo di una strategia tesa ad istituire una sorta di protettorato italiano sull’Albania.

Come scrivono Luigi Salvatorelli e Giovanni Mira “La politica estera albanese di Mussolini (in ciò Salvemini ha perfettamente ragione) rendeva impossibile ogni sua intesa con la Jugoslavia. Essa sarebbe bastata da sola a disarmare il governo jugoslavo di fronte ai suoi nazionalisti antiitaliani. Vi si aggiungeva la politica di snazionalizzazione slava nella Venezia Giulia, ben più grave delle ostilità austriache passate verso gli Italiani dell’impero. Non basta: tutta la politica estera mussoliniana, nel settore europeo, o danubiano-balcanico, fu diretta all’isolamento della Jugoslavia”.

Così, in settembre, il prefetto descrive la situazione esistente all’interno della comunità ebraica in una relazione al ministero degli Interni: “Qui esiste […] un forte numero di israeliti, parte cittadini italiani, i migliori dei quali hanno il possesso dei maggiori istituti quali le Assicurazioni generali e l’Adriatica di sicurtà e delle più importanti ditte bancarie e commerciali – e tra essi i più autorevoli – si segnalarono nel passato regime per sentimenti di italianità. […] Tali elementi sono iscritti al fascismo, del quale sostengono le istituzioni, partecipando attivamente alla vita di queste; altri, di nazionalità polacca, rumena, ungherese, tedesca, che la loro fede religiosa tiene uniti, attendono – così come la massa degli italiani – ai propri affari, disinteressandosi di politica e dimostrandosi ossequienti al regime dominante. Un esiguo numero di polacchi, per differenza di rito, si mantiene estraneo all’ambiente e non frequenta il tempio israelitico; a turno nelle abitazioni di qualcuno di essi si compiono al sabato funzioni di rito. L’ebraismo locale, d’altronde, è organizzato attorno al rabbino Zoller dott. Israele, il quale è coadiuvato dai capi della comunità israelitica Eppingher cav. Alfredo, tenente-colonnello Levi-Bianchini Achille e Sepilli cav. Giacomo, che non consta davvero siano ostili al Partito fascista e al Regime; ed ha fiorenti istituzioni, quali: il gruppo giovanile ebraico, l’asilo infantile di fondazione “Tedeschi”, la scuola israelitica con sede in via del Monte n. 3, la Fraternità israelitica con sede in via delle Beccherie n. 19, tutte facenti capo al predetto rabbino Zoller e largamente sovvenzionate dai negozianti ebrei, qui residenti. Tale comunità, in ogni occasione, anche recente, ha dato attraverso queste organizzazioni prove esteriori di patriottismo e di adesione al Regime”.

1929 – 1933

L’opposizione clandestina slovena compie numerose azioni dirette, soprattutto in occasione delle elezioni del marzo 1929, che i fascisti volevano trasformare in un trionfante plebiscito per mostrare al mondo la potenza del regime.

In numerosi paesi dell’Istria scoppiano episodi di violenza e d’intimidazione. La tensione è molto forte anche nel Carso ed a Trieste, dove opera il gruppo “Borba”, cui vengono attribuiti tra il 1929 e il 1930 numerosi gesti clamorosi, tra cui l’esplosione di bombe al faro della Vittoria, di cui era imminente l’inaugurazione, e davanti all’ingresso della redazione del quotidiano fascista Il Popolo di Trieste, che causò la morte del redattore Guido Neri ed il ferimento di altre tre persone. Nella seconda parte del 1929 la stampa locale ammette più di una volta che “praticamente tutti i paesi del Carso sono in stato di assedio”.

Anche il Concordato viene ora invocato per indurre il clero ad un più capillare coinvolgimento nella lotta “nazionale”: ne dà un esempio Il Piccolo, che si augura che “dopo le spontanee intese stabilitesi tra i segretari politici delle province di confine ed i vescovi […] il giorno del plebiscito i sacerdoti (marciassero) alla testa dei loro fedeli, nel nome del duce, del regime, dell’Italia”.

Contemporaneamente vengono portati avanti con decisione i progetti di “restituzione” (d’ufficio) o “riduzione” (su richiesta degli interessati) dei cognomi giuliani e i prefetti, in ottemperanza alla legge, nominano speciali commissioni con il compito di preparare gli elenchi di nomi da “restituire nella forma italiana”.

Nel 1929 la commissione provinciale di Trieste, presieduta da Angelo Pizzigalli, portò a termine i lavori presentando una relazione di ben 345 pagine, con un elenco di 3.000 cognomi! L’asserita “scientificità” del lavoro delle commissioni è ben dimostrata dal fatto che spesso tra provincia e provincia vennero attribuiti agli stessi cognomi forme italiane diverse: “In questo modo la persona di cognome Sirk” – racconta Lavo Cermelj – “divenne a Trieste Sirca, un suo fratello che viveva a Gorizia divenne Sirtori, mentre il terzo fratello residente in Istria divenne Serchi”. Quando non fu possibile trovare corrispondenti forme italiane per certi cognomi slavi si adottarono soluzioni grottesche: “Si tratta p. es. dei cognomi Kmet (contadino), Knez (conte), Zupan (sindaco). Essi vennero trasformati di punto in bianco dai suddetti “scienziati” in Meti, Nesi e Soppano, cognomi senza alcun significato ma di forma italiana del tutto ortodossa. I casi di questo genere si contano a centinaia”.

L’accanimento investigativo delle Commissioni andò anche alla ricerca dei cognomi di molti sloveni e croati abitanti in Jugoslavia, onde poterli “restaurare” e dimostrare quindi la loro discendenza da italiani. “In questo modo” – aggiunge Cermelj – “l’Italia sarebbe stata chiamata ad esigere anche i territori in cui gli sloveni ed i croati d’oltre frontiera con simili cognomi risiedevano. Ed appunto questo successe nel momento in cui l’Italia s’impadronì ed annesse dopo il 1941 vasti territori della Slovenia e della Croazia, specialmente in Dalmazia”.

Nel 1930, dopo lunghe indagini, vennero catturati gli autori degli attentati al faro della Vittoria ed alla redazione del quotidiano fascista locale. Al Tribunale speciale furono affidati contestualmente anche molti altri casi contro numerosi irredentisti e nazionalisti slavi: 87 persone furono imputate di 99 reati, ma solo 52 vennero arrestate dalla polizia in quanto gli altri riuscirono a mettersi in salvo. Il regime voleva mostrare all’opinione pubblica di tutti i paesi che nella Venezia Giulia era in corso una vera e propria cospirazione contro lo stato italiano: anche per questo motivo il dibattimento processuale fu trasferito da Roma a Trieste. Il processo durò cinque giorni ed alla fine vennero condannati a morte 4 sloveni, Ferdinand Bidovec, Franz Marussich, Zvonimir Milos e Alojzij Valencich. Gli altri furono condannati a 147 anni di carcere. Le modalità del processo – uno degli avvocati difensori, ufficialmente scelti tra gli avvocati fascisti, dichiarò che per due dei suoi assistiti la condanna a morte era inevitabile: “All’osservazione di un giurista belga presente al processo di non essersi comportato in base all’etica professionale rispose che così gli era stato ordinato” (Cermelj) – suscitarono numerose proteste da parte della stampa estera, in particolare in Cecoslovacchia e in Inghilterra. Pochi giorni dopo la fucilazione dei quattro sloveni al poligono di tiro di Basovizza, il Manchester Guardian scrisse queste righe: “Le vittime appartengono alle file terroriste verso le quali la visione liberale sulla vita non può non esprimere condanna. A causa di ciò a Ginevra si sono accumulate proteste e richieste nella speranza di salvare la vita ai condannati. La fretta con cui si è proceduto all’esecuzione è stato uno schiaffo in faccia a tutti coloro che lottano per la libertà. Gli sloveni fucilati vedevano nel fascismo un piano sistematico di azione per la snazionalizzazione e l’oppressione. Contro il fascismo non avevano altre armi che quelle usate nel passato dai loro oppressori: l’alto tradimento. Loro lottano contro il fascismo così come l’Italia aveva lottato in passato contro l’Austria. Per coloro che non conoscono la storia questo esempio è molto istruttivo e sorprendente”.

Il giorno dopo la fucilazione, il Popolo d’Italia pubblicò un articolo i cui toni mostravano chiaramente lo spirito con cui il regime aveva deciso di organizzare a Trieste il processo. Gli jugoslavi in Italia venivano presentati come “una specie arretrata, una via di mezzo tra lo slavismo primitivo e l’inferiore germanesimo dell’Austria”. La loro era una stirpe “senza cultura e quasi senza lingua […] ed anche senza nazionalità se si considera la nazionalità un prodotto della storia, in quanto un miscuglio di persone senza storia non può avere una nazionalità. Possono avere nazionalità le cimici annidate in un’abitazione? Questa è la posizione storica e morale degli sloveni alla nostra frontiera. […] Ora possiamo comprendere quale era la raison d’être dell’Austria finché non cominciò a civettare con gli slavi […]. Consisteva nel tenere insieme con il bastone e le prigioni un informe e arretrato miscuglio incosciente di popoli al confine con i Turchi. L’Italia può imparare molto da questa lezione storica e psicologica”.

I rapporti con la Jugoslavia diventano sempre più tesi in quanto Belgrado viene considerata dal governo di Roma la vera ispiratrice dell’irredentismo slavo. Ne risente ovviamente la situazione lungo i confini, dove l’acutizzarsi della repressione comincia a modificare i rapporti tra i comunisti e gli irredentisti slavi, che fino a quel momento erano stati molto tesi: in quegli anni l’accusa più frequente che i comunisti rivolgevano agli irredentisti slavi era quella di “nazionalismo borghese”.

I comunisti italiani affrontano ora con maggior attenzione il problema delle rivendicazioni nazionali nel quadro della lotta antifascista nella Venezia Giulia. Incontri clandestini tra leader nazionali del PCI – tra i quali Di Vittorio, Togliatti, Scoccimarro, Grieco, lo stesso Gramsci – e rappresentanti dell’antifascismo si erano già tenuti negli ultimi anni nel Goriziano, a Trieste, nel Carso. Ora, alla fine del 1930, sulle pagine dello Stato Operaio, la rivista dei fuoriusciti comunisti, compare un articolo di Ruggero Grieco – “Su alcune deviazioni della linea leninista nella politica internazionale” – che affronta direttamente la questione. Grieco, dopo aver ripreso le sue tradizionali critiche sia alla strategia terroristica perseguita dalla TIGR, che isolava sempre più il movimento dalle masse, sia alle deviazioni nazionaliste dello “slovenismo”, sottolinea la necessità di collegare strettamente la questione nazionale slovena e croata e il problema contadino. Due anni dopo, Natale Kolaric, uno dei dirigenti del movimento operaio triestino racconterà: “noi eravamo poco sviluppati, nell’associazione nazionalista slava c’erano professori e ingegneri pagati dalla Jugoslavia; noi abbiamo fatto campagna contro”.

1931

Il fallimento dei precedenti appelli alla moderazione e il radicalizzarsi della repressione contro le minoranze slave induce il vescovo Fogar a chiedere udienza personale presso le massime gerarchie del governo: “Nell’aprile del 1931 egli fu ricevuto da Mussolini, nel dicembre da Arpinati, ottenendo – o credendo di aver ottenuto – da entrambi consensi per una linea rispettosa, nell’ambito religioso, dei diritti linguistici delle popolazioni slovene e croate”. Si trattò soltanto di “illusioni”, conclude Belci, in quanto le cose non cambiarono assolutamente: le rinnovate pressioni del governo portarono anzi all’allontanamento dell’arcivescovo di Gorizia Borgia Sedej, di cui Fogar era stato segretario, e poco dopo iniziò una dura, sistematica campagna contro lo stesso Fogar. Solo l’Azione cattolica sostenne il vescovo, che in città rimase del tutto isolato; all’interno stesso del clero non mancava chi considerava l’intransigenza di Fogar inopportuna e infondata. Ancora una volta Il Piccolo si unisce prontamente al coro: “È ormai inutile farsi illusioni. […] Nella Venezia Giulia la Chiesa Cattolica non è Romana, ma slava. […] Lo spirito antiitaliano di certi prelati ha perduto persino i veli dell’imparzialità politica dietro cui sembrava volersi abilmente nascondere […]. Nelle Chiese del Carso si continua a lodare Iddio nel peggiore dei dialetti, come se la lingua latina, vanto della Chiesa Romana, fosse un sacrilegio”.

Ma anche la grande stampa nazionale batte la grancassa, denunciando il mancato intervento censorio del Vaticano contro il clero sloveno della Venezia Giulia. Il Corriere della Sera tuona contro quei sacerdoti che svolgono “un’attività extra-sacerdotale che contrasta con le leggi dello Stato. Come altrimenti se non illegittima, si dovrebbe definire la pertinacia di certi preti che, a distanza di tredici anni dall’avvento dell’Italia, continuano a recitare le preghiere in sloveno, a predicare in sloveno, a leggere il vangelo in sloveno? […] Ma c’è anche di più. Ecco qua un parroco che proibisce ai bambini di salutarlo alla romana, ecco là un altro che interdice l’ingresso in Chiesa ai Balilla e alle Piccole Italiane in uniforme”.

Sulla vicenda del vescovo Fogar Elio Apih osserva che “il governo fascista, in linea generale, era deferente verso le gerarchie cattoliche, ma questa linea subì clamorose eccezioni nella Venezia Giulia, perché nella situazione esistente dopo il Concordato, una parte non trascurabile delle possibilità di proseguimento della politica di italianizzazione dipendeva proprio dall’atteggiamento del clero”.

L’utilizzazione spregiudicata del concordato da parte delle autorità italiane finisce col provocare clamorose reazioni anche a livello internazionale: la stessa Santa Sede è messa in grave imbarazzo dalle iniziative prese dall’arcivescovo di Zagabria e da numerose altre autorità ecclesiastiche jugoslave, che si schierarono a difesa dei diritti degli slavi giuliani e in numerose città fecero sfilare durante le cerimonie religiose le bandiere abbrunate dei comuni della Venezia Giulia.

Agli inizi del 1932 le autorità politiche impressero una svolta ancora più marcatamente discriminatoria. Il procuratore generale del re presso la Corte d’appello di Trieste Mandruzzato polemizzò nuovamente contro la eccessiva tolleranza di cui godevano ancora molti sacerdoti e chiese con forza l’allontanamento di quelli che continuavano ad usare la lingua slava “per quanto tra i fedeli vi siano degli italiani e gran parte degli allogeni conoscano la lingua italiana”. Si unì al coro il questore di Pola, che “cominciò a citare nei suoi uffici i parroci slavi” – scrive Salvemini – “esigendo da loro che smettessero le prediche slave l’istruzione religiosa e minacciandoli coll’ammonizione politica, con la sorveglianza speciale e anche col confino. Così i vescovi vengono sostituiti, nell’amministrazione della Chiesa, dai questori. E Pio XI […] prega”.

Mentre la questione nazionale rimane al centro del dibattito politico, si fanno sentire sulla città gli effetti della lunga crisi che dal 1929 aveva colpito gli USA e poi, di riflesso, i principali paesi europei: ha così inizio una fase recessiva che coinvolge soprattutto i settori industriali tradizionali della città, con effetti devastanti quali, la “Caduta” e l’“Assorbimento” – così si esprimeva la stampa del tempo – dell’“impero Cosulich” e del gruppo Brunner.

In realtà la città attraversava un periodo difficile già da qualche anno, e la gravità della situazione era nota al governo da tempo, come risulta dal colloquio che Mussolini aveva avuto nel 1930 con il federale triestino. In quell’incontro Mussolini aveva commentato l’atteggiamento dei grandi gruppi industriali della città con queste parole: “Trieste nel 1929 ha subito fiere scosse. Il disastro di Brunner, il megalomane […], poi la scossa dei Cosulich con deprezzamento delle azioni ecc. Questi sono stati rimessi a posto. Poi il disagio della Banca Commerciale Triestina, sanato in tempo […]. In complesso un disagio generale nel campo economico, con riflessi psicologici e morali anche per altre crisi minori verificatesi. I triestini si debbono decidere: quei 200-300 che dirigono l’economia della città non guardino più né a Vienna né a Berlino, ma guardino a Milano e solo così si potranno avviare a sicuro avvenire. […] I residui di triestinismo economico (quello morale mi è simpaticissimo) devono finire, e l’economia chiusa deve essere considerata, com’è, un solenne errore. Si va alla rovina della città se si va avanti così! Occorre fare dietro-front, guardare a Milano e a Roma, e non avere gelosie per Venezia! […] Considerarsi tutti italiani. E non sperare nulla al di là delle Alpi! L’Austria è piena di disoccupati, l’Ungheria è poverissima, la Cecoslovacchia volge fatalmente verso Amburgo. La classe dirigente di Trieste senta questo e non sia sempre in stato di ipersensibilità”.

L’assorbimento della Banca commerciale triestina da parte della Banca commerciale Italiana fu un altro segno allarmante della crisi ormai irreversibile in cui era caduto il capitalismo privato triestino. Mentre l’onnipresente Comit curò l’aspetto finanziario dell’intera operazione di “risanamento”, i settori industriali dell’“impero Cosulich” furono assorbiti da altri grandi gruppi del capitalismo italiano: in parte dalla Fiat, interessata alla produzione motoristica, dall’ILVA, impegnata nelle forniture siderurgiche, dai gruppi navalmeccanici ed elettrici veneziani.

Come sostiene Giulio Sapelli “veramente un’epoca della storia economica triestina e delle sue élites era definitivamente tramontata. Stava realizzandosi, con la dissoluzione patrimoniale delle vecchie famiglie, la saldatura delle nuove élites e della classe politica”. Una diagnosi molto lucida del malessere della classe dirigente triestina è contenuta in una lettera che lo storico di Trieste Attilio Tamaro – allora addetto alla legazione d’Italia ad Helsinki – scrisse nella primavera del 1932 all’amico conte Salvatore Segré: “Ho l’impressione che [Mussolini] rimproveri ancora ai triestini l’eccessivo triestinismo, quel considerare tutte le questioni dall’alto del campanile di San Giusto o dal fondo di particolari interessi locali. Mi pare significativo a questo proposito che egli abbia costretto le Generali a festeggiare il loro centenario a Roma, cioè a sentirsi più italiane meno triestine. E poi egli non ama la gente che si lamenta e fa querimonie. Di più, credo che non veda in Trieste quella volontà di trasformazione, quel dinamismo, quella modernità, quello spirito d’iniziativa, quella volontà di grandezza che vede in Genova e anche (e come!) a Venezia. Trieste non sa essere grande […] bisognerebbe che la città uscisse dal suo sciupatissimo vocabolario irredentistico, cessasse di vantarsi d’aver fatto qualcosa che non fu che il suo dovere e parlasse molto meno del suo passato e molto più del suo avvenire. Vista da lontano la città sembra consumarsi nell’adorazione di Oberdan, che è adorazione di se stessa. Sarebbe molto meglio vederla consumare il suo cervello e anche una parte delle sue ricchezze in aspri ed originali tentativi commerciali e lanciare le sue energie fuori di se stessa e non esistere se non per cercare vita lontano da se stessa”.

In queste parole di Tamaro lo storico Sapelli vede “la diagnosi precoce d’un malessere allora appena intravedibile”: la vecchia ipotesi accarezzata un tempo dai gruppi irredentistici di fare di Trieste la “porta d'Oriente” di un dinamico capitalismo locale e nazionale era crollata, dapprima sotto i colpi della “conquista nazionale” ed ora sotto quelli della grande depressione.

In generale si può sostenere che la crisi di questo periodo ebbe come conseguenza “la definitiva sottomissione del capitale triestino ai circoli finanziari del Regno. Fu attuato, sulla scia dell’orientamento in atto in tutto il mondo, il concentramento armatoriale delle linee sovvenzionate, e gli interessi triestini subirono un ridimensionamento a favore dei tirrenici”. (Apih)

settembre 1932

Emblematica del modo in cui i grandi gruppi triestini furono “indotti” a superare la crisi fu la nomina del nuovo presidente dei Cantieri dell'Adriatico. Dopo la morte dell’ammiraglio Umberto Cagni venne nominato al suo posto l’ex squadrista Francesco Giunta: “Il servitore plebeo delle ubriacature razziste e nazionaliste” – scrive Sapelli – “tornava ora con il bastone del comando, anzi, con il manganello, e sedeva a fianco dei più illustri esponenti dell’economia triestina. Davvero aleggia un’ironia hegeliana su questo ritorno”.

La rinnovata presenza a Trieste di Francesco Giunta – nel 1929, quale Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio era stato a fianco di Mussolini alla firma dei patti lateranensi – rappresentava infatti la concreta garanzia dei nuovi rapporti diretti tra gli ambienti economici cittadini e il potere politico a Roma. “Tutto il complesso” – continua Sapelli – “degli ambienti economici triestini mutò il suo volto e alcuni degli esponenti di spicco della cultura liberalnazionale furono chiamati ad alte cariche che rendevano manifesta l’avvenuta integrazione con l’economia pubblica nazionale che andava via via costituendosi. Teodoro Mayer, proprietario del locale giornale Il Piccolo, presidente dell’IMI, Camillo Ara della Sofindt. E la Sofindt fu al centro, nel corso del processo di smobilitazione della Comit, di importanti operazioni che videro coinvolte società come la Navigazione Libera Triestina e i Frigoriferi Generali di Trieste, sino alla costruzione, il 2 gennaio 1932, dell’Italia, compagnia di navigazione formata dall’unificazione delle Flotte Riunite Cosulich, del Lloyd Sabaudo, della Navigazione Generale”.

Era questo uno degli ultimi passi di un processo che già da anni aveva visto l’emarginazione strisciante delle vecchie élite triestine da parte dei protagonisti del fascismo di importazione e del fascismo locale: il segno della perdita di una dignità e di “tempi tristi per noi” che Giani Stuparich, nel suo Cuore adolescente, Trieste nei miei ricordi, ripercorre con commozione e sdegno morale: “Un avvocatuccio di fuori era diventato in breve volger di tempo il padrone di Trieste, dove faceva alto e basso. Quel travet esaltato, dall’aria meschina, che subito dopo la redenzione arringava piccoli crocchi di gente sulla riviera di Barcola, era diventato in pochi anni un autorevole capopopolo. Io stesso ebbi occasione di vederlo con i miei occhi salire sulla fontana di piazza Unità, davanti a una marea di gente, a una di quelle folle oceaniche di triste memoria: vestito come un gran signore, con l’aria imperiosa e strafottente. Fattosi silenzio, prima di parlare a quell’uditorio nereggiante, lo vidi coprirsi gli occhi con le mani guantate di camoscio giallo. Sì, egli dovette fare il gesto di chi, credendo di sognare, si copra un momento gli occhi per aver la certezza, riaprendoli, di trovarsi veramente davanti alla realtà. (Quanti gerarchi, in quegli anni, cominciando da Mussolini, dovettero coprirsi gli occhi, prima di guardar giù alla realtà, dalle vertiginose cime a cui erano impensatamente balzati). Qualche anno dopo, in occasione d’un fallito attentato alla vita del Capo, un altro segretario politico faceva a comando inginocchiare la folla, sulla stessa piazza e imponeva l’umiliazione di quel gesto teatrale anche al venerando sindaco, che vicino a lui riluttava: non era servito a risparmiargli tale umiliazione, ch’egli avesse speso tre quarti della sua onesta vita per il bene della città. Un ragazzaccio forestiero, biondo capelluto, offendeva e destituiva il presidente dell’Associazione combattenti, solo perché ai funerali d’un illustre cittadino aveva osato chiedere per il suo gruppo la precedenza sul «Partito». Una banda di teppisti invadeva un Circolo di vecchia tradizione cittadina, rovesciando i tavoli e bivaccando sconciamente nei locali che dovevano diventare la sede dei Fasci. Ma non la soperchieria, né gli eccessi dei nuovi «satrapi», fra i quali si potevano anche ammirare figure decise e pittoresche, ci recavano sconforto e avvilimento, bensì la mancanza di dignità e di spina dorsale in uomini che fino allora avevano operato nella nostra stima ed ora invece non si vergognavano di chinarsi a baciar le mani che li avevano schiaffeggiati e di leccare i piedi che li avevano presi a calci nel sedere. Gli stessi illustri signori, nelle stesse sale del Circolo di dove erano stati cacciati poco prima ignominiosamente, facevano lunghe file di servile anticamera per essere ricevuti dall’usurpatore o da uno dei suoi tirapiedi”.

Verso la fine del 1932 la crisi dell’industria cantieristica si fece ancora più grave, soprattutto a causa della sopravvenuta caduta della sterlina, che aveva intensificato la concorrenza sia per l’industria navale, sia per i noli. Il panorama ormai è pronto per una nuova soluzione pubblica imposta da forze nazionali ben più potenti e politicamente protette: ciò che si sarebbe verificato poco dopo nel contesto della creazione dell’IRI.

1933

In seguito al rafforzamento della nuova élite politica, che andava di pari passo con il ridimensionamento dell’imprenditoria locale, l’élite economica della città accetta di assumere cariche politiche: Enrico Paolo Salem, che fino a quel momento era vissuto isolato, accetta la nomina a podestà. Lo rendevano affidabile, oltre alla condizione sociale di grande rilievo, l’appartenenza al campo nazionalista-irredentista. Gli vennero affiancati due vice che dovevano occuparsi delle questioni più propriamente politiche e amministrative: l’ex federale Giuseppe Cobol – divenuto nel frattempo “Giuseppe Cobolli-Gigli” – che l’anno successivo avrebbe optato per la carica di deputato, ed un funzionario dell’amministrazione degli Interni.

È questo un periodo in cui il fascismo riesce a conquistare un ampio consenso sia tra la piccola borghesia impiegatizia che tra i ceti dirigenti, anche perché i grossi gruppi capitalistici, industriali e finanziari, avevano bisogno del sostegno del governo per uscire dalla crisi. Il neocostituito IRI, attraverso la Finmare, comincia infatti a subentrare nella gestione delle principali industrie giuliane, aprendo la strada ad una profonda ristrutturazione: da questo momento il dirigismo statale caratterizzerà sempre più le vicende dell’economia di Trieste, non più sostenuta da un ragguardevole e autonomo capitale locale.

“La quasi totalità degli interventi si concentra nel centro urbano, lasciando alla campagna i pacchi dono della “befana fascista” e poco altro. Si tratta in pratica” – scrive Dario Mattiussi – “del rinnovo del patto di solidarietà che da sempre lega al partito la piccola borghesia urbana. Fuori Trieste, l’allargamento della base fascista rimane affidato alla formazione delle nuove generazioni, preferendo spendere energie e capitali nel controllo militare e poliziesco della periferia operaia e della campagna slovena, sempre più ostili e lontane dal grande centro urbano”.

1934

La nuova politica economica, sorretta da forti investimenti dello Stato, dà avvio in primo luogo alle cosiddette “opere di regime”: strade, telefoni, abitazioni popolari, urbanistica. Ne riceve una boccata d’ossigeno l’occupazione, particolarmente nel settore della cantieristica: a Monfalcone qualche vecchio ancora ricorda i tempi in cui si costruivano “sottomarini sotto gli alberi”. Per evitare ogni difficoltà in un settore così delicato quale quello dei cantieri di Monfalcone, nel quale l’IRI sta investendo grandi capitali, s’intensifica, tra la primavera e l’estate del 1934, la repressione della polizia contro i “sovversivi”: quasi 200 arresti scardinano i quadri del Partito comunista nell’area di Monfalcone e dei comuni limitrofi. Nello stesso periodo vengono sgominati anche i quadri di “Giustizia e Libertà” e il gruppo anarchico.

Un altro impulso alla ripresa economica viene dato dal cosiddetto “Patto a Tre”, noto anche come “Protocolli di Roma”, firmato a marzo tra l’Italia, l’Austria e l’Ungheria. Due dei tre protocolli avevano come oggetto “lo sviluppo dei rapporti economici” tra i tre paesi: vi si prospettavano il riconoscimento per i trasporti austriaci ed ungheresi in transito per Trieste della clausola della nazione più favorita, lo sviluppo del carattere complementare delle rispettive economie nazionali e la istituzione di apposite zone franche in alcuni porti italiani sull’Adriatico.

Nel corso del 1934 si registrò in effetti un miglioramento nei traffici dei porti di Trieste e di Fiume, ma “appare però molto difficile” – sostiene Dassovich – “valutare se tale risultato sia derivato principalmente dalle intese dell’Italia con l’Austria e con l’Ungheria o se sia stato invece determinato da un temporaneo spostamento dei traffici causato dalla […] politica antisemita del Governo nazista della Germania”. Per di più, l’ostilità del governo e degli ambienti economici tedeschi e l’instabilità politica dell’Austria all’indomani dell’assassinio del cancelliere Dollfuss impedirono ulteriori sviluppi positivi degli accordi stipulati a Roma. La fase di rilancio economico perdurò comunque fino al 1938, grazie soprattutto al riordino della navigazione sovvenzionata varato nel 1936 che sancì per legge quella distribuzione delle linee e dei traffici che si era di fatto delineata agli inizi degli anni Trenta e pose le basi di una politica protezionista che garantiva le aziende già sovvenzionate – tra le quali c’erano tutte le industrie triestine del settore – dalla presenza di qualche nuovo concorrente.

Nel settore cantieristico il rilancio fu dovuto, come abbiamo visto, soprattutto ai continui e massicci investimenti nel settore militare. Uno dei segni più tangibili di questa congiuntura favorevole fu l’inizio in città dei grandi lavori di smembramento e di rinnovamento di ampie zone del centro cittadino. Il piano regolatore era stato presentato ufficialmente già nel 1933 dal suo principale ideatore, l’ingegnere Paolo Grassi: erano previsti come compiti fondamentali “il completamento organico della rete stradale e la vagliata distribuzione delle masse edificate […] cioè la suddivisione in zone”, nonché la determinazione delle “principali diramazioni stradali indispensabili per un regolare graduale sviluppo dell’abitato verso la periferia”.

Interessante è il commento che ne dà Godoli: “Sulla base di uno studio della densità di popolazione di cui sono suscettibili i diversi settori urbani e dell’esame delle caratteristiche topografiche e paesaggistiche dei luoghi, è proposta l’adozione di sei differenti tipi di zone residenziali, corrispondenti ad una precisa gerarchia di ceti sociali: «Zona A case in serie chiusa al massimo di sei piani; Zona B case in serie chiusa al minimo di 5 piani; Zona C gruppi o case isolate di 4 piani; Zona C2 gruppi o case isolate di 3 piani; D ville isolate; D2 casette isolate». Definite con questa zonizzazione le tipologie edilizie dei settori urbani, la relazione procede a delineare, sulla base della densità degli abitanti dei diversi distretti, le linee preferenziali dei futuri sviluppi urbanistici. La tendenza è quella di contenere l’incremento degli abitanti nei sei distretti urbani, mantenendo pressoché stabile la popolazione di Città Nuova, Barriera Nuova, Barriera Vecchia, S. Giacomo, giunta ormai a livelli di saturazione; diminuendo da 18.069 a 8.707 unità quella di Città Vecchia, – […] che il perbenismo borghese aveva bollato come «città lupanare» […] – ed incrementando di 10.000 abitanti quella di S. Vito. Nel quadro di una previsione che, con eccessivo ottimismo, ipotizza il futuro insediamento nelle zone del piano regolatore di 676.113 abitanti, si sostiene la necessità del potenziamento demografico dei sei distretti suburbani (Chiarbola-Servola, S. M. Maddalena inferiore e superiore, Rozzol-Chiadino-Longera, Guardiella-Cologna, Scorcola-Roiano, Gretta-Barcola), che si ritiene potrebbero ospitare mezzo milione di abitanti. Funzione essenziale del piano è quindi fissare «le principali diramazioni stradali indispensabili per un regolare graduale sviluppo dell’abitato verso la periferia». […] Circoscrivendo ad un giudizio puramente tecnico la valutazione del complesso delle trasformazioni urbanistiche attuate in periodo fascista a Trieste, e in particolare nelle zone più centrali, va rilevato come loro principale limite un «avventurismo» risanatore, conforme ad un astratto disegno di razionalizzazione indifferente alla realtà storica della città, basato su errate previsioni circa la dinamica della crescita urbana e le possibilità di intervento della locale industria edilizia. Il lascito sicuramente peggiore del periodo fascista è costituito dalle gravi manomissioni di alcuni ambienti di rilevante interesse storico-culturale e dalla mediocre qualità degli spazi urbani deputati a rappresentare il rinnovamento architettonico della città voluto dal regime. In essi, anche gli episodi formalmente emergenti (e tra questi si collocano in primo piano gli edifici di Umberto Nordio) vengono riassorbiti ed annullati in contesti che esibiscono come carattere dominante l’assenza di qualsiasi nozione di architettura della città”.

Tra questi “ambienti di rilevante interesse storico-culturale” va senza dubbio ricordato l’insieme neoclassico del centro, che era allora il maggiore d’Italia: al suo posto fu creato un complesso di grandi edifici, tra cui quelli della Casa del fascio.

1934 – 1936

La crisi economica internazionale favorisce nel paese un’accentuazione delle spinte belliciste ed imperialiste già implicite nella dottrina fascista, ma che erano rimaste sopite nel corso degli anni Venti. Prende così il via la politica di riarmo, considerata come uno degli strumenti per uscire dalla crisi economica e come sostegno necessario di una nuova politica estera più aggressiva. Sullo scenario internazionale la strategia “revisionista” del governo fa dell’Italia la capofila di quei paesi, come la Germania, l’Ungheria e la Bulgaria, che si ritenevano danneggiati ingiustamente dai Trattati di Versailles. Si susseguono così sia l’avventura in Etiopia sia l’appoggio dato all’insurrezione franchista in Spagna, sia ancora la politica condotta nei confronti della Jugoslavia e, più in generale, nella zona dei Balcani.

Conseguenze particolarmente gravi a livello internazionale ebbe l’avventura etiopica, che costò all’Italia la rottura con le potenze democratiche – in particolare con l’Inghilterra e con gli USA – ed un duro isolamento internazionale che si concretizzò nell’ottobre del 1935 nella condanna dell’Italia quale “Stato aggressore” da parte della Società delle nazioni.

aprile 1934

Il consolidarsi del nazismo e le spinte di tipo fascista che si sviluppano in vari paesi europei inducono l’Internazionale comunista ad abbandonare la vecchia strategia ed a varare la nuova politica dei “fronti popolari”, che riconosce la possibilità per i vari partiti comunisti di seguire, entro certi limiti, diverse “vie nazionali” attraverso più ampie alleanze con altre forze politiche.

Il 26 aprile, dopo l’approvazione formale del Segretariato politico del Comintern, viene sottoscritto il testo di una “Dichiarazione tripartita” da parte dei partiti comunisti jugoslavo, italiano ed austriaco – nei tre paesi esistevano consistenti minoranze slovene – che affronta in modo sostanzialmente nuovo il dibattito sulla “questione nazionale”. Un ruolo importante fu svolto in questa sede dal comunista sloveno Ivan Regent, appena giunto a Mosca e vicino a Györgij Dimitrov. Nel documento si sostiene che “la questione slovena può diventare o una leva della rivoluzione degli operai e dei contadini […] oppure uno strumento della controrivoluzione. […] Il proletariato dei tre paesi indicati ha degli interessi comuni i quali coincidono con gli interessi del popolo sloveno oppresso […]. Si dichiarano senza riserve per il diritto di autodecisione”. Un diritto pieno sino alla separazione dagli stati “imperialisti” della Jugoslavia, dell’Italia e dell’Austria che in quel periodo li opprimevano. La parola “controrivoluzione” viene usata con enfasi nel preambolo dell’accordo con uno scopo ben preciso. A quel tempo infatti una parte del popolo sloveno si sentiva assoggettata all’imperialismo serbo, alla “Beograiska carsija” – la “Cricca di Belgrado” – che controllava gran parte del potere nel regno della Jugoslavia: il nazionalismo serbo, o più in generale, quello che fino ad allora si era mosso sotto l’egida dei serbi, viene indicato ora come pericoloso e “controrivoluzionario”.

La portata di questa svolta – scrive Apih – si concretizzerà nell’abbandono della vecchia tendenza comunista a considerare strumentalmente i movimenti nazionali soltanto come “riserve della rivoluzione proletaria” e nella decisione di far proprie certe rivendicazioni nazionali che fino a quel momento erano state monopolio delle “cricche borghesi”: “Un compromesso – dunque – per cui essi ottenevano l’accettazione, da parte di un settore del fronte nazionale slavo, di alcuni criteri d’azione, e, in cambio delle possibilità di penetrazione politica che vi erano implicite, accettavano una valutazione del diritto di autodecisione che non era la loro, si impegnavano cioè a sostenerlo come un diritto assoluto, da doversi promuovere “in ogni momento”, quindi anche indipendentemente da una situazione rivoluzionaria di tipo marxista”. 12)

maggio 1934

Continua la campagna contro il vescovo Luigi Fogar. A Trieste mena la danza il prefetto squadrista Mario Tiengo, che da tempo ha organizzato una solerte rete di spie che controllano tutti i suoi movimenti: il suo zelo arriva al punto di farsi trasmettere le copie dei molti telegrammi di augurio giunti al vescovo in occasione dell’onomastico.

In città solo l’Azione cattolica è rimasta apertamente fedele al suo vescovo, sfidando ogni critica e pressione; a Pola il prefetto, che aveva già mostrato ripetutamente il suo zelo nel perseguire la politica di snazionalizzazione, ora imputa senza mezzi termini al vescovo di proclamare “il rispetto assoluto alla situazione etnica lasciataci in eredità dal cessato Impero austro-ungarico” e di difendere “sistematicamente i sacerdoti slavi, quelli stessi che l’Austria aveva inviato in Istria”.

Durerà ancora due anni questo doloroso braccio di ferro: alla fine, su pressioni del Vaticano, il vescovo dovrà abbandonare la diocesi. 13) La politica fascista di snazionalizzazione si accompagna ora con il tentativo del governo di favorire, anche a livello internazionale, lo smembramento della Jugoslavia. I rapporti distesi tra Roma e Belgrado che avevano caratterizzato la seconda metà degli anni Venti sono solo un ricordo: il governo fascista gioca ora la carta dei separatisti croati, che vengono ospitati in Italia – come anche in Ungheria – nella prospettiva di un’azione militare e insurrezionale contro il re Alessandro I Karadjordjevic, la cui politica di omologazione interetnica finiva in realtà per favorire la componente serba nei settori più importanti della società e dell’apparato statale.

Come scrivono Salvatorelli e Mira, già tra la fine del 1932 e il principio del 1933 Mussolini, Suvich e Aloisi – Fulvio Suvich, triestino, era a quel tempo sottosegretario agli Esteri, Aloisi capo di gabinetto di Mussolini agli Esteri – parlavano di piani rivoluzionari di fuoriusciti croati e della formazione della Croazia autonoma quale “stato-tampone”.

Che non si trattava solo di “parole” è dimostrato da quanto accadde alla fine dell’anno, quando, durante una visita del re Alessandro a Zagabria, vennero arrestati 3 ustascia venuti in città per attentare alla vita del sovrano. Il loro capo, il giovane Petar Oreb, scelto per questo incarico da Pavelic, capo degli “ustasci” e futuro “Poglavnik” della Croazia, era stato addestrato in Italia ed inviato nel paese con un passaporto ungherese.

giugno 1934

Giunge a Trieste da Milano Eugenio Colorni, che a quel tempo teneva i contatti tra il centro socialista interno e quello esterno. Lo ricorda con parole commosse Bruno Pincherle, un medico triestino di religione ebraica, che già nel 1925 aveva curato la distribuzione a Trieste del foglio antifascista clandestino Non Mollare ed aveva mantenuto i contatti con i fratelli Rosselli, con Ernesto Rossi e con Piero Calamandrei: al suo arrivo Pincherle fa risalire “un soffio di vita più attiva. […] Mentre eravamo sempre rimasti staccati dai comunisti, Colorni prese contatti anche con essi. Per merito suo (e di suo cognato Albert Hirschmann) 14) cominciarono ad arrivare a Trieste e ad essere diffusi dal nostro gruppo anche fogli comunisti e in particolare materiale di propaganda della guerra civile spagnola. […] Per merito suo riprendemmo a discutere, a analizzare la situazione italiana, ad esaminare i rapporti con i fuoriusciti”.

Filosofo e matematico, Colorni era stato avvicinato alla lotta antifascista e al socialismo militante da Riccardo Bauer e manteneva stretti contatti con il movimento clandestino di Giustizia e Libertà. Nel settembre del 1938 Colorni, anzi “l’ebreo Colorni”, verrà arrestato dagli uomini dell’OVRA, che da anni controllavano la sua corrispondenza ed i suoi movimenti di pericoloso “sovversivo”: per due volte la polizia gli aveva rifiutato, senza alcuna spiegazione, il rilascio del passaporto. Con il suo arresto – l’imputazione sarà l’aver tramato per ricostituire il Partito socialista – prenderà l’avvio ufficialmente a Trieste la campagna antisemita. In città Le Ultime Notizie – Trieste Sera e Il Piccolo saranno molto solerti a denunciare con enfasi l’arresto dell’“ebreo Colorni”, lanciandosi in una squallida campagna contro i “professori di razza ebraica”. Colorni morirà a Roma nel 1944, ucciso da un sicario della banda Koch mentre in una tipografia clandestina preparava la prima edizione dell’Avanti.

luglio 1934

Una relazione proveniente dalla federazione triestina del PNF attira l’attenzione del segretario nazionale del PNF Achille Starace sui rapporti tra la comunità ebraica e la città: “La situazione politica è buona, benché qualche gruppetto, già abituato ad esercitare incontrollata influenza sulla situazione locale, non sappia dissimulare la sua insofferenza allo stato di controllo e di disciplina fascista che da un anno e mezzo tende a rafforzare anche a Trieste. […] I senatori Segrè-Sartorio, Banelli, Pitacco, l’on. Coceani, il dr. Guido Segrè, l’avvocato Cuzzi e altri minori vanno considerati in questa tendenza. È la vecchia situazione triestina, che in pratica non conobbe mai al partito fascista la posizione di superiorità sulle fazioni locali, la quale non vorrebbe cedere. Ad essa fanno non disinteressatamente puntello le congreghe ebraiche e levantine, che si può dire controllano l’economia e la finanza locale. Occorre procedere col tatto necessario, eliminare queste zone grigie e sostituirle con una situazione organica, che risponda al comando dell’autorità e all’interesse del fascismo”.

“Alla luce di questo rapporto il segretario nazionale del PNF chiede ragguagli alla federazione di Trieste. Non è possibile stabilire” – scrive Anna Millo – “se tra la relazione fiduciaria testé citata e l’inchiesta che in qualche modo risulta essere predisposta, vi sia una diretta correlazione, è certo però che allo stesso 1934 risalgono due dettagliati rapporti sulla composizione dei consigli di amministrazione delle due grandi imprese assicuratrici RAS e Generali, in cui, accanto al nome di ogni singolo consigliere, apparivano annotazioni sulla sua provenienza nazionale e sui suoi supposti orientamenti politici. Accanto al nome di Rodolfo Brunner, ad esempio, membro della direzione delle Generali, si legge: «austriacante, industriale, parente del fam. (igerato?) Arminio Brunner, movimento sionistico, ebreo»”.

ottobre 1934

Il re della Jugoslavia Alessandro I Karadjordjevic è assassinato a Marsiglia da un gruppo terrorista di fuoriusciti croati separatisti legati ad Ante Pavelic. Muore nell’attentato anche il ministro francese Louis Barthou, che fino all’ultimo aveva cercato di impedire alla Jugoslavia “di andare a letto con la Germania”. 15)

La politica di Alessandro I nei confronti dell’Italia era stata alterna e non erano mancati da Belgrado – e da Roma – segnali di disponibilità, misti ad atteggiamenti di diffidenza e di contrapposizione: dopo il colpo di stato del 1929 era prevalsa infine una certa stabilizzazione, “provvisoria e a basso livello”, per usare le parole di Salvatorelli e Mira. Durante la reggenza del principe Paolo Karadjordjevic – Pietro II era ancora un bambino – si assistette ad un graduale avvicinamento tra i due paesi, che avrebbe portato anni dopo alla firma del patto Ciano-Stojadinovic: Belgrado entrava così nella sfera d’influenza italiana, secondo la tradizionale linea di espansione nella zona dei Balcani.

1935

Contemporaneamente a questa presenza diplomatica nel mondo danubiano, il governo italiano intensifica l’invio di truppe in Africa orientale lungo tutto il 1935, fino ad arrivare agli inizi di ottobre all’invasione dell’Etiopia. L’operazione si svolge con l’accompagnamento di una grande campagna propagandistica orchestrata dal regime. Ne dà un esempio a Trieste il Piccolo, che a settembre saluta con grande enfasi la partenza di un battaglione di fanteria per l’Africa orientale: “Non un distacco, ma una fusione, una profonda compenetrazione di spiriti è stata quella di ieri: ogni soldato ha sentito imprimersi, attraverso i clamori, i saluti, gli applausi, le effusioni augurali, gli abbracci fraterni, le grida incitatrici, il getto di fiori, la volontà virile, il senso infallibile, la solidarietà fascista e la tenerezza umana di questa città che nelle grandi ore della sua storia, ch’è storia italiana, offre l’animo suo con generosa e spontanea dedizione. […] Unione mirabile di popolo e di Esercito, maturati nella medesima fede e disciplina, saldati nello stesso amore per Colui che dirige i destini d'Italia”.

Numerosi furono i volontari della regione, anche tra gli “allogeni”, ma le vittorie in Abissinia non recarono grandi vantaggi a Trieste. Come scrive Apih “Il nuovo impero coloniale offrì all’economia triestina la gestione di qualche nuova linea marittima e qualche modesto, poco persuasivo investimento finanziario, mentre, al contrario, le sanzioni economiche, applicate all’Italia da parte di quasi tutti gli Stati membri della Società delle Nazioni, favorirono l’abbandono della via di Trieste e di altri traffici”.

A dicembre, a Parigi, viene firmato un “Patto d’unità d’azione” tra il PCd’I e il Revolucionarna organizacija Slovencev in Hrvatov in Julijske Krajine (Organizzazione nazional-rivoluzionaria degli sloveni e dei croati della Venezia Giulia), un’organizzazione messa in piedi, sembra, dal Partito comunista jugoslavo per fare proseliti negli ambienti più sensibili alle sollecitazioni nazionaliste. (Ursic lo definisce, invece, una sorta di “braccio politico” della TIGR, che alla lunga “gradatamente assorbì” la stessa TIGR). Questo patto di collaborazione applicava in una certa misura le conclusioni dell’VII Congresso dell’Internazionale, che aveva sancito l’abbandono della tattica, per tanti aspetti “suicida”, del “socialfascismo”.

I comunisti italiani, in cambio della possibilità di penetrazione nel mondo slavo, accettano un’interpretazione del diritto di autodecisione che non era la loro, e si impegnano a sostenerla in ogni momento e non solo nell'ipotesi della rivoluzione proletaria. Rimaneva aperto in realtà il problema più delicato di chi sarebbe prevalso, dal momento che a Trieste il proletariato di lingua italiana non era sufficientemente forte e ideologicamente compatto da poter aspirare ad una funzione di guida nei confronti del movimento antifascista operante in tutta la regione. 16)

1936

Il processo di inurbamento è finito e la popolazione aumenta di poco; la città raggiunge i 252.237 abitanti, di cui circa il 13% è nato nelle vecchie province. Il quoziente di fecondità legittima (nati vivi legittimi per 100 coniugati) scende da 74,6 nel 1910 a 28,8 nel 1936: comincia adesso quel processo di invecchiamento della popolazione che si sarebbe incrementato via via nel futuro in modo irreversibile. Secondo i dati del censimento il 40% della popolazione è impegnato nell'industria, il 15% nel commercio, l'11% nei trasporti e nelle comunicazioni. I dati del censimento del 1936 sono uno strumento utilissimo per analizzare la situazione generale della città: Trieste sta uscendo dalla crisi attraverso fenomeni di ristrutturazione che modificano profondamente il suo volto: i tratti più salienti di questa nuova realtà sono l'accentuato classismo e l'accentuata perdita di autonomia e di dinamismo.

Le notizie sulle vittorie italiane in Africa orientale sono sempre accolte con grande enfasi dalla stampa locale, sul Piccolo come sul Popolo di Trieste. Anche negli ambienti cattolici, e ad alto livello, le vicende coloniali del regime vengono salutate con fervore patriottico e religioso: la Vita Nuova, il giornale della diocesi, celebra la fondazione dell'impero e la vittoriosa impresa africana: “Dio ha certamente premiato questa nostra amata Italia che, sotto le insegne del Littorio, s'è fatta antemurale alle pazzie collettive del sovversivismo. […] Lepanto vuol dire Maria. Nel suo nome s'è conclusa vittoriosamente questa guerra”.

Lo stesso vescovo Fogar fa sentire la sua voce esortando l’Azione cattolica a proteggere la “giovinezza eroica” che si appresta a partire “come proteggerà i rimasti che sapranno resistere vittoriosamente alle inique armi degli avidi egoismi che vollero opporsi ad un mandato divino di civilizzazione di tribù oppresse e barbare”. “Parole che in bocca di mons. Luigi Fogar” – sottolinea Schiffrer – “suonano certamente strane e dettate forse più da una disciplina gerarchicamente imposta che dal cuore generoso”. Nonostante queste prove di fedeltà il vescovo è sempre bersaglio di dure polemiche: in settembre, nuovamente accusato di esser venuto meno allo spirito del Concordato, è indotto a rassegnare le dimissioni, terzo vescovo di Trieste a subire tale sorte. L’ultimo suo atto ufficiale fu una lettera di congedo per i fedeli della sua diocesi pubblicata in tre lingue, l’italiana, la slovena e la croata. Tra l’altro vi scriveva: “L’avvenire è oscuro e incerto […] anche in mezzo a voi stessi si leveranno su degli uomini ad insegnare cose perverse per trarsi dietro dei discepoli”.

Le sue “dimissioni” furono in realtà – scrive Schiffrer – il frutto di un diplomatico accordo preso “in sede superiore”: tre mesi prima, e certamente non a caso, il prefetto Tiengo era stato sostituito a Trieste da un funzionario di carriera!

Anni di polemiche hanno però lasciato il segno anche all’interno del clero, che appare ora lacerato e diviso nei confronti dello stesso ordinario, nonché in balia delle diverse pressioni delle autorità politiche. Così scrive al riguardo Paolo Blasina: “Oltre ai suoi decisi oppositori, vi era anche chi non riusciva più a condividere ciò che considerava un intestardimento del vescovo, una difesa di principio dei diritti conculcati che ormai, negli anni Trenta, sembrava non avere più molto senso rispetto ad una situazione generale considerata immutabile, con un confine sancito da poco e considerato assolutamente intangibile per gli anni a venire. Ciò non riguardava quindi solo quei sacerdoti venuti dal Regno d’Italia o il clero italiano cui il regime aveva offerto prebende, sussidi, aiuti economici o titoli e onorificenze, ma addirittura alcuni esponenti del clero sloveno e croato che, fatti salvi i problemi linguistici, pure avevano apprezzato la «bonifica morale» apportata inizialmente dal fascismo, e il ruolo e il riconoscimento ridato alla Chiesa”.

settembre 1936

Tra l’Italia e la Jugoslavia vengono stretti importanti accordi in campo economico e finanziario che non mancano di avere anche una certa risonanza politica. Il presidente jugoslavo Stojadinovic, che gode fama di esser un ammiratore delle dittature fasciste, insiste infatti, in accordo con il principe Paolo, per arrivare ad un ampio accordo politico con il governo di Roma.

A metà dicembre si aprono in un'atmosfera di grande segretezza i negoziati “politici”: sarebbero durati cinque mesi e si sarebbero conclusi con pubbliche manifestazioni di soddisfazione da entrambe le parti. Non a caso appare sul Piccolo, a cavallo tra il 1936 e il 1937, una serie di corrispondenze da Belgrado scritte da Mario Nordio nelle quali si sottolinea la necessità di voltar pagina dopo dieci anni passati a dirsi reciprocamente “male parole e a sabotare gli interessi comuni”. Era arrivato il momento di mostrare “un minimo di considerazione per le minoranze” e così cementare i nuovi rapporti di collaborazione: “Trieste, da sentinella armata ai ben vigilati confini d’Italia, si sarebbe trasformata allora in ponte, in anello di congiunzione fra due genti operose, seminate dal destino nello stesso solco che da millenni le divide ed unisce”.

In realtà già da tempo Mussolini cullava il progetto di minare l’unità della Jugoslavia facendo leva sulle spinte nazionaliste dei croati.

ottobre – novembre 1936

La costituzione dell'“Asse Roma-Berlino” sancisce un'intesa di fatto tra i due governi che avevano già collaborato nel sostenere l'insurrezione delle forze franchiste in Spagna. Negli anni successivi i rapporti tra l'Italia e la Germania si sarebbero fatti sempre più stretti.

dicembre 1936

Viene costituita la FINMARE, del gruppo IRI, che diventa proprietaria di pressoché tutta la flotta mercantile italiana: un mese prima Antonio e Guido Cosulich avevano concordato a Roma, nella sede dell'IRI, la valutazione a fini di trasferimento delle navi che costituivano le flotte della “Cosulich – Società Triestina di Navigazione” e del “Lloyd Triestino”. Il 17 dicembre viene costituito il “Nuovo Lloyd Triestino”, con capitale interamente versato dall'IRI: nessuno dei Cosulich era più rappresentato nel Consiglio di amministrazione!

“Tra le aziende «irizzate»” – scrive Sapelli – “la situazione di quelle triestine si rivelò sin da subito tra le più drammatiche: la Cosulich «pur godendo, oltre che della normale sovvenzione, del contributo speciale dello stato, non riuscì mai nel corso dei quattro anni considerati (1933-1936) a fare gli ammortamenti normali. Ancora più disastrose risultarono le condizioni del Lloyd Triestino: a fronte di 105 milioni di ammortamento normale da effettuarsi nel quadriennio 1933-1936 la società accantonò appena 35 milioni. Ciò impedì tra l’altro il necessario rinnovamento del naviglio, così che, a fine del 1936, il Lloyd Triestino si trovò ad operare in un mercato molto agguerrito con naviglio assai scadente e ormai inadatto»”.

marzo 1937

Ciano si reca a Belgrado per firmare un accordo politico che sancisce il pieno riconoscimento delle frontiere tra l'Italia e la Jugoslavia ed esclude la guerra come strumento delle politiche nazionali.

Nel frattempo nuove tensioni sorgono nel cuore dell'Europa a causa dell'intensificarsi delle repressioni contro gli ebrei: oltre alla Germania nazista, si mette in tragica luce nei Balcani la Romania, dove il movimento della “Guardia di Ferro” fondato da Codreanu continua ad avere ampio seguito tra i giovani e le masse contadine con un programma ispirato ad un violento nazionalismo antisemita.

In questo contesto assume notevole rilievo internazionale la promulgazione da parte del pontefice Pio XI dell'Enciclica “Mit brennender Sorge”, che condanna le teorie biologiche care al razzismo nazista, dichiarato “ateo e materialista”. Su questa presa di posizione del pontefice e sull'influenza che ebbe nella situazione italiana così si esprime lo storico Renzo De Felice: “Con la «Mit brennender Sorge» del marzo 1937 la Chiesa cattolica aveva condannato il razzismo nazista, ateo e materialista; il razzismo italiano […] si presentava però con caratteristiche diverse da questo, per molti aspetti, anzi, si sarebbe potuto «armonizzare» con la posizione della Chiesa stessa”. Questa indubbiamente fu l'opinione di alcuni ambienti cattolici – conclude il De Felice – citando ad esempio l'organo ufficiale dei gesuiti, la Civiltà Cattolica.

In questo periodo Mussolini conferma al cancelliere austriaco Schuschnigg che “tra il fascismo e il nazismo vi sono delle differenze sostanziali. Noi siamo fieri cattolici e rispettosi della nostra religione. Non ammettiamo le teorie razziste soprattutto nelle loro conseguenze giuridiche”.

agosto 1937

Nella piazza maggiore di Muggia viene ucciso a revoltellate l’operaio Mario Rossetti. È accusato lo squadrista Giovanni Vucosa, che viene condannato a sei mesi per omicidio colposo. Le reazioni sono molto forti – tra i muggesani circola anche la voce che il vero attentatore sia un altro, il fascista Eugenio Nadalin – ma vengono duramente represse con numerosi invii al carcere e al confino.

A Trieste, come nel Veneto, si sta ricostituendo l’organizzazione clandestina socialista: a fianco di Colorni opera anche Eugenio Curiel.

settembre 1937

Una relazione elaborata all’interno del Direttorio del Fascio di Trieste e inviata a Starace sottolinea che a Trieste esiste, oltre al pericolo “rosso”, un pericolo ebraico-massone: “A Trieste […] la rivoluzione fascista aveva operato solo a metà: dei suoi due nemici i rossi slavi e gli ebreo-massoni aveva eliminato solo i primi […] non con l’aiuto diretto ma con il tacito compiacimento del secondo gruppo di nemici che, però, se ne era attribuito il merito […] riuscendo con ciò non solo a conservare le posizioni precedentemente tenute […] ma […] ad approfondire ed estendere il loro dominio in tutti i gangli principali della vita della città. […] Bisogna eliminare questa ibrida zona dell’ebraismo massonico in camicia nera”.

Fin dall’inizio la polemica antisemita risultò legata alla lotta per il predominio tra diversi gruppi di potere fascisti e fu spesso usata “strumentalmente”: secondo Renzo De Felice, le due fazioni che si contendevano il controllo della città facevano capo, rispettivamente, a Giunta ed a Cobolli-Gigli.

1938

“Il 1938 vide la stampa italiana impegnata in uno sconcio «crescendo» razzista ed antisemita”: così il De Felice, a commento di un fenomeno che aveva preso il via già da qualche tempo, e che adesso è ormai sapientemente orchestrato dal governo per rendere “necessaria” agli occhi degli italiani la persecuzione. La nuova atmosfera si fa pesantemente sentire anche a Trieste, dove la comunità ebraica era numerosa e da lungo tempo ben inserita nel tessuto sociale ed economico: secondo il censimento predisposto nell'agosto del 1938 nella provincia di Trieste risiedevano ufficialmente 6.085 cittadini di “razza” ebraica.

In realtà lo stesso rilevamento si inseriva ormai in quell’atmosfera generale di discriminazione più o meno aperta, come risulta dal fatto che nello stesso periodo risultavano iscritti ai registri della comunità ebraica 5.400 persone: le preannunciate misure discriminatorie avevano già avuto l'effetto di provocare cancellazioni ed abiure.

Non ne sono del tutto esenti alcuni settori del cattolicesimo triestino, come traspare dallo stesso organo della diocesi, Vita Nuova, che nel numero dell'8 gennaio 1938 così fa il punto della situazione: “Soltanto la Chiesa cattolica che per origine, per lotte, per essenza è la più antisemita delle organizzazioni umane, offre agli ebrei comprensione e asilo; offre di più: via di santità; offre perdono e redenzione”. Dopo aver ricordato che l'ebreo è perseguitato in molti paesi, l'autore dell'articolo conclude affermando: “È povero perché non ha ancora compreso che tutti lo odiano per un peccato di sangue; e che la salvezza non è in un movimento di ribellione o di organizzazione, ma in una trasformazione adorante in ginocchio davanti a Dio insanguinato. Certamente il Signore si serve anche della malignità umana perché il suo misterioso volere si compia. […] Pregare per i deicidi, per il popolo errante senza pace, perseguitato dall'abissale giustizia divina”.

La condanna “religiosa” degli ebrei “deicidi” non assume però nelle pagine dell'organo della diocesi una valenza razzista: alla fine di gennaio, infatti, la Vita Nuova così viene precisando la posizione dei cattolici triestini: “Certo che da noi essi [gli ebrei] sfruttarono le abilità e le qualità geniali della loro razza: e per certe istituzioni, segretamente almeno, stabilirono quasi una specie di “numerus clausus” tra gli ariani o cristiani che fossero. Questo però potrà cessare a mezzo di equanimi, tempestivi, sistematici provvedimenti governativi: ma non occorrerà né a Trieste né altrove imitare i metodi barbari di altri stati, per tutelarvi una purezza etnica che da noi non teme contagi”. Le precisazioni della Vita Nuova non piacciono al quotidiano nazista Völkischer Beobachter, che accusa il periodico triestino di aver promosso una “crociata” contro Il Regime fascista, il giornale diretto da Roberto Farinacci che assieme a Il Tevere e al Quadrivio costituiva il “gotha” della stampa antisemita italiana.

Così Silva Bon descrive la struttura della comunità ebraica di Trieste nell’anno che avrebbe visto la emanazione delle leggi razziali: “La maggioranza della comunità apparteneva alla classe sociale medio-borghese, impiegati, liberi professionisti, con punte emergenti, quali le famiglie di Emilio e Lionello Stock, Emanuele Ehrenteil, Ernesto Leckner, Rodolfo e Filippo Brunner, la famiglia Frigessi, la famiglia di Edoardo Morpurgo, che facevano parte dell’élite economica, industriale e commerciale della città, fin dal secolo precedente. Accanto a questa fetta della comunità completamente inserita nella società triestina, fortemente assimilata sia dal punto di vista sociale, sia politico, con ampia adesione al fascismo, va rilevata la presenza di un gruppo sionista, stretto intorno al rabbino Dante Lattes, uno dei fondatori della rivista La Rassegna Mensile di Israel, e intorno al Comitato di assistenza agli emigranti ebrei, che provvedeva ai bisogni delle migliaia di persone provenienti dall’Europa centro-orientale, transitanti per il porto di Trieste, e dirette in Palestina. Un altro gruppo, fortemente radicato nella propria identità ebraica, è quello corfiota, costituito cioè da ebrei scampati da Corfù alla fine dell’Ottocento, per sfuggire alla persecuzione. Questa minoranza in seno alla comunità, la più povera culturalmente ed economicamente, era costituita da venditori ambulanti, rigattieri, falegnami, sarte; risiedeva nel quartiere del vecchio ghetto, ed esprimeva le manifestazioni più autentiche di ebraismo. Racconta della sua negli anni Trenta una deportata di origine corfiota: «Ero piccola, ero fragile e la mia famiglia era non proprio severa, ma all’antica; non ci lasciavano andare in giro per la città, non conoscevo le strade di Trieste. […] Ero in giro per Cittavecchia e non ci muovevamo di là; vivevamo in quel punto e sapevo di Piazza Grande e nient’altro»”.

gennaio 1938

In un articolo sul Piccolo il direttore Rino Alessi si esprime contro l'interpretazione della razza “come un fattore meramente biologico” e contro l'antisemitismo indiscriminato nei confronti degli ebrei “che per il loro passato politico e combattentistico dovrebbero essere considerati benemeriti”.

L'intervento di Alessi fu duramente accolto da Farinacci e da Preziosi, alfieri dell'antisemitismo più radicale. Qualche tempo dopo anche il Piccolo si uniformò e sostenne la campagna di discriminazione, come emerse chiaramente alla promulgazione delle leggi razziali. Viene chiamato a ricoprire la sede vescovile mons. Antonio Santin, già parroco canonico a Pola e vescovo di Fiume; durante questi incarichi aveva mostrato fermezza ed abilità nell'applicare le norme previste dal Concordato sull'uso della lingua latina e italiana nella liturgia e nel catechismo, per cui era ben visto negli ambienti del governo.

Così Paolo Blasina sintetizza lo spirito e i programmi con cui il giovane vescovo assumeva il nuovo gravoso incarico: “A me pare di poter dire che il punto di partenza del vescovo Santin sulla cattedra locale sia […] il tentativo di superare il quadro lasciato da mons. Fogar, e soprattutto di cercare di abbandonare quel tipo di rapporti e di scontri, di continua, defatigante e lacerante mediazione nella ricerca di un accordo con le autorità, che avevano poi portato alla sconfitta di mons. Fogar. Una sorta di normalizzazione quindi, che si basava su una serie precisa di regole e linee direttive: buoni rapporti e massima disponibilità con le autorità politiche, con cui instaurare un rapporto franco e diretto; indicazione ai propri sacerdoti di precisi modus operandi e regole – entro i quali li avrebbe difeso ad oltranza, ma solo entro quei limiti –, fermo restando evidentemente il principio di obbedienza totale al proprio vescovo. In sostanza si trattava di stabilire basi di comportamento e norme pastorali e liturgiche precise:
1. che fossero in regola con le leggi canoniche ed i decreti romani;
2. che non offrissero il destro alle accuse ed ai
“lagni”;
3. che non offrissero all’ordinario motivo di scontro, ma al contrario tutta la possibile collaborazione”
.

Questo “pragmatismo” di fondo, unito ad un abile lealismo nei confronti delle autorità politiche, entrò in crisi a partire dal giugno del 1940, quando il vescovo Santin ritenne che il fascismo, in guerra a fianco della Germania nazista, cominciasse a limitare in modo ormai inaccettabile la libertà della Chiesa esacerbando drammaticamente i rapporti con i fedeli di lingua slovena e croata con il rischio di spingerli nelle braccia del “sovversivismo” comunista o della propaganda protestante – avventista o anglicana – particolarmente attiva nelle campagne attorno a Muggia.

marzo 1938

L'Anschluß dell'Austria da parte della Germania sconvolge il quadro politico nel cuore dell'Europa: il governo fascista, che da anni si era impegnato a difendere l'integrità dell'Austria, non reagisce.

L'annessione viene accolta con preoccupazione negli ambienti imprenditoriali triestini: Il Comitato triestino dei traffici, in cui sono presenti i nomi più importanti delle società armatoriali, delle compagnie assicurative e degli organismi sindacali e corporativi del regime, avverte subito i pericoli insiti nel nuovo scenario e denuncia la violazione degli accordi stretti tra i due governi per la spartizione delle aree d’influenza che facevano capo ai vari porti. Si teme infatti che i tradizionali scambi commerciali vengano dirottati verso i porti del nord della Germania, in particolare verso quello di Amburgo. È comprensibile quindi l'insistenza con la quale si richiede l'applicazione rigorosa di quei punti degli accordi di Saint-Germain e di Trianon che garantivano all'Austria, all'Ungheria e alla Cecoslovacchia l'accesso al mare e il diritto al passaggio sulle linee che facevano capo a Trieste e Fiume.

luglio 1938

Un gruppo di professori universitari, sotto l'egida del ministero della Cultura popolare, fissa in un “Manifesto” la posizione del fascismo nei confronti della razza. Gli estensori del documento affermano che “è ormai tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti” e prendano coscienza del fatto che il carattere ariano degli italiani “veniva alterato dall'incrocio con qualsiasi razza extraeuropea”.

settembre 1938

In previsione della visita di Mussolini a Trieste la polizia esegue numerosi interventi di “emergenza”: i superstiti repubblicani, socialisti, anarchici subiscono perquisizioni, piantonamenti, fermi e carcerazioni.

Scrive al riguardo Apih “L’atteggiamento degli antifascisti oscillava oramai fra i due estremi, frutti entrambi della loro impotenza: quello «della «via dell’onor» – come è stata definita – cioè dell’isolamento per conservare e custodire i loro ideali in attesa dei tempi migliori, e quello dei propositi di manifestazioni estreme, clamorose di ribellione. «Colui che non sente l’ingiustizia fascista, o è un incosciente, o è un cinico» – scriveva Foschiatti – «o è un fascista egli stesso […]. La fine purtroppo sarà amara. […] Dispersi nella solitudine e nel silenzio di una desolata Tebaide, siamo […] ultimi e squallidi avanzi di una ciurma naufragata […]». Lo sloveno Franc Kovs, invece, persuaso che il suicidio fosse «una soluzione migliore di un lento spegnersi», pensava di attentare alla vita di Mussolini, mediante «una cintura metallica, con una forte carica di esplosivo […]. Avrebbe dovuto rompere il cordone degli agenti di sicurezza, avvicinarsi alla macchina su cui si trovava Mussolini, e premere un bottone per far esplodere la carica»”.

Durante la sua visita a Trieste, Mussolini afferma minacciosamente che “nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale […]. Il problema non è scoppiato all'improvviso […]. È in relazione con la conquista dell'Impero; poiché la storia insegna che gli imperi si conquistano con le armi ma si tengono con il prestigio. E per il prestigio occorre una chiara coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno. La nostra posizione è stata determinata da questi incontestabili dati di fatto. L'ebraismo mondiale è stato durante sedici anni, malgrado la nostra politica, un nemico irriconciliabile del fascismo”.

Il discorso di Mussolini tenta poi di operare dei distinguo: “Tuttavia gli ebrei di cittadinanza italiana, i quali abbiano indiscutibili meriti militari o civili nei confronti dell’Italia o del regime troveranno comprensione e giustificazione, quanto agli altri, si seguirà nei loro confronti una politica di separazione. Alla fine il mondo dovrà forse stupirsi più della nostra generosità che del nostro rigore, a meno che i semiti d’oltre frontiera e quelli dell’interno e soprattutto i loro improvvisati ed inattesi amici che da troppe cattedre li difendono non ci costringano a mutar radicalmente cammino”.

Il richiamo agli “improvvisati e inattesi amici” fu immediatamente inteso in vari ambienti come un accenno, neanche velato, alle posizioni assunte dal pontefice Pio XI. Il vescovo Santin intervenne il giorno successivo presso Mussolini per avere chiarimenti in sede privata e, secondo la ricostruzione di Zovatto, riuscì, in un colloquio privato, a strappare al duce una diplomatica, quanto improbabile, chiarificazione: Mussolini affermò davanti al vescovo di aver voluto dire soltanto che la politica razzista sarebbe servita solo ad evitare i contatti tra gli italiani e gli indigeni dell’Africa italiana!

In città i provvedimenti razziali furono accolti con immediato favore da molti nazionalisti intransigenti che erano stati esclusi da ogni accordo tra l’élite economica cittadina e i centri di potere fascista e che quindi nutrivano da tempo rancore nei confronti della alta borghesia locale. Una testimonianza molto significativa è offerta al riguardo da Alberto Asquini, stabilitosi a Trieste per lavoro e divenuto per un certo periodo anche rettore dell’Università: “Il monopolio semitico su alcune caratteristiche branche dell’attività triestina – commercio e assicurazione – aveva carattere occasionale. L’assicurazione infatti è sorta e si è sviluppata nei traffici marittimi sotto l’insegna dei santi patroni delle nostre città, e in materia di commercio genovesi e veneziani dal tempo delle crociate hanno fatto scuola, non ricevuto insegnamento dai fedeli di Israele. L’arianizzazione delle istituzioni economiche è intesa quindi dalla coscienza popolare, anche a Trieste, non come espropriazione, ma come una restituzione”.

Secondo uno studio di Ellen Ginzburg Migliorino, in settori quali le scuole e gli organismi economici le direttive di Bottai sulla diffusione del principi del razzismo italiano vennero applicate con zelo superiore a quello usuale nel resto d’Italia. Di solito veniva censito solo chi aveva uno o entrambi i genitori di “razza” ebraica: a Trieste, invece, si schedavano anche i discendenti da un solo bisavolo ebreo, le vedove risposate ad un ebreo, o addirittura le suocere coabitanti con un genero ebreo!

ottobre 1938

Vengono rese pubbliche le prime leggi razziali decise dal Gran Consiglio del fascismo. Il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano testimonia che Mussolini “è sempre più montato contro gli ebrei e approva incondizionatamente le misure adottate dai nazisti […] convinto che l'antisemitismo è inoculato nel sangue degli italiani”. Qualche anno prima, nel 1932, parlando con il giornalista Emil Ludwig, aveva solennemente affermato che “l’antisemitismo in Italia non esiste” e che l’orgoglio nazionale degli italiani non aveva “affatto bisogno dei deliri della razza”! Il Gran Consiglio precisa inoltre che “le condizioni fatte agli ebrei potranno essere annullate o aggravate secondo l’atteggiamento che l’ebraismo assumerà nei riguardi dell’Italia fascista”: il sequestro dei diritti viene dichiaratamente utilizzato per ricattare la comunità ebraica.

Sui membri della comunità ebraica di Trieste ha inizio l'applicazione delle leggi speciali. Secondo i documenti conservati al ministero dell'Interno a metà del 1938 vi erano circa 5.400 ebrei su una popolazione di 250.243 abitanti. Attorno alla metà del 1939 si calcolò che gli iscritti alla comunità erano scesi a 2.908 abitanti, di cui 1.294 maschi e 1.614 femmine. Nel 1941 la comunità conterà non più di 2.000 membri, in prevalenza vecchi e indigenti.

novembre 1938

Uno dei momenti più emblematici del processo di epurazione imposto dalla nuova legislazione fu il passaggio di proprietà del più autorevole e diffuso quotidiano di Trieste, il Piccolo: il proprietario Teodoro Mayer, ebreo, cede la proprietà alla Società Editrice del Piccolo, costituita all'uopo dal direttore del giornale Rino Alessi, amico personale di Mussolini. 17)

Contemporaneamente iniziano le epurazioni dagli incarichi pubblici. Brillano per zelo la Reale Società ginnastica e la Società Triestina di Nuoto, dove si formava – come ricorda il giornalista del Piccolo – “lo spirito della giovinezza mussoliniana”: il giornalista aggiungeva che “è particolarità degli ebrei essere totalmente refrattari a certi generi di sport”.

Uno dei provvedimenti più gravi nei confronti degli ebrei è la revoca della cittadinanza con misura retroattiva sino al 1919: si creano così 500 apolidi privi di qualsiasi protezione, impossibilitati persino ad emigrare perché la legge aveva tolto loro il passaporto. Gran parte dell'ambiente accademico triestino si allinea con zelo alle nuove leggi razziali: esemplare al riguardo è il comportamento del rettore dell'Università, Manlio Udina, il quale non solo accoglie con entusiasmo i nuovi decreti, ma propone addirittura l'istituzione di cattedre universitarie di propaganda antisemita.

Nella prolusione all'apertura dell'anno accademico il prof. Udina si abbandonò a fiumi di retorica degni senza dubbio di miglior causa: “La preveggente volontà del Fondatore dell’Impero […] libera d’un sol tratto la metropoli dalla progressiva invadenza fisica e spirituale d’una stirpe infiltratasi silenziosamente tra noi ma da noi troppo diversa nonostante tutte le apparenze. Tale invadenza più che mai è stata sentita qui, dove fattori preesistenti cospiravano ad aumentare la gravità. […] L’Università di Trieste è fiera di crescere purificata nel nuovo clima che si va respirando ed è stata pronta a mettersi in linea, non soltanto nella lettera ma anche nello spirito coi provvedimenti legislativi all’uopo adottati e si è valsa immediatamente anche dell’opportunità offertale di istituire gli insegnamenti relativi al problema che vi si connettono”.

Si assiste nel mondo accademico, come in molti altri settori pubblici e privati, allo squallido fenomeno della rincorsa per occupare i posti lasciati liberi dagli ebrei, come ricorda lo scrittore Giorgio Voghera, che a causa delle leggi razziali aveva dovuto abbandonare la città. Anche negli altri ordini delle scuole triestine la circolare del ministro dell'Educazione Nazionale Bottai sulla diffusione dei principi del razzismo italiano aveva trovato un'accettazione pronta e zelante. Il provveditore Giuseppe Reina aveva inviato a tempi stretti questa raccomandazione ai presidi e ai direttori delle diverse scuole triestine: “È mio vivo desiderio che la Scuola Triestina, anche in questa battaglia, come in tutte le altre, sia in prima linea. Desidero, pertanto, che entro il 5 settembre prossimo mi diate notizia dei provvedimenti adottati dovendone riferire all'On.le Ministero”.

Il 1° ottobre, all'apertura dell'anno scolastico, con grande puntualità, fu comunicato agli studenti ebrei che erano stati espulsi dalle loro scuole: era permessa loro soltanto l'iscrizione a scuole elementari e medie “istituite e da istituirsi e ad essi riservate”. Così Giorgio Voghera ricorda il primo impatto della comunità ebraica davanti alla nuova legislazione speciale che prende corpo tra la fine del 1938 e la prima metà del 1939: “Non è qui il caso che mi diffonda sulle infinite limitazioni che gli ebrei dovettero subire già nel primo periodo delle persecuzioni razziali. I licenziamenti dai posti di lavoro, l’allontanamento dei ragazzi dalle scuole pubbliche, l’«arianizzazione» delle aziende, di negozi ecc, furono certo più gravi, ma forse non altrettanto indisponenti di altre vessazioni minori, come i cartelli nei caffè che vietavano l’ingresso a cani ed ebrei, la proibizione di avere in casa dipendenti ariani, o, per i medici, di visitare gli ariani e per gli insegnanti di dar loro lezione, e così via. Ma i molti ebrei triestini che erano stati patriotti italiani ed irredentisti (anzi, come si sa, gli ebrei avevano avuto una parte importantissima nell’irredentismo a Trieste, ed era stata altissima la percentuale degli ebrei fra i volontari ed i caduti della prima guerra mondiale), e che poi erano stati magari buoni fascisti, credevano di fare un brutto sogno quando si sentivano dire che non erano italiani, che erano stranieri nemici dell’Italia, che come tali sarebbero stati trattati e sarebbero stati raggiunti dalla giusta «punizione» del regime. La reazione era alle volte di rabbia: e spesso proprio i nazionalisti più accesi rinnegavano a loro volta l’Italia e le auguravano quelle catastrofi, che poi si verificarono davvero. Altri invece si sentivano come svuotati, perdettero ogni capacità di reazione. Ci furono – come si sa – casi nei quali la depressione divenne autentica follia; e non pochi si uccisero”.

dicembre 1938

Di fronte all'intensificarsi della politica di segregazione razziale, il vescovo Santin manifesta personalmente al governo la propria contrarietà ed ottiene dalle autorità la promessa di un atteggiamento più moderato nei confronti delle popolazioni slave. Così Santin ricorda questa iniziativa nel suo diario: “La seconda e ultima volta vidi Mussolini a palazzo Venezia. […] Gli parlai, infine, del problema ebraico. A Trieste i provvedimenti ingiusti avevano creato un’infinità di tragedie. Non era possibile infierire in quel modo contro questa povera gente. In questi giorni il Papa aveva scritto una lettera al Re e una a lui. Il Re aveva risposto. Egli non lo aveva fatto. Il Papa aveva denunciato il vulnus inferto al Concordato. Bisognava evitare tanto male. In Italia non vi era un problema ebraico. A Trieste, con una comunità così grande, bisognava attendere le disposizioni. Rispose che erano colpevoli della guerra economica che all’estero si faceva all’Italia. Erano provvedimenti di difesa. Che egli doveva difendere l’Italia da nemici esterni ed interni. Che circa il Concordato egli era disposto a far trascrivere i matrimoni di contraenti di razza ebraica dopo la nascita del primo figlio”.

gennaio – marzo 1939

La situazione politica internazionale risente in modo sempre più netto della strategia di “revisione” dei Trattati di Versailles condotta dal III Reich nei confronti dei Balcani. Come sottolinea Apih “l'eredità negativa dei trattati del 1919 era il vuoto politico, la “balcanizzazione” dell'area danubiana, del retroterra. Anche Roma vi aveva trovato, per qualche tempo, una direttrice di espansione, ma con assai maggior costanza analoga direttrice era stata pensata in Germania e nel nazismo austriaco, spesso scopertamente revanchista”. Ora il governo italiano si allinea a questa strategia e cerca di stringere i tempi, per non essere emarginato dall'alleato più potente nella zona dei Balcani. Commentando nei suoi Diari i recenti contatti avuti con Ribbentrop, “nonché la convenzione segreta per le commissioni militari”, Ciano sottolinea con forza che “ogni elemento di sfacelo e di disgregazione degli altri popoli deve essere da noi opportunamente favorito e incoraggiato”: in particolare è espresso il vivo interesse del governo italiano per l'occupazione dell'Albania, con o senza l'appoggio della Jugoslavia. Viene espresso inoltre il timore che i tedeschi vi possano arrivare per primi, attratti dai giacimenti di petrolio.

marzo 1939

L'epurazione razziale alla RAS e alle Generali, sia per quanto riguarda gli elementi dirigenti sia per i funzionari e il personale, è praticamente portata a termine: le due grandi potenze economiche della città perdono così le strutture al vertice, che fino a quel momento avevano costituito il punto più alto dell'autonomia manageriale. Tra i nomi più noti, il presidente e direttore generale delle Assicurazioni Generali Edgardo Morpurgo, da trenta anni uno degli uomini di punta del capitalismo finanziario italiano. L'altro ramo di grande interesse per l'economia locale, quello delle Società di Navigazione, fu meno coinvolto in questa campagna di discriminazione, perché non rivestiva quella importanza tradizionale che il settore delle assicurazioni, praticamente creato da capitali e da interessi ebraici, assumeva per la comunità israelita.

22 maggio 1939

I ministri degli Esteri tedesco e italiano Ribbentrop e Ciano firmano un “Patto di assistenza e di collaborazione” che Mussolini ribattezzerà con il nome altisonante di “Patto d’acciaio”. La scelta fondamentale in politica estera è ormai sancita definitivamente: il governo fascista ha lasciato dietro di sé ogni indugio, allontanandosi dalle democrazie occidentali.

Alessi, sul Piccolo, celebra il patto con i nazisti quale “formidabile strumento della pace europea” e tesse le lodi di Mussolini con una retorica che sembra gareggiare con quella del Duce. Parlando del discorso che il capo del governo italiano aveva tenuto qualche giorno prima a Torino, Alessi lo definisce “sintesi lapidaria”, “folgorante successione di pensieri”, “possente luce indagatrice”, ricco di “un intuito che supera spesse volte l’umano”, “stupenda incarnazione dell’antico e nuovo spirito di Roma”. La “possente luce indagatrice” di Mussolini viene contrapposta ai decadenti costumi delle “oligarchie fradicie di benessere”. Il Piccolo si affianca così alla martellante propaganda che il fascismo “proletario” stava montando nel paese contro le “demoplutocrazie” e la “perfida Albione”.

giugno – luglio 1939

Viene promulgata una seconda serie di leggi razziali, salutata questa volta dal Piccolo con toni di aperta propaganda antisemita. È lo stesso Alessi a firmare una serie di articoli di spiccata fede filonazista: in uno di questi accenna all'influenza “di quel sottile spirito ebraico, che porta nelle vene come un'infezione, da cui guarirà solo con la morte”. In occasione di un suo viaggio in Germania Alessi scrive alcuni articoli entusiasti sulla realtà tedesca. In particolare celebra la “coscienza morale della spiritualità germanica”, che ha permesso di stringere buoni rapporti con la chiesa cattolica grazie al fatto che “la matrice razziale nell’idea dello Stato personificata dal Führer prende essa pure una certa sostanza di religiosità”. Le leggi razziali coinvolgono anche gli sloveni: è sancito il divieto d'imporre nomi di battesimo slavi ai figli di cittadini italiani.

settembre 1939

Attacco tedesco alla Polonia. Ciano annota che “A Vienna già si canta una canzone che dice: «Quello che abbiamo lo teniamo stretto, e domani andremo a Trieste»”. Cominciano invero a serpeggiare in certi ambienti triestini dubbi sulle reali intenzioni dei tedeschi nei confronti della città: molti ricordano che già nel 1934 era stato scoperto dalla polizia, all'interno della colonia tedesca, un nucleo nazionalsocialista. A quel tempo erano state sequestrate dalla polizia anche delle armi. Ora però le autorità locali recepiscono le direttive del governo e istituiscono per la colonia locale delle scuole elementari e medie in lingua tedesca, con insegnanti provenienti dal Reich: la propaganda nazista cercava consensi! Il “Patto d’acciaio” e l’invasione della Polonia rafforzano in città le spinte razziste e filotedesche: l’8 settembre un gruppo di fascisti abbatte nel giardino pubblico l’effigie in bronzo di Italo Svevo e lascia una scritta: “Giudeo, il bronzo sia dato alla patria”.

Il giorno dopo, Bruno Pincherle, che aveva mantenuto i rapporti con il centro parigino di Giustizia e Libertà anche dopo l’assassinio dei fratelli Rosselli, porta dei fiori rossi sul busto di “E. Schmitz, scrittore triestino noto sotto lo pseudonimo di Italo Svevo”. Un atto d’omaggio coraggioso che perfino i parenti di Svevo giudicarono una “provocazione”!

L'ambasciatore italiano a Belgrado ricorda in una serie di dispacci che “quando il governo italiano iniziò la sua propaganda per la guerra si ebbero continui episodi di propositi aggressivi verso la Jugoslavia […] da parte di elementi vari italiani alla frontiera della Venezia Giulia, in Dalmazia, in Albania […] e dichiarazioni sullo spazio vitale nella sponda orientale dell'Adriatico fatte a Spalato dal comandante di una nave fiumana”.

gennaio 1940

Durante il periodo di “non belligeranza” la politica estera italiana nei confronti della Jugoslavia diventa sempre più aggressiva: mentre Ciano tratta ufficialmente con il collega di Belgrado, Ante Pavelic concorda segretamente con Anfuso il colpo di stato in Croazia che doveva portare alla dissoluzione del regno: “Ho ricevuto Pavelic” – annota Ciano – “il giorno 23 gennaio. Anfuso ha verbalizzato il colloquio. È un uomo deciso e sereno, che sa dove vuole arrivare e che non teme le responsabilità pur di realizzare i suoi scopi. Abbiamo fissato i punti principali della preparazione e dell’azione”.

La scelta della “non belligeranza” era stata accolta con sollievo da parte di ampi strati della popolazione triestina, come testimonia la relazione trimestrale del questore in data 7 ottobre 1939: “[È] convinzione diffusa che il Duce non avventurerà la nazione in un’impresa non necessaria, e continuerà gli sforzi per arginare o almeno localizzare la conflagrazione”.

aprile 1940

Nonostante gli sforzi delle autorità e della stampa la maggioranza della popolazione della Venezia Giulia è contraria all'entrata in guerra dell'Italia, come segnala alla Direzione generale della pubblica sicurezza lo stesso questore di Trieste.

Nella sua relazione del 22 aprile il questore lamenta una certa “depressione” nello spirito pubblico e il diffondersi dei timori per una prossima entrata in guerra di cui molti parlavano ormai apertamente. Palesi sono le riserve per le possibilità di tenuta nel caso di un aperto conflitto con le grandi potenze: “Le peggiorate condizioni economiche fanno risentire malefici effetti non soltanto con un diffuso, seppur contenuto malumore, ma anche ingenerando, specialmente negli individui suggestionabili e nelle persone di fede non temprata, diffidenze e dubbi sulla nostra capacità di resistenza, se dovessimo impegnarci militarmente contro Nazioni ricche ed in grado di condurre una guerra di lunga durata”.

Viene anche precisato, senza mezzi termini, che “la politica filogermanica non è qui bene accolta” e che “l’opinione più diffusa è quella che l’Italia debba sperare in un indebolimento di tutti i belligeranti perché possa, attraverso la rinunzia alle mire imperialiste tedesche, ed un forzato adattamento degli inglesi e dei francesi, raggiungere le sue aspirazioni”.

Non manca infine il richiamo ormai rituale all'influenza negativa della “numerosa colonia di razza ebraica inseritasi nella vita cittadina”, nonché l'influenza dei “residuati, e non sono pochi, del cessato Impero austro-ungarico”!

10 giugno 1940

L'Italia dichiara guerra alla Francia e all'Inghilterra. “La fisionomia economica con la quale Trieste giungeva alla guerra nella fine del mito del suo destino imperiale, dominata da un alleato divenuto occupante,” – scrive Sapelli – “sarà il vincolo con cui ci si dovette misurare nell’agone della ricostruzione postbellica, quando nuove nubi si addensarono dopo le distruzioni della guerra. […] Con una popolazione di circa 250.000 abitanti, rilevata al censimento del 1936, Trieste ne occupava il 40,2% nell’industria, il 15% nel commercio, l’11,1% nei trasporti e nelle comunicazioni. Si differenziava ancora, rispetto a quanto accadrà invece in tempi a noi più vicini, dalle altre province della Venezia Giulia, per la prevalenza industriale e commerciale del suo reddito, concentrando, nella regione, unitamente a Monfalcone, il 75% degli esercizi industriali, con punte pressoché totalitarie nel settore metallurgico e cartario e con medie superiori al 50% nella produzione e distribuzione della forza motrice e nelle poligrafiche. Si contavano fra questi comparti importanti aziende; l’Arsenale Triestino, cantiere di raddobbo della flotta del Lloyd, le Officine navali Triestine, la Società Triestina Meccanica, l’OMSA, i Cantieri Metallurgici, con attività di fonderia di ghisa e metalli, con la fabbricazione di macchine e lampadine elettriche, motori a olio pesante, fusione metalli e costruzione di macchinari vari. L’Ilva svolgeva tutto il ciclo siderurgico dal minerale al prodotto finito, con diversificati sottoprodotti; i Cantieri Riuniti dell’Adriatico erano la più grande concentrazione operaia, con circa 20.000 addetti; le Raffinerie di san Sabba, con l’intervento dell’AGIP, lavoravano 100.000 tonnellate annue di greggio, quelle dell’Aquila 350.000. E occorreva ancora ricordare i Colorifici Zonca, la Zankl A. e Figli, la sveviana Fabbrica Colori e Vernici Gioacchino Veneziani, tutte aziende chimiche di successo, a cui s’affiancava il Pastificio Arrigoni, quello Ampelea, la fabbrica Birra Dreher, le Distillerie del gruppo Stock. Il dato di fondo della struttura proprietaria dell’economia triestina consente, però, di vedere sotto altra luce questo conglomerato di attività. La presenza dello Stato nei gangli vitali del meccanismo, a riprova di quella stagnazione della ricchezza locale e di quel declino imprenditoriale consumatosi a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, era imponente. L’IRI possedeva, oltre alle compagnie di navigazione, dove deteneva il 39,9% della FINMARE, il 60,9% dell’Arsenale Triestino, il 65,7% dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico, il 99,9% del Commercio Carboni della Monte Promina, il 91,5% della Forestale Triestina, il 96,4% della Dalmatienne, oltre ad altre interessenze minori, che dovevano aggiungersi, nel contesto dell’economia pubblica, alla rilevante presenza dell’AGIP. Questa presenza pubblica esprimeva, d’altro canto, il decadere della “civiltà economica triestina” e la sua graduale sostituzione con un apparato di sostegno che assicurava il passaggio dalla ricchezza patrimoniale delle grandi famiglie alla logica dell’organizzazione pubblica nazionale. L’inviato milanese de Il Sole giunto a Trieste nell’ottobre 1940 così scriveva, con accenti quanto mai illuminati: «Come Londra, come Anversa, come Rotterdam, come Amburgo, Brema, Danzica e ogni altro grande emporio per il transito internazionale e commerciale, sino a non molti anni or sono Trieste possedeva una prospera Borsa Merci, attivi mercati a termine autorevolissimi Giudizi Arbitrali e Contratti, che facevano testo in ogni parte del mondo; aveva enormi depositi, colmi delle più svariate mercanzie da collocare nel modo e al momento più conveniente, nei mercati del suo retroterra; aveva centinaia di aziende commerciali specializzate nei traffici d’Oltremare e sensali, mediatori specializzati in ogni branca merceologica ed ogni servizio mercantile; aveva gran copia di capitali da investire in ogni operazione, ed una forte rete di relazioni internazionali; aveva, infine, operatori nati, vissuti, temprati e collaudati nell’ardente clima di quello che era uno dei maggiori empori d’Europa! Oggi non ha quasi più nulla di tutto questo»”.

11 giugno 1940

A Monfalcone, in risposta all'adunata promossa il giorno prima dal fascio locale in occasione del discorso di Mussolini, sono rinvenute molte migliaia di volantini – i soli carabinieri ne raccolsero 3.000 – di propaganda comunista contro la guerra, a firma del “Partito degli operai e contadini”. I volantini vengono distribuiti anche in alcuni centri minori del mandamento, quali Ronchi e Begliano.

Il testo dei volantini fa riferimento alla tragedia della guerra, il “grande macello” che il fascismo e la borghesia vogliono imporre al popolo e rivolge un appello ai soldati, che non devono dimenticare di essere operai, ma unirsi al popolo per rifiutare la guerra. L'entrata in guerra dell'Italia determina infatti una nuova e più incisiva presenza delle forze antifasciste di ispirazione comunista. In particolar modo si impone la presenza del gruppo che ruota attorno al giovane triestino Pinko (Pino) Tomazic, che già agli inizi del 1939, durante una riunione clandestina tenuta nei pressi di Opicina, aveva proposto un concreto piano di azione in previsione della prossima guerra imperialista e delle possibilità di riscossa in essa implicita. In questo programma – sottolinea Apih – si contemplavano un maggior collegamento del Partito comunista italiano con le masse popolari e la soluzione della questione nazionale in senso leninista, secondo le indicazioni del patto tra i Partiti comunisti jugoslavo, italiano e austriaco.

Veniva denunciata come particolarmente pericolosa nelle informazioni di polizia la intensa propaganda antimilitarista svolta dal gruppo di Tomazic “fra gli allogeni soggetti ad obblighi militari per indurli alla disobbedienza e alla diserzione”.

La crescita di questo movimento fu notevole e alla fine del 1941 il Piccolo denunciava la pericolosa presenza con toni preoccupati: “Un vastissimo movimento a natura cospirativa si era costituito in Trieste e nelle province limitrofe fin dagli anni 1938-1940. Gli aderenti, tra cui persone responsabili anche di atti terroristici perpetrati negli anni 1929, 1930, 1932, tutti direttamente o indirettamente manovrati da potenze straniere, avevano finalità insurrezionali. Questo movimento includeva esponenti che abbracciavano idealità politiche di diversa natura: dal demoliberalismo al comunismo, dal comunismo al terrorismo: tutti imbevuti di odio antitaliano”.

settembre 1940

L'Italia, la Germania e il Giappone firmano il Patto tripartito, in cui viene prospettato il cosiddetto “ordine nuovo” in Europa e in Asia, cioè la divisione del mondo in sfere di influenza. Aderiscono anche Ungheria, Romania e Slovacchia.

ottobre 1940

Inizia l'aggressione italiana alla Grecia. Le speranze di una rapida vittoria svaniscono immediatamente: i greci passano al contrattacco ed occupano, alla fine dell'anno, Santi Quaranta, in Albania.

dicembre 1940

I primi effetti della guerra si fanno sentire: se in un primo momento il regime aveva cercato di propagandare il conflitto come un episodio destinato in breve tempo a concludersi, ora “l’immagine sospesa tra guerra e pace” – scrive Pupo – “viene bruscamente spezzata dalle sconfitte in Libia, dai rovesci aeronavali, e soprattutto dal disastro greco. Al riguardo, la sensibilità locale nota subito che: “Gli avvenimenti militari di Grecia hanno influito sul prestigio militare che l’Italia si era acquistato all’estero e specie in Jugoslavia ove non si manca di accennare, se pur con garbo, alla impreparazione di molti capi militari italiani”. Ma al di là di questo, le fonti testimoniano con larghezza le profonde ripercussioni del trauma greco, ponendo in luce, fra l’altro quanto le polemiche legate al caso Badoglio infliggano nella Venezia Giulia un primo duro colpo alla coesione del regime”.

Gli effetti della guerra si fanno sentire immediatamente anche nella zona carsolina, anche perché l'aggravio della pressione fiscale esaspera il malcontento tra i contadini, già colpiti dalla pesante crisi dell'industria del legno, l'unica della zona.

Gli organi di polizia denunciano a più riprese, tra la fine del 1940 e gli inizi del 1941, la crescente ostilità che serpeggia tra la popolazione slovena nei centri urbani e nelle campagne: “L'attività antiitaliana degli elementi allogeni segna una certa ripresa […] elementi a noi notoriamente ostili si riuniscono […]. Circa l'attività sovversiva ed antifascista è da rilevare l'attività degli slavi i quali coltivano i loro sentimenti irredentistici mantenendo vivo il loro idealismo e la lingua slovena”.

Notevoli preoccupazioni suscita anche l'atteggiamento del clero sloveno tradizionalmente legato alla lotta nazionale delle popolazioni contadine: “Il clero di origine slovena […] è stato particolarmente attivo ed alcuni di essi hanno tratto occasione dall'attuale situazione internazionale per far rivivere nelle popolazioni alloglotte il sentimento slavo. […] Alcuni sacerdoti sono stati internati, confinati o diffidati per la loro attività ostile al Regime e all'Italia e gli altri sono costantemente controllati sia delle Autorità politiche come dagli stessi dirigenti ecclesiastici”.

gennaio 1941

Il console italiano a Lubiana conferma le voci sugli episodi di espatrio clandestino di molti giovani sloveni che in questo modo evitano il richiamo alle armi in Italia. “Si segnalava” – scrive Teodoro Sala – “l’accentuata tendenza nella “cosiddetta collettività italiana” in Slovenia, formata per il 90% da “elementi irriducibilmente slavi”, a chiedere la cittadinanza jugoslava. Tali “elementi allogeni” cercavano di raggrupparsi in “associazioni più o meno larvate di carattere irredentista”. Era diffusa in quegli ambienti sloveni la convinzione che: “la vittoria della presente guerra arriderà, alla fine, alle potenze democratiche. Così si pensa anche e sempre più diffusamente che non sia lontana l’ora in cui un rimaneggiamento della carta europea abbia ad aver luogo anche qui e questo nel senso della riunione delle terre della Venezia Giulia alla Slovenia”. Quando il tentativo italiano di una “guerra parallela” e concorrenziale rispetto alla Germania volge al termine e si giunge alla vigilia dell’intervento tedesco in tutto il settore balcanico, era ben diffusa al centro e nei territori di confine la coscienza che gli sviluppi della situazione internazionale e del conflitto, intrecciandosi con le vicende locali, preludevano a nuovi rapporti di forza”.

aprile 1941

Invasione della Jugoslavia. “Al banchetto assisero” – scrive de Castro – “avidi di una ricca porzione, parecchi Stati. La Germania si prese buona parte della Slovenia; l’Italia la Slovenia occidentale (creando la Provincia di Lubiana) ed una larga porzione della costa adriatica con le isole; la Bulgaria ebbe una buona parte della Macedonia e l’Ungheria un’altra porzione della Serbia. La Bosnia e l’Erzegovina furono incluse nello stato indipendente della Croazia, già proclamato il 10 aprile 1941 dal generale Kvaternik, che incorporò più di due milioni di serbi; il Montenegro divenne uno Stato indipendente. 18) Infine l’Albania fu annessa alla regione del Kossovo, di estrema importanza storica per i Serbi, ed il restante territorio jugoslavo, corrispondente pressapoco all’antica Serbia anteriore alle guerre balcaniche, fu occupato da truppe bulgare, senza definito stato giuridico”. “Certamente l’Italia” – osserva Teodoro Sala – “che nel corso del secondo conflitto mondiale si presentava sull’altra sponda a completare le conquiste “coloniali” in Europa – una tappa importante era stata l’annessione dell’Albania nell’aprile del 1939 – era un’Italia già sconfitta per il fallimento delle velleità fasciste di “guerra parallela”: lo svantaggio politico-diplomatico ed economico accumulato dal 1938 nei confronti della Germania nazista per la penetrazione nell’Europa sudorientale si trasformava allora, dalla primavera del 1941, anche in un’accentuata, progressiva dipendenza dal Reich tedesco sul piano stesso strategico-militare. Eppure lo stato fascista italiano lanciato verso i territori ex-jugoslavi con la sua politica di annessioni e di occupazione non era più e soltanto lo stato “nazionalista” degli anni Venti; era lo stato “banchiere” ed “imprenditore” dell’IRI e dell’IMI, anelante a blocchi e a rapporti internazionali nuovi; era la struttura corporativa e autarchica in cui i settori portanti della finanza e dell’industria, attraverso il processo di accumulazione-concentrazione-centralizzazione, s’erano diversamente e più strettamente intrecciati col potere politico; era il regime pronto a esportare gli stessi funzionali strumenti di repressione e di organizzazione del consenso creati per la politica interna”.

L’ex federale di Trieste Grazioli si insedia a Lubiana con la carica di Alto Commissario per la nuova provincia. L'invasione italiana è accolta con vivo rallegramento da vari ambienti triestini e dalla stampa. Il Piccolo, ad esempio, celebra l'Italia fascista che “con la creazione della nuova provincia di Lubiana e delle province dalmatiche sollevò i vinti alla dignità di cittadini italiani, con pienezza di diritti”. Analoga soddisfazione è manifestata dal Comitato triestino dei traffici, che sottolinea come “con l'estensione del retroterra alla Slovenia si creano le premesse del rifornimento agrario della Venezia Giulia”. Si sostiene inoltre che i nuovi territori costituiranno “importanti mercati di assorbimento […]: di questi importantissimi interessi italiani sarà necessario tener conto nelle decisioni sulla nuova sistemazione territoriale”.

Nell’opinione pubblica cittadina – certamente non nelle campagne del Carso, costrette in alcune zone a temporanei sfollamenti – non mancano questa volta segni di soddisfazione, puntualmente registrati dalla relazione del questore in data 8 aprile: “La guerra contro la Jugoslavia, altrettanto sentita dal popolo, quanto quella del 1915 contro l’Austria, viene seguita con appassionato fervore. Gli italiani della Venezia Giulia in special modo, che, per diretta esperienza, conoscono la mentalità e la psicologia slavo-balcanica, mentre non hanno mostrato meraviglia per il brusco mutamento di rotta del Governo di Belgrado e, pur non giubilando all’idea di un nuovo, vicino fronte di guerra, sono, tuttavia, sereni e compresi della necessità del nostro intervento, diretto allo smembramento del confinante Stato, considerato in ogni tempo un pericolo per la pace europea. Una corrente più accesa, stimolata dall’odio che da generazioni si è andato accumulando contro gli allogeni sloveni, mette in rilievo la nuova prova di malafede data dal popolo jugoslavo, e non nasconde il suo entusiasmo, nella certezza che solo gli avvenimenti che si prospettano potranno risolvere radicalmente il problema dell’irredentismo slavo nella Venezia Giulia”. L'ottimismo del primo momento si mostrò ben presto infondato, dal momento che lo smembramento della Jugoslavia e l'occupazione italo-tedesca determinarono in breve tempo il formarsi dei primi nuclei di resistenza armata in molte province: così accadde a Lubiana, dove si costituì il “Fronte di Liberazione” (“Osvobodilna Fronta”, OF), che raggruppava vari partiti e correnti politiche, tra i quali il Partito comunista sloveno, che era prevalente. Assai presto la resistenza si estese alle province di Gorizia, Fiume, Pola e Trieste. Alla fine del 1942 esistevano a Trieste una trentina di comitati dell'“OF”.

L’analisi della struttura del “Fronte” sembra a Schiffrer molto utile per comprendere gli avvenimenti successivi: “Esso non era una coalizione paritetica di organismi politici su base di uguaglianza, come i Comitati di Liberazione nazionale della Resistenza italiana, ma era un Fronte nel quale i comunisti procuravano di raccogliere sotto la propria guida personalità politiche di varia provenienza, sulla base di un programma immediato di lotta per la Liberazione e per l’unità nazionale jugoslava. Nel Fronte gli organismi politici preesistenti si fondevano e si annullavano, mentre le organizzazioni di massa dovevano rimanere del tutto indifferenziate. L’organizzazione politica definitiva, dopo la vittoria, si asseriva di volerla fondare sulla volontà popolare espressa mediante elezioni. Fin da principio era facile prevedere – come l’esperienza posteriore ha poi dimostrato – che questo tipo di organizzazione doveva invece condurre alla instaurazione della dittatura comunista; ma questo non vuol dire che nei quattro anni della Resistenza jugoslava il Fronte non rispondesse a un bisogno sentito da strati sempre più larghi della popolazione slava e che, d’altro canto, l’abilità tattica dei capi comunisti non riuscisse ad ottenere l’adesione di elementi politici molto svariati”.

Nel programma del “Fronte” compariva la costituzione di una libera e “grande” Slovenia, includente nei suoi confini tutta la Venezia Giulia.

“In realtà, con l'invasione, i problemi della Venezia Giulia, la sua questione nazionale e la sua funzione economica, diventavano” – scrive Apih – “nodi dell'equilibrio europeo, che la guerra doveva risolvere. I gruppi politici jugoslavi, senza eccezioni, posero l'annessione di tutta la regione tra i loro scopi di guerra, e a Londra e a Washington furono fatte promesse, benché vaghe, al governo jugoslavo in esilio; a Mosca, nell'aprile 1941, si costituiva un Congresso slavo, dove Ivan Regent assumeva la presidenza della sezione slovena, il che significava il riconoscimento di quell'irredentismo. Trieste è anche formalmente una pedina del complesso gioco politico-diplomatico, che accompagna ed innerva il conflitto. Il volto antifascista di esso, dopo l’attacco all’Unione Sovietica, promosse anche qui la progressiva convergenza delle opposizioni verso un comune, anche se generico, programma di libertà e di democrazia, e tolse al fascismo quasi ogni residua possibilità di manovra politica. Dalla Slovenia e dalla Croazia, invase e ribelli, la risacca della guerra raggiunse la Venezia Giulia, con azioni armate partigiane sino nei pressi della città”.

maggio 1941

Inizia la resistenza jugoslava: l'iniziativa è presa dai “cetnici” del generale monarchico Draza Mihajlovic, che gode dell'appoggio della Gran Bretagna. Le truppe fedeli a Mihajlovic si radunano sull’altopiano montuoso della Ravna-Gora, che era già stato il centro della insurrezione serba contro i turchi nel 1815. Nel frattempo al confine orientale d'Italia si affaccia una forte spinta migratoria di ebrei perseguitati provenienti dai territori occupati dai tedeschi e dal neonato stato croato: il campo di raccolta a Trieste ospita circa 200 persone.

giugno – luglio 1941

Il 22 giugno ha inizio l’“Operazione Barbarossa”: le armate tedesche invadono l’URSS senza una preventiva dichiarazione di guerra. Si uniscono all’esercito tedesco forze armate della Romania, dell’Italia, della Slovacchia e dell’Ungheria. In ottobre l’esercito tedesco si spinge quasi fino a Mosca.

Nei territori occupati della Jugoslavia, sulla scia della guerra di liberazione contro i tedeschi e gli italiani, le tradizionali rivendicazioni del nazionalismo slavo acquistano nuovo vigore. Lo stesso capo del governo jugoslavo in esilio, il generale Simonovich, rivendica davanti all'opinione pubblica europea i diritti del suo paese su Trieste, Gorizia e l'Istria, asserendo che il governo inglese si era impegnato in tal senso.

Nei territori occupati dall’esercito italiano la presenza di combattenti comunisti si fa sempre più forte: da una relazione riservata inviata a Roma dal questore della Provincia di Lubiana nel mese di luglio emerge infatti un’allarmata analisi sulla diffusione crescente delle organizzazioni comuniste tra la popolazione. Nonostante la vecchia legge “sulla difesa dello stato” risalente al 1929 che prevedeva anche la pena di morte per i comunisti, il movimento si era radicato sempre più nella provincia “riuscendo ad attirare elementi delle più svariate caste sociali; dai professori agli studenti, dagli artisti agli operai, dagli impiegati statali a quelli delle industrie ed aziende private. Non sono escluse le donne e, secondo notizie fiduciarie, ad alcune di esse vengono affidate mansioni di collegamento, porta-ordini, ecc.”. Il questore conclude la relazione chiedendo “un provvedimento che conferisca al nostro Tribunale Speciale la competenza in fatto di manifestazioni comuniste”, nonché di estendere “il provvedimento del confino a questa Provincia o, quanto meno, autorizzare che essi [i comunisti] vengano internati nelle vecchie provincie”.

settembre 1941

In città si sta ricostruendo un movimento di opposizione al fascismo che ha come riferimento nazionale il Partito d’Azione: Bruno Pincherle, dopo aver contattato a Milano Ferruccio Parri e, poco dopo, a Perugia, Aldo Capitini, ne tiene le fila. Attorno a lui operano l’avvocato Emanuele Flora, che era stato indirizzato dal fratello Francesco e da Parri, Arturo Paschi, Fulvio Ziliotto, Furio Lauri, Gabriele Foschiatti, che troverà la morte a Dachau, Chino Alzetta, proprietario di un bar di piazza Goldoni dove spesso si incontravano gli aderenti al gruppo di antifascisti.

ottobre 1941

Si intensificano gli scoppi di violenze antisemite: “I primi incidenti” – scrive Silva Bon – “sono legati alla proiezione nei cinematografi triestini del film “popolare” Süss l’ebreo; il suo messaggio estremamente scoperto ed efficace fa appello e sollecita un antisemitismo quasi ancestrale. Una conferma dell’influenza che questo film esercita sulla peggiore sensibilità dello spettatore sta nella reazione del pubblico, che applaude entusiasticamente al lancio di manifestini di tenore antiebraico. Qualche giorno dopo alcuni studenti lanciano le prime bottigliette d’inchiostro rosso contro la facciata principale della Sinagoga e, in seguito, contro il palazzo degli emigranti ebrei in via del Monte vengono gettati sassi, mentre l’insegna e la stella ebraica vengono coperte di vernice; inoltre vengono dipinti fasci littori e croci uncinate e appaiono scritte cubitali di minaccia e di irrisione offensiva. Si segnalano nei giorni immediatamente seguenti anche maltrattamenti a persone di razza ebraica. La presenza a Trieste di Roberto Farinacci, direttore del Regime Fascista, uno dei giornali italiani più violentemente antisemiti, fa temere un’ulteriore intensificazione dell’azione antisemita e addirittura si paventa l’incendio della Sinagoga”.

dicembre 1941

Lo scenario politico triestino è dominato dal processo clamoroso che il Tribunale speciale celebrò contro Pino Tomazic ed i suoi compagni, 26 dei quali erano definiti comunisti, 12 terroristi e 22 “intellettuali”. Il risultato del processo era già stato chiaramente predeterminato per fini politici, come era emerso dalla stessa istruttoria, durante la quale erano morti in carcere per percosse numerosi imputati, tra i quali il triestino Luigi Skamperle. A nulla valsero gli interventi dell'ex vescovo Fogar, né la coraggiosa testimonianza dello stesso podestà di Trieste Ruzzier a favore di uno degli imputati. Viktor Bobek, Simon Kos, Ivan Ivancic, Pino Tomazic e Ivan Vadnjal furono fucilati il 14 dicembre al poligono di tiro di Opicina e vennero sepolti a Villorba di Treviso per evitare che le loro tombe diventassero monumento politico. Alla vigilia dell’esecuzione Tomazic scriverà una lettera al partito nella quale, tra l’altro, ricorderà: “Quando i compagni analizzeranno il nostro operato, troveranno che abbiamo commesso molti errori e dovranno tenere conto delle enormi difficoltà che allora avevamo dovuto superare e della forza del nostro avversario”. Nella lettera pastorale del giugno 1946, difendendo il suo operato dall’accusa di filofascismo e di ostilità nei confronti degli slavi, il vescovo Santin ricordò tra l’altro di essere intervenuto assieme all’arcivescovo di Gorizia a favore degli imputati presso lo stesso Mussolini: “Fui informato dal prefetto di allora che Mussolini gli aveva telefonato riducendo le condanne a morte e adducendo seccato, come motivo, le pressioni fatte dai vescovi”.

1942

L’azione partigiana acquista intensità e consistenza in tutta la Venezia Giulia, al punto che il Tribunale militare fascista deve ammettere che “quelle bande ribelli tengono impegnate nostre grandi unità necessarie altrove, e colà inchiodate a subire continuamente notevoli, dolorose perdite”. Anche nel resto del paese la situazione si fa sempre più drammatica soprattutto – come testimonia l’intensificarsi dell’attività squadristica e della repressione sistematica di ogni forma di dissenso – in seguito alla svolta impressa dalla invasione dell’URSS: perso il carattere originario di conflitto tra potenze europee – sottolinea Apih – la guerra assunse quello di “crociata antifascista”, lacerando ancor più le situazioni interne dei diversi paesi coinvolti nello scontro. La spinta delle potenze dell’Asse verso oriente favorì inoltre la solidarietà tra i popoli slavi, e quindi la disponibilità dell’URSS e della III Internazionale ad appoggiare l’irredentismo sloveno e croato.

gennaio 1942

Inaugurando il nuovo anno di attività dell’Associazione italo-germanica di cultura, l’avvocato Cesare Pagnini, futuro podestà sotto l’occupazione nazista, sostiene che “Trieste, per la sua posizione geografica, è la città italiana più vicina alla Germania, ed è il più grande porto della media Europa. Essa deve essere e sarà all’altezza dei compiti che la vittoria le riserba”.

La fiducia nell’imminente vittoria degli eserciti dell’Asse aveva infatti indotto diversi ambienti economici della città – Pagnini era un uomo di fiducia di vari gruppi professionali ed industriali, in particolare del gruppo Cosulich – a prospettare rapporti più stretti con la Germania nazista. L'Associazione italo-germanica di cultura era già da tempo uno dei punti di raccolta di un gruppo di fascisti vicini a Giunta ed al console tedesco: nel 1943 questo gruppo – nel quale militava il vertice del sindacato fascista degli avvocati e dei procuratori – si sarebbe manifestato come l’asse portante del collaborazionismo italiano a Trieste. Molti suoi membri avrebbero dato triste prova di sé per il violento antisemitismo.

Lo stesso Comitato triestino ai traffici è ormai schierato a favore di un allineamento sempre più stretto con la Germania nazista, visto come la prospettiva più favorevole per ricollegare il porto di Trieste al Centroeuropa e per una ripresa dei traffici portuali. Già mesi prima il Comitato aveva elaborato al riguardo una memoria molto esplicita: “L’interesse del traffico consiglia di eliminare dalle comunicazioni fra i paesi dell’Asse l’interferenza di terzi Stati, creando fra Trieste e Monaco, fra Trieste e Vienna e fra Trieste e Budapest, gestioni ferroviarie unicamente italo-germaniche o italo-ungheresi […] la conseguente assegnazione all’Italia dei paesi sloveni adiacenti alla Venezia Giulia rappresenterebbe una restitutio in integrum, appartenendo la Slovenia alla civiltà occidentale e rappresentando essa il più vicino retroterra vero e proprio di Trieste”.

Secondo il Comitato “l’accordo italo-jugoslavo del 1920 [Trattato di Rapallo], che scorporò dal porto di Fiume il cosiddetto Delta, assegnando alla Jugoslavia il porto di Sussak, doveva essere eliminato; la presenza degli interessi francesi” – scrive Sapelli – “doveva essere “spazzata via”, così come quella della Jugoslavia, dell’Ungheria e degli Stati successori, per lasciar posto a un controllo italo-tedesco; occorreva, inoltre, “ritornare in possesso” di tutte le industrie esistenti in Istria e in Dalmazia. Due anni dopo la redazione di questo memoriale del Comitato dei traffici, dopo l’8 settembre 1943, la Germania occupava Trieste, il Friuli, l’Istria, Fiume, la Dalmazia e istituiva la Zona di operazioni del Litorale Adriatico. L’auspicata intesa italo-tedesca si trasformava in dominio tedesco”.

Mentre le potenze dell’Asse impegnate in Jugoslavia definiscono in modo sempre più netto i rispettivi settori di controllo e di sfruttamento economico, si costituisce ufficialmente l’Esercito dei partigiani e dei volontari di liberazione nazionale, che si propone di realizzare, dopo la liberazione del paese, un’organizzazione federale dello stato e di garantire la piena eguaglianza tra le diverse nazionalità. Il capo dell’esercito è Josip Broz (Tito), segretario del Partito comunista jugoslavo.

La posizione ufficiale del Partito comunista jugoslavo sulla questione delle nazionalità viene ripetutamente chiarita sul giornale Borba, dove si parla di “unione di tutti gli sloveni, anche di quelli che erano rimasti, prima e dopo il 1918, fuori dei confini della Jugoslavia”. Nello stesso mese di gennaio, alla conferenza di Wannsee, nei sobborghi di Berlino, vengono chiariti i problemi fondamentali connessi alla soluzione finale, cioè allo sterminio degli ebrei. Reinhard Heydrich, capo del servizio di sicurezza delle SS, comunica ai convenuti – circa quindici alti funzionari – che “approssimativamente, nell’attuazione di questa soluzione finale del problema ebraico in Europa, erano coinvolti undici milioni di ebrei”.

Negli anni successivi le autorità naziste tentarono di applicare fino in fondo, con metodo, le direttive impartite da Heydrich in tutti i territori sotto il loro controllo, e quindi anche nell’Adriatisches Küstenland.

maggio – luglio 1942

La Decima Regio, organo degli universitari fascisti, incita apertamente alla violenza contro gli ebrei, come appare chiaramente dal numero del maggio del 1942 sotto il titolo “Conclusioni o premesse?”. L’articolo è corredato da una foto della Sinagoga imbrattata dalle scritte “A morte i Giudei”, “Vincere”, da svastiche e dalla didascalia: “… e s’era cominciato bene!”, con un’allusione nostalgica ai fatti dell'ottobre 1941.

In giugno, viene fondato, quarto del genere in Italia, il Centro per lo studio del problema ebraico: ne è “Rettore” l’avvocato Ettore Martinoli, che già alla fine del 1938 si era messo in luce nel denunciare l’ingerenza giudaica nell’attività forense triestina. Il Centro, che ha giurisdizione sulle province delle Tre Venezie, è in diretto contatto sia con le autorità triestine, sia con l’Ufficio Studi e Propaganda sulla Razza al ministero della Cultura Popolare ed ha come scopo ridare slancio alla campagna antirazziale. A questo fine viene pure istituito presso la Questura un Archivio stranieri-razza.

Queste iniziative vengono salutate con plauso dal Piccolo, che auspica anzi che “nuovi Centri si aggiungeranno perché in ogni città dove il problema ebraico è di maggior rilievo, è sentita questa necessità di alimentare costantemente – colla creazione di questi Centri – il sentimento razziale”.

Anche il console tedesco a Trieste, von Druffel, si dichiara soddisfatto dell’attività del Centro, soprattutto per la proficua opera di schedatura degli ebrei e dei “misti locali” al fine di informare Mussolini sulla reale entità della “questione ebraica” a Trieste. Al contempo, nel rapporto riservato inviato a Berlino von Druffel lamenta il persistere in città di pressioni “filosemite” che cercano di contrastare l’attività del Centro, nonché il fatto che la repressione contro gli ebrei sia ancora presa a pretesto dalle varie fazioni triestine che si contendono la carica di podestà ed i maggiori centri di potere.

La persecuzione antiebraica a Trieste diventa via via più pesante e il 17 luglio squadristi penetrano nella Sinagoga. Ne è fedele ricostruzione il fonogramma inviato dal Commissariato di Pubblica Sicurezza alla Questura: “Poco dopo le ore 17 di oggi un gruppo di una quindicina di persone, dopo aver divelto il cancello e forzato la porta secondaria d’ingresso della Sinagoga, in via San Francesco n. 19, si è introdotto nell’interno abbattendo e danneggiando quanto appariva a portata di mani, e specialmente colonne in marmo, lampadari di bronzo e mobili. Indi servendosi di sostanze infiammabili appiccava il fuoco ai banchi ivi esistenti, dei quali parecchi sono andati distrutti, arrecando un danno alquanto rilevante, specie se si tiene conto che trattasi nella maggior parte di oggetti artistici. L’incendio è stato subito domato per il pronto intervento dei vigili del fuoco. Da indagini esperite risulta che il gruppo era costituito prevalentemente da squadristi. […] Lo scrivente è giunto sul posto contemporaneamente ai vigili del fuoco e ha provveduto, finora, alla vigilanza, che durante la notte dovrebbe essere esercitata da almeno quattro carabinieri con cambio sul posto”.

Fu avanzato anche il sospetto che “all’atto dell’irruzione nella Sinagoga uno degli squadristi non identificato fosse provvisto di bombe SIPE”.

Lo stesso giorno vengono presi di mira anche l’oratorio israelitico e i locali dell’alloggio per gli emigranti ebrei. La stampa fascista incita l’opinione pubblica e le autorità ad un’applicazione più severa e inflessibile delle leggi razziali del 1938: in questi squallidi appelli spicca ancora una volta la Decima Regio, celebrata da Preziosi quale “voce di fede e di esasperazione contro il trionfante borghesismo e giudaismo triestino”.

agosto – settembre 1942

Non solo la repressione antiebraica si viene intensificando, ma anche quella contro gli antifascisti e gli slavi. È ripresa in tutti i territori della Venezia Giulia e dell’Istria la caccia a chi parla la lingua slava e lo stesso prefetto di Pola invita il vescovo Santin, che continuava a difendere l’uso di quella lingua nelle chiese, “a cambiare sistema, specie in questo momento, nel quale la parlata ed il canto slavo, in dipendenza degli avvenimenti che noi registriamo quotidianamente nelle province limitrofe, assumono un significato ben diverso da quello che voi gli attribuite”.

Il Piccolo si mette in primo piano anche su questa battaglia, parlando del “nemico ereditario” ed affermando che “Trieste intende riprendere il posto che ha sempre tenuto. La sua popolazione, che ha santamente odiato la slealtà slava […] si sente solidale”. La propaganda per una lotta sempre più dura contro l’antifascismo si rivolge in particolare ai giovani, e gruppi organizzati della GIL (Gioventù italiana del Littorio) vengono fatti partecipare alla caccia ai partigiani.

Il prefetto di Trieste si scaglia contro il dilagare delle ribellioni giungendo ad invitare il questore ad esaminare “la possibilità di impiegare gas – consigliabile è l’iprite – dove verrà ritenuto più conveniente gettarlo. Poi avvertire con cartello dell’avvenuta irrorazione, per impedire che qualche innocente disgraziato ne riceva pregiudizio”.

La vecchia tattica squadristica di repressione civile è però, ormai, del tutto inadeguata a far fronte alle nuove forme di resistenza armata messe in campo da organizzazioni politicamente e ideologicamente fortemente strutturate. Nello stesso tempo la situazione militare dell’esercito italiano nei territori occupati della Jugoslavia si fa sempre più difficile e le alte gerarchie decidono di intensificare con tutti i mezzi la lotta contro il movimento di liberazione.

Già agli inizi di marzo il generale Mario Roatta, comandante della II Armata, con la nota “Circolare 3C” aveva previsto di incendiare e demolire case e interi villaggi, di fucilare immediatamente gli uomini sorpresi sul campo di battaglia o nelle vicinanze, di passare per le armi gli ostaggi, di internare in campo di concentramento la popolazione.

Ora, alla fine di luglio, durante un incontro a Gorizia con gli alti comandanti militari, Mussolini, udita la relazione del generale Roatta, conclude con parole inequivocabili: “Si credette che la zona fosse tranquilla; poi si vide, quando la crisi scoppiò, che i presidi non erano abbastanza consistenti e che non vi era modo di rinforzarli adeguatamente. Il 21 giugno, con l’inizio delle ostilità tra la Germania e la Russia, questa popolazione che si sente slava, si è sentita solidale con la Russia. […] Io penso che sia meglio passare dalla maniera dolce a quella forte piuttosto che essere obbligati all’inverso. Si ha in questo secondo caso la frattura del prestigio. Non temo le parole. Sono convinto che al «terrore» dei partigiani si deve rispondere con il ferro e il fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. Questa tradizione di leggiadria e di leggerezza soverchia va interrotta. Come avete detto è incominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto, per il bene del Paese ed il prestigio delle forze armate. Questa popolazione non ci amerà mai”. Si adegua zelante il generale Mario Robotti, che agli inizi di agosto invia un perentorio telegramma: “Dispongo che chiunque sia trovato in possesso di stampati per tessere comuniste e documenti analoghi sia passato per le armi alt le abitazioni in cui saranno trovati documenti di cui sopra dovranno essere distrutte”.

26 – 27 novembre 1942

A Bihác è convocato il Comitato nazionale antifascista di liberazione della Jugoslavia (AVNOJ = Antifasisticko vecje nacionalne osvoboditve Jugoslavije), che si pone come supremo organo rappresentativo dei popoli della Jugoslavia eleggendo tra i suoi membri un comitato esecutivo di cui facevano parte esponenti delle diverse nazionalità politiche jugoslave e di diversi indirizzi politici.

Con questo “gesto audace” – come scrive Pirjevec – Tito, sempre più fiducioso nelle proprie forze, voleva mandare un chiaro messaggio politico sia a Mosca che agli alleati: il movimento partigiano si sentiva ormai pronto ad esprimere dal proprio seno un nuovo governo del paese.

L’invito di Stalin a non prendere iniziative tali da turbare la sua coalizione con gli anglosassoni frenò per il momento il desiderio di Tito di gettare subito le basi del nuovo governo, ma fu solo una questione di tempo. Nel telegramma inviato al “nonno” per informarlo dei lavori dell’AVNOJ Tito sottolineò con fermezza che “il suo movimento aveva ormai un esercito e un territorio, e si era sviluppato in un organismo maturo, con volontà e ambizioni politiche proprie”.

dicembre 1942

Il giornale della GUF lamenta che la repressione antiebraica negli ultimi tempi ha avuto un calo e che “a Trieste il problema ebraico è tutt’altro che risolto, dal momento che ci sono ancora poco meno che seimila ebrei dichiarati; vi sono non meno di tremila meticci; vi sono ben 1.160 matrimoni misti, vi sono oltre 4.800 società anonime, accomandite e ditte individuali tuttora controllate da ebrei e da uomini propri”. Lo zelo antisemita dei giovani della GUF trova però scarso seguito tra la popolazione, al pari di tanti appelli reboanti all’azione fatti dalle autorità e ciò viene spesso sottolineato nelle relazioni riservate inviate periodicamente a Roma.

Lo stesso ministro Bottai aveva annotato qualche mese prima nel suo diario che da Trieste “si torna a mani vuote, senza speciali sensazioni, come si vivesse in una società senza riflessi, senza reazioni”. “Al parossismo finale della violenza fascista” – scrive Apih – “la gran massa degli italiani della regione non partecipò né si oppose […]. Il conformismo era ancora passiva accettazione del regime, ma ridotta ormai al suo limite estremo, e stava diventando ansiosa attesa di un’alternativa”.

Alla fine dell’anno la rottura del “fronte interno” è ormai una realtà. Ne è una testimonianza un rapporto del questore del 31 dicembre che sintetizza in 5 punti le cause del crollo dello “spirito pubblico”:\\“1) La questione alimentare […];\\2) Il decorso della guerra […];\\3) La sfiducia verso gli uomini del governo […];\\4) La generale stanchezza […];\\5) L’insofferenza verso sistemi repressivi extralegali”.

Il tracollo militare funge da “detonatore” di un quadro di tensioni e di insoddisfazioni causato dal grave peggioramento delle condizioni di vita, in primo luogo dalla scarsità dei generi di prima necessità.

In antitesi a questa situazione di scollamento e di sfiducia, si rafforza in modo sempre più netto l’antifascismo sloveno, che ormai aveva acquisito nella Venezia Giulia, come nell’Istria, i connotati di una forte resistenza armata. Le autorità fasciste rispondono con estrema durezza, spesso con rappresaglie che colpiscono senza distinzione i partigiani e la popolazione inerme, ma queste reazioni aggravano ancor più il distacco tra il regime e le popolazioni della regione: già mesi prima era intervenuto l’arcivescovo di Gorizia Carlo Margotti per sollecitare un passo del Vaticano presso il governo italiano al fine di far cessare tali pratiche terroristiche.

A Trieste la risposta repressiva è ormai da tempo affidata prevalentemente all’Ispettorato speciale di pubblica sicurezza per la Venezia Giulia, costituito nel giugno 1942, un ufficio di polizia simile a quello che era istituito in Sicilia, per la repressione del banditismo. All’Ispettorato erano stati attribuiti ampi poteri e il suo dirigente, l’ispettore Giuseppe Gueli, era in grado, secondo un cronista slavo, di dare disposizioni anche al comando di Corpo d’armata. Altre sedi, dipendenti dalla centrale triestina, erano state istituite anche in Istria, a Pisino e ad Albona.

Nella sede tristemente famosa di via Bellosguardo n. 81 (la “Villa Triste”), la pratica della tortura era diventata fin dall’inizio una tragica consuetudine, suscitando un sordo malcontento nella cittadinanza. 19)

14 dicembre 1942

La questione nazionale e il problema dei rapporti tra italiani e sloveni vengono lucidamente affrontati in una lettera che Kardelj invia a Tito: “Se non ci fossimo decisi è chiaro che avremmo dato uno strumento in mano ai seguaci di Mihajlovic, che nella loro stampa clandestina pretendono questo e quello. Abbiamo discusso a lungo nella direzione il problema e siamo giunti alla conclusione che le richieste del popolo sloveno sono giuste dal punto di vista del diritto di ogni popolo all’autodecisione. Tanto Trieste che Klagenfurt sono completamente circondate da dintorni sloveni, ciò che anche Lenin considerava fattore decisivo per l’appartenenza delle città. Nel socialismo naturalmente questa questione non ha nessuna importanza e per noi nemmeno si porrebbe. Ma siamo appena nella fase della guerra di liberazione nazionale e per questo tale problema dobbiamo porlo come si pone nel quadro del capitalismo”.

Così Pacor commenta questa importante dichiarazione del leader sloveno: “Un po’ alla volta i dirigenti comunisti si videro costretti a pronunciarsi anche per Trieste e per la Carinzia […]. Lo pretendevano i loro stessi alleati cristiano-sociali e altri gruppi borghesi e piccolo-borghesi nel Fronte di liberazione, tutto il popolo sloveno era particolarmente sensibile al problema, e occorreva anche tener testa alla propaganda dei nazionalisti collaboratori dell’occupatore, i quali li accusavano di cedere località slave all’Italia e all’Austria per il loro internazionalismo proletario e di non essere quindi dei veri patrioti”.

marzo 1943

Delle continue violenze che si perpetrano nella sede dell’ispettorato di via Bellosguardo si fa portavoce il vescovo di Trieste Santin, che si rivolge direttamente al sottosegretario agli Interni, Buffarini-Guidi, per esprimere la più ferma protesta: “Vi posso assicurare che vi è nella popolazione un sordo malcontento ed una viva indignazione per questo trattamento. Ciò è contrario alle leggi dell’umanità e pregiudica il buon nome italiano. […] Queste cose le ho sapute da fonte diretta. […] Uomini e donne vengono seviziati nel modo più bestiale. Vi sono dei particolari che fanno inorridire […]. Quando, contro la legge, da chi rappresenta la legge viene usata violenza ed ingiustizia, tutto crolla. Tutto crolla nella mentalità e nella fiducia del popolo […]. E siamo all’anarchia […]. Perciò io guardo con spavento questi fatti”.

Ma lungo l’anno 1943, nonostante la violenza, e spesso a causa di questa, si viene sempre più alimentando il movimento della resistenza, anche grazie al fatto che molti richiamati delle classi di leva, richieste per le campagne di Russia e d’Africa, scelgono frequentemente la via del bosco. Ormai la resistenza comincia ad avere un peso ed un significato anche nell’economia della guerra, ed appare in grado di sferrare attacchi consistenti: al confine orientale il fascismo viene battuto sia sul fronte militare che sul fronte politico.

maggio 1943

La situazione in città è molto tesa, e continua il braccio di ferro tra i seguaci di Giunta e quelli di Cobolli-Gigli. Grande scalpore suscita una spedizione punitiva di 120 squadristi triestini contro i negozi del centro, in mano – secondo gli aggressori – ad ebrei, “misti” e slavi. La guida lo stesso federale Giovanni Spangaro, convinto forse di poter inserire i disordini nel quadro della campagna antiborghese. Merci per più di tre milioni vengono distribuite alla folla, mentre la forza pubblica assiste impassibile.

Si trattò in realtà di un colpo durissimo all’immagine del PNF quale garante dell’ordine: nel giro di pochi giorni i capi dello squadrismo triestino, tutti legati a Farinacci, furono arrestati e proposti per il confino: nello stesso periodo finì anche la carriera politica di Francesco Giunta, che fu nominato governatore della Dalmazia ed “invitato” da Mussolini a prendervi residenza. Gli squadristi implicati nei fatti di maggio vennero poi utilizzati dai tedeschi nella repressione antipartigiana.

10 luglio 1943

Lo sbarco delle truppe americane in Sicilia modifica profondamente il quadro politico e militare. Dopo qualche giorno le truppe americane raggiungono Palermo.

24 – 25 luglio 1943

La riunione del Gran consiglio del fascismo si conclude con l’approvazione a forte maggioranza di un ordine del giorno presentato da Dino Grandi, che invitava il re a riassumere le sue funzioni di comandante supremo delle forze armate e suonava quindi come un’esplicita sfiducia nei confronti del duce.

Il pomeriggio del 25 Mussolini viene convocato da Vittorio Emanuele III, invitato a rassegnare le dimissioni e immediatamente arrestato dai carabinieri. Capo del governo è nominato il maresciallo Pietro Badoglio, ex comandante delle forze armate.

26 – 27 luglio 1943

Il 26 luglio, attraverso colloqui telefonici e visite personali, vengono presi i primi contatti tra Edmondo Puecher (socialista), Zeffirino Pisoni (comunista), Fernando Gandusio (liberale), Giovanni Tanasco (democristiano), Gabriele Foschiatti e Bruno Pincherle (per il Partito d’Azione). Il giorno dopo si riuniscono nello studio dell’avv. Puecher e danno vita ad un Fronte democratico nazionale sotto la presidenza dello stesso Puecher. 20)

Puecher, Tanasco e Foschiatti, che avevano già collaborato nel Comitato antifascista in occasione delle elezioni politiche del 1924, avevano poi mantenuto i contatti lungo tutta la dittatura.

“Nella prima riunione del Nuovo Comitato antifascista” – ricorda Giovanni Tanasco – “potemmo anzitutto constatare che ognuno di noi era stato a suo tempo investito di qualche mandato dai soppressi partiti politici, (io stesso ero stato candidato del Partito popolare nel 1924 ed ero stato il segretario della Sezione di Trieste fino alla sua soppressione): partiti ai quali eravamo rimasti fedeli operando in modo più o meno clandestino nella cerchia dei propri amici e conoscenti, tanto che eravamo ancora generalmente considerati come gli esponenti delle relative correnti politiche di Trieste. Nella stessa prima riunione fu deciso di non ammettere nel Comitato esponenti di eventuali correnti politiche di nuova formazione, salvo a sentire chi avesse da fare proposte o comunicazioni. Come programma furono fissati i seguenti punti:
1. Influire perché il crollo del regime non porti a manifestazioni violente contro persone o cose;
2. Insistere per la rapida rimozione dei fascisti dai posti di maggiore responsabilità pubblica;
3. Agire per la formale ricostituzione in partiti delle correnti politiche e diffondere la coscienza democratica;
4. Rinsaldare il convincimento che la guerra era stata imposta al Paese dal fascismo e che, caduto questo, doveva cadere anche la guerra”
.

Fu questa, subito all’indomani della “notte del Gran Consiglio”, la prima forma di organizzazione politica costituitasi in città: qualche mese dopo avrebbe dato origine al “Primo CLN”.

luglio – settembre 1943

Nel periodo che va dalla caduta del fascismo alla proclamazione dell’armistizio la situazione in città si fa molto tesa e confusa. In una lettera a Enzo Collotti, Bruno Pincherle, che da due anni aveva aderito al Partito d’Azione e aveva ottimi rapporti di amicizia e di collaborazione con Ferruccio Parri, dà un quadro desolato della città: “Ma a Trieste tutto sembrava morto. I fascisti erano ai loro posti di comando, la “medaglia d’oro” [Guido] Slataper era stato nominato commissario straordinario al posto del podestà”.

Alcuni rappresentanti del vecchio gruppo dirigente fascista cercano di dar vita ad un blocco di forze conservatrici, un “blocco di italiani” in difesa della italianità di queste terre minacciate da “pretese straniere”. Era, in sostanza, la vecchia politica che la classe dirigente triestina aveva seguito alleandosi con i fascisti nel primo dopoguerra. Questi gruppi mirano soprattutto a non perdere il controllo della città e si muovono sia facendo pressioni sul prefetto Giuseppe Cocuzza, sia proponendo alle autorità militari la costituzione di un battaglione di “volontari giuliani e dalmati” e la ricostituzione della Compagnia Volontari Giuliani e Dalmati. Tale Compagnia veniva salutata dal Piccolo quale nuovo “organo centrale della vita pubblica” superiore ai partiti nel nome di una “sacra unità”.

A capo si pongono vecchi fascisti e nazionalisti quali Bruno Coceani e Carlo Banelli, che si rivolgono al gen. Ferrero per ottenere l’autorizzazione necessaria alle loro iniziative. Pressioni furono fatte anche nei confronti di Silvio Benco, dal 28 luglio nominato nuovo direttore del Piccolo al posto di Rino Alessi, troppo a lungo compromesso con il regime21).

L’iniziativa fallì e non poteva essere diversamente. Vent’anni di fascismo avevano lasciato un segno ormai incancellabile: ritornare indietro era del tutto improponibile e segno di inguaribile cecità politica e morale. “Una miopia” – osserva Fogar – “che era in parte il frutto di 20 anni di fascismo che aveva isolato gli italiani della Giulia dai problemi vivi del mondo e della cultura moderna, sì che essi si erano nutriti di miti irrazionali e di pregiudizi e rancori casalinghi. Il patetico nazionalismo locale se aveva ragione di preoccuparsi delle sorti dell’italianità era impreparato a scegliere i mezzi adatti per difenderla efficacemente e ricorreva spesso a vaneggiamenti metapolitici quando non ripiegava su ottuse e ambigue formule unitarie”.

Tra i più attivi a contrastare tali iniziative furono Ercole Miani e Gabriele Foschiatti. Foschiatti, oltre a rivolgersi a Silvio Benco per metterlo in guardia contro ogni tentativo della “paccottiglia fascista” di rigenerarsi sotto la bandiera della Compagnia dei Volontari, prese la penna anche per scrivere una lettera accorata a Pietro Badoglio.

Dopo avergli ricordato di essere stato nel 1917 un suo ufficiale, lo invitò a salvare l’onore della Patria, “contaminata dal Governo decaduto”, abrogando il decreto di annessione della città di Lubiana e della sua provincia: “Con una tale iniziativa di rinuncia di Lubiana cioè di una città che non ci appartiene né etnicamente né geograficamente, avrete compiuto un atto di giustizia di portata internazionale e, se tutto non è compromesso, riuscirete a gettare le prime basi per quella conciliazione fra italiani e slavi entro l’intangibile confine giulio, che fu sempre auspicata dagli spiriti eletti della nazione”.

Gli appelli dei dirigenti antifascisti per un profondo cambiamento nelle scelte politiche di fondo si moltiplicarono in questo periodo in tutti i territori del Litorale, ma i risultati furono deludenti.

A Trieste il prefetto Giuseppe Cocuzza concesse appena un incontro di un paio d’ore ai leader del Fronte democratico nazionale e non prese alcuna iniziativa. Analogo il risultato ottenuto nell’incontro con il gen. Ferrero, il quale – come ricorda Giovanni Tanasco – “ci ascoltò, ma dichiarò di non poter prendere alcuna iniziativa. In sostanza a Trieste non c’era nessuna autorità disposta ad agire e le cose andavano per forza di inerzia, mentre la popolazione, questo bisogna riconoscere, si manteneva tranquilla e disciplinata. Di fatto, all’infuori dell’abbattimento dei fasci littori immurati sugli edifici, avvenuto subito il 26 luglio e di quanto, essendo esposto al pubblico, ricordava il regime fascista […], nessun altro segno di violenza fu compiuto; come nessuna notevole offesa fu arrecata a persone”.

“Nel complesso” – scrive Fogar – “se l’attività di questi Comitati pluripartitici servì a gettare le basi di un movimento antifascista unitario pur nelle sue articolazioni politiche, preludio dei CLN della lotta di liberazione, non riuscì che a scalfire marginalmente, almeno nella Venezia Giulia e nel Friuli, la rigida posizione delle autorità militari e civili destinata a sfociare nel disastro dell’8 settembre”. In questo periodo l’unico giornale che gode di qualche libertà di espressione è la Vita Nuova, l’organo della diocesi. Vi compaiono numerosi trafiletti riguardanti la caduta del fascismo: “Le osservazioni in proposito” – scrive Carlo Ventura – “invitano gli italiani all’unità e alla concordia e fanno comprendere che i responsabili del giornale, e con essi le gerarchie della Chiesa, vedevano – nella caduta del regime illiberale – un valido motivo e un’occasione propizia per indirizzare le masse dei cattolici ad una attiva partecipazione al reggimento della vita pubblica, nel quale avrebbero dovuto sostenere un ruolo fondamentale come “elemento d’ordine di primaria importanza”; e per questo perché, “almeno dal punto di vista dottrinale anche se non ancora tecnico” ritenevano fossero “ben ferrati per esser in grado di affrontare l’immediato ed arduo”. Il fascismo viene definito “uno smarrimento durato oltre vent’anni”, responsabile “dell’incredibile collasso spirituale, morale e politico in cui è precipitata l’Italia”. Sono osservazioni estremamente chiare; dopo l’8 settembre Vita Nuova accantonerà l’argomento ed osserverà un continuo silenzio in merito”.


1)
Sui meriti delle scuole austriache le testimonianze del tempo sono numerosissime. Il giornalista Giulio Cesari, ad esempio, afferma che alla riforma scolastica attuata da Gentile “non era stato estraneo un soggiorno fra di noi di G. Gentile e del Lombardo Radice, qui venuto a studiare i vigenti ordinamenti scolastici”.
A Trieste Gentile tenne, tra il luglio e l’agosto 1919, una serie di “discorsi” per i maestri della città “redenta”. L’anno dopo il testo di questi discorsi venne pubblicato con il titolo La riforma dell’educazione. Discorsi ai maestri di Trieste. Aveva dichiarato fin dall’inizio che non veniva a Trieste “a colmare non so quali lacune dei vostri studi passati, e arrecare insomma qualche aggiunta alla vostra passata amministrazione. Di tale cultura non crediamo che qui fosse difetto”.
Dopo aver espresso lo stupore e l’ammirazione per le scuole triestine, “per i sontuosi e grandiosi edifizi da essa mirabilmente ordinati all’istruzione”, Gentile conclude che “gl’italiani delle provincie potevano venire qui non ad insegnare, ma ad imparare come si provvede con sincero interesse e fervore, al primo e fondamentale bisogno di un popolo civile”. Significativo il fatto che il filosofo idealista sembra dimenticare che Trieste, fino all’anno prima, aveva fatto parte della Duplice monarchia! Tutti i meriti vengono attribuiti ai “triestini”.
Un’altra testimonianza di questo dibattito sulle scuole del Litorale e sulle scuole del regno italiano si trova nello studio di Carmelo Cottone Storia della scuola in Istria.
L’autore ricorda che le associazioni dei maestri giuliani pretesero che i maestri delle vecchie province che volevano concorrere ad impieghi d’insegnamento nella regione si sottoponessero ad un nuovo esame di abilitazione, “adeguato alle consuetudini locali”.
Sappiamo anche che era grande “l’avversione alla quale, dai maestri della regione giulia, sono fatti bersaglio i loro colleghi provenienti dalle vecchie province del Regno. Manchevole conoscenza degli ordinamenti e degli istituti magistrali d’Italia, presunzione di superiorità di cultura, infine preoccupazione egoistica di posti e di carriere […] contro i maestri delle vecchie province, ai quali i colleghi giuliani or pongono un reticolato di sbarramento nell’obbligo umiliante del famoso «esame di abilitazione» ereditato dal cessato regime”.
2)
In realtà ancora agli inizi del 1919, quando il processo di smobilitazione in Italia era in buona parte attuato, erano dislocate nella Venezia Giulia, oltre alle guarnigioni regolari, le truppe dell’VIII Armata del generale Caviglia, forte di 130.000 uomini.
Gli alti gradi dell’esercito non nascondevano certamente la loro avversione per il neonato stato “jugoslavo”: basti pensare che lo stesso generale Pietro Badoglio, vice capo di stato maggiore, aveva preparato un piano d’azione per ostacolare l’unità jugoslava.
L’appoggio dato alle spinte nazionalistiche e imperialistiche da parte di questi ufficiali e la funzione eminentemente “politica” della presenza eccezionale di truppe nelle terre “redente” sono denunciati ripetutamente da Salvemini, che su L’Unità – tra il settembre del 1919 e il luglio del 1920 – ricorda che al potere militare “non solo sono state mantenute tutte le attribuzioni civili […] ma che queste attribuzioni si sono allargate al di là della linea di armistizio. Si è permesso così che il potere militare facesse una propria politica estera, del tutto indipendente e spesso in aperta contraddizione con quella che faceva il governo […]. Quella enorme macchina preparata per la propaganda di guerra, avente per legittimo fine la vittoria, si mise a fare la propaganda per la pace, e così l’autorità militare uscì dal suo campo […]. Piovvero tutti quegli opuscoli e opuscoletti, giornali e giornaletti, in una parola tutte quelle «librette» che, in diverse lingue, inondarono l’Italia e l’Europa; erano piene di schizzi, di diagrammi e di carte geografiche ricoperte di terribili, impressionanti frecce rosse e nere che, col massimo spavento del povero cittadino lettore, attraverso i «varchi«» della frontiera, si addentravano nella viva carne della madrepatria. La conclusione di gran parte di quella letteratura era, per esempio, che se l’Italia non aveva Knin il barbaro jugoslavo sarebbe arrivato a Roma in un giorno”.
Gli altri comandi dell’esercito italiano erano spesso divisi sul comportamento da tenere nelle terre appena “redente”. A Caviglia e a Petitti di Roreto, considerati dei “moderati”, dei “tiepidi”, si opponevano i fautori di una linea dura, i critici delle debolezze e delle cautele diplomatiche dello stato liberale.
Figura eminente di questi settori militari conquistati dal programma nazionalista era il duca Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, già comandante della III Armata italiana durante la guerra, cugino del re, e noto per le sue idee reazionarie. Racconta il generale Enrico Caviglia nel suo Il conflitto di Fiume (1948): “Il duca d’Aosta ed alcuni generali ed ammiragli condividevano le idee del partito nazionalista e con esso si compromettevano. I generali Giardino, Badoglio, Grazioli e gli ammiragli Cagni, Millo incoraggiavano, promettevano, incitavano ad agire a Fiume ed in Dalmazia.
Si era formato fra le truppe della Venezia Giulia ancora mobilitate un ambiente sensibilissimo a ogni propaganda che volesse condurle ad un gesto di protesta e di rivolta contro lo Stato italiano […]. Era stato ventilato un colpo di stato su Spalato per i primi di giugno […]. Contemporaneamente un altro piano e più vasto fu elaborato dallo Stato maggiore della Terza armata […]. Si doveva costituire la repubblica delle Tre Venezie, con la Dalmazia e Fiume, presidente il duca d’Aosta, che avrebbe rinunciato alle prerogative reali”
.
Il 12 settembre 1920 D’Annunzio sarebbe entrato a Fiume, dando inizio ad una pagina drammatica della storia del nostro paese che si sarebbe chiusa solo alla fine del 1920, quando le truppe italiane posero fine con la forza alla “Reggenza del Carnaro”.
Durissime furono le critiche che gli ambienti nazionalisti rivolsero al generale Petitti di Roreto che, a loro avviso, “illudendosi di pervenire senza indugio alla pacificazione degli animi col riabilitare […] coloro che […] avevano vomitato contro di noi ingiurie e veleno […] disorientò i patrioti veri […], dette la stura ai primi malcontenti”.
3)
L’occupazione di Fiume da parte di D’Annunzio e dei suoi “legionari” non fu semplicemente un fatto locale, in quanto, come scrisse il generale Caviglia “il suo scopo non era tanto la liberazione di Fiume […] quanto di mettersi a capo di una rivoluzione italiana, basata politicamente ed idealmente su Fiume, servendosi delle forze militari della Venezia Giulia, dalle quali sperava di essere seguito in una marcia su Roma. Nello stato d’animo in cui si trovavano allora le truppe della Venezia Giulia, la marcia su Roma era possibile”.
Il giorno dopo l’entrata di D’Annunzio a Fiume, il presidente del Consiglio Nitti affermò alla Camera che l’impresa di D’Annunzio gli aveva provocato “un profondo senso di amarezza e di dolore”: con quell’impresa “per la prima volta è entrata nell’esercito italiano, sia pure con fini idealistici, la sedizione”.
Nitti non aveva torto nell’evocare il pericolo di un colpo di stato o comunque di una pesante involuzione delle strutture in senso autoritario: l’impresa di D’Annunzio non era certamente nata dalla improvvisazione o dalla ricerca di sensazioni forti tipica del poeta-soldato. Si trattava al contrario, come scrisse Renzo De Felice, di una “operazione politica lungamente preparata da uomini e da forze politiche molteplici”. Già da aprile, infatti, D’Annunzio, dopo aver ricevuto l’invito del Comitato nazionale di Fiume di intervenire in armi aveva ripetutamente proclamato in pubblico il suo progetto di intervento ed aveva contattato alcuni alti ufficiali dell’esercito per chiedere il loro appoggio. Concordano con la tesi di De Felice altri storici che si sono occupati specificatamente di questi temi, quali Paolo Alatri e Nicola Tranfaglia.
4)
In data 14 novembre 1918 il ministero degli Affari Esteri ricevette un telegramma firmato “R. Governatore Petitti” trasmesso da “Radio Trieste”:
“(Per conoscenza Presidenza del Consiglio dei Ministri).
Ministro Affari Esteri Roma stop Segnalo linea condotta tenuta dal clero slavo et anche da parte del clero italiano il quale diffonde persuasione essere nostra occupazione soltanto temporanea dovendosi attendere da Congresso pace et da Wilson definitiva decisione questo territorio stop Ciò ha incoraggiato da vescovo Carlin [sic] di Trieste il quale non mi ha fatto visita omaggio vietandola anche a parroci città et si est rifiutato celebrare Tedeum richiestogli da signore triestine stop Mi astengo per ora dal prendere qualsiasi provvedimento data estrema delicatezza argomento ma ad evitare esservi costretto nell’interesse prestigio nostra autorità converrebbe provocare eseguito tale mia richiesta stop”
.
5)
La pubblicazione dell’articolo del Times sul Lavoratore suscitò negli ambienti nazionalisti e fascisti reazioni durissime. Il Piccolo si scatenò contro i giornalisti americani e inglesi, arrivando a lamentare “il grado di tolleranza a cui l’Italia moderna è purtroppo arrivata a Roma non meno che a Trieste”.
La Nazione rincarò la dose: dopo aver espresso la sorpresa che il console americano e il corrispondente del New York World avessero creduto “di trovarsi al loro posto trovandosi proprio negli uffici del giornale leninista”, dette ampio spazio alla manifestazione inscenata dai fascisti durante la serata di gala al Teatro Verdi in onore dell’ingresso a Trieste dei marinai dell’”Audace”: “Verso le 23, mentre stava per alzarsi il sipario sull’ultimo atto, un centinaio di fascisti scaglionati qua e là cominciò a gridare «Viva Fiume» – «Viva la Dalmazia» – «Abbasso i nemici dell’Italia e i venduti»; poi si levò il canto «Giovinezza» e contemporaneamente, da tutte le parti, fu un agitare delle copie del Lavoratore. Ben presto la dimostrazione divenne così vasta e turbinosa che il console inglese ritenne opportuno di abbandonare il teatro. Ma prima che egli avesse abbandonato completamente la sala, l’avv. Giunta era già balzato sul palcoscenico ed aveva cominciato ad illustrare le origini e le ragioni della dimostrazione fascista. Il breve ma incisivo discorso di Giunta fu accolto da un uragano di applausi. Quindi, ristabilitosi il silenzio, la rappresentazione continuò senza ulteriori incidenti. A spettacolo finito i fascisti si incolonnarono e attraversarono le principali vie della città inneggiando a Fiume e alla Dalmazia”.
6)
In un primo momento l’organizzazione sindacale creata dai fascisti si chiamò “Federazione sindacale”. A settembre, all’indomani dello sciopero proclamato dai socialisti, il Fascio decise di trasformarla in una nuova organizzazione, la “Camera del Lavoro italiana”.
Non si trattava soltanto di una questione di nomi: i fascisti volevano accentuarne l’ispirazione “nazionale” per sviluppare la propria presenza a scapito delle organizzazioni sindacali che si rifacevano alla sinistra interventista, come la UIL e l’USI (Unione socialista italiana, fondata da alcuni socialisti riformisti all’indomani della annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell’Austria in aperta contrapposizione con l’internazionalismo di marca austromarxista che animava a quell’epoca il Partito socialista triestino).
La Camera del Lavoro italiana ebbe in breve tempo un notevole successo. Risolo parla di 10.000 iscritti, soprattutto tra i ceti medi impiegatizi. Il Fascio di Trieste preferì concedere al proprio sindacato una certa autonomia, nella speranza sia di soddisfare la base dei “fedelissimi” della prima ora, sia di assorbire i sindacati della sinistra interventista, ad esclusione di quelli repubblicani, che erano organicamente legati al sindacato socialista. La direzione fu affidata ad Alberto Bartolomai, membro del direttivo nazionale della UIL ed amico di Alceste De Ambris, di cui condivideva i principi corporativi.
7)
Giunta parlò di un improvviso “istinto” che li spinse contro l’hotel Balkan dopo che era stata confermata la voce del ferimento a morte di un fascista ad opera di uno slavo: “Era questo un edificio massiccio, quadrato e di orribile gusto, con l’aspetto più di una caverna che di un albergo; di fronte ai bassi edifici militari della piazza Oberdan, aveva l’aria di un colosso gonfio di tradimento e di minacce. Quando il primo nucleo di fascisti non era ancora pervenuto sotto l’albergo, una scarica di fucilate e un lancio di bombe li accolse e cadde il ten. Casciana e si ebbero i primi feriti. Dovemmo incominciare allora un regolare assedio, mentre i gruppi dei nostri cercavano di sfondare con delle catapulte improvvisate le ben munite porte e finestre. Dopo circa un’ora le fiamme divamparono ed in breve il tetro edificio non fu che un braciere ardente, dove furono distrutte l’insidia e la minaccia”.
8)
Scrisse allora Giunta – rispondendo a Salata che sembrava avesse detto: “Ma insomma, perché si lamentano i fascisti se il collegio isolato di Trieste dà in mano loro la città?” – “Trieste i fascisti l’hanno in mano già da un pezzo e non soltanto a scopo elettorale” (Il Popolo di Trieste, 1° aprile 1921).
9)
Questi dati sono riferiti da Lavo Cermelj in: Sloveni e Croati in Italia tra le due guerre, Lubiana, 1965. Leggermente diversi i dati riferiti da Ernesto Sestan (Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale, Bari, 1965), secondo il quale il numero degli italiani ammontava a 516.690, quello degli sloveni a 257.028, quello dei croati a 90.262, mentre il numero dei tedeschi era imprecisato. Secondo i dati di questo censimento, il 40,2% dell’intera popolazione residente nella Venezia Giulia faceva uso di una lingua slava. Il Sestan commenta i dati da lui presentati con queste parole: “Fu il primo ed unico censimento tra quelli tenuti dopo la venuta dell’Italia che tenesse conto, limitatamente alle nuove provincie, della lingua «d’uso». Ma l’accertamento doveva farsi per mezzo di una scheda speciale, distinta e aggiunta a quella normale del censimento e riempita non dal capofamiglia, ma dall’ufficiale di censimento con le notizie che gli erano fornite dal capofamiglia o chi per esso. Tenendo presente che l’ufficiale di censimento era quasi sempre un italiano, che moltissimi capi di famiglia erano perfettamente analfabeti, che il questionario era stampato soltanto in italiano, non è assurdo pensare che si siano commessi degli abusi e che in quel censimento figurino come praticanti l’italiano quale lingua d’uso più di quanti non siano stati realmente. Del resto i risultati si conobbero tardi, quando il fascismo si era già insediato al potere e quando, con esso, ogni riguardo nella politica verso la minoranza slava stava togliendosi la maschera”.
10)
Promotore dell’Alleanza nazionale fu Carlo Banelli, figura di primo piano dell’irredentismo triestino e grande simpatizzante del fascismo sì da legare con la sua persona le avanguardie della vecchia e della nuova destra nazionale a Trieste. Segretari della stessa Alleanza nazionale furono il prof. Conforto, per lungo tempo segretario del Fascio triestino prima della “gestione” Giunta, e Vittorio Fresco, nazionalista proveniente dall’Ufficio Informazioni della III Armata. Il “manifesto” dell’Alleanza nazionale fu pubblicato sul Popolo di Trieste in data 13 dicembre 1921.
11)
Dati secondo Mario Pacor, Questione nazionale e Resistenza nel Friuli e Venezia Giulia, Feltrinelli, 1964.
12)
Mario Pacor ritiene che “si tratta di una dichiarazione di grande rilievo, non solo per le idee-forza che esprime e per i principi che sancisce, ma anche perché sarà in parte su di essa che il movimento di liberazione jugoslavo fonderà le sue rivendicazioni territoriali nel corso dell’ultima guerra e sarà su diversi criteri d’interpretazione della stessa che si avranno, nel corso della lotta di liberazione e nei primi anni del dopoguerra, le divergenze tra i partiti comunisti d’Italia e Jugoslavia”.
Un’interpretazione marcatamente “filoslovena” e non priva di polemiche distinzioni si trova nella analisi di Rodolfo Ursic: “Di passaggio rilevo che la Tripartita è rimasta ibernata per ben sette anni e mezzo, ricomparendo nuovamente il 21 febbraio ’42 nel Comunicato del Comitato Centrale del KPS (Partito comunista sloveno), per poi riaffiorare nelle schermaglie orali ed epistolari fra i dirigenti del PCd’I-PCI e quelli del KPJ-KPS (Partito comunista jugoslavo-Partito comunista sloveno), lungo tutto l’arco della guerra, per venire poi ancora rinverdita nel luglio del 1948, nel tentativo di far fronte alle accuse di nazionalismo rivolte dai cominformisti al KPJ. […] A conclusione della Tripartita – con la quale, anche se a denti stretti, viene riconosciuto non solo il sacrosanto diritto del popolo sloveno ad avere una sola patria e quindi di poter vivere in un solo stato, ma anche il dovere dei comunisti dei tre Stati in cui vivevano sloveni autoctoni, compresi quelli della nazione maggioritaria, di lottare fino a che questo diritto fosse realizzato – non stonerà se metterò in risalto quanto si adoperarono e la parte italiana e quella serba-jugoslava per intralciare un tale riconoscimento. Fu fatto di tutto, ricorrendo anche ad umiliazioni di carattere strettamente personale, per tentare di stroncare Regent nel suo vero e proprio apostolato a favore del riconoscimento degli inalienabili diritti del popolo sloveno. […] La concezione di Regent sull’autodecisione dei popoli, identica o comunque simile a quella di Lenin, di Gramsci, di Martelanc ed altri, contrastava pienamente con quella imposta da Stalin e dai suoi «discepoli». Questi avevano stravolto la concezione leninista dell’autodecisione, subordinando la realizzazione della stessa alla forma del potere nel Paese a cui avrebbe voluto associarsi la popolazione che è ricorsa a detto strumento democratico. Da qui discendeva la pretesa – rilevata da Regent – di Togliatti, Frausin ed altri, per cui i comunisti sloveni e croati della Venezia Giulia avrebbero dovuto fare tutto il possibile – anche ricorrendo alla forza – perché le popolazioni slovene e croate rimanessero nell’ambito dell’Italia, nel caso che in questa avesse preso il potere la classe operaia”.
È interessante notare come Ursic accusi tutti i diversi “discepoli” di Stalin di voler negare nei fatti i diritti nazionali del popolo sloveno, dai comunisti italiani agli “unitaristi” serbi, fino alla neonata dirigenza del movimento comunista sloveno, che “aveva cominciato a far propria la concezione, la quale riteneva utile – se non addirittura necessario – il mantenimento in vita di uno stato unitario jugoslavo”.
13)
Illuminanti al riguardo le parole di uno storico cattolico Arturo Carlo Jemolo: “I segretari federali sapevano che, venendo a Roma, potevano ottenere con relativa facilità la testa di un prefetto indocile, di un procuratore generale, di un intendente di finanza, ma ricevevano il consiglio di pazientare col vescovo, se pure questi non fosse deferente ai loro desideri. Solo nell’arroventata zona del confine slavo, un arcivescovo dovette abbandonare il suo seggio per urti con le gerarchie fasciste. Ma il governo otteneva da questa collaborazione ben di più”.
14)
Ursula Hirschmann, sorella di Albert e moglie di Eugenio Colorni, giunse a Trieste, ventiduenne, nell’aprile del 1935. Così rievocò la vita del marito in quegli anni in Noi senzapatria: “Ora insegnava a Trieste nella scuola magistrale femminile Giosuè Carducci, perché per l’insegnamento nelle scuole medie non occorreva fare il giuramento; e stava scrivendo un lungo lavoro sulla filosofia di Leibniz. Aveva fatto conoscenza con i giovani antifascisti tra i professori e i liberi professionisti di Trieste, e con loro trascorreva qualche ora nei caffè. Erano numerosi, ma qui ricordo fra loro solo Bruno e Gino Pincherle e Giorgio Radetti, perché li ho spesso incontrati di nuovo anche molti anni dopo. A loro insaputa, Eugenio teneva ormai legami con il partito socialista all’interno e all’estero”.
15)
L’assassino era membro di un comitato rivoluzionario macedone e l’attentato era stato preparato negli ambienti di fuoriusciti croati separatisti. A Belgrado come in altre capitali furono mosse accuse all’Italia e all’Ungheria che avevano ospitato gli attentatori. Al governo francese che chiese l’estradizione di Pavelic, il governo fascista oppose un netto rifiuto, il che rinfocolò ancora di più polemiche ed accuse.
Tutta tesa ad allontanare ogni sospetto da Mussolini appare la ricostruzione che Rino Alessi, suo vecchio amico, dette in Trieste viva: “Ormai l’Italia si stava rivolgendo al Mediterraneo e all’Africa. Il problema adriatico passava in seconda linea. Sembrava assurdo che qualcuno a Roma accarezzasse l’idea di un’azione in Dalmazia, dopo che il dittatore aveva dimostrato di non sentire il problema”.
Qualche tempo dopo Alessi dette un contributo significativo all’avvicinamento tra Roma e Belgrado che avrebbe portato all’accordo tra Stojadinovic e Ciano. Attribuendo a sé il merito di aver autonomamente anticipato le scelte del governo italiano, ricordò con parole entusiaste il plauso di Ciano nei confronti suoi e dei redattori del Piccolo. “Più tardi, mentre le trattative per la nuova pace adriatica stavano entrando, con sorprendente rapidità, nella fase conclusiva fummo chiamati a Roma. Il giovane Ministro degli Esteri ci ricevette esultante. Considerava Stojadinovic l’«uomo nuovo» della Jugoslavia, col quale valeva la pena d’impegnarsi a fondo. A un certo punto ci disse: «Hai dato prova di coraggio! Mussolini non è ancora convinto che questa sia la strada da battere. Qualcuno gli soffia negli orecchi i vecchi temi dell’inconciliabilità con gli slavi. Gli esuli croati hanno il genio dell’intrigo e una fantasia pericolosa. Ma non temere! Arriveremo alla pace»”.
16)
Nel febbraio 1936 l’organo comunista in esilio Lo Stato Operaio riporta il testo del “Patto d’unità d’azione”: “Tra la Federazione comunista della Venezia Giulia e il PC d’Italia da una parte, e il Movimento nazionale rivoluzionario degli Sloveni e Croati della Venezia Giulia dall’altra, è stato recentemente stabilito un Patto di unità d’azione nella Venezia Giulia, sulle basi seguenti: «La Federazione comunista della Venezia Giulia ed il Partito comunista d’Italia lottano e lotteranno in ogni momento per il riconoscimento e l’applicazione del diritto di autodecisione delle popolazioni slave della Venezia Giulia, compreso quello della separazione dallo Stato italiano. Essi riconoscono, altresì, come uno dei compiti attuali del Partito comunista e del proletariato italiano l’azione condotta assieme alle popolazioni slave della Venezia Giulia contro ogni forma di oppressione economica e nazionale ai danni di tutte le nazionalità oppresse dall’imperialismo italiano, contro qualsiasi altra forma con la quale l’oppressione fascista che pesa sul popolo italiano venga aggravata ai danni delle nazionalità oppresse, e contro ogni disuguaglianza degli operai, contadini ed ogni altro strato di masse lavoratrici, stabilita in base al criterio imperialista delle differenze nazionali.
Il MNRSC della Venezia Giulia riconosce da parte sua come propri compiti, allo scopo di aiutare il successo della lotta contro l’oppressione nazionale e per la liberazione della Venezia Giulia dal giogo dell’imperialismo italiano, quelli: a) dell’azione unitaria delle masse lavoratrici per la difesa ed il miglioramento delle loro condizioni di vita, b) dell’azione comune con il Partito comunista, come partito della classe operaia, e col popolo italiano, per l’abbattimento della dittatura fascista mussoliniana.
[…] Non tutte le forze popolari antifasciste della Venezia Giulia (e specialmente italiane) condividono gli obiettivi radicali del Patto. I liberali, i democratici, i socialisti della Venezia Giulia non sono d’accordo con il programma dell’autodecisione fino alla separazione dallo Stato italiano. Ma noi pensiamo, assieme al MNRSC, che con tutti i partiti antifascisti della Venezia Giulia sia possibile fare un tratto di strada assieme, giacché l’obiettivo che i nazionalisti e antifascisti hanno in comune nella Venezia-Giulia, in questo momento, è quello della fine della guerra d’Africa, della cacciata di Mussolini e dei responsabili della guerra dal potere, della conquista della libertà. La lotta per questi obiettivi interessa tutte le masse giuliane, siano esse nazionaliste o solamente antifasciste, ed interesserà ogni giorno maggiormente anche quella parte importante di fascisti che incominciano ad aprire gli occhi e passano ad una posizione critica di fronte alla politica del governo»”
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Non mancano nel documento alcuni significativi accenni alle perplessità che il patto potrà suscitare in “alcuni gruppi di compagni triestini di fronte ai quali, già altre volte, abbiamo dovuto prendere posizione per difendere la politica del partito verso le minoranze nazionali oppresse, e in modo particolare verso gli sloveni e i croati della Venezia Giulia. Il Partito afferma che il problema della Venezia Giulia è sostanzialmente il problema della liberazione degli sloveni e dei croati annessi con la violenza allo Stato italiano. Certi compagni triestini, preoccupati giustamente dei problemi dello sviluppo economico di Trieste, separano, però, il problema fondamentale della Venezia Giulia da quello del «retroterra triestino», e commettono un grosso sbaglio. Essi negano, così, la esistenza di una questione nazionale bruciante nella Venezia Giulia e prendono, sia pure senza volerlo, una posizione non rivoluzionaria”.
Questi “compagni triestini” non riescono pertanto a comprendere – continua il documento – “che il proletariato italiano della città, prima di pensare al modo come dovrà essere organizzato il retroterra triestino perché Trieste possa uscire dal marasma economico, deve affermare e rivendicare senza condizione alcuna il diritto della popolazione slovena e croata della Venezia Giulia e dell’Istria di disporre di se stessa fino a separarsi dallo Stato italiano. […] Un problema economico di Trieste separato dal problema della liberazione degli sloveni e dei croati dal giogo dell’imperialismo italiano non esiste e non può esistere per noi. A Trieste in ispecial modo non si lotta contro l’imperialismo italiano se non si rivendica il diritto di autodecisione, senza condizioni, degli sloveni e dei croati. Porre il problema diversamente significa arrivare inesorabilmente a rinunciare alla lotta per l’autodecisione e a bloccare, sia pure in modo larvato, con gli interessi e con le posizioni della borghesia «triestina»”.
17)
Dopo la guerra gli eredi di Teodoro Mayer contestarono la legittimità e la correttezza dell’operato di Rino Alessi.
18)
Così Hitler parla del generale Kvaternik in una nota dei suoi Tischgespräche: “Se i croati facessero parte del Reich, avremmo in loro dei fedeli ausiliari del Führer tedesco come guardie di polizia delle nostre marche. Non bisognerebbe tuttavia trattarli come li trattano attualmente gli italiani. I croati sono un popolo fiero. Dovrebbero essere legati direttamente al Führer da un giuramento di fedeltà. Quando Kvaternik è alla mia presenza, ho dinanzi agli occhi il tipo di croato così come l’ho sempre conosciuto, incrollabile nelle sue amicizie, legato per sempre dal suo giuramento. I croati ci tengono molto a non essere considerati slavi. Secondo loro discendono dai Goti. Il fatto che parlano una lingua slava non sarebbe che un accidente”.
19)
Sotto la guida di Gueli si formò il vice-commissario Gaetano Collotti, tristemente noto come il capo della “banda Collotti”.
L’uso della tortura durante gli interrogatori era usuale tra gli uomini di Collotti. Ne furono coinvolte anche numerose donne, arrestate in diversi paesi che erano centri di lotta partigiana. Le testimonianze rese davanti alla corte straordinaria di Assise nell’immediato dopoguerra ci danno un quadro drammatico di questi avvenimenti: “Abito la villa sita di fronte alla Villa Triste. Si sentivano grida atroci di gente torturata, di giorno e di notte […] Un pomeriggio di un giorno di luglio 1942, sentii un grido straziante di donna, come di belva ferita. Mi affacciai alla finestra e mi misi a gridare: «Canaglie, gangsters, teppisti, è questo il modo di trattare i poveri carcerati?» […] Tutti si affacciarono alle finestre e le grida delle vittime cessarono. Circa un quarto d’ora dopo sono venuti due agenti i quali mi intimarono di andare con loro perché ero antifascista ed avevo preso le difese di un’antifascista, e perché avevo insultato il Commissario capo, e cioè un pubblico funzionario di lata importanza. Mio padre intervenne subito dicendo agli agenti che io ero una nevrastenica irresponsabile, spaventata dai bombardamenti […]. Le discussioni durarono circa un’ora e poi finalmente fui lasciata libera. Le grida strazianti continuarono nei giorni e negli anni successivi […].
Fin da quando è stato istituito a Trieste l’Ispettorato di via Bellosguardo sono venute nelle carceri donne di ogni età, sconvolte, terrorizzate, con la schiena, con il petto e le gambe piene di ecchimosi vaste e di gonfiori […].
Ai Gesuiti (carcere femminile) vidi la signorina M. B. che aveva la mano sciancata. la martoriarono legata per quarantacinque minuti su un cavalletto, la spogliarono di tutto e con le sigarette le bruciarono l’ombelico, e si dicevano: «Che bel corpo …»; mio figlio Milan è stato appeso con una catena […].
Lo stesso giorno sono stata denudata completamente nell’ufficio di Collotti, e percossa con manganelli di ferro e calci. Sono stata percossa brutalmente per più di un’ora, e più volte sono svenuta. Il 27 maggio 1943 mi hanno nuovamente denudata, mi hanno messa sulla cassetta di tortura e mi hanno percossa brutalmente, col manganello. Mi hanno, con le sigarette e i sigari, bruciato sotto le piante dei piedi ed anche alla natura, strappandomi i peli del pube ad uno ad uno con una pinzetta. Anche alle mammelle mi hanno prodotto ustioni con sigarette accese […] Questa tortura è durata due ore […]. Nelle carceri dei Gesuiti, il giorno dopo, sono stata visitata da un medico militare […] al quale ho narrato le torture subite perché perdevo sangue in gran copia dai genitali. Questo sangue era dipeso dal fatto che, quando sono stata percossa nell’ufficio di Collotti, questi, mentre ero a terra, abbattuta e nuda, è montato col peso della sua persona sul mio ventre […]. Il medico ha detto che non poteva far niente contro gli agenti di via Bellosguardo […].
Il 27 maggio sono stata ricondotta in via Bellosguardo, fui denudata e torturata con la cassetta, tortura durata oltre due ore […]. La terza volta sono stata torturata con la cassetta il 27 di giugno. […] Ho saputo anche che un detenuto, certo C. di Vipacco, […] mostrava le lesioni prodotte ai genitali dai morsi di un cane, contro di lui aizzato dai torturatori di via Bellosguardo […].
Quando il Ribaudo volle mettermi il tubo di gomma in bocca, poiché io tenevo la bocca chiusa, con un colpo del tubo stesso mi ruppe tre denti”. Il «metodo della cassetta» era semplice, ma terribilmente efficace: «Fu fatto stendere nudo, cioè in posizione verticale, su una cassetta, in modo che sullo spigolo anteriore della stessa poggiassero i polpacci e su quello anteriore i reni. Dopo di che, mettendo in azione una catena, che gli fu fatta passare per i polsi e le caviglie, il suo corpo fu stirato tanto da procurargli fratture e lussazioni del braccio sinistro e di una spalla. Gli fu anche messo in bocca un tubo di gomma, attraverso il quale gli fu introdotta dell’acqua nello stomaco in quantità tale, che per mezzo anche di forte pressione esercitata contemporaneamente sul ventre, quella gli uscì dalla bocca e dal naso».
20)
“Ancora nel corso della mattinata” – scrive Miriam Coen – “Pincherle incontra Foschiatti e Pisoni e insieme decidono di organizzare, per il pomeriggio, una manifestazione. Alle quindici una cinquantina di dimostranti si ritrovano in corso Littorio (l’attuale via del Teatro Romano) e iniziano a spezzare le targhe stradali per sostituirle con cartelli recanti la scritta «Corso Matteotti». L’intervento della truppa è immediato. Ne nasce un violento parapiglia e due dimostranti, Silvio Cusin e Bruno Fano, sono arrestati mentre si stanno allontanando. Bruno e Gino Pincherle saranno invece prelevati la sera stessa in casa e deferiti, assieme agli altri due compagni, al Tribunale di guerra. L’arresto dei due fratelli avrebbe potuto compromettere i membri del Comitato, se Giani Stuparich, anch’egli invitato alla riunione e sopraggiunto subito dopo l’arresto, non fosse riuscito a preavvertirli. Di tutti i manifestanti – noterà Pincherle – vengono arrestati solo i «non ariani»”.
21)
Nel suo primo articolo di fondo Silvio Benco espose le linee di quella svolta che doveva caratterizzare il breve periodo in cui rimase direttore del giornale. Dopo aver invitato il lettore a valutare “l’entità del rivolgimento avvenuto nelle cose italiane”, espresse la convinzione che “gli altri belligeranti, siano dalla parte nostra, siano contro di noi, non ci farebbero il favore di attendere che noi perveniamo a un esaurimento dei nostri rinfacciamenti e delle nostre contese, per continuare a far uso delle loro armi. Noi siamo dunque impegnati in una guerra che non si sospende o non si estingue da un momento all’altro per rispetto alla nostra libertà di disputare o manifestare, ma che nell’interesse della Nazione e di noi tutti dobbiamo condurre fino a una soluzione onorevole per l’Italia”.
Chiudeva l’articolo elogiando Pietro Badoglio, nella certezza che “quel soldato” avrebbe dato tutto se stesso per permettere all’Italia di uscire con dignità dal conflitto.
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storia_ts/cronologia/1918_1943.txt · Ultima modifica: 21-03-2020 04:35 (modifica esterna)