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storia_ts:cronologia:1948_1952



La ridistribuzione senza fini di lucro dei contenuti di questa pagina, anche se in forma parziale, deve citare il sito di provenienza www.atrieste.eu, i nomi degli autori, professori Fabio Francescato e Bruno Pizzamei, ed il fatto che si tratta della rielaborazione per il web di un ipertesto sviluppato dagli autori nel 1999 per conto del comune di Trieste e da questo distribuito gratuitamente nelle scuole. Non è ammessa la ridistribuzione con fini di lucro senza esplicita autorizzazione degli autori e dell'acquirente dell'opera.


LA CITTÀ OCCUPATA: 1948 – 1951

1948

Negli ultimi mesi del 1947 le autorità angloamericane avevano mostrato di considerare in modo sempre più attento e preoccupato il nesso tra la crisi economica della città e il pericolo di una sua caduta in mano agli elementi “slavocomunisti”. La grave instabilità in cui versava la città continuava infatti a scoraggiare gli investimenti di capitali e gli industriali e uomini d’affari triestini davano ormai prova di voler trasferire i loro interessi in Italia: una città prostrata e alla fame sarebbe stata una facile preda per Tito. 1)

Nel contempo era diventato sempre più gravoso continuare nella conservazione dello status quo, cioè nei finanziamenti di quell’elevato tenore di vita cui non aveva corrisposto un adeguato sviluppo produttivo.

Perciò, agli inizi dell’anno, tra gli alleati si fa sempre più strada l’idea che per impedire l’ulteriore aggravarsi della crisi sia necessario coinvolgere direttamente il governo italiano nell’opera di recupero dell’economia cittadina: il deficit di bilancio per il semestre 15 settembre 1947 – 15 marzo 1948 aveva raggiunto la cifra di 15 miliardi di lire!

Gli accordi siglati il 9 marzo tra il GMA e il governo italiano assicurano così una prima boccata d’ossigeno: il governo di De Gasperi si impegna, tra l’altro, a garantire “per i bisogni particolari” del GMA un finanziamento la cui entità sarebbe stata negoziata semestre per semestre.

Nello stesso tempo, divenuto ormai chiaro alle autorità angloamericane che la loro presenza era destinata a durare a lungo, ben oltre a quanto all’inizio si fosse pensato, si cerca di coinvolgere nell’amministrazione della città funzionari del Governo locale.

In questa direzione si era espresso agli inizi dell’anno il nuovo comandante in capo della Zona A, il generale britannico Terence Airey: “Col prolungarsi del periodo di amministrazione del Governo Militare Alleato, mi sono reso conto che è desiderabile dare ad eminenti personalità civili triestine maggiori facoltà di consultazione, in quanto ciò possa essere fatto senza pregiudizio del carattere fiduciario del GMA. Perciò è allo studio una riorganizzazione, in base alla quale verrà a cessare l’attuale stretta supervisione dei funzionari del Governo locale da parte di ufficiali alleati. Il contatto fra funzionari del Governo locale ed il GMA sarà quindi diretto e non si svolgerà più attraverso l’Ufficio del Commissario di Zona, che è superfluo ed in via di abolizione. Questa riorganizzazione, che ha carattere puramente amministrativo, si attua attraverso la stretta cornice del Governo Militare imposto dal Trattato di Pace. Essa, tuttavia, darà ampio campo di attività ai funzionari del Governo locale; processo questo, cui io spero di dare sempre maggior sviluppo e che, incidentalmente, renderà possibile di ridurre il personale del GMA”.

febbraio 1948

A Washington la situazione italiana viene descritta nei termini caratteristici della guerra fredda e si accusa apertamente il PCI di mirare al “completo assoggettamento dell’Italia al controllo sovietico”. Le elezioni politiche dell’aprile vengono così acquistando un rilievo internazionale del tutto eccezionale e il Dipartimento di Stato, assieme allo Stato maggiore americano, ribadisce il “pieno sostegno” a De Gasperi.

I timori degli alleati sono acuiti dalla nota sovietica del 14 febbraio con la quale si auspica la restituzione delle colonie: era chiaramente una mossa diplomatica per aiutare il PCI davanti all’opinione pubblica italiana e per mettere in difficoltà la politica britannica, apertamente ostile ad ogni iniziativa di questo tipo.

Per di più, il colpo di stato comunista del 24 febbraio in Cecoslovacchia rafforza la posizione dei più decisi sostenitori della politica del “contenimento” contro i comunisti.

1° febbraio 1948

Si tiene al cinema Italia la prima assemblea pubblica del MSI a Trieste. Non compaiono tra gli oratori ufficiali le persone che, appena un anno dopo, avrebbero costituito i quadri dirigenti del partito.

A Trieste la costituzione del partito aveva incontrato non poche difficoltà, mentre nelle province di Udine e di Gorizia i primi nuclei erano sorti fin dagli inizi del 1947.

Come riconobbe anni dopo La Rivolta Ideale: “In nessuna città d’Italia come a Trieste si sentiva la necessità della costituzione di un centro del MSI e in nessun’altra più difficile era la sua realizzazione per la esasperazione dei sentimenti e la tesissima atmosfera che grava su questa martoriata città. I partiti hanno scarso seguito fra la cittadinanza” – continua l’articolista Italo Conti – “perché essa sente che le divergenze delle vedute sociali e politiche devono essere sorpassate in caso di inconciliabilità dall’imperativo più grave ed urgente, la difesa dell’italianità di Trieste”, mentre le forze politiche italiane “si perdevano in sterili e faziose polemiche sul fascismo e l’antifascismo, monarchia e repubblica” e la popolazione, sempre secondo l’articolista, reclamava “un più intelligente indirizzo politico che, al di sopra dei partiti, mirasse alla Patria”.

Fin dall’inizio il MSI si presenta come l’unica forza capace di superare le “fazioni” e i “partiti” in nome del superiore ideale della “nazione”. I suoi membri – riporta La Rivolta Ideale – rifiutano la definizione di “nostalgici” del ventennio: tutt’al più rimaneva in loro la nostalgia nei confronti di “Zara, Fiume e Pola”, o “della passata grandezza della nazione”.

20 marzo 1948

Durante un incontro a Torino tra Bidault e De Gasperi per la definizione di un trattato doganale il ministro francese presenta una Dichiarazione con la quale gli alleati occidentali si dichiarano favorevoli alla restituzione del TLT all’Italia e intenzionati ad appoggiare in sede internazionale questa proposta: “I governi americano, britannico e francese hanno proposto ai governi sovietico ed italiano di accordarsi con essi su un protocollo aggiuntivo al Trattato di pace con l’Italia, che porterebbe nuovamente il Territorio Libero di Trieste sotto la sovranità italiana”.

I tre governi occidentali erano pervenuti a tale conclusione sia per l'impossibilità di giungere alla nomina del governatore, sia perché avevano ormai ricevuto “abbondanti elementi probatori” che la zona jugoslava era stata completamente trasformata nel suo carattere e virtualmente incorporata nella Jugoslavia con modi e strumenti che non rispettavano affatto “il desiderio espresso dalle potenze di dare lo “status” indipendente e democratico”.

Solo con l'annessione all'Italia quelle terre avrebbero potuto godere di una effettiva libertà, anche perché “Trieste, la quale ha una popolazione eminentemente italiana, doveva rimanere italiana”.

Sulla base di queste considerazioni, concludeva la “Dichiarazione” “I governi americano, britannico e francese hanno in conseguenza deciso di raccomandare che il Territorio Libero di Trieste sia posto di nuovo sotto la sovranità italiana, ciò che appare la soluzione migliore se si vuol tener conto delle aspirazioni democratiche della popolazione e della necessità di restaurare la pace e la stabilità in quella regione. Avendo il Consiglio di sicurezza assunto la responsabilità del mantenimento dell’indipendenza e dell’integrità del Territorio di Trieste, i governi americano, britannico e francese sottoporranno all’approvazione del Consiglio stesso le sistemazioni da raggiungere di comune accordo”.

La decisione dei governi occidentali ebbe un'influenza notevole sulla scena politica italiana, perché si inserì nell'atmosfera rovente della campagna elettorale per le elezioni politiche del 18 aprile con lo scopo evidente di favorire il blocco di forze anticomuniste.

La Dichiarazione venne infatti subito interpretata in questa chiave da numerosi e influenti ambienti politici internazionali: la sinistra francese – e l’Humanité in prima fila – sottolineò strettamente il legame con la data fatidica del 18 aprile e così anche il governo sovietico, che attraverso Radio Mosca accompagnò la notizia con questo commento: “Lo scopo più importante della Dichiarazione anglo-franco-americana è quello di influenzare gli elettori italiani nelle elezioni parlamentari dell’aprile così da indurli a votare per il partito reazionario, che rappresenta una agenzia degli Stati Uniti”.

Anche Anthony Eden riconobbe nelle sue memorie che la Dichiarazione tripartita non poteva avere una grande importanza pratica in quanto prevedeva esplicitamente l’accordo con l’Unione Sovietica e questo accordo, a quell’epoca, era del tutto impensabile: tutt’al più la Nota poteva assumere il valore di una raccomandazione che entrambe le parti avrebbero dovuto avere presente.

Da parte del governo italiano, invece, tutte queste interpretazioni vennero recisamente negate e la Dichiarazione fu interpretata come la sincera manifestazione della volontà degli alleati occidentali; anzi, averla ottenuta venne considerato come “il più brillante successo diplomatico di questo dopoguerra”, sia per le assicurazioni di un costante impegno dei tre alleati a favore delle rivendicazioni italiane sul TLT, sia per le garanzie di mantenimento dello status quo offerte finché fossero maturi i tempi per intavolare un negoziato diretto tra Roma e Belgrado.

Negli anni successivi il richiamo puntuale alla Dichiarazione tripartita sarebbe divenuto una costante della diplomazia italiana, un punto fermo di non ritorno. 2)

Approfittando dei nuovi spiragli aperti, il governo italiano si affrettò a chiedere ufficialmente che la parte settentrionale del TLT fosse fin da allora rappresentata dall’Italia in seno all’Organization for European Economic Cooperation (OEEC), l’organo cui spettava di coordinare l’attività dell’“European Recovery Program” (più noto come Piano Marshall) in Europa occidentale.

Analogamente entusiasti furono i commenti della stampa “italiana” a Trieste: mentre la Voce Libera intitolava il suo fondo “Trieste e l’Istria attendono il ritorno dell’Italia”, il Giornale di Trieste salutava il “passo storico delle tre potenze occidentali” che avrebbe garantito la restituzione di Trieste e del TLT all’Italia.

I comunisti, invece, la denunciarono come un semplice espediente propagandistico delle potenze occidentali, che si rifiutavano di eleggere il governatore del TLT per continuare a controllare la città e trasformarla in una base navale e militare: venne pertanto avanzata la richiesta della nomina del governatore entro il più breve tempo possibile e nel pieno rispetto del Trattato di pace.

Dello stesso segno, com’era prevedibile, furono le reazioni della Jugoslavia. Nella Nota, rileva Duroselle, “tutto sembrava calcolato per irritare la Jugoslavia”: non solo la Dichiarazione non era stata estesa al governo di Belgrado, come se tutta la questione non la riguardasse, ma per di più alla Jugoslavia si imputava di aver reso impossibile l’applicazione del Trattato di pace con la sua politica tesa ad incorporare la Zona B al suo territorio.

Il ministro jugoslavo Stanoje Simic rifiutò con forza il documento, considerato come un semplice espediente elettorale, e in una nota ufficiale di protesta ricordò che erano stati i governi alleati gli unici responsabili sia della creazione del TLT, sempre avversata da Belgrado, sia di aver fatto tutto il possibile per impedire un “accordo diretto tra l’Italia e la Jugoslavia”, proprio nel momento in cui “la possibilità di un tale accordo era chiaramente apparsa”. Nel contempo Simic dichiarò che dare il via a contatti diretti tra i due governi era il modo migliore per arrivare a “buone relazioni di vicinato”.

Il giorno dopo il ministro degli Esteri italiano Sforza rifiutò l’invito: si era in campagna elettorale e per il governo italiano era essenziale trarre tutti i benefici possibili dalla Nota tripartita.

18 aprile 1948

I risultati delle elezioni, che vedono la sconfitta dei partiti di sinistra e la conquista della maggioranza assoluta da parte della DC, permettono al partito di De Gasperi di allearsi stabilmente con i partiti di centro – liberali, repubblicani, socialdemocratici – imprimendo quella svolta moderata alla politica italiana che era negli auspici degli americani e degli inglesi.

La Dichiarazione tripartita ebbe indubbiamente un suo peso nell’orientare verso la DC e i suoi alleati un numero sensibile dei voti, ma non va dimenticato che ben altre pressioni furono fatte dal governo americano in quel frangente: basta ricordare, ad esempio, che il giorno stesso della Dichiarazione George Marshall aveva ammonito che in caso di vittoria dei comunisti tutti gli aiuti all’Italia sarebbero stati sospesi!

In ogni modo va rilevato – come sottolinea lo stesso de Castro – che dopo il 28 giugno 1948, data della cacciata di Tito dal Cominform, la Dichiarazione non venne più emessa!

maggio 1948

Nella sua relazione al Consiglio di sicurezza il generale Airey, comandante della zona occidentale del Territorio Libero, sottolinea ancora una volta il drammatico peggioramento delle condizioni in cui versa la città, la cui vita economica “poteva essere mantenuta unita all'Italia soltanto a mezzo di una specie di respirazione artificiale”.

Già prima del varo del Piano Marshall, le autorità angloamericane avevano insistito sulla necessità di una svolta razionalizzatrice ed efficientista nella politica economica del GMA: si trattava ai loro occhi di abolire una volta per tutte il diffuso assistenzialismo, i prezzi “politici” nel settore dei servizi e quel tradizionale rigonfiamento del pubblico impiego che aveva determinato il cronico deficit dell’apparato burocratico ereditato dallo stato italiano.

In quest’ottica vengono ora avviate a fine mese le iniziative volte a fare della Zona A del TLT un “participating Country” dell’ERP e si gettano le basi per il rilancio del settore cantieristico, che è destinato a ricoprire un ruolo centrale e preminente nella ricostruzione: “Il GMA infatti chiarisce” – scrive Cristiana Colummi – “che il programma di risanamento economico prevede innanzitutto la ricostruzione della flotta mercantile di Trieste e la concessione di prestiti per investimenti industriali, all’interno dei quali la flotta destinata ai cantieri è amplissima. […] Oltre a questi finanziamenti i CRDA possono usufruire dal 1949 della legge italiana, che anche il GMA ha reso operante nel territorio, in favore dell’armamento e dell’industria navale. I CRDA vengono quindi di fatto a trovarsi in una situazione particolare e certamente privilegiata rispetto agli altri cantieri italiani. […] Diventa superfluo a questo punto sottolineare che nel piano ERP per la ricostruzione della flotta mercantile, i CRDA ottengono la quasi totalità dei finanziamenti, lasciando ai cantieri minori una quota di fondi del tutto irrilevante”.

La decisione e la fermezza con le quali il nuovo responsabile dell’economia e delle finanze del GMA, Ivan White, cerca di restituire ad una forma di libero mercato l’economia locale non manca di suscitare immediate reazioni di “autodifesa” tra gli amministratori locali e gli ambienti italiani, timorosi di perdere quel po’ di autonomia decisionale che avevano ancora e soprattutto di veder annullate quelle forme tradizionali di protezionismo cui erano da tanto tempo abituati.

In questo periodo non mancano nella stampa italiana denunce contro i responsabili del risorgente fascismo a Trieste. L’8 maggio il giornale repubblicano l’Emancipazione denuncia con forza il problema davanti all’opinione pubblica: “Uno degli aspetti deteriori del problema politico triestino è quello del ritorno degli uomini e dei gruppi camorristici che nel passato controllarono tutti i gangli della vita economica, sociale e amministrativa cittadina. È un ritorno a suon di grancassa. Dopo il periodo della preparazione silenziosa e delle manovre di corridoio è giunto il momento della propaganda aperta, impudica, strafottente. Gli uomini che nel passato rappresentarono il malgoverno dominante o peggio il collaborazionismo ufficiale, riappaiono alla ribalta pubblica triestina sotto la veste delle vittime, dei sacrificati, degli incompresi […]. Legati per la vita e per la morte ai gruppi della grossa borghesia capitalistica di cui hanno sempre servito gli interessi, e perciò privi di quell’autonomia spirituale che sorregge, che guida le azioni, i pensieri, gli atteggiamenti degli uomini liberi, ritornano con un compito preciso: quello di rivalutare la mistica del servilismo e di rinvigorire le forze retrive e conservatrici locali, aiutandole a riconquistare il terreno momentaneamente perduto”.

Mesi dopo la denuncia continua: “E vi è poi la colpa dei fascisti recidivi, degli anziani che, non contenti del loro passato squadrismo, hanno continuato ad agire con i nazisti per l’oppressione del proprio paese, e ora, sempre fermi nel loro patriottismo a rovescio, accendono di furori nazionalisti e di malinteso arditismo quei settori della gioventù che per legami di parentela o per mala tendenza si prestano ad essere a loro soggetti. Dalle mani di questi anziani scivolano aiuti e sovvenzioni in danaro, la cui provenienza non sarebbe forse difficile scoprire in quegli elementi che hanno interesse ad arrestare il progresso civile e sociale della città e del Paese, che per servire i propri interessi non hanno scrupolo di creare e di mantenere in mezzo alla gioventù un nucleo di malavita organizzata e retribuita”.

giugno 1948

La rottura di Tito con Mosca muta radicalmente lo scenario nel centro-Europa: il Cominform – l'Ufficio di informazione tra i partiti comunisti (UI) che si era costituito su spinta di Stalin nel settembre del 1947 per coordinare l'attività dei più importanti Partiti comunisti europei – dichiara il Partito comunista jugoslavo “fuori dalla famiglia dei fraterni Partiti comunisti, fuori dal fronte comunista e fuori dal Cominform” e sanziona l'isolamento totale di Belgrado.

Viene così a mancare l'appoggio che tradizionalmente la politica sovietica aveva dato alle rivendicazioni nazionali jugoslave.

A Trieste lo “scisma” di Tito ha immediate conseguenze negli ambienti comunisti. Nella riunione del 3 – 4 luglio, il Comitato esecutivo del Partito comunista del Territorio Libero si spacca in due tronconi: da una parte i “cominformisti” – la cui mozione raggiunge la maggioranza: 6 voti su dieci – dall’altra i “titoisti” (o “titini”). Dai nomi dei loro leader i “vidaliani”, che approvano la mozione dell’Ufficio Informazioni, e i “babiciani”, seguaci di Branko Babic. Poco dopo si arriverà alla spaccatura e i due Partiti comunisti saranno divisi da una rivalità drammatica, spesso violenta. 3)

“Fu” – commenta Apih – “anche la fine della prevalenza del comunismo sloveno nell'opposizione, […] nonché l'avvio di un vero e proprio processo di rifondazione del comunismo triestino, che ritornava nel tradizionale alveo internazionalista […] e, con una recisa opposizione all'impostazione nazionale dei comunisti sloveni, si apriva la strada al riconoscimento di un ruolo nella società cittadina, al superamento della spaccatura che aveva aperto nel 1945”.

A livello internazionale, invece, la rottura di Tito con Stalin e con il Cominform non ebbe conseguenze immediate, sia perché le diplomazie europee non erano sicure della capacità di mantenere il controllo del partito dopo la condanna di Mosca, sia perché da vari ambienti – soprattutto dai circoli degli immigrati jugoslavi, particolarmente numerosi negli USA – si sospettò che tutto l'episodio fosse soltanto un tranello, una astuta manovra per dar vita, con l'apparente defezione di Tito, ad un insidioso cavallo di Troia comunista.

Anche la stampa italiana, soprattutto quella legata agli ambienti moderati e conservatori, dedicò ampio spazio a questa interpretazione. Per questi motivi solo nella seconda metà del 1949 le potenze occidentali riconobbero ufficialmente la realtà e la portata politica della rottura di Tito con Mosca, nonché la stabilità del suo potere in Jugoslavia.

21 – 23 agosto 1948

Il Congresso straordinario del PC del Territorio Libero di Trieste sancisce la vittoria della linea cominformista – con una certa enfasi il leader comunista Sema parla di “trionfo praticamente totale” – sia in campo italiano, che, in misura inferiore, in campo sloveno. È anche la vittoria di Vidali, che, nella parte conclusiva della sua relazione politico-organizzativa, parla di una “crisi di crescita”: “Da tempo era chiaro per parecchi di noi che in molti aspetti la linea del Partito era sbagliata, che i metodi di direzione erano falsi e che nel nostro Partito esisteva quella situazione che la Risoluzione dell’UI denunciava come esistente nel Partito comunista jugoslavo. […] Sia benvenuta la risoluzione dell’UI che ci ha permesso di vedere i nostri errori e che ci indica il cammino per correggerli; essa ha aperto in forma ampia e profonda la crisi che ha scosso in forma salutare il nostro partito e il movimento democratico in tutto il suo complesso; è questa una crisi di crescita dalla quale il nostro partito ed il movimento democratico usciranno più forti, capaci ed efficienti”.

I “vidaliani” cominciano a riconoscere anche gli errori compiuti dai comunisti nei confronti del movimento sindacale, in particolar modo nella mancata opposizione allo “avventurismo” e all’uso politico e strumentale che da anni si era fatto, all’interno dei Sindacati unici, dell’arma dello sciopero. 4)

L’intervento di Alessandro Destradi è al riguardo molto significativo: “Un organismo sindacale deve respirare con i propri polmoni nel senso che, salva la linea classista, deve applicare una tattica corrispondente a quelle che sono le situazioni di fatto, una tattica propria del sindacato che imposti i problemi politici in modo che siano completamente assimilati in maniera che dubbi ed incertezze di sorta non abbiano a sussistere […]. I comunisti nel sindacato devono essere quelli che guidano le masse in maniera veramente cosciente, essi devono guadagnare la fiducia dei lavoratori. Essi dovranno saper applicare una sana politica sindacale che non sarà esclusivamente una politica di partito, anche se in molti aspetti il Partito comunista ha nel suo programma gli stessi punti del sindacato. Risanando il sindacato esso potrà allargare la sua sfera di influenza. Gli errori del passato non devono essere nascosti, ma liberamente esposti alle masse che sapranno comprendere che chi lavora sbaglia sempreché sia pronto poi a riconoscere i propri errori e impegnarsi a non ripeterli; così le masse riacquisteranno fiducia nei dirigenti, saranno le masse stesse che condanneranno coloro che tradiscono coscientemente la causa della classe lavoratrice triestina e internazionale”.

In realtà non erano lontani i tempi in cui dirigenti comunisti del sindacato come Ernesto Radich e Mario Ubaldini erano stati accusati – tra la fine del 1946 e gli inizi del 1947 – di “deviazioni ideologiche” e di “opportunismo” perché avevano criticato la linea dei SU, troppo subalterna alle scelte politiche del partito al punto di trascurare la difesa degli interessi reali dei lavoratori!

Il linguaggio diplomatico di Destradi, nonché la sua retorica, così caratteristica dei Congressi comunisti in quegli anni di stalinismo, saranno ben presto sostituiti da una valanga di offese, di ingiurie, di insinuazioni, che drammaticamente segneranno i rapporti tra i due Partiti comunisti: allora epiteti quali “rinnegati”, “carogne”, “pantigane”, “assassini”, “servi”, “trotzkisti”, nonché l’onnipresente “fascista”, si sprecheranno.

Nella comunità slovena che non si riconosceva né nei “cominformisti” né nei “titini”, la “spaccatura” fu interpretata come l’esito drammatico di una lunga vicenda che trovava le sue radici nella storia passata dei contrasti nazionali triestini. Così ricorda quei giorni Boris Race, dirigente della Unione culturale economica slovena (Slovenska kulturno gospodarska zveza, SKGZ): “Il fanatismo oscurò la vista, tappò le orecchie ed annebbiò i ricordi. Mentre il contrasto tra i partiti comunisti sovietico e jugoslavo riguardava i rapporti che dovevano intercorrere tra l’Unione Sovietica e gli stati socialisti di nuova formazione – e tra questi la Jugoslavia rappresentava il primo esempio di paese che seppe da solo conquistarsi la rivoluzione – a Trieste ed a Gorizia ma anche altrove, vennero votate mozioni contro il PC jugoslavo secondo i dettami della risoluzione del Cominform. Per una parte dei dirigenti del PC del Territorio libero di Trieste il tutto assunse la forma di direttive ricevute da imporre. Si è trattato di una corrente già preesistente e che attese questo momento, il più opportuno, per assumere la guida del partito. Tale corrente già organizzata agì immediatamente e proseguì con la forza la sua azione fino a prevalere sulle altre. Questa frattura assunse a Trieste forme tragiche ed indescrivibili le quali dimostrarono che non si era trattato solamente di un contrasto ideologico e politico ma anche della lotta per il controllo del partito con scopi di vendetta. Significativo è il fatto che a sostegno della politica del Cominform si schierò quasi l’intera parte italiana del movimento popolare. Questa spaccatura affondava dunque le sue radici nella storia passata dei contrasti nazionali triestini”.

Anche al di là del piano immediatamente politico, la rottura tra Tito e Stalin ebbe per la comunità slovena triestina conseguenze che Nadja Maganja non esita a definire “gravissime”: “Per quanto riguarda la vita culturale, possiamo citare un altro scritto recente: “Alla maggior parte delle associazioni della SHPZ venne reso impossibile operare nelle loro sede legali, venivano chiuse le porte delle sale allo Slovensko narodno gledalisce (Teatro nazionale sloveno), mentre anche l’amministrazione angloamericana le chiudeva in città, l’iscrizione degli alunni nelle scuole slovene calò sensibilmente a causa di un’interpretazione menzognera dell’internazionalismo”; 5) gli anni 1948-1949 possono venir veramente indicati come l’epoca più tragica per la vita culturale popolare slovena nel triestino dopo il periodo oscuro del fascismo”.

ottobre – dicembre 1948

L'abbandono del progetto di costituzione del TLT induce il governo italiano ad intensificare la propria presenza economica nella Zona A attraverso un programma articolato di accordi economico-finanziari che ha lo scopo di rendere la Zona A parte integrante dell'economia italiana sotto il controllo più o meno diretto del governo di Roma.

Con gli accordi del 16 aprile il ministero del Commercio estero italiano aveva già assunto di fatto il controllo di tutti gli scambi internazionali della Zona A, grazie al riconoscimento del diritto di concedere le licenze: il ministero italiano poteva infatti controllare in questo modo tutti i pagamenti da e verso la Zona A. Ora, un nuovo passo in avanti nel processo di integrazione si realizza con la creazione di una commissione mista con sede a Roma che ha il compito di discutere periodicamente tutti i problemi economici di interesse comune, nonché di coordinare gli aiuti dell’ERP.

Di fronte all’intensificarsi degli accordi tra Roma e gli alleati occidentali il governo di Belgrado ribadisce la sua opposizione inviando il 24 ottobre 1948 un memorandum al Consiglio di sicurezza dell’ONU. Secondo gli jugoslavi il GMA aveva violato ripetutamente il paragrafo 4 dello statuto permanente del TLT – “L'unione economica o vincoli di carattere esclusivo con qualsiasi stato sono incompatibili con lo statuto del Territorio Libero” – stipulando una unione doganale e commerciale con l’Italia. Per di più al GMA viene imputata la violazione del paragrafo 1 dell’Allegato X del Trattato di pace non avendo ancora assunto il controllo dei beni statali e parastatali che esistevano nella Zona A. 6)

Grazie all’appoggio delle potenze alleate il governo di Roma poté continuare nella sua strategia tesa a legare sempre più strettamente la città agli interessi nazionali.

Lo strumento principale con il quale Roma tradusse in pratica questa politica furono i finanziamenti concessi all'IRI, che a Trieste controllava la grande industria detenendo la maggioranza delle azioni dei Cantieri Riuniti dell'Adriatico, del cantiere San Marco, del cantiere San Rocco, dell'Impresa meccanica Sant'Andrea, dell'OMSA, nonché delle grandi Compagnie di navigazione quali il Lloyd Triestino, e delle principali società marittime, come la Società Tirrenia e la Società Adriatica.

Per di più la presenza dell’IRI era decisiva anche nel settore bancario, grazie alla amministrazione diretta delle filiali della Banca d’Italia, della Banca Commerciale Italiana, del Banco di Roma e del Credito italiano: “In breve” – commenta Novak – “quasi tutti i settori importanti della vita economica di Trieste erano, in un modo o nell’altro, controllati dalle istituzioni parastatali dell’IRI”.

Nella seconda metà del 1948 l'ammontare dei finanziamenti italiani superò i tre miliardi di lire, cifra alla quale si aggiunsero i notevoli fondi previsti dall'ERP.

7 ottobre 1948

Per il governo De Gasperi la strategia dell’“attenzione” nei confronti della situazione economica del TLT non va disgiunta da un intervento mirato nello scontro politico in atto nella città. In previsione delle elezioni amministrative, che dovevano svolgersi l’anno successivo, l’Ufficio per le Zone di confine presso la Presidenza del Consiglio elabora un ampio documento che fa il punto sulla “questione triestina” sia sul piano nazionale che su quello dei rapporti internazionali ad un anno di distanza dalla firma del Trattato di pace. 7)

Il documento sottolinea con forza che: “Le elezioni amministrative a Trieste costituiscono un punto essenziale nello sviluppo, sul piano internazionale, della questione triestina. Si voglia o no, esse assumeranno il significato di plebiscito: per il ritorno o contro il ritorno del Territorio Libero di Trieste all’Italia. È necessario vincerle con un’alta percentuale di suffragi. Una brillante affermazione costituirà un elemento di grande importanza nel nostro gioco e ci consentirà di migliorare le nostre posizioni nei confronti degli stessi alleati. Al contrario, un nostro insuccesso comprometterebbe le posizioni finora assicurate e renderebbe vani gli ingenti sacrifici morali e finanziari sostenuti in questi ultimi anni. Occorre prendere le opportune intese con gli alleati affinché le elezioni si svolgano nel momento e nel modo a noi più favorevoli. Sul piano locale, occorre predisporre tutti i mezzi – non ultimi quelli finanziari – atti ad assicurare l’auspicata vittoria”.

Un primo “favore” era già stato fatto da poco dagli alleati con l’Ordine n. 345, che definiva le norme per la compilazione delle liste elettorali. Infatti, contrariamente a quanto previsto per analogia da una norma del Trattato di pace con l’Italia, l’ordine GMA attribuiva il diritto di voto ai cittadini iscritti nei registri dei residenti alla data del 15 settembre 1947 (e non alla data del 1940). Il “favore” era riconosciuto dallo stesso documento che sottolinea come la formula accolta “consentirà l’esercizio del voto anche agli italiani affluiti successivamente al 1940 e in particolare ad alcune migliaia di profughi, tutti di sicuri sentimenti italiani”.

Segno della grande attenzione con cui il governo di De Gasperi seguiva da vicino la questione è anche il rammarico per il fatto che i partiti aderenti alla “Giunta d’Intesa dei partiti politici italiani”, che si era costituita due anni prima, sembravano intenzionati a prepararsi allo scontro divisi in tre blocchi: una destra con i liberali e i “qualunquisti”, un centro con la Democrazia cristiana e una sinistra rappresentata dai socialisti, dagli azionisti e dai repubblicani.

Il timore che ciò potesse aiutare i partiti “filojugoslavi” indusse l’Ufficio a richiedere a De Gasperi di intervenire con una scelta precisa: lasciare che ciascun partito si presentasse da solo oppure affidare la direzione della campagna elettorale alla Giunta d’Intesa o ad un organismo al di fuori dei partiti, quale, ad esempio, la Lega Nazionale.

1949

Agli inizi dell’anno dall’ambasciata americana a Belgrado giungono nuovi segnali sulla portata reale della rottura tra Stalin e Tito. L’ambasciatore Cavendish Cannon, denunciando i precedenti “fraintendimenti” del Dipartimento di Stato e del servizio diplomatico, nega decisamente che la disputa tra Belgrado e Mosca sia un semplice “stratagemma adoperato a fini tortuosi dagli imperscrutabili sovietici”.

Ormai la frattura era insanabile e rimanevano due sole possibilità: “Tito o uno strumento nelle mani dell’URSS”. Era quindi interesse della politica americana sostenere economicamente la Jugoslavia senza interferire nel suo sistema interno e senza chiedere in termini brevi contropartite politiche.

Fu questa la linea che si impose nei mesi successivi e che incontrò anche l’appoggio del governo di Londra: “mantenere a galla Tito” e attendere cautamente l’evolversi della situazione. Come sottolinea Valdevit: “Se nel dicembre 1948 si riteneva che la Jugoslavia avrebbe attaccato Trieste nel caso di ostilità fra Stati Uniti ed Unione Sovietica, nel luglio successivo era dominante un’ipotesi di neutralità e nel novembre 1949 si prevedeva infine che la Jugoslavia avrebbe combattuto piuttosto che assicurare libertà di transito alle truppe sovietiche”.

giugno 1949

La nuova situazione sociale e politica in cui si trovava la città a poco più di un anno di distanza dalla Nota tripartita è fedelmente rispecchiata dai risultati delle prime elezioni amministrative tenute nella Zona A, nonché dai toni stessi della campagna elettorale che le aveva precedute. È già significativo il fatto che fino a quel momento il GMA aveva sempre rifiutato le reiterate richieste del governo di Belgrado e del Partito comunista di far svolgere le elezioni comunali, per timore che i Partiti “italiani” potessero uscire sconfitti dall'opposizione comunista: la rottura tra i due tronconi del movimento comunista triestino aveva aperto le porte alla consultazione, facendo superare gli ultimi dubbi.

Che il significato delle elezioni andasse ben al di là del campo amministrativo era un fatto ormai chiaro a tutti: la posta in gioco era senza dubbio di portata internazionale ed il governo italiano le aveva infatti “programmate” in questa direzione già dall’anno prima.

Nei mesi immediatamente precedenti il problema delle alleanze tra i partiti “italiani” era stato uno dei temi centrali della lunga e tormentata campagna elettorale: mentre il MSI aveva proposto fin dall’inizio una lista unica di tutte le “forze nazionali italiane”, i partiti aderenti alla Giunta, in particolar modo i socialisti, si erano mostrati contrari a questa soluzione. 8)

Prevalse alla fine la scelta di presentare liste separate. Solo gruppi minori si presentarono uniti: da una parte il Blocco Italiano, formato dai monarchici e dai “qualunquisti”, dall’altra la Lista nazionale slovena (Slovenska narodna lista), formata dai liberali della Unione democratica slovena (Slovenska demokratska zveza, SDZ) e dai cattolici della Unione cristiano-sociale slovena (Slovenska krscansko-socialna zveza).

La campagna elettorale si svolse in un’atmosfera tesa e spesso violenta, segno delle profonde lacerazioni che dividevano la città 9): i partiti aderenti alla Giunta d’Intesa poterono godere dell’appoggio del governo di Roma – la Giunta era stata scelta ormai quale “tramite normale in tutte le iniziative da attuarsi per la città giuliana” – e in particolare dell’onorevole Giulio Andreotti, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Parlarono a Trieste il ministro della Difesa Randolfo Pacciardi e il ministro dei Lavori pubblici Umberto Tupini. A sostegno del partito di Vidali vennero il sindaco di Bologna Giuseppe Dozza e il presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini.

Lo stesso De Gasperi intervenne nella campagna elettorale con il comizio conclusivo in piazza dell’Unità: alla presenza di un gran numero di cittadini – “Cento o centocinquantamila? Ciascuno ha la sua cifra”, scrive Corrado Belci – il capo del governo italiano dichiarò esplicitamente che il suo governo si attendeva la restituzione all'Italia di tutto il Territorio Libero dal Timavo al Quarnaro. Egli stesso aveva spiegato agli americani che gli alleati avrebbero avuto maggior interesse ad aiutare l'Italia che la Jugoslavia ed aveva spiegato loro l’importanza che la città aveva per l’Italia tutta: “Quando mi si chiedeva in America che cosa avrei potuto citare come paragone per importanza, per la qualità nevralgica della questione di Trieste, io rispondevo: Voi americani, quando c’è stato l’attacco di Pearl Harbour siete saltati tutti ed avete proclamato la guerra, perché questa vi pareva un’offesa per la vostra dignità e per la vostra libertà. Questo è per noi Trieste”.

Anche la stampa cittadina partecipò in prima linea allo scontro elettorale. La DC ebbe l’appoggio decisivo non solo della stampa cattolica, ma anche del Messaggero Veneto e del Giornale di Trieste, che era in sostanza il vecchio Piccolo e che aveva mantenuto tutti i toni tradizionali dell'anticomunismo e della polemica antislava che lo avevano caratterizzato prima del 1943. 10)

Sull’altro versante il Partito comunista “vidaliano” trovò nel Lavoratore e nel Delo – fondato dopo la rottura tra Stalin e Tito come periodico degli sloveni “cominformisti” – fedeli alleati e poté godere degli aiuti del Partito comunista italiano, mentre il gruppo di Babic, compattamente sloveno, trovò l’appoggio del governo di Belgrado, che finanziava l’organo del Fronte popolare italo-sloveno, il Primorski dnevnik (Quotidiano del Litorale).

Negli ambienti vicini alla Giunta d’Intesa si sosteneva – ed era una affermazione usata immediatamente in chiave polemica – che anche il Fronte per l’indipendenza del Libero Stato giuliano fosse ampiamente sovvenzionato dal governo jugoslavo.

Una voce isolata nella campagna elettorale, che aveva assunto toni sempre più accesi e manichei, fu rappresentata dal giornale Il Corriere di Trieste, fondato nel 1945 ed ispirato ad ideali di una “democrazia popolare progressista”: favorevole ad una pacifica convivenza tra popoli di lingua e cultura diverse e vicino alle istanze della classe lavoratrice, fu diretto per un periodo dallo scrittore Carolus L. Cergolj. Vi collaborarono numerosi intellettuali, tra i quali spiccavano Bruno Cerne e Fabio Cusin. Per la sua coraggiosa battaglia contro ogni forma di nazionalismo, il giornale fu attaccato volta a volta come filoindipendentista, quinta colonna del GMA, filoslavo.

A Trieste gli iscritti alle liste elettorali risultarono essere 197.266, mentre negli altri Comuni della Zona A (Muggia, San Dorligo della Valle, Duino-Aurisina, Sgonico, Monrupino) il numero degli iscritti raggiunse la cifra di 15.392

COMUNE DI TRIESTE

PARTITO VOTI % SEGG
Democrazia cristiana 65.627 39,04 25
Partito comunista del TLT (Cominformisti) 35.548 21,14 13
Fronte dell'indipendenza 11.476 6,83 4
Partito socialista della Venezia Giulia 10.747 6,39 4
Movimento sociale italiano 10.171 6,05 4
Partito repubblicano italiano (repubbl. e azionisti) 9.081 5,41 3
Blocco italiano (qualunquisti e monarchici) 8.252 4,91 3
Blocco di Trieste 4.860 2,89 1
Fronte popolare italo-sloveno (titini) 3.957 2,35 1
Partito liberale italiano 3.094 1,84 1
Lista nazionale slovena 11) 3.004 1,79 1
Movimento repubblicano italiano 2.291 1,36 0

I comuni rurali, tutti, tranne Muggia, a netta maggioranza slovena, votarono compattamente per i gruppi sloveni e per i comunisti “cominformisti”. È significativo notare che anche in questi comuni i “cominformisti” – che si erano espressi a favore del TLT e della nomina del governatore – raccolsero un numero di voti molto maggiore di quello ottenuto dai “titini”: 8.039 contro 1.387.

Quanto al problema principale, l'indipendenza di Trieste, i voti favorevoli alla restituzione di Trieste all'Italia raggiunsero in tutto il territorio il 62%, – il 65% in città –, ma ci fu chi rilevò polemicamente che soltanto poco più della metà dei votanti a Trieste era costituita da “nativi” (95.001 su 168.108).

Globalmente i rappresentanti della destra e i neofascisti ottennero più di 18.000 voti. Avevano presentato due liste, quella del Blocco italiano, costituito da monarchici e “qualunquisti”, così denominati dal titolo del loro giornale L’Uomo Qualunque, e quella del MSI.

Un peso sensibile ebbe il voto degli istriani, che su un totale di 270.000 abitanti ammontavano a circa 30.000: nel “Campo profughi”, dove avevano ottenuto una prima forma di accoglimento, il voto per la DC fu massiccio, ma molti voti furono anche attribuiti al MSI.

In sintesi si può osservare che i Partiti “italiani” ricalcarono, accentuandolo in chiave nazionalistica, il tema di fondo della propaganda per le elezioni politiche del 18 aprile 1948 dei moderati e dei conservatori: salvare l’Italia e l'occidente dalla minaccia bolscevica.

Dopo i due grandi partiti, la DC e il Partito comunista, si situò il Fronte per l’Indipendenza, che si richiamava alla grande tradizione commerciale e emporiale di Trieste e riteneva possibile rinnovarla solo attraverso una nuova forma di indipendenza politico-imprenditoriale: l’integrazione della Zona A all’Italia avrebbe avuto come effetto indesiderato – e in questa previsione gli “indipendentisti” erano sulle stesse posizioni critiche degli sloveni “autonomi” – il recupero della vecchia legislazione protezionistica di origine fascista che vietava a coloro che non erano cittadini italiani di svolgere una qualsiasi attività economica nella Zona A e nel TLT.

Gli indipendentisti erano anche convinti che solo un piccolo stato binazionale potesse superare definitivamente gli scontri nazionali che da tanto tempo dilaniavano la città. 12)

Rappresentavano – come scrivono Ara e Magris – “una corrente con una sua precisa e autonoma fisionomia nel clima politico-spirituale della Trieste di quel periodo, e non soltanto di esso”. I risultati delle elezioni del 1952 avrebbero dimostrato ampiamente la fondatezza di questa tesi.

luglio 1949

Si insedia la prima giunta – prima di una lunga serie – retta da Gianni Bartoli, dal 1945 uno dei leader della DC di Trieste e dell’Istria. Amico di lunga data del vescovo Santin, anche per la comune origine rovignese, si insedia con un discorso dall’altisonante appello “Dio, Patria, Libertà”.

Alleati della DC nel cosiddetto “centro democratico” sono i liberali, i repubblicani e i socialisti: 13) sono per Trieste, come per l’Italia, gli “anni del centrismo”.

Nella realtà cittadina, la centralità del partito cattolico è indubbiamente un fatto del tutto nuovo, come sottolineano Angelo Ara e Claudio Magris: “La città italiana forse più laica per tradizioni di cultura e per mentalità e costume di vita ha ora nella Democrazia cristiana la forza politica egemone, il partito di gran lunga più consistente. Quella tendenza verso il «guelfismo», che caratterizza la vita politica italiana nell’immediato dopoguerra, trova riscontro anche nella città adriatica. Questo fenomeno, che attende ancora di essere studiato e interpretato in tutti i suoi aspetti, è il segno del superamento – dopo la lunga parentesi della dittatura – di un vecchio clima in cui il cattolicesimo politico e sociale era identificato con una linea austriacante e con gli interessi sloveni, e risente indubbiamente dell’influenza di quanto si stava verificando in quegli anni in Italia e della tendenza ad allinearsi sulle stesse posizioni. La Democrazia cristiana, come maggior partito italiano, viene considerata la più solida garanzia per un’azione a tutela degli interessi triestini. In città è aumentata, già nel periodo tra le due guerre e soprattutto a partire dal ’45 con l’esodo dall’Istria, la popolazione di origine friulana e istriana, proveniente cioè da due zone nelle quali, a differenza di Trieste, la presenza del movimento cristiano-sociale era saldamente radicata. […] Gianni Bartoli, sindaco democristiano della città a partire dal 1949, riesce – svincolandosi anche in un certo senso dalla sua militanza partitica – a diventare un punto di riferimento di larga parte dell’opinione pubblica italiana a Trieste. Ma soprattutto la Democrazia cristiana può realizzare a Trieste un’ampia aggregazione di consensi, perché essa si presenta in primo luogo come un partito italiano, come uno strumento di difesa del carattere nazionale della città, come la forza guida dell’italianità cittadina”. 14)

La DC, come più in generale tutto il movimento cattolico, riuscì a trovare forti appoggi anche nella comunità istriana, come ricorda Fabio Marchetti, figura di spicco nel volontariato cattolico e poi nelle ACLI: “L’esodo dall’Istria e l’arrivo a Trieste dei profughi in numero sempre più rilevante rafforza il cattolicesimo dandogli per la prima volta a Trieste una base di massa e popolare. Quello che i vescovi avevano sempre cercato di avere a Trieste lo ha mons. Santin. C’è questo innesto di cultura istriana, cattolica, popolare e contadina in questa città laica e indifferente. L’attrito tra triestini e istriani non è peraltro di breve durata. La Chiesa triestina guadagna non solo alla DC, ma alla democrazia, un popolo che era stato monarchico, o nostalgico di Franz Joseph, o qualunquista, se non addirittura fascista”.

Indubbiamente in questo periodo non solo la DC, ma anche il più ampio movimento cattolico appare in grado di esercitare una funzione rilevante nella società civile. Ricco è il movimento del laicato che affianca l’opera delle autorità ecclesiastiche: dall’Azione cattolica alle ACLI, la cui fondazione è legata indissolubilmente a don Marzari, già eminente figura dell’antifascismo triestino, all’ASCI. 15)

Queste associazioni, grazie anche agli aiuti finanziari offerti dalla missione cattolica statunitense, agiscono con successo sul terreno ricreativo, assistenziale e del tempo libero penetrando in modo sempre più coinvolgente nel mondo giovanile.

agosto – dicembre 1949

Alla fine di agosto i sovietici fanno scoppiare la loro prima bomba atomica.

“La fine del monopolio nucleare americano” – scrive Valdevit. – “faceva aumentare – così pensavano in molti al Dipartimento di Stato – l’inclinazione sovietica al risk taking e diminuiva parallelamente il vantaggio psicologico che gli europei avevano avvertito in seguito al Piano Marshall e alla costituzione del Patto Atlantico”.

Nello stesso periodo i rapporti tra l'Unione Sovietica e la Jugoslavia diventano sempre più tesi, fino alla rottura definitiva sancita nel mese di settembre, quando l'URSS ed i paesi “satelliti” di Mosca denunciano tutti i trattati di reciproca assistenza e di cooperazione che erano stati stipulati all'indomani del conflitto, isolando completamente il governo di Belgrado. Già mesi prima l’accettazione dei confini austriaci da parte del ministro degli Esteri Andrejevic Viscinskij era stato un segnale inequivocabile della volontà dell’URSS di non sostenere più le rivendicazioni jugoslave sulla Carinzia meridionale.

Solo adesso le potenze occidentali decidono di aiutare Tito; a dicembre il governo degli Stati Uniti fa sapere di essere contrario a qualsiasi aggressione, compresa quella contro la Jugoslavia, e contestualmente il governo di Belgrado comincia ad ottenere sostanziosi aiuti da Londra e da Washington, in forma di crediti e di aperture di nuovi mercati.

Il nuovo scenario internazionale induce gli alleati occidentali a ripensare i termini della annosa questione di Trieste. A partire da questo momento i governi di Washington e di Londra cominciano a ritenere che nel futuro la soluzione più opportuna sarebbe dovuta scaturire da accordi bilaterali tra l'Italia e la Jugoslavia. A settembre, il ministro degli Esteri inglese Bevin, durante i colloqui con il collega americano Acheson, manifestò in modo colorito la sua nuova certezza: “Tito è un mascalzone, ma è il nostro mascalzone!”. 16)

Quando Ales Bebler, delegato jugoslavo all'ONU, discusse con il segretario di stato americano Dean Acheson sulla possibilità di giungere ad una spartizione del Territorio Libero – possibilità che il governo di Belgrado fino ad allora aveva sempre rifiutato decisamente – la risposta fu che una soluzione positiva sarebbe dipesa dal governo italiano: se l'Italia fosse stata d'accordo, gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali avrebbero approvato ben volentieri una soluzione definitiva del problema di Trieste.

I risultati delle elezioni amministrative di giugno a Trieste e il nuovo scenario internazionale avevano ormai convinto il governo di Tito che non era più possibile seguire la vecchia strada; per di più, ora, come scrive Bogdan Novak, “la Jugoslavia aveva buoni motivi per temere che la Russia Sovietica potesse danneggiarla ancora per esempio accettando la proposta tripartita. In tal caso la Jugoslavia avrebbe perso la Zona B”.

4 dicembre 1949

All’apertura dell’anno accademico il rettore Cammarata, alla presenza delle massime autorità cittadine e alleate, espone la sua tesi sulla natura istituzionale del TLT e quindi anche, implicitamente, sulla legittimità del GMA: la mancata elezione del governatore del TLT aveva tolto ogni validità alla sua istituzione e quindi su tutti i territori della Zona A e della Zona B la sovranità italiana non era mai decaduta.

Gli alleati si convinsero che la “tesi Cammarata” 17) era stata persino “ispirata” dal ministero degli Esteri e ciò rinfocolò le polemiche, inducendo il colonnello Bowman a destituire il rettore per “incompetenza amministrativa”. Poco dopo le proteste della popolazione – gli studenti universitari occuparono l’Ateneo – indussero Bowman a ritirare il provvedimento.

1950 – 1954

Agli inizi degli anni Cinquanta la situazione economica della città mostra qualche segno di ripresa, soprattutto grazie ai massicci crediti dell'IRI ed agli aiuti del Piano Marshall, di cui la città aveva avuto il diritto di valersi a partire dall'ottobre del 1948.

Questi aiuti, oltre a por fine alla tradizionale carenza di consumi, fatto comune per i triestini durante la guerra e gli anni postbellici, incidono anche sensibilmente sulla ripresa degli scambi commerciali attraverso il porto; già nel 1949 le importazioni e le esportazioni via mare ammontavano a 3.482.490 tonnellate, superando di 32.761 tonnellate il massimo precedentemente raggiunto nel 1913. Nel 1950 il totale delle esportazioni e delle importazioni per mare e per ferrovia raggiunge le 5.933.934 tonnellate, superando sensibilmente le 5.378.674 tonnellate registrate nel 1938, anno record tra le due guerre mondiali. 18)

Anche la produzione industriale, grazie alle attività cantieristiche e all'ampliamento di alcuni grandi complessi, supera nel 1950 i livelli dell'anteguerra: “significativamente” – fa notare il Sapelli – “nel settembre dello stesso anno iniziavano la loro attività il porto industriale della zona di Zaule, già costituita […] nel 1929 e sempre rimasta inattuata nei suoi propositi […] e l'Ente per il porto industriale di Trieste, costituito un anno prima dal Governo militare alleato”.

Il settore della cantieristica, in particolare, vive un periodo di confortante sviluppo grazie soprattutto ai cospicui finanziamenti dell’ERP, che arrivano ai cantieri giuliani sia dalle commesse locali, sia dalle commesse realizzate all’interno del piano di ricostituzione della flotta mercantile e passeggeri italiana che passa sotto il nome di “piano Saragat”.

Alla fine del ’51, dopo cinque anni di bilanci in passivo, i CRDA chiudono l’esercizio con un utile, se pur modesto; nel 1952, dopo un anno ancora in attivo, l’assemblea degli azionisti decide un ulteriore aumento di tre miliardi di lire.

Nello stesso anno la legge varata in Italia a favore dell’industria navale, in particolare del settore delle motocisterne, viene resa operante anche in sede locale per volere delle autorità del GMA e contribuisce decisamente a migliorare il quadro generale. 19)

Questi elementi di ripresa sono però limitati ai settori della grande industria e delle attività portuali, verso i quali venne dirottata gran parte dei contributi e dei prestiti. Secondo i dati presentati nel 1954 dal Comitato delle piccole e medie aziende triestine, scrive Sapelli, “su circa 46 miliardi e 600 milioni erogati dal 1947 al 1952 all'industria triestina sono stati accordati alle industrie maggiori 46 miliardi di lire (pari al 98,70%) e alle piccole industrie 600 milioni (pari allo 1,30%). Nei 46 miliardi sono compresi 13 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto concessi ai grandi complessi industriali”. E di questi finanziamenti le fabbriche dei CRDA (Cantiere S. Marco, cantiere S. Rocco, Arsenale Triestino) fanno la parte del leone!

“L’intero quadro produttivo” – scrive Furio Bednarz – “è condizionato dall’elevato grado di concentrazione delle attività in poche grandi aziende; quattro, cinque aziende chiave dei settori metalmeccanico, siderurgico e petrolchimico, insieme alle poche medie aziende industriali di trasformazione di una certa consistenza (tessile ed alimentare), governano le scelte imprenditoriali. Le grandi imprese con più di 500 addetti, pur rappresentando al 1951 lo 0,2% delle unità locali operanti, raccolgono più del 36% degli occupati nell’industria manifatturiera. La stessa dimensione aziendale media, nonostante il notevole numero di imprese artigianali operanti, supera di gran lunga quella italiana: nove addetti per unità locale contro i cinque registrati a livello nazionale. Mancando il trait d’union costituito dalla media impresa, all’elevato grado di concentrazione della forza lavoro nelle grandi imprese corrisponde un parallelo fenomeno di frazionamento degli occupati nelle aziende di piccole dimensioni: nel 1951 il 25,8% dei lavoratori manifatturieri risultava impiegato in ditte con meno di 10 dipendenti, che rappresentavano quasi il 93% delle unità locali censite. Tale polverizzazione, tipica all’uscita della guerra dei settori maturi quali tessile e alimentare, si riproduce a Trieste anche nel comparto traente della meccanica, determinando un’accentuata dicotomia tra grande industria e microimprese. Queste ultime costituiscono un sottobosco produttivo tanto rilevante dal punto di vista occupazionale quanto però ininfluente negli ambiti decisionali e sostanzialmente trascurato nel dibattito politico-economico sia da parte imprenditoriale che sindacale”.

I settori chiave della grande industria non occupano quindi più del 30% della manodopera industriale complessiva (11.271 unità) – il 70% (25.735 unità) è impiegato in piccole imprese – e basterebbe questo dato per rendersi conto dei limiti di questa “ripresa”: per di più, sul totale generale degli occupati nei vari settori – pari a circa 65.874 unità –, la percentuale di occupazione nella grande industria non supera il 17,5!

Questi dati evidenziano “in nuce” una composizione sociale nuova che era destinata ad accentuarsi nel decennio successivo: in questo periodo, infatti, il settore commerciale, quello artigianale e quello della pubblica amministrazione avrebbero registrato uno sviluppo notevole, ponendo le basi per una trasformazione profonda della fisionomia stessa della città e per la sua “terziarizzazione”.

RIPARTIZIONE DELLA FORZA LAVORO (1951)

SETTORE UNITÀ %
Piccola industria 25.735 39,0%
Commercio 13.451 20,4%
Grande industria 11.271 17,1%
Artigianato 5.012 7,6%
Marittimi 4.504 6,8%
Dipendenti del Comune 3.500 5,3%
Credito e assicurazioni 2.313 3,5%
Agricoltura 88 0,1%
TOTALE 65.874 100%

Per di più grava sulla situazione generale un dato negativo che per lungo tempo avrebbe condizionato lo sviluppo della città: all’alto numero di disoccupati, che nel 1952 raggiunge quasi le 20.000 unità, si somma il numero dei pensionati che nello stesso anno è di circa 25.000 unità.

“A queste caratteristiche va aggiunta” – scrive Sapelli – “la struttura peculiare del credito a Trieste, nei modi della circolazione monetaria e nella sua localizzazione: mentre i depositi bancari continuavano ad essere cospicui – il rapporto tra depositi ed impieghi bancari risultava tra i più alti a livello italiano –, erano invece del tutto insufficienti gli investimenti produttivi. Non si trattava, in sintesi, di depositi economici e finanziari destinati a loro volta a creare ricchezza, ma di depositi «forzati», generati dal ristagno generale. Un ultimo elemento di debolezza, infine, limitò pesantemente le possibilità di una durevole rinascita postbellica e cioè la mancata soluzione dei problemi del traffico ferroviario verso il tradizionale hinterland della città: delle tre fondamentali linee di trasporto su rotaia tra Trieste ed il retroterra – la «Pontebbana», operante dal 1879, la «Südbahn», operante dal 1857, e infine la «Transalpina», che risaliva al 1909 – soltanto una, la «Pontebbana», rimaneva sotto controllo italiano ed era, per di più, a binario unico e con un percorso molto accidentato. Tutte le richieste avanzate dalla Camera di Commercio al governo italiano e all'IRI per risolvere tale problema furono inevase e ciò aggravò un processo di decadimento che in quegli anni poteva ancora essere contrastato: nella sistemazione del complesso della navigazione italiana, il capolinea triestino della FINMARE si trovò così ad essere pesantemente declassato e con esso tutto l'Alto Adriatico. Come ebbe a dire a questo proposito Ugo La Malfa nel 1955: «Un circolo vizioso […] se il traffico non è tale, sempre, da richiamare navi di linea, l'inesistenza o la scarsa efficienza di questi servizi diminuirà la possibilità di traffico»”.

Tutti questi elementi motivano l'analisi critica condotta dall'economista Manlio Resta, che denunciò già nel 1955 la mancanza di un progetto generale di sviluppo che si ponesse delle finalità organiche a tempi lunghi: la ricostruzione risultò pertanto “priva di un piano economico che portasse all'esame della rispondenza di ciascuna impresa […] alla nuova situazione. La regione andava ipotecando la sua attività futura con una organizzazione industriale e commerciale che rispecchiava un passato più che un avvenire”. Roma ripianava il deficit di bilancio e “l'alto tasso di interesse operato dalle banche a Trieste, il sistema di prelievo fiscale antiquato, le alte tariffe, la mancanza di indipendenza del GMA in materia di commercio con l'estero, l'assenza di accordi commerciali tra l'Italia e gli Stati dell'entroterra danubiano, la stessa ostilità italiana alla creazione di nuove imprese a Trieste, capaci di agire in funzione concorrenziale […] venivano progressivamente ad assumere la veste di dati di fatto, e parallelamente si consolidava l'immagine di un'economia destinata ad appoggiarsi su un supporto esterno”.

Si perse così l'aggancio col processo industriale del dopoguerra e il “supporto esterno” divenne sempre più un dato costitutivo della realtà economica triestina: come era già accaduto agli inizi degli anni Trenta, i gruppi dirigenti dell'economia locale invocarono la “supplenza governativa” e Trieste continuò ad essere una città “assistita”.

Uno sviluppo con qualche luce e parecchie ombre, quindi, e quando, a partire dal 1953, cominciarono a verificarsi forti tensioni sul mercato del lavoro e la disoccupazione superò il 15%, problemi sociali e tensioni politiche crearono una miscela esplosiva.

1950

A partire dal 1948 la soluzione del conflitto per Trieste era stata bloccata da due avvenimenti di grande rilievo: la Dichiarazione tripartita e la rottura tra Tito e Stalin. Sulla rigida applicazione della prima si era attestata la diplomazia italiana che, rivendicando la restituzione di tutto il TLT, era entrata in rotta di collisione con il governo di Belgrado; sulle nuove possibilità aperte dalla seconda avevano deciso di giocare le loro carte le diplomazie alleate.

“La situazione” – scrive Duroselle – “cambiò a partire dal 1950. Non vi fu certamente una rivoluzione, ma da diversi segni si può constatare un’evoluzione sensibile”.

Uno dei segni di questa “evoluzione” furono i primi contatti bilaterali tra Roma e Belgrado. Il piano di discussione fu del tutto informale 20) e risultò subito chiaro che mentre la Jugoslavia era decisa a considerare lo status quo come inizio della trattativa, il governo di Roma era decisamente intenzionato a considerare come punto di partenza la Dichiarazione tripartita del 1948. Gli incontri sarebbero proseguiti comunque, tra interruzioni e riprese, fino all'ottobre dell'anno successivo senza per altro portare ad alcuna conclusione positiva.

Un secondo segno di questa “evoluzione” va trovato nel nuovo orientamento seguito dalla diplomazia italiana: davanti al fatto che la Jugoslavia era diventata una interlocutrice di primo piano di Londra e di Washington il governo di Roma decise di rafforzare la propria posizione nella Zona A per farne una sorta di provincia italiana e lasciare in mano agli alleati angloamericani – come Sforza aveva scritto a De Gasperi – solo i “poteri militari e la tutela dell’ordine pubblico”.

L’enunciazione della “tesi Cammarata” all’inaugurazione dell’anno accademico 1949-1950 fu indubbiamente un primo palese “manifesto” di questo orientamento. Il terreno scelto fu quello di contestare alle autorità del GMA il fondamento stesso della loro “legittimità”: una strategia a tempi lunghi, che l’anno dopo avrebbe indirizzato a Trieste l’operato di gran parte delle forze “nazionali”.

Non era certo, quella italiana, una scelta facile e priva di rischi: con il passare del tempo, infatti, la situazione internazionale cominciò a volgersi a favore della Jugoslavia, che agli occhi degli occidentali appariva ormai come una di quelle zone pericolose dove un contrasto avrebbe potuto far da esca per una nuova guerra: alla grande importanza strategica si aggiunse poi l'autorevolezza di cui il governo di Belgrado godeva in quanto la Jugoslavia era entrata a far parte del Consiglio di sicurezza dell'ONU ed aveva dimostrato di sapersi destreggiare con notevole abilità tra i due blocchi.

febbraio 1950

Alla presenza di Giovanni Roveda, segretario nazionale della FIOM, si tiene il III Congresso dei metallurgici triestini. Nel suo intervento il leader sindacale rivolge un serrato appello all’unità, ribadendo con forza la necessità di superare ogni “mentalità troppo settaria, spesso spiegabile ma mai giustificabile”.

Contro le tendenze scissioniste, “che tendono a mettere i lavoratori gli uni contro gli altri anziché contro la classe padronale”, i metallurgici di Trieste devono infatti continuare nella loro tradizione di lotta senza mai cadere nell’errore di mettere sullo stesso piano “responsabili ed illusi, responsabili ed irresponsabili, responsabili ed ingannati”.

Le parole di Roveda vanno interpretate da una parte come un accenno critico al persistere di atteggiamenti settari nei Sindacati unici, dall’altra come l’indicazione di una strategia unitaria volta a coinvolgere anche i lavoratori iscritti alla CCdL e quelli che non avevano mai partecipato alle lotte sindacali.

La questione dei rapporti con l’altro grande sindacato costituiva per le organizzazioni controllate dai comunisti un problema rilevante, con risvolti politici generali molto delicati. Le aperture che i Sindacati unici avevano manifestato nei confronti della Camera del Lavoro all’indomani della rottura tra la Jugoslavia e il Cominform avevano infatti impensierito non poco le autorità del GMA e la buona, inattesa, tenuta dei comunisti alle elezioni del 1949, aveva indotto il generale Airey a sollecitare in prima persona “il lancio di una continua politica anticomunista”. In seguito a ciò le autorità del GMA avevano fatto della CCdL il loro “interlocutore privilegiato”, valendosi del sostegno del Congress of Industrial Oganizations (CIO) 21) e mettendo in atto ogni iniziativa, finanziaria e politica, per isolare il sindacato comunista.

È evidente quindi la necessità per i Sindacati unici di spezzare questo isolamento e di conquistare nuovi iscritti nelle fabbriche e nei diversi posti di lavoro e per far ciò bisognava abbandonare le vecchie chiusure settarie verso tutti coloro che manifestavano simpatie per gli altri sindacati o verso coloro che mostravano una scarsa coscienza sindacale e di classe.

Era, quello di Roveda, anche l’invito pressante di un importante dirigente sindacale italiano a superare certe analisi schematiche alle quali molti comunisti triestini sembravano ancora legati ed a comprendere meglio la complessa realtà sociale cittadina.

Molto significativa al riguardo è la relazione sulla situazione interna al Cantiere Navalgiuliano – per tanti aspetti applicabile all’intero mondo industriale triestino – presentata durante i lavori del Congresso da un delegato dei Sindacati unici: “Il cantiere è composto da circa 200 operai. Affiliati al nostro sindacato sono 70 […] circa 130 lavoratori sono estranei alla nostra organizzazione, di questi una settantina sono affiliati alla CCdL e 60 non militano in nessun sindacato. Da questa situazione numerica si possono dedurre due fatti: il cantiere è composto in buon numero di profughi, di uomini che, data la situazione venuta a crearsi in Istria, sono venuti a cercare qui lavoro e l’hanno trovato, aiutati dalle varie organizzazioni qui esistenti e dall’appoggio dei padroni. Un’altra parte dei lavoratori è massa abulica, gente che proviene dalle disparate categorie del commercio, marittimi, piccoli proprietari, ecc. La parte operante specializzata è in minoranza, si può considerare questa proporzione 1 su 10 […], il sottoproletariato con scarsa coscienza sociale è in maggioranza nel nostro cantiere: uomini che pensano se qui non c’è più lavoro, me ne vado alla polizia […], oppure emigro e così via, sembra si siano dati convegno qui da noi e ciò non accade per fatalità, ma è creato da una speciale situazione. Due mesi fa si è eliminata pure quella parte di operai che facevano valere più ad alta voce i loro diritti, e con lo spettro dei licenziamenti si tenta di dominare i lavoratori. Tutte o quasi le iniziative prese dai lavoratori più coscienti per bonificare l’ambiente vanno a naufragare, non solo per opera dei padroni, ma pure per l’opera di una cricca che esiste fra i lavoratori, composta di parenti vicini e lontani dei padroni introdotti da questi nel cantiere per propria utilità”.

I lavori si conclusero con i rituali appelli all’unità e alla lotta contro i pericoli scissionisti, ma la vecchia consuetudine di mettere sullo stesso piano “responsabili ed illusi” non fu certo abbandonata in breve tempo.

aprile 1950

Un segno del mutato atteggiamento della diplomazia americana nei confronti del TLT traspare chiaramente da un articolo del New York Times, solitamente bene informato, nel quale si afferma che la Dichiarazione tripartita del marzo 1948 doveva essere considerata soltanto come l'espressione di un “auspicio”, essendo priva di qualsiasi valore giuridico ai sensi del Trattato di pace con l'Italia ed essendo stata fin dall’inizio condizionata dalla eventuale accettazione da parte dell’Unione Sovietica.

Le reazioni della stampa italiana furono durissime ed allarmate e lo stesso primo ministro De Gasperi, agli inizi di maggio, intervenne ribadendo la linea intransigente che caratterizzava la politica italiana in quel periodo.

25 maggio 1950

In seguito al rifiuto delle autorità del GMA di considerare ufficiale la festività del 24 maggio, giovani aderenti alle organizzazioni ed ai partiti della “destra nazionalista” inscenano una manifestazione di protesta. Virginio Turina, uno dei membri delle “squadre del Viale”, irrompe in un’aula del Liceo-Ginnasio “F. Petrarca” e interrompe la lezione del prof. Livio Pesante, invitando gli studenti ad unirsi a lui ed a partecipare alla manifestazione contro il GMA. La polizia interviene su richiesta del professore e procede al fermo del giovane.

Da anni le “squadre del Viale”, come quelle di Cavana, erano al centro di violenze e di attacchi nei confronti di partigiani, di sloveni e di avversari politici antifascisti. 22)

In queste manifestazioni, che non di rado si concludono drammaticamente, si fa sempre più determinante il ruolo del MSI, che dopo i lusinghieri risultati delle elezioni del 1949 organizza in città un’articolata rete di sezioni (cinque urbane cinque suburbane) che dovevano ricalcare in tutti i settori (organizzativo, sindacale, combattenti, femminile, giovanile, assistenziale, stampa e propaganda) la struttura centrale delle federazioni.

La Rivista Ideale aveva ricordato con orgoglio che: “Per rivendicare anche col nome di tali sezioni il nostro diritto alle terre irredente e sacrificate, per tener sempre vivo il ricordo delle nostre glorie militari, le sezioni urbane sono state intitolate all’Istria, Dalmazia, Carnaro, Tripoli, Cirenaica e Eritrea e quelle suburbane alle battaglie della Bainsizza, Piave, Isonzo, Amba Alagi e Giarabub”.

Anche in zone “allogene” – termine molto usato dalle autorità e dalla propaganda durante il ventennio fascista – erano state aperte delle sezioni, quasi caposaldi “ove gli iscritti, pochi ma indomiti, si battono per la difesa e l’affermazione delle nostre idee nazionali e sociali”.

Uno dei temi che balzano in primo piano nella propaganda del MSI e che sarebbe stato centrale, a Trieste come in Italia, fino a tutto il 1954 è la violenta campagna contro la “politica rinunciataria” e i “tradimenti” delle forze di governo. “Già nel 1950 a proposito di alcune dichiarazioni del sottosegretario agli Esteri degli Stati Uniti Davies” – scrive Licia Chersovani – “la federazione del MSI di Trieste vota un ordine del giorno che impegna la Direzione nazionale e i gruppi parlamentari a battersi inflessibilmente per far applicare la Nota tripartita del marzo 1948 e per chiedere all’ONU la revoca del mandato sulla Zona B alla Jugoslavia”.

agosto 1950

Lo scoppio della guerra in Corea radicalizza drammaticamente le tensioni tra i due blocchi, esasperando l'atmosfera da “guerra fredda” che caratterizzava i rapporti internazionali.

Per il National Security fu – scrive Valdevit – una vera e propria “cartina di tornasole”: “«War by proxy», guerra per procura contro un territorio che solo alcuni mesi prima il segretario di Stato Acheson aveva definito al di fuori del perimetro di sicurezza americano. Vi si vedeva il primo atto di quella «aggressione pezzo per pezzo» contro i punti deboli alla periferia dell’impero sovietico, che – sulla base di quanto era avvenuto in Corea – si temeva affidasse ai satelliti europei il dirty work”.

Pochi mesi dopo, il Patto atlantico fu trasformato in una vasta alleanza militare, la NATO, con un comando centrale affidato ad Eisenhower e gli USA stanziarono per la prima volta delle truppe di combattimento al di fuori dei loro confini in tempo di pace: era il segno che il governo americano aveva concepito ormai una strategia globale ed egemonica della sicurezza europea.

In questo contesto le potenze occidentali hanno tutto l'interesse a legare sempre più a sé la Jugoslavia, anche perché era ancora irrisolta la questione del Trattato di pace con l'Austria, la cui soluzione viene ora legata dalla diplomazia sovietica alla soluzione contestuale della questione di Trieste. Per di più i servizi segreti inglesi ed americani sono allarmati dalle voci di un possibile atto di forza comunista contro la Jugoslavia, deciso per punire il “traditore” di Belgrado e per aprire un altro fronte di crisi.

Nella seconda metà dell'anno notevoli aiuti finanziari furono concessi al governo di Belgrado sia dall'Inghilterra che dagli Stati Uniti; a questi aiuti sarebbe poi seguito l'inserimento della Jugoslavia nel Mutual Security Act, che prevedeva la fornitura di armi e impegni di collaborazione nel caso in cui la Jugoslavia fosse attaccata da qualche paese del Cominform.

Contestualmente a questo coinvolgimento di Tito nella politica di “containment”, le diplomazie occidentali accentuarono le pressioni sul governo di Roma per indurlo ad affrettare i tempi del negoziato con Belgrado: era ormai evidente che Londra e Washington consideravano la spartizione del TLT come una via obbligata, come l'unica soluzione possibile.

In particolar modo la diplomazia inglese vede nella scarsa disponibilità degli italiani un ostacolo all’atteso avvicinamento della Jugoslavia alle potenze occidentali. È comprensibile quindi che a Londra le posizioni filoitaliane del generale Airey non appaiano più in linea con la nuova strategia degli alleati, anche perché il suo favore per l’applicazione puntuale della Nota tripartita non era mai venuto meno.

Lo conferma appieno la sua ultima relazione per l’anno 1950, che appare come una sorta di ricapitolazione delle sue tesi tradizionali: “È mio parere che l’economia di Trieste non può essere separata da quella dell’Italia e che una frattura dell’attuale struttura economica integrata produrrebbe una drastica diminuzione della mano d’opera occupata e un collasso del tenore di vita. […] Per converso, sarà egualmente necessario che l’economia italiana prenda in considerazione la posizione particolare di Trieste quale sbocco per il commercio con i paesi danubiani, essenziale per mantenere in vita i suoi rapporti marittimi e per dare i mezzi di sostentamento alla sua popolazione relativamente numerosa. Non sembra che ci debba essere ragione perché questi due fattori cardinali non trovino un’equilibrata stabilizzazione anche se questo processo richiederà uno studio attento e lungimirante. Come ho così spesso ripetuto nei miei precedenti rapporti, sono del parere che una soluzione permanente e pacifica della questione di Trieste, basata sui principi e il benessere degli abitanti della Zona, potrebbe essere raggiunta nel modo migliore nel quadro della proposta tripartita del 20 marzo 1948. Sono inoltre convinto che tale soluzione potrebbe essere realizzata nel modo migliore con un accordo fra le parti direttamente interessate”. 23)

settembre – dicembre 1950

Il nuovo corso scelto dai governi di Londra e di Washington esaspera l’opposizione dello schieramento nazionalista a Trieste, che si dichiara contrario ad ogni trattativa con gli jugoslavi e accusa di tradimento sia il governo “rinunciatario” di De Gasperi, sia gli alleati stessi.

Se ne fa interprete in primo piano il MSI che a Trieste, come in tutta Italia, fa oramai del ritorno dell’intero TLT all’Italia, la sua bandiera.

Attraverso questa battaglia “nazionale” il MSI cerca anche quella legittimazione nel paese che fino a quel momento non aveva avuto per il persistere della pregiudiziale antifascista. Alla Camera, come nelle piazze, Almirante rivolge continui appelli al “risveglio morale e nazionale del popolo italiano” necessario per costringere il governo a cambiar rotta ed a scegliere una “politica autonoma e indipendente”. Per troppo tempo, secondo il leader del MSI, il governo ha ceduto davanti ai comunisti, gli “antinazionali” per eccellenza, ed ha tradito le legittime attese dei profughi giuliano-dalmati, “una delle fiamme più vive della passione nazionale”. Si tratta ora di superare “l’Italia ufficiale dei partiti”, che ha tradito la volontà popolare ratificando il Trattato di pace e svendendo “i diritti sacrosanti del nostro sangue”: si poteva giungere anche all’atto estremo di annettere l’intero TLT senza preoccuparsi della diplomazia e dei rapporti internazionali ed ascoltando soltanto le invocazioni dell’opinione pubblica, che spingevano in questa direzione.

Parole d’ordine analoghe e analoghi appelli alle “forze sane” e ai “veri italiani” si ritrovano a Trieste nella stampa e nella propaganda della destra più radicale, che in questo periodo viene rafforzando la sua presenza nel panorama politico cittadino attraverso i rapporti stretti con le Associazioni combattentistiche e d’arma – quali ad esempio la Compagnia Volontari Giuliani e Dalmati e la Federazione Grigioverde – e con loro la Lega Nazionale. 24)

A fianco di questi ambienti si schiera in modo sempre più deciso il Giornale di Trieste, che rinnova gli appelli alle forze “sane” per la formazione di un blocco nazionale contro tutti i “nemici”, quegli angloamericani e quegli slavi: per giungere a questo obiettivo, andava predicando con costanza degna di miglior causa il giornale, bisognava seppellire il vecchio antifascismo e conquistare quelle forze che continuavano ancora a richiamarsi agli ideali del CLN, dimenticando che il fascismo aveva “concepito molte ed egregie cose nel potenziamento materiale e nella elevazione dell’Italia nel Mondo!”. 25)

Se l’atmosfera a Trieste è sempre improntata ad uno scontro nazionale senza spazi di mediazione, i rapporti tra i governi di Roma e di Belgrado si fanno meno tesi e in dicembre vengono siglati alcuni accordi economici, quali: 1) la ripartizione del materiale rotabile ed altro materiale ferroviario; 2) la firma per il trasferimento dei beni immobili degli optanti; 3) la intesa provvisoria sui trasporti aerei; 4) la protezione dei diritti di proprietà letteraria ed artistica; 5) la ripartizione degli archivi e dei documenti concernenti i territori ceduti.

Si tratta di piccoli passi, prevalentemente “tecnici” ancora, ma qualche cosa si stava indubbiamente muovendo negli ultimi mesi dell’anno: “Il ministro Ivan Matteo Lombardo si era recato a Zagabria” – scrive de Castro – “Brusasca aveva avuto un incontro amichevole con Bebler, nel quale quest’ultimo aveva promesso di interessarsi al problema dei deportati. Martino teneva i contatti per gli accordi per la pesca e segnalava, su richiesta di Roma, gli atteggiamenti faziosi dell’UAIS nella Zona B. […] La Jugoslavia si stava avvicinando all’Occidente ed il perfetto equilibrio tra l’Est e l’Ovest, tenuto negli anni precedenti, stava oscillando più accentuatamente verso il secondo dei due punti cardinali”.

febbraio 1951

Mentre le forze di destra cercano nuove aggregazioni in vista di un “blocco nazionale”, continuano in città gli scontri, spesso anche fisici, tra i due tronconi del comunismo triestino. I lavori del III Congresso (9-11 febbraio) non contribuiscono certo a sopire le vecchie tensioni e la lunga relazione di Karel Siskovic Mitko sulla “lotta contro il Tito-fascismo”“quasi un trattato” la definisce Claudio Tonel – sembra scritta più per accendere gli animi che per portare un contributo critico al dibattito.

Ormai la rottura tra gli ex compagni è al centro della discussione e certamente non fu casuale la decisione del Partito di stampare la relazione di Siskovic Mitko in un opuscolo, in modo da favorirne la più ampia circolazione tra la cittadinanza.

I toni, le accuse, le stesse espressioni usate sembrano in realtà ripetere un copione che da tempo era divenuto rituale nelle assisi internazionali dei comunisti rimasti fedeli a Mosca. 26)

Lo ricorda bene un protagonista di quelle vicende, Rodolfo Ursic, che era stato con Babic uno dei leader dello schieramento “filojugoslavo”. Nelle sue memorie di “rivoluzionario pacifista” (1996) rimane ancora oggi intatto il vecchio disprezzo per “Vidali e i suoi “fedeli sergenti” alla Tonel, Colli e compagnia”, esecutori passivi degli ordini di Stalin e di Togliatti. Secondo Ursic lo scontro tra i comunisti fedeli al Cominform e il Partito comunista jugoslavo aveva avuto solo apparentemente un carattere ideologico, mentre in realtà era stato causato unicamente dalla volontà dell’URSS di impossessarsi della Jugoslavia e di questo progetto i “vidaliani” si erano fatti sciocchi seguaci, dimenticando ogni fedeltà ai vecchi ideali dell’internazionalismo comunista.

Nelle riunioni e nelle assemblee cittadine – continua Ursic – Vidali tuonava “amareggiato di non poter far spedire all’altro mondo” – esprimendosi con un linguaggio sconosciuto, finora, dalle nostre parti – “”i trotzkisti, le spie, i traditori, i porci, le ‘pantigane’, i rimbambiti, i mentecatti, i trogloditi” e così via, che si erano impadroniti del partito a Trieste negli anni precedenti al suo arrivo”.

Andava così crescendo drammaticamente l’odio reciproco tra i vecchi compagni: “una vera e propria esplosione di cieco fanatismo, che rese irriconoscibili – letteralmente inselvatichite – delle persone che, fino a pochi giorni prima, sembravano normali. Tutto ciò fu dovuto alla sfrenata propaganda, sulla falsariga di Berija-Rankovic, a cui si ispiravano i due contendenti: cioè senza esclusioni di colpi”.

Il Congresso del PCTLT, oltre che delle questioni nazionali, si occupa anche di problemi economici, riprendendo soprattutto uno dei temi “forti” che avevano caratterizzato il programma elettorale del partito nel 1949. Molti interventi ai lavori del congresso denunciano infatti che la situazione di Trieste “è del tutto simile a quella degli altri paesi marshalizzati d’Europa” e che per imposizione delle autorità del GMA le potenzialità produttive della città erano ampiamente sprecate, finalizzate esclusivamente “agli scopi di guerra dell’imperialismo”, come dimostrava il fatto che il 30% delle merci che arrivavano in porto era costituito da rifornimenti per le truppe a Trieste e in Austria.

Per questo motivo il partito chiamava a raccolta tutte le forze disponibili a difendere le industrie e i commerci dall’asservimento agli interessi economici e politici degli alleati.

10 febbraio 1951

Nello stesso periodo in cui lo scontro sul destino della città divide drammaticamente i comunisti, la questione nazionale si impone anche in uno scenario del tutto diverso: durante una manifestazione pubblica al Municipio per il quarto anniversario della firma del Trattato di pace il rettore Cammarata enuncia nuovamente con forza la sua tesi sulla illegittimità del GMA.

Questa volta la dichiarazione assume un peso politico e istituzionale molto più rilevante in quanto la sua tesi viene fatta propria dalla DC, che esprimeva il sindaco Bartoli, e dal Procuratore generale Vitanza, che nella sua relazione per l’apertura dell’anno giudiziario rivendicò il “diritto di questa terra, di questa tormentata figlia d’Italia, di tornare definitivamente e integralmente nel grembo della sua Grande madre”. 27)

A quattro anni dagli accordi di Parigi, il sindaco iniziò il suo intervento con una condanna senza appello di quel “Trattato vendicativo e calcolatore”: “Si spensero in quel giorno, nella durissima realtà, le voci di speranza delle città e del contado dell’Istria martire e Pola, spopolata e altera, incise – con l’esodo in massa della sua popolazione – sul marmo eterno della storia una pagina di sovrumana bellezza. Anche a Trieste, incredula e sgomenta, sembrò in quel giorno, che una buia notte medioevale scendesse sulla nostra terra da un cielo nemico. Ma il nostro cuore reagì al durissimo colpo e si fece più forte e più saldo nella sventura”.

Ringraziando Cammarata che gli aveva fatto dono di una targa commemorativa dell’inaugurazione della nuova sede universitaria, il sindaco Gianni Bartoli dichiarò di far propri l’intuizione e il “ragionamento giuridico” del rettore sulla vera natura del TLT ed aggiunse: “L’abortita costituzione del Territorio Libero ci costringe però a domandarci di continuo fino a quando la patria legislazione non possa entrare qui come in Italia, il cittadino non possa invocare ugualmente giustizia nei tribunali con tutta l’ampiezza consentita a tutti gli altri cittadini italiani, gli aviti stemmi e bandiere non debbano essere oggetto di legittimo uso”.

Nei mesi successivi le forze locali “italiane” e lo stesso governo di Roma si mossero sempre più spesso in conformità di questa “tesi”, come gli alleati lamentarono subito: mentre l’Office of Intelligence and Research del Dipartimento di Stato notò che questa linea “non era soltanto un pio desiderio di gruppi nazionalistici estremisti, ma la politica riconosciuta del governo italiano”, l’ambasciatore della Gran Bretagna a Roma, Victor Mallet, denunciò il nuovo corso del governo, pronto ad ogni occasione a “scoprire nella prassi corrente del GMA segni di una politica di allentamento dei legami fra Trieste e l’Italia” ed a sfruttare ogni paura e ogni dubbio per ragioni elettorali e di propaganda politica.

Le continue pressioni del governo italiano sugli alleati erano però prive di sbocchi concreti, poiché da Roma non giungevano segni inequivocabili della disponibilità a trattare veramente con la Jugoslavia, come Washington e Londra chiedevano da tempo. L’incontro tra Sforza e Schumann del 12 febbraio si concluse con un nulla di fatto e il ministro francese, rifiutando ogni revisione unilaterale dei trattati, dichiarò di non essere venuto “per distruggere ciò che abbiamo fatto a Torino” [a Torino Bidault aveva fatto conoscere a De Gasperi il testo della Dichiarazione tripartita].

Il protrarsi di questa situazione indusse i governi occidentali a cambiare registro: alla tradizionale funzione di stabilizzazione si venne sostituendo, come scrive Valdevit, “una nuova politica di contenimento, diretta questa volta contro le forze dell’arco italiano”.

marzo – settembre 1951

Un segnale esplicito di questo nuovo atteggiamento di “equidistanza” tra Roma e Belgrado si ebbe a marzo, quando al generale Airey, – “anticomuniste convainçu” lo definisce Duroselle – considerato in alcuni ambienti troppo “filoitaliano”, subentrò nella carica di comandante della Zona A del TLT il più prudente e imparziale generale americano John Winterton.

Il 13 marzo Airey viene promosso e trasferito ad Hong Kong. Alla sua partenza il sindaco Bartoli lo ringrazia pubblicamente e gli viene promessa la cittadinanza non appena Trieste fosse ritornata all’Italia. 28)

Tra le forze favorevoli al ricongiungimento di Trieste all’Italia le reazioni furono immediate e molto dure, anche perché erano previste per l'autunno le nuove elezioni comunali e molti volevano fare della questione nazionale il tema centrale di una lunga campagna elettorale.

Il governo italiano fece ancora un tentativo per ammorbidire la posizione degli alleati: a Londra De Gasperi e Sforza esposero le posizioni del governo italiano a Attlee e Morrison, con il solo risultato di sentirsi dire che il governo britannico continuava ad attenersi alla Dichiarazione tripartita, anche se la subordinava ad un accordo italo-jugoslavo. D’altra parte la clausola delle trattative dirette era stata inserita nel programma stesso della Conferenza.

L’atmosfera in cui si svolsero questi incontri fu gelida e Sforza commentò: “De Gasperi pensa che gli daranno soddisfazione sulla Dichiarazione tripartita […] non gliela daranno”.

Nel viaggio di De Gasperi a Londra aveva indubbiamente avuto il suo peso il quadro politico italiano ed ora, dopo il fallimento dei tentativi, diventava evidente che la radicalizzazione dello scontro poteva diventare anche un’arma a doppio taglio per quelle forze politiche che a Roma, come a Trieste, si riconoscevano nella maggioranza governativa.

Ne era ben consapevole De Gasperi, che si trovò a fronteggiare alla Camera, come capo dell’esecutivo, un duro dibattito durante il quale missini e liberali non lesinarono al governo accuse di colpevole debolezza nei confronti degli alleati. Il punto più acuto di questa battaglia politica si ebbe quando il vecchio Vittorio Emanuele Orlando – tra gli applausi dell’estrema destra, ma anche dei comunisti – attaccò gli inglesi “alleati nemici” e lo stesso Patto atlantico: “Come rimanere fedeli ai nostri impegni se i nostri alleati ci tradiscono?”

Il 15 luglio, pochi giorni dopo l’apertura del dibattito alla Camera, il Corriere della Sera manifesta apertamente il timore che la DC e gli altri partiti di governo, nel caso di una tornata elettorale ravvicinata, sarebbero incorsi a Trieste in una cocente sconfitta elettorale a tutto vantaggio del MSI e degli indipendentisti. La “questione di Trieste” è ormai divenuta un motivo di aperto scontro tra le forze politiche italiane.

De Gasperi, poco fiducioso nella tenuta del suo partito, inviò a Trieste Giuseppe Bettiol, per verificare la possibilità di dar vita ad un fronte unico di tutti i partiti filoitaliani, ma alla fine non se ne fece nulla per l’opposizione dei dirigenti locali di area governativa ad allearsi con i neofascisti del MSI. La stessa Azione cattolica si schierò contro questo accordo, stando alla rabbiosa reazione della stampa missina contro il suo presidente Paolo Venier, che era sembrato in un primo momento disponibile ad accogliere le proposte di Bettiol.

Alla fine De Gasperi decise di chiedere ai governi inglese e americano il rinvio delle elezioni. Il suo appello fu accolto ed agli inizi di settembre il GMA dichiarò ufficialmente che le elezioni comunali erano rinviate.

Sull’iniziativa italiana avevano pesato due ordini di motivi: da una parte il timore che un successo troppo vistoso dell'estrema destra, che si era sempre battuta con assoluta intransigenza sul problema nazionale fino al punto di rivendicare la stessa Dalmazia, potesse indebolire la maggioranza politica di cui la DC – da anni ormai la vera erede della tradizione liberalnazionale – era il perno e l'ispiratrice e che comprendeva i liberali, i repubblicani e i socialisti. Si temeva infatti che l'estrema destra potesse raccogliere attorno a sé le punte più acute del risentimento degli esuli, ergendosi a campione di antislavismo e di anticomunismo ed approfittando della stagnazione nella controversia italo-jugoslava.

Dall'altra il timore di un successo dello schieramento indipendentista, che in quel momento godeva di forti consensi, anche grazie alla favorevole congiuntura economica. Questo fronte era piuttosto ampio e andava ben al di là degli indipendentisti dichiarati, comprendendo anche coloro che si opponevano all’“annessione” della città all'Italia, e cioè agli sloveni non comunisti 29): l'insieme di questi gruppi avrebbe sfiorato nelle elezioni del 1952 il 38% dei voti.

Il rinvio, inoltre, andava incontro anche agli interessi degli angloamericani, in quanto una nuova, prevedibile radicalizzazione della lotta politica locale avrebbe disturbato il lento avvicinamento tra l'Italia e la Jugoslavia, che era considerato molto utile agli interessi della NATO. Novak sottolinea al riguardo che “il rinvio delle elezioni fu deciso alla vigilia della partenza di De Gasperi per gli Stati Uniti. È molto probabile che il rinvio delle elezioni nella Zona A significasse un cambiamento di politica riguardo la questione di Trieste da parte dei governi inglese e americano. I due governi convennero di non sostenere più la validità della Dichiarazione tripartita e di indurre invece l’Italia e la Jugoslavia a concordare una ripartizione del TLT”. Era l’interpretazione che il Corriere di Trieste, organo indipendentista, aveva dato subito dopo la dichiarazione del GMA del 6 agosto: i governi di Londra e di Washington volevano indurre l’Italia e la Jugoslavia a sedersi attorno ad un tavolo per avviare concretamente trattative dirette.

settembre 1951

Poiché gli incontri tra le delegazioni italiane e jugoslave continuano stancamente senza particolari risultati, Tito ribadisce con fermezza le linee irrinunciabili della politica jugoslava sulla questione di Trieste: esclusione di ogni soluzione basata sulla Dichiarazione tripartita del marzo 1948, rifiuto della estensione della sovranità italiana sulla Zona A, invito agli occidentali a premere sull'Italia, facendo leva sugli aiuti economici.

L'intransigenza della sua posizione poteva, secondo de Castro, risultare alla fin fine utile agli italiani: “Avremmo potuto dimostrare, in caso di fallimento delle trattative, da quale parte stesse la colpa”.

Qualche giorno dopo il ministro degli Esteri jugoslavo, Edvard Kardelj, “ammorbidì” la posizione precedente affermando che si sarebbe potuto giungere rapidamente alla definizione pacifica dell'intera questione, prendendo atto dello status quo: la Zona A sarebbe stata annessa all'Italia, la Zona B alla Jugoslavia.

7 ottobre 1951

La situazione economica della città è al centro della Conferenza economica dei Sindacati unici, che si apre con la relazione generale del dott. Umberto Rajovitz.

Il movimento merci del porto è ritornato pari a quello del 1913, ma più del cinquanta per cento dei transiti è rappresentato dalla bandiera americana, ed è quindi legato ai rifornimenti militari e agli aiuti ai paesi europei previsti dall’ERP. I relatori denunciano in modo particolare che si tratta di una presenza che non dà certezza di sviluppi futuri; per di più gli americani privilegiano i porti del nord Europa ed in particolare quello di Amburgo, come emerge dal fatto che le vecchie tariffe doganali sono state ripristinate per l’Austria e non per l’Ungheria e la Cecoslovacchia 30).

La flotta iscritta a Trieste è poco più di un quarto di quella iscritta prima della guerra ed il naviglio è per lo più vecchio, acquistato o recuperato; inoltre le tradizionali linee “triestine” sono quasi inesistenti e compaiono per la prima volta in quegli anni le prime linee greche, turche, jugoslave.

I relatori non mancano di ricordare che anche il settore dei cantieri presenta numerosi nei, soprattutto a causa del mancato ammodernamento delle strutture: “I cantieri triestini hanno impianti” – riportano Sema e Bibalo – “attrezzature, macchinari antiquati e perciò costosissimi, mentre i cantieri stranieri, rinnovati durante la guerra o subito dopo, sono in grado di acquisire molte commesse, che Trieste, nonostante esperte maestranze, non può attrarre sui propri scali. Nella grande maggioranza queste aziende appartengono all’IRI che perciò, come azienda di Stato, ha gravi responsabilità nella mancata ripresa di Trieste. Il maggior cantiere, il S. Marco, con macchinari moderni, non ha ancora introdotto nuove tecniche di prefabbricazione e quando lo farà, altri cantieri avranno fatto altri passi avanti nel perfezionamento della prefabbricazione. Pesante è pure la situazione dei cantieri privati minori e del S. Rocco. Antiquato è pure lo stabilimento Ilva, del quale si ignora ancora il ruolo attribuitogli dal piano Sinigallia. Ma per tutte queste aziende gli aiuti del Piano Marshall rappresentano più un pericolo e un pesante condizionamento che un vero mezzo di rinascita, anche perché il GMA è orientato a favorire altri tipi di attività a scapito dei settori trainanti”. 31)

Un altro segno della crisi in cui versava la città è rappresentato dall’alto numero dei disoccupati, che a giugno ammontava a 19.521 unità, nonché dall’alto numero dei pensionati, pari a ben 26.000 unità. Il salario medio di un operaio metalmeccanico con moglie e due figli non superava le 35.000 lire mensili, mentre la spesa mensile media per lo stesso tipo di famiglia si aggirava attorno alle 55.000 lire.

Questo quadro a tinte fosche spiega bene i motivi per cui da una parte si assiste al trasferimento di importanti aziende quali gli Uffici del Lloyd Triestino, l’Arrigoni, le succursali dell’Italia e dell’Adriatica, il portafoglio della RAS e delle Assicurazioni Generali, verso sedi più convenienti quali Milano, Genova, Venezia, Roma, dall’altro all’aumento indiscriminato di ritmi pesantissimi di lavoro per i cottimi e delle ore straordinarie, a fronte di un blocco delle assunzioni.

“Per uscire da questa situazione la Conferenza ritiene necessario” – continua il resoconto di Sema e di Bibalo – “che si ponga fine al condizionamento imposto dall’ERP e dal Piano Marshall e a quelle discriminazioni internazionali che non permettono all’emporio di Trieste di mettersi al servizio del suo naturale retroterra, che siano restituite a Trieste le sue navi (consegnate a Napoli alla vigilia delle elezioni!) e le linee di navigazione, che si elabori un piano per ammodernare i cantieri e per avviare una giusta politica produttivistica nel quadro di quello generale proposto dalla CGIL. Queste tre fondamentali condizioni, miranti a restaurare il ciclo porto-cantieri-marina, sono considerate dai Sindacati unici sufficienti inizialmente a promuovere la ripresa di tutti gli altri settori”.

Al di là dell’impostazione “produttivistica” che i comunisti e le organizzazioni a loro vicine fanno propria, a Trieste come in Italia, non va trascurato il fatto che l’analisi condotta dai SU risente anche della pregiudiziale denuncia tutta politica nei confronti del piano Marshall e dell’imperialismo americano. Una denuncia che sarebbe durata ancora per decenni e che è ben sintetizzata dalle parole di Sema e di Bibalo, che si riconoscono appieno nella linea elaborata dai comunisti. Riportando le parole di Winterton che, dopo Airey, avrebbe rinnovato l’avvertimento che “Trieste deve ridurre la dipendenza della sua economia dai suoi traffici e dalle costruzioni navali”, così scrivono: “Non sarà inutile sottolineare ancora una volta la caparbietà con cui il GMA e specialmente certi suoi uomini si accaniscono a rivendicare per Trieste un tipo di sviluppo che non sia legato ai traffici e alle costruzioni navali, e ricordare che in effetti questa è stata la politica seguita da tutti i governi italiani, mentre per trent’anni la classe operaia si è battuta contro questo disegno che ha fatto e sta sempre più per fare della città un centro del terziario. Ma è anche doveroso notare che questa castrazione imposta a Trieste è il riflesso inevitabile di una strategia, che rinunciando a porti, marina, cantieri in termini moderni e competitivi, ha messo tutto il paese in balia a interessi non nazionali, e basterebbe tenere conto di ciò che ha significato e significa questa linea di fronte al problema dell’importazione via mare di tutto ciò che occorre a una nazione fondamentalmente trasformatrice”.

novembre 1951

Secondo le promesse fatte all’Italia dagli alleati e da Acheson a De Gasperi, ha inizio la fase delle “trattative ufficiali” tra Belgrado e Roma. La sede prescelta è Parigi, perché in quel periodo vi si stavano svolgendo i lavori della sesta assemblea generale delle Nazioni Unite. Le due delegazioni sono guidate dal rappresentante diplomatico italiano presso l’ONU, Gastone Guidotti e dal delegato jugoslavo permanente all’ONU, Ales Bebler.

“Le trattative iniziarono il 21 novembre” – scrive Duroselle – “in una totale clandestinità; Bebler e Guidotti si incontrarono talvolta in un caffè”.

La posizione di partenza della delegazione italiana era chiara: si chiedeva il ritorno all’Italia di tutti i territori del TLT compresi tra il mare e la “linea etnica”, cioè quella linea che divideva i territori abitati dalla maggioranza italiana e quelli, verso l’interno, a maggioranza slava.

Le richieste che la delegazione jugoslava pose successivamente furono:

Zona A all’Italia; Zona B alla Jugoslavia;

cessione all’Italia di parte del territorio fino a Capodistria in cambio di parte del territorio costiero a sud di Trieste; questa soluzione avrebbe permesso alla Jugoslavia di avere garantito uno sbocco al mare;

amministrazione comune di tutto il TLT mediante un governatore italiano e un vicegovernatore jugoslavo per un periodo di tre anni. Successivamente le cariche si sarebbero invertite alla scadenza di ogni triennio.

Le trattative proseguirono attraverso sette colloqui successivi, intervallati da incontri tra i governi dei vari paesi interessati e da dichiarazioni più o meno definitive. L’ultimo incontro si tenne l’11 marzo 1952; formalmente nessuna delle due delegazioni aveva chiuso definitivamente la porta alla trattativa, ma in pratica le due delegazioni non si incontrarono più.

Un tentativo di “disturbare” l’inizio delle trattative fu messo in atto dalla diplomazia sovietica, che da tempo era tagliata fuori dalla contesa per il TLT. Il 17 novembre Gromyko convocò a Mosca i rappresentanti americano, inglese e francese e consegnò loro una nota di protesta in cui si denunciava il fatto che i governi alleati si erano accordati con Roma e Belgrado per spartire il TLT tra l’Italia e la Jugoslavia. L’Unione Sovietica si dichiarava del tutto contraria a questa manovra e ribadiva la propria ferma volontà di giungere alla nomina del governatore. 32)

La nota venne immediatamente pubblicata dalla Associated Press, quasi a sottolineare il fatto che l’iniziativa aveva uno scopo fondamentalmente propagandistico. Gli americani osservarono ironicamente che nei riguardi del TLT l’Unione Sovietica “stava frustando un cavallo morto”!

A Trieste il Comitato interzonale istriano della DC, cui facevano capo le sezioni che si erano costituite clandestinamente in Zona B e il gruppo di esuli residenti a Trieste, ottiene per deliberazione del Consiglio provinciale una sua sede. L’organismo, sorto nel 1949, aveva avuto come primo segretario Redento Romano.

La destinazione della sede fu un importante passo in avanti nel processo di avvicinamento tra gli esuli organizzati e la DC triestina: sotto la guida di Giacomo Bologna il Comitato si sviluppò rapidamente e si inserì con crescente ampiezza nel tessuto sociale. 33)



1)
Già da tempo il consigliere politico britannico a Trieste William J. Sullivan aveva sottolineato con lucidità il possibile scenario che si sarebbe aperto nel caso in cui la crisi avesse continuato il suo corso: “Gli industriali e gli uomini d’affari della vecchia generazione stanno già dando prova di voler trasferire i loro interessi in Italia. Sta aumentando la disoccupazione che è già ad un livello allarmante in relazione alla popolazione in età di lavoro. Dove sta portando tutto ciò? Emigreranno i lavoratori in età di lavoro e sarà spianata la strada per una sistematica infiltrazione jugoslava?
Processi del genere, uniti agli avversi fatto politici sopra indicati (il fatto che Trieste fosse un’“area di tensioni destinata ad accentuarsi”), scoraggeranno ovviamente capitali e imprese straniere dal rischiare investimenti nel Territorio Libero. Nello spazio di pochi anni ciò che diventerebbe un’area in crisi abitata da una maggioranza di slavi avvezzi ad un basso tenore di vita, sarà senza dubbio pronta a chiedere al Consiglio di sicurezza [dell’ONU], con una parvenza di unanimità, l’incorporazione alla Jugoslavia”
.
2)
Analizzando il significato che la Dichiarazione assunse in quel contesto specifico de Castro nega che la Nota abbia avuto esclusivamente un “carattere elettorale” e precisa la sua interpretazione: “Si può concludere che avevano torto sia coloro che sostenevano che la Dichiarazione avesse soltanto uno scopo elettorale, sia coloro che sostenevano l’opposto. La Nota tripartita aveva, infatti, lo scopo di cercar di salvare l’Italia e, con ciò, l’Europa occidentale da quella invasione militare russo-jugoslava che si prevedeva imminente. La vittoria elettorale dei democratici italiani avrebbe scoraggiato l’invasione stessa, mentre una vittoria dei social-comunisti l’avrebbe favorita. Chi vede la sostanza – Sforza – afferma, come unico, lo scopo del salvataggio dell’Occidente. Chi vede la forma – Eden ed altri – dà più valore al fine immediato, in quel momento, ch’era effettivamente quello di influenzare le elezioni italiane. L’illustrazione, pur lacunosa, dell’iter diplomatico che fu seguito conferma questa impostazione”.
3)
Nel 1974 Vittorio Vidali, che aveva assunto la guida del partito all’indomani della rottura con i “titoisti” di Babic e di Ursic, ricordò con dure parole le colpe dei compagni “titini”: “Per quanto mi riguarda sono convinto che nelle questioni fondamentali gli jugoslavi hanno avuto ragione e che hanno fatto bene a ribellarsi perché altrimenti sarebbero stati ammazzati. Per Trieste però ci sono parecchie altre cose da dire. Lì, dopo la morte dei dirigenti comunisti con alla testa Frausin, hanno fatto una politica nazionalista. Questo è stato anche il carattere che hanno dato alla liberazione di Trieste sia per quanto concerne l’occupazione militare sia per l’insurrezione. Durante i famosi quaranta giorni di regime apparentemente “popolare” ma di fatto di occupazione jugoslava, e dopo con la politica avventuristica in campo politico e sindacale che li isolò quasi completamente dalla popolazione, dopo il 1948 trasformandosi apertamente in un piccolo gruppo di forsennati nazionalisti”.
Erano ormai lontani i tempi in cui Vidali si scagliava con tutte le sue forze contro il “tradimento” di Tito e dei suoi “servi” a Trieste.
4)
La risoluzione del Cominform indusse i comunisti ad una revisione critica che portò da una parte all’allontanamento dei quadri dirigenti che si erano opposti alle decisioni del Cominform – tra questi la figura più influente era Ivan Bukovec-Vojmir –, dall’altra al ritorno di Ernesto Radich, che era stato messo da parte per la sua richiesta di una linea rivendicativa più pressante in campo salariale e per la sua vicinanza alle posizioni critiche assunte dal PCI e dalla CGIL unitaria nei confronti del PC giuliano e dei Sindacati unici.
Il cambiamento di strategia e l’abbandono definitivo di quell’“avventurismo” che aveva portato il partito ad abbracciare la linea delle “masse allo sbaraglio”, per usare l’espressione critica di un vecchio oppositore interno quale Leopoldo Gasperini, non furono però rapidi e indolori: nel periodo immediatamente successivo al 1948 a segnali di reale rinnovamento si alternarono infatti comportamenti che si rifacevano ancora alle vecchie pratiche e alla tradizionale subordinazione del sindacato alle esigenze del partito.
Sull’altro versante, in autunno i “titisti” posero le basi di un “Comitato promotore dei sindacati unici classisti” con lo scopo di indurre la dirigenza dei Sindacati unici a ritornare sulle posizioni anteriori alla risoluzione del Cominform. Fallito in breve tempo questo tentativo, il Comitato si adoperò per costituire una nuova organizzazione sindacale, ma, date le forze in campo, gli spazi per questa iniziativa apparvero ben presto molto ridotti: bisognò attendere infatti gli inizi del 1951 per la convocazione del Comitato costitutivo del nuovo sindacato.
5)
Per quanto riguarda la situazione scolastica i semplici dati numerici sono molto eloquenti: nell’anno scolastico 1945-1946 il numero degli iscritti nelle scuole elementari slovene del territorio fu di 4.387; nei due anni successivi non si verificarono cambiamenti significativi. Nell’anno 1948-1949 il numerò si ridusse a 2.660 e nel 1953-1954 a 2.058. Al di là del calo della natalità, indubbiamente ebbero un peso non trascurabile le pressioni morali e materiali nei confronti dei genitori sloveni. Il dirigente della Unione culturale economica slovena Boris Race, esprimendo il punto di vista degli sloveni ”autonomi”, sottolinea che “anche l’«internazionalismo» ad ogni costo, che veniva in ogni occasione ribadito da parte di coloro che avevano aderito alla risoluzione del Cominform, ha avuto ripercussioni sull’iscrizione alle scuole slovene. La confusione tra i concetti di lotta della minoranza discriminata ed il nazionalismo ha portato nelle circostanze triestine molti a tale imbarazzo, per cui con l’iscrizione dei figli nelle scuole italiane si voleva dare una dimostrazione del proprio internazionalismo”.
6)
Il paragrafo in questione stabiliva:
“Il Territorio Libero di Trieste acquisterà senza pagamento i beni italiani statali e parastatali che si trovino entro i confini del Territorio Libero.
Ai sensi del presente allegato, saranno considerati come beni statali e parastatali i beni mobili ed immobili dello stato italiano, degli enti locali e degli enti pubblici e delle società o associazioni di proprietà statale, così come i beni mobili e immobili già appartenenti al Partito fascista od alle sue organizzazioni ausiliarie
”.
Il paragrafo in questione stabiliva:
“Il Territorio Libero di Trieste acquisterà senza pagamento i beni italiani statali e parastatali che si trovino entro i confini del Territorio Libero.
Ai sensi del presente allegato, saranno considerati come beni statali e parastatali i beni mobili ed immobili dello stato italiano, degli enti locali e degli enti pubblici e delle società o associazioni di proprietà statale, così come i beni mobili e immobili già appartenenti al Partito fascista od alle sue organizzazioni ausiliarie”
.
7)
Sull’attività dell’Ufficio Zone di confine sono molto interessanti alcune note private redatte da Carlo Schiffrer nell’imminenza dell’applicazione degli accordi di Londra del 1952. Attribuendo senza mezzi termini all’Ufficio una “politica filofascista”, Schiffrer ricorda che “Negli anni scorsi e soprattutto dopo le elezioni amministrative del 1949 l’Ufficio Zone di Confine ha pesato sempre più nella vita politica in senso tutt’altro che favorevole ai partiti democratici, sia facendo morire per mancanza di aiuti gli organi di stampa antifascisti che risalivano a dopo la Liberazione, sia favorendo all’opposto con pingui sovvenzioni un organismo conquistato con un colpo di sorpresa elettorale dai neofascisti, cioè la Lega Nazionale”.
Tra le diverse organizzazioni legate in vario modo all’estrema destra triestina che furono finanziate dall’Ufficio Zone di Confine vanno ricordate il circolo “Rossetti”, il circolo “Stazione”, il “Circolo Artistico” e la “Società di Minerva”. Svolse un ruolo di un certo rilievo il Circolo G. Oberdan, tra i cui membri spiccano Franco Macaluso, già milite della RSI, ripetutamente condannato per violenze e aggressione, Mario De Boni, capo delle “Squadre del Viale”, arrestato in seguito agli episodi di violenza durante il corteo partigiano della “Fontanot” e Umberto Zara, direttore del Politeama Rossetti. Particolarmente attiva fu anche la Compagnia Volontari Giuliani e Dalmati, che a partire dal 1948, dopo le dimissioni del col. Antonio Fonda Savio, vedrà aumentare l’influenza di ex fascisti e di ex epurati, quali Piero Pieri, Federico Pagnacco e Piero Almerigogna, già tenace avversario del vescovo Fogar, ex segretario del fascio di Capodistria e ispettore dei fasci in Albania e a Lubiana. Dal 1947 fu presidente della Compagnia Guido Slataper, fratello di Scipio, legato al gerarca fascista Cobolli Gigli, già membro della Commissione per gli affari razziali e candidato del “Blocco Italiano” nelle elezioni comunali del 1949.
Tra le associazioni finanziate dall’Ufficio Zone di confine la parte del leone fu fatta dalla Lega Nazionale, ricostituita nel 1946 ad opera di un comitato promotore di cui facevano parte uomini di diversa fede politica. Tra il 1947 e il 1950 la presenza, anche negli organi direttivi, di soci legati al MSI e agli ambienti della destra triestina si fece sempre più ampia: tra questi Carlo Colognatti, Claudio de Ferra, Alfio Morelli, Ida De Vecchi, dirigente femminile del PNF e ispettrice regionale dei fasci femminili della RSI, Oreste Mioni. Nel 1952, tramite la Lega Nazionale, il MSI entrerà a far parte del “Comitato per la difesa dell’italianità di Trieste e dell’Istria”, messo in piedi dal sindaco Bartoli per unire tutti i partiti “italiani” (tranne il PSVG).
Molti dirigenti della Lega Nazionale erano anche presenti negli organi dirigenti dell’Università Popolare: tra questi Loris Premuda, Agostino Origone, per un lungo periodo rettore dell’Università di Trieste, Luigi de Gironcoli.
8)
Anche all’interno della DC si era discusso a lungo sulla opportunità di presentare un’unica lista che unisse tutti i partiti “italiani”, in conformità alle indicazioni della direzione nazionale della DC, o presentare una propria lista differenziata. La decisione finale era stata presa in una assemblea cittadina che si tenne al cinema Excelsior il 6 marzo. “Gli uomini chiamati a guidare la Democrazia cristiana nel frangente decisivo della prima prova elettorale” – scrive Corrado Belci – “anche se in cuor loro sono tutt’altro che propensi al listone unico, si mostrano molto preoccupati di perdere i voti della gente semplice che si sente «italiana e basta». Si apprestano, quindi, a presentarsi all’assemblea con una proposta favorevole alla lista unica, e la disponibilità a candidare l’indipendente medaglia d’oro Guido Slataper a capolista, nella speranza assai fondata, forse nella certezza, che qualche altro partito italiano alla fine rifiuti la proposta, come difatti avvenne”.
Fautore di questa proposta, in assenza del leader Gianni Bartoli, ammalato, era stato il “reggente” del partito Narciso Sciolis, che si era scontrato – scrive Belci – con i giovani dossettiani di sinistra, avversi decisamente a quella soluzione machiavellica e opportunistica. Alla fine aveva avuto la meglio la linea sostenuta da Gianni Bartoli, avversa al progetto di una lista unica.
Nel 1983, commemorandolo a dieci anni dalla sua morte, Andreotti avrebbe citato a suo merito anche il coraggio con cui si era opposto in quel frangente alla presentazione di una lista comprendente tutte le forze politiche “italiane”.
9)
Particolarmente drammatica fu la giornata del 3 giugno, in occasione del comizio di Umberto Terracini in piazza Unità. Le azioni di disturbo erano state organizzate sia da aderenti alla Giunta d’Intesa sia da elementi neofascisti. Attacchi e violenze da parte di neofascisti armati di bastoni e di pugnali si ebbero nella zona di Cavana, in via del Teatro, in via Mazzini, in piazza Verdi. Tra i “manifestanti” si misero particolarmente in luce, oltre agli “squadristi di Cavana” e del Viale, squadre composte da appartenenti al “Blocco Italiano” guidati da Giuseppe Ferfoglia, repubblichino della X MAS. Numerosi furono alla fine gli accoltellati e i percossi. Non si ebbero invece casi di violenze in occasione dei comizi del MSI, come testimonia lo stesso Alfio Morelli: anche nei quartieri tradizionalmente “rossi” quali San Giacomo e Servola i comizi del MSI si svolsero senza incidenti, e non si andò al di là dei fischi e delle minacce. Così parlò Tripodi a Servola – “il comizio più difficile, più contrastato” – e così si svolse “indisturbato” il primo comizio elettorale di Morelli: “Non un incidente turbò il defluire dei simpatizzanti, né l’uscita dei dirigenti ed oratori”.
10)
Il Giornale di Trieste era apparso per la prima volta nelle edicole nel marzo 1947. Ne era proprietaria una società editrice che faceva capo alla Curia arcivescovile di Milano e ai congiunti di Rino Alessi. Dal novembre del 1948 la direzione era passata a Vittorio Tranquilli, che aveva diretto il Piccolo nella prima fase dell’occupazione nazista di Trieste. Nel 1954, con l’entrata delle truppe italiane a Trieste, il giornale avrebbe ripreso la testata del Piccolo.
Fino a poco tempo prima delle elezioni il Giornale di Trieste aveva patrocinato la formazione di un “Blocco italiano” che doveva abbracciare tutte le forze “sane e patriottiche”, dai cattolici della DC ai “nostalgici” del vecchio regime del MSI. Solo dopo il fallimento di questo tentativo, il giornale aveva preso moderatamente le distanze dal MSI, considerato ormai superfluo, se non “dannoso” perché dava “l'impressione all'Italia e all'estero che Trieste sia abbarbicata ad un passato ormai morto”. (Giornale di Trieste, 11. 6. 49).
11)
In occasione delle elezioni la SDZ (Slovenska demokratska zveza, Unione democratica slovena) e la SKSZ (Slovenska krscansko-socialna zveza, Unione cristiano-sociale slovena) si erano unite nella Slovenska narodna (Lista nazionale slovena), di indirizzo cattolico-liberale.
12)
La presenza politica degli indipendentisti era indebolita dal fatto che il movimento si presentava diviso in più tronconi. “Dei due principali” – scrivono Ara e Magris – “il Fronte dell’indipendenza, il più antico, rappresenta l’ala di sinistra del movimento, che conserva qualche traccia delle primitive posizioni filo-jugoslave e assume un atteggiamento molto critico nei confronti del governo militare alleato, ritenuto troppo filoitaliano. Esso riceve il maggior sostegno da ambienti operai e piccolo-borghesi.
Il Blocco di Trieste, che ha l’appoggio di alcuni circoli commerciali e industriali, rappresenta invece l’ala borghese dell’indipendentismo, critica verso la linea troppo radicale del fronte, pervasa da nostalgie asburgiche, favorevole al governo alleato e soprattutto agli inglesi. Per quanto riguarda la composizione nazionale dello schieramento indipendentistico, esso è un movimento a netta prevalenza italiana, che ha l’appoggio di alcuni esponenti anti-comunisti sloveni. […]”
13)
A Trieste non si era verificata la scissione che agli inizi del 1947 aveva scosso in Italia il Partito socialista di unità proletaria. I socialisti triestini avevano deciso di rimanere uniti per il prevalere, al di sopra di ogni altra preoccupazione, della scelta nazionale, come era apparso a chiare lettere a metà gennaio nell’articolo “La scissione del partito” dell’Ora Socialista: “Nella nostra regione abbiamo da assolvere a compiti molti più delicati. Non dobbiamo scegliere tra Nenni o Saragat. Uniti noi dobbiamo lavorare nell’interesse della classe lavoratrice e nella difesa del carattere nazionale della maggioranza del nostro popolo”.
Fin dal 1945 i socialisti triestini avevano cercato di coniugare queste due scelte, quasi incompatibili in una realtà come quella triestina: schierarsi a fianco della classe operaia e tener ferma l’opzione nazionale per la riunificazione con l’Italia.
Ai loro occhi quello jugoslavo non aveva nulla a che fare con il vero socialismo, essendo ormai da tempo degenerato in un nazionalismo violento, pieno di spinte imperialiste. Lo andava ripetendo il vecchio leader Edmondo Puecher, che già nel primo dopoguerra aveva fatto la scelta nazionale a favore dell’Italia: bisognava smascherare le mire del comunismo internazionale e nello stesso tempo rifiutare il diktat imposto con il Trattato di pace e la creazione del TLT, destinati “unicamente ad esasperare gli opposti nazionalismi ed a creare localmente un pericoloso irredentismo”.
In realtà col tempo emersero nel partito due anime distinte: da una parte la vecchia anima “operaia”, che si rifaceva alle tradizioni del socialismo locale sotto l’Austria e all’insegnamento di Valentino Pittoni, dall’altra uno schieramento genericamente democratico e sensibile ai problemi sociali, che, però, nei momenti di particolare tensione sociale e politica, finiva con lo schierarsi a fianco della DC e dei partiti moderati.
I socialisti triestini rimasero uniti nel Partito socialista della Venezia Giulia (PSVG) fino al 1955: in questo modo non vissero la fase delle alleanze del “fronte popolare” con i comunisti che avevano animato la strategia del socialismo italiano.
14)
Un giudizio politicamente più articolato e meno lusinghiero sulle scelte politiche della DC triestina nei confronti della “questione nazionale” si trova in Giampaolo Valdevit, secondo il quale la politica perseguita tra il 1945 e il 1954 ebbe non pochi risvolti negativi: “Sarebbe indubbiamente assurdo negare che per vasti strati di popolazione cittadina il ritorno di Trieste all’Italia rappresentasse il problema più rilevante e al tempo stesso l’unica garanzia per la difesa dei valori nazionali, l’unica risposta sicura ad una minaccia, che – non certo per sola volontà di deformazione propagandistica – appariva diretta contro l’identità nazionale italiana; del pari sarebbe assurdo negare che la «difesa nazionale» contenesse alla base, anche da parte italiana, istanze di natura popolare e democratica. Ma è anche vero che la estrema semplificazione e la schematizzazione manichea della dialettica politica, operata dalle forze dell’arco italiano e dalla DC in particolare, il carattere egemonico e totalizzante che nella loro proposta politica assumeva il problema del ritorno di Trieste all’Italia, respingevano sistematicamente e fin dall’inizio ogni forma di confronto e di intesa con chi si collocasse o tendesse a porsi al di fuori o contro quella prospettiva, annullava di fatto quella matrice democratica e popolare e faceva oggettivamente della “difesa nazionale” strumento di negazione del progresso civile e democratico”.
15)
La coscienza dei meriti del mondo cattolico triestino nei confronti della società triestina e giuliana è ben presente nelle lettere che don Marzari inviò ai maggiori esponenti cattolici del governo italiano: “A Trieste, per merito nostro, sono stati liquidati i due più scottanti problemi: quello della paura e quello della configurazione politico-amministrativa; solo noi cattolici […] potevamo risolverli. Bisognava osare, e non abbiamo tremato, come altri, dinanzi al rischio. Restavano due altri problemi: l’uno contingente, se anche capitale: l’orientamento del mondo del lavoro; l’altro storicamente risolutivo per l’inserimento di Trieste, città di mentalità cosmopolita e semipagana, nella vita nazionale: la promozione dei cattolici triestini da minoranza egemonica solo per congiuntura e per virtù d’individui, a «forma mentis» di tutta la città e il territorio. […] Creare la città in centro d’italianità e di cattolicità. Le Termopili orientali d’Italia. Questo, solo per questo, il problema nazionale di Trieste, oggi. […] Fondere a Trieste in un popolo solo le eterogenee correnti in essa confluite educandole a una identica concezione di vita”. L’orgoglio di aver superato la paura era in lui anche un elemento autobiografico, se pensiamo al suo stato d’animo all’indomani dell’entrata in vigore del Trattato di pace. In una lettera a don Mario Sirza, suo corrispondente negli Stati Uniti presso i circoli cattolici italoamericani, confessa di aver pensato seriamente a procurarsi un passaporto: “La tendenza è […] quella di fuggire da queste terre. […] Anche tra i buoni l’idea di prepararsi, di costruire, o semplicemente di predisporre delle difese e delle linee di resistenza spirituale, talora viene definita pazzesca. […] La coscienza cristiana deve reagire a questo stato di cose […], il clero e i cattolici non devono abbandonare il campo”.
16)
Bevin aveva incaricato il Research Department, un gruppo di ricerca interno al Foreign Office, di elaborare uno studio approfondito sulle condizioni in cui si trovava la minoranza slovena in Italia e nel TLT.
Il documento finale venne presentato agli inizi di novembre. Vi era contenuta una sintetica ricostruzione della storia dei rapporti tra le due comunità a partire dal 1918 in cui si sottolineava la persistente negazione da parte delle autorità italiane dei diritti delle popolazioni slave rimaste all’interno dei confini del regno. In particolare il documento esprimeva timore per lo “spirito nazionalistico” che stava crescendo in Italia e che era già ampiamente emerso durante i negoziati sulla questione del Sud Tirolo. Se un tale atteggiamento doveva ripetersi anche per Trieste c’era poco da star tranquilli: “Il nazionalismo italiano ha già alzato la sua testa odiosa nella zona. C’è stata un’esplosione rabbiosa contro la decisione del generale Airey dell’agosto 1949 che permise l’uso della lingua slovena nelle attività dei Comuni, e gli italiani si sono opposti all’istituzione di scuole slovene da parte del GMA”.
Al generale Airey si erano rivolti mesi prima per informazioni dettagliate sulla minoranza slovena i consiglieri politici inglese ed americano, Sullivan e Baldwin. Airey, che era noto per il suo anticomunismo e per i suoi atteggiamenti “filoitaliani”, aveva risposto ricordando di aver messo in piedi l’Ufficio degli Affari delle minoranze del GMA allo scopo “di controbilanciare il decentramento delle responsabilità amministrative provvedendo ad una supervisione alleata per prevenire e correggere azioni oppressive e discriminatorie contro gli sloveni. Adesso il pericolo” – aveva concluso Airey – “è rappresentato dai politici più ciarlieri di Trieste e non dalla popolazione slovena stessa. Sono convinto che tentativi di mettere in luce la questione della minoranza slovena per risolverla porteranno ad una reazione violenta da parte della maggioranza italiana e distruggeranno gran parte del lavoro che abbiamo fatto negli ultimi quattro anni”.
17)
La “tesi” era stata sostenuta per la prima volta da uno studioso di diritto internazionale, il prof. Tommaso Perassi, che l’aveva fatta enunciare a Cammarata per quella occasione solenne. Il rettore riconobbe apertamente la vera paternità di quelle argomentazioni.
In un’intervista concessa cinque mesi dopo a Radio Trieste Cammarata sintetizzò le sue tesi sulla situazione giuridica del “cosiddetto Stato Libero di Trieste”: “Il mio ragionamento può essere ridotto in queste parole: se nel sottrarre queste terre alla sovranità italiana lo scopo era quello di costituire il «Territorio Libero di Trieste», la manifesta, indiscutibile impossibilità di realizzare un siffatto scopo rende automaticamente caduca la clausola del Trattato di pace che contempla la fine di tale sovranità.
Né si dica che, verificatasi l’impossibilità di dar vita al «Territorio Libero», lo spazio terrestre, sul quale quest’ultimo avrebbe dovuto sorgere sia diventato «terra di nessuno»: una simile tesi è assolutamente indimostrabile, perché non se ne trova la minima traccia sia nel testo del trattato, sia nelle opinioni che vennero manifestate durante la redazione del medesimo. Osservo piuttosto che un argomento, al quale ho fugacemente accennato nel discorso (e mi era sembrato, allora, inutile insistervi a lungo, tanto esso appariva evidente), ossia quello della conservazione della cittadinanza da parte di coloro che si erano stabiliti in queste terre il 10 giugno 1940, non è superabile in alcun modo perché non può accordarsi che con la persistenza della sovranità italiana; ed infatti, a tal riguardo, ho letto solo recriminazioni e critiche, come suol dirsi de jure condendo, e perfin ancora proteste; ma in definitiva nessun argomento fornito di parvenza di serietà.
Aggiungo adesso una osservazione, che a me – e non solo a me – sembra decisiva in favore della mia tesi. Basta leggere l’Articolo I dello «Strumento Provvisorio» per Trieste; una disposizione di evidente carattere transitorio nella intenzione delle parti; ma che si voglia e non si voglia, inchioda definitivamente il problema ad una sola precisa soluzione. Detto articolo, dopo avere espresso la, diciamo così, raccomandazione, che il Governatore entri in funzione, «il più presto possibile», ha un capoverso di inequivocabile significato; finché non sarà «entrato in funzione il Governatore, continuerà l’amministrazione dei Comandi Militari (Comandi, si badi bene, non Governi) operanti ciascuno nella rispettiva zona». Ciò vuol dire che sino all’entrata in funzione del Governatore continua il regime di occupazione militare; e tale regime, sia o no lo Stato occupante firmatario delle Convenzioni dell’Aja, lungi dall’implicare l’estinzione, implica la conservazione della sovranità da parte dello Stato cui apparteneva il territorio occupato”
.
18)
Il giudizio che le autorità del GMA danno dei risultati di questo piano di finanziamenti è tutt’altro che lusinghiero. In una nota del Direttorato dell’economia e delle finanze dell’agosto 1950 si legge: “Negli anni passati il GMA ha riversato milioni di dollari su Trieste. Nella grande maggioranza dei casi il denaro è servito per puntellare le strutture e rabberciare i tetti delle industrie esistenti. Tali industrie continuano a dimostrarsi inefficienti e letargiche”.
19)
Un neo in questo settore è dato dal ristagno delle commesse nel settore delle navi da carico secco, che è per il momento controbilanciato dalle crescenti ordinazioni di petroliere, ma che negli anni successivi si farà sempre più sentire. Ne è un campanello d’allarme la relazione del Consiglio d’amministrazione dei CRDA nell’assemblea ordinaria del 30 settembre 1953: “Il risultato economico dell’esercizio è stato discreto, ma, poiché una ripresa delle costruzioni navali non potrà avvenire che allorquando una legge di carattere continuativo ed organico avrà dato ai cantieri nazionale elementi di certezza, non è, al momento, possibile prevedere programmi concreti di nuove costruzioni e fare previsioni economiche per l’azienda”.
20)
Per sottolineare la mancanza di un progetto preciso dei due governi Duroselle usa l’espressione significativa “vague de conversations”. de Castro parla di “incontri”, di “pour parler”. Le personalità più influenti che animarono questi incontri furono da una parte Gallarati-Scotti, ambasciatore italiano a Londra e il ministro degli Esteri Sforza; dall’altra Brilej, ambasciatore jugoslavo a Londra e Kardelj.
21)
“I responsabili del GMA” – scrive Valdevit – “si proponevano […] di «rafforzare la capacità tecnica e la dirigenza del sindacato non comunista […] facendo della CCdL una sorta di interlocutore privilegiato, di ente consultivo per ciò che si riferiva alla vita economica, sociale e morale della popolazione”, frequentemente interpellato ed ascoltato; di promuovere un nuovo corso nelle relazioni fra capitale e lavoro “al fine di farle uscire dal medioevo” (nel quale si trovava, ad esempio, a giudizio alleato, la più importante azienda a livello locale, i CRDA) proponendo soprattutto per le fabbriche di prossima creazione “programmi di relazioni umane in atto negli Stati Uniti”, col supporto del CIO. Veniva inoltre previsto un sostegno, a livello di comunicazioni di massa, del sindacato non comunista e un “discredito di quello comunista”, una continua pressione su questo ultimo volta a “limitare, ostacolare e confinare la sua attività», consentendo l’accesso al GMA solo attraverso il dipartimento del lavoro”.
Ad un certo punto, verso la fine del 1949, le autorità del GMA avevano anche preso in considerazione la possibilità di dar vita ad un nuovo sindacato “autonomo”, ritenendo che la stessa CCdL fosse poco affidabile per l’instabilità interna causata dagli scontri tra le sue tre componenti politiche. L’iniziativa fu poi abbandonata e con il 1950 la strategia di “attenzione” nei confronti del CCdL riprese con forza.
22)
Numerosi erano in quegli anni le associazioni e i gruppi che si ponevano come primo scopo la mobilitazione di piazza quale strumento di lotta politica. “A tale proposito va operata” – scrive Cesare Vetter – “una distinzione di fondo. Alcuni circoli – come il Circolo Oberdan e il Circolo Cavana – si specializzano nella violenza di piazza diventando veri e propri centri di eversione e di provocazione. Altre associazioni invece indirizzano il proprio intervento ad un’opera di propaganda e di mobilitazione di massa. Il limite estremo della professionalizzazione della violenza è costituito dalle «squadre di Cavana» in cui confluiscono gli elementi più estremisti dei vari circoli ed associazioni. Le «squadre di Cavana» risultano coinvolte – accanto alle «squadre del Viale», che presentano tuttavia connotati in parte diversi soprattutto in ordine alla composizione sociale – in numerosissime aggressioni a comunisti ed antifascisti ed in rilevanti incidenti di piazza”.
La loro presenza era stata accertata in occasione dei gravi incidenti avvenuti durante il comizio di Terracini nel giugno del 1949.
23)
Significativo al riguardo il commento di Novak: “Rimane un’altra domanda: fino a che punto il generale Airey ha semplicemente seguito le direttive dei governi inglese e americano, e fino a qual punto ha espresso le proprie vedute personali? È vero che Airey non ha mai contraddetto la linea generale della politica angloamericana riguardo Trieste, ma entro questi limiti ha favorito la posizione italiana più del dovuto. Come soldato e come anticomunista, egli vedeva soltanto due parti: quella comunista, slava e filoslava e quella italiana, democratica e filooccidentale. Quando dovette scegliere fra le due, egli scelse quest’ultima. La sua analisi non rivelò la vera e molto più complessa situazione”.
I motivi dell’avvicendamento di Airey, richiamato dallo stesso Eisenhower, non sono del tutto chiari, secondo Duroselle: “Il solo problema che non abbiamo risolto è quello di sapere se si trattasse di una normale «routine militare» o se gli Inglesi e gli Americani, desiderosi di prendere le distanze dall’Italia, avessero segretamente chiesto ad Eisenhower di richiamare Airey”.
24)
La Compagnia Volontari Giuliani e Dalmati era stata ricostituita nel 1946. Due anni dopo si era verificata una spaccatura nell’associazione che aveva visto tra i dimissionari anche il colonnello Antonio Fonda Savio, già comandante del CVL di Trieste e autorevole membro del Consiglio direttivo.
La scissione si era verificata in seguito alla volontà espressa dal presidente Guido Slataper di respingere “in modo assoluto ogni discriminazione tra fascisti ed antifascisti” e di dar vita ad una associazione che riunisse tutti coloro che “più o meno illusi, servirono la Patria in buona fede”. Dovevano essere ammessi alla Compagnia anche “gli uomini onesti e i patrioti integerrimi che hanno servito devotamente l’Italia sotto la dominazione germanica, al pari di quelli che avevano servito l’Italia «quando calarono gli slavi» e quelli che «la servono ancora oggi sotto il governo angloamericano»”.
L’appello all’unità tra tutti gli italiani in “buona fede” si accompagnava nella sua dichiarazione al più vieto nazionalismo antislavo: “Nella nostra sventura dobbiamo ammettere che qui, nella nostra regione – per l’azione di conquista degli slavi – la lotta fraterna deve essere applicata contro i criminali dell’imperialismo slavo e dei loro palesi complici”.
25)
Il linguaggio del Giornale di Trieste ricordava spesso il tipico linguaggio fascista: già agli inizi dell’anno erano ricomparse le tradizionali condanne del “materialismo storico di marca ebraica” e del mondo slavo come “un mondo di barbarie”, nonché la solita negazione che questo mondo potesse avere una sua cultura: “I triestini sanno per vecchia esperienza cosa significano in bocca a dei portavoce titini le «necessità culturali slovene», si tratti di scuola, di teatro o di altro; le «necessità slovene» […] hanno una latitudine infinita, possono chiamarsi, di volta in volta, bilinguismo, poteri popolari, deportazioni e perfino foibe […]. Forse che i nuclei rurali di Albaro Vescovà, di Monrupino, di Basovizza, potrebbero alimentare una stagione al «Verdi»?”
26)
Alla fine del novembre 1949 il Cominform aveva reso nota una durissima risoluzione contro il Partito comunista jugoslavo, caduto ormai irrimediabilmente “nelle mani di assassini e di spie”. Nella relazione, oltre alle accuse più svariate di “tradimento”, di “imperialismo”, di “nazionalismo borghese” rivolte alla “cricca di Tito e di Rankovic”, si sprecavano le accuse di fascismo: “L’ideologia fascista, la politica fascista sia interna che esterna della cricca di Tito, interamente sottomessa ai circoli imperialisti stranieri, hanno scavato un abisso tra la cricca Tito-Rankovic di fascisti e di spie, e gli interessi vitali dei popoli della Jugoslavia amanti della libertà. Perciò l’attività antipopolare e il tradimento della cricca di Tito incontrano una resistenza sempre più forte, sia da parte dei comunisti rimasti fedeli al marxismo-leninismo, sia nella classe operaia e tra i contadini lavoratori della Jugoslavia”.
27)
Che la “tesi Cammarata” avesse una natura prevalentemente politica lo riconobbe anche Manlio Udina nel suo commento agli accordi di Osimo. Era una dottrina “rimasta pressoché isolata in Italia, almeno tra i cultori di diritto internazionale – e per niente condivisa all’estero – ma fatta propria dalla forse prevalente nostra giurisprudenza quando essa parve sostenuta anche in sede governativa (dopo che all’inizio lo Stato italiano con propri atti concludenti – di carattere normativo ed amministrativo – aveva dimostrato una ben diversa consapevolezza della realtà), e rispolverata ogni tanto soprattutto per ragioni di ordine politico in vista d’un auspicabile miglioramento della già avvenuta sistemazione territoriale”.
28)
Che la nomina di Winterton fosse il segno di questo nuovo atteggiamento da parte dei governi di Londra e di Washington e non di semplici “ambizioni degli alleati operanti in loco”, come invece credeva il ministero degli Esteri italiano, è sostenuto da de Castro sia sulla base dei colloqui diretti avuti col generale americano, sia sulla base del telegramma in data 6 novembre 1951 dell’ambasciatore italiano a Vienna: “Da personalità britannica che ha visto recentemente il Generale Winterton (parecchio tempo prima delle elezioni inglesi) mi è stato detto confidenzialmente che il Generale Winterton, che tra parentesi conosco piuttosto bene per la sua lunga permanenza a Vienna, aveva avuto a Trieste una situazione estremamente difficile e delicata, che nulla però era dovuto alla sua personale iniziativa, ma alle precise istruzioni, ispirate al concetto di mantenere a Trieste una «posizione equidistante» tra Italia e Jugoslavia”.
29)
I partiti sloveni non comunisti, che Adrijan Pahor chiama con la significativa espressione “partiti autonomi”, erano sempre stati favorevoli alla piena realizzazione del TLT, vedendo in esso la garanzia della più ampia tutela dei diritti e degli interessi della comunità slovena rispetto ai due opposti “annessionismi”, quello italiano e quello jugoslavo.
30)
Era questa una delle conseguenze della divisione dell’Europa in blocchi: va ricordato che le trattative per la definizione del Trattato di pace con l’Austria stavano languendo da tempo. Il paese era ancora, dalla fine della guerra, sotto l’occupazione delle quattro potenze vincitrici.
31)
Già da anni gli esperti economici del GMA avevano sottolineato l’esigenza di una diversificazione delle attività produttive quale unica via per uscire dalla condizione cronica di città assistita.
La loro strategia di intervento partiva dalla constatazione che la città, dopo la perdita del suo hinterland, non poteva in alcun modo aspirare ad uno sviluppo autonomo affidandosi al solo settore cantieristico e portuale, che nell’ottica dei comunisti e dei SU era e doveva rimanere il “settore trainante”: l’emporio era diventato ormai da tempo quasi esclusivamente un punto di transito e mancava quella rete di piccole e medie industrie di trasformazione delle merci che sola avrebbe potuto garantire uno sviluppo reale alla città.
In particolare Robert Galloway, direttore dell’ECA (Economic Cooperation Administration) aveva sempre sostenuto che bisognava restituire al porto triestino il suo ruolo originario: farne cioè un centro di trasformazione industriale valendosi delle facilitazioni portuali per il reperimento delle materie prime e per la commercializzazione dei prodotti.
In questa ottica va vista, ad esempio, la decisione del GMA di istituire il polo industriale di Zaule per attirare nuove attività industriali.
32)
La nomina del governatore rimase all’ordine del giorno del Consiglio di sicurezza fino al 1977!
La nota presentata da Gromyko sosteneva che la divisione del TLT tendeva “ad inserire le risorse materiali e di potenziale umano del territorio nei piani di guerra dell’alleanza nord-americana ed a fare di Trieste una base permanente militare e navale degli Stati Uniti e della Gran Bretagna”. A dimostrazione di ciò la nota aggiungeva che lo stesso primo ministro italiano De Gasperi aveva dichiarato in Parlamento un mese prima che la questione di Trieste doveva essere inserita nel quadro più ampio della difesa dell’Occidente.
33)
La partecipazione degli esuli alla vita di partito ebbe alcune caratteristiche specifiche che Liliana Ferrari mette bene in luce: “L’organizzazione degli istriani in una sorta di «corpo separato» all’interno del partito fu […] probabilmente soprattutto la risposta ad una scarsa sensibilità dei «triestini», o ancora il rifiuto di perdere nel partito la propria identità. Tutte queste considerazioni giocarono presumibilmente nella costituzione e nel successivo rafforzamento dell’interzonale istriano, rafforzamento documentato non fosse altro che dalla rapida fortuna politica del suo segretario Bologna, nominato nel 1952 consigliere nazionale. […] È possibile individuare […] una linea di tendenza nell’operato del gruppo dirigente istriano. Esso si adoperò, dal 1949, per favorire la creazione di una base di massa all'interno del partito che fosse dotata di una propria specificità ed autonomia nei confronti degli organismi cittadini e, nel contempo, fosse strettamente legata ed orientata dal gruppo dirigente di provenienza esule. Cemento unificante di tale base erano – insieme ad una radicata tradizione cattolica – la condizione di esuli ed i comuni problemi dell’inserimento (la casa ed il lavoro); comune era la speranza, soprattutto per chi era venuto dalla Zona B, di un mutamento nella situazione che permettesse di ritornare”.
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storia_ts/cronologia/1948_1952.txt · Ultima modifica: 21-03-2020 04:35 (modifica esterna)