Informazioni sulla privacy

Strumenti Utente

Strumenti Sito


storia_ts:cronologia:1952_1954



La ridistribuzione senza fini di lucro dei contenuti di questa pagina, anche se in forma parziale, deve citare il sito di provenienza www.atrieste.eu, i nomi degli autori, professori Fabio Francescato e Bruno Pizzamei, ed il fatto che si tratta della rielaborazione per il web di un ipertesto sviluppato dagli autori nel 1999 per conto del comune di Trieste e da questo distribuito gratuitamente nelle scuole. Non è ammessa la ridistribuzione con fini di lucro senza esplicita autorizzazione degli autori e dell'acquirente dell'opera.

LA CITTÀ OCCUPATA: 1952 – 1954

marzo 1952

In Italia le tensioni tra liberali e socialdemocratici, che appoggiano il governo De Gasperi, indeboliscono la maggioranza, già in difficoltà per le continue pressioni delle destre che rimproverano al governo un atteggiamento debole e rinunciatario sulla questione internazionale di Trieste e del TLT.

Questi scontri politici finiscono col condizionare pesantemente i già tiepidi contatti tra il governo di Roma e quello di Belgrado che si trascinavano da tempo senza particolari risultati.

L’11 marzo si tenne a Parigi il settimo ed ultimo incontro tra le due delegazioni e Guidotti avanzò come ulteriore proposta una consultazione delle popolazioni interessate attraverso un plebiscito da tenere in tempi stretti sotto il controllo internazionale.

La risposta di Bebler non lasciò adito a dubbi: un plebiscito sarebbe stato possibile solo dopo la “normalizzazione” della situazione etnica di quei territori la cui fisionomia “reale” era stata snaturata a partire dal 1918 e soprattutto durante il ventennio fascista. Per di più – secondo Bebler – dovevano essere rivisti tutti gli accordi con il GMA che avevano avvantaggiato l’Italia in spregio del Trattato di pace.

“Così le trattative dirette” – commenta Duroselle – “che avevano fatto seguito a tanti colloqui, e che gli Inglesi, come gli Americani, avevano auspicato con tanta forza si erano risolte in uno scacco totale”.

Il fallimento delle trattative creò delusione e rabbia in vasti settori dell’opinione pubblica italiana e tra il 24 e il 27 marzo si ebbero numerose manifestazioni a favore dell’annessione di Trieste all’Italia.

L’atmosfera di tensione e di fervore nazionale che accomunava ampi settori dell’opinione pubblica italiana fu abilmente sfruttata da De Gasperi, che riuscì a convincere gli inglesi e gli americani a convocare senza indugi una conferenza per esaminare il problema della Zona A e l’opportunità di una partecipazione italiana alla sua amministrazione: in una nota ufficiale i tre governi annunciarono di voler “esaminare in comune dei provvedimenti nella Zona A del Territorio Libero di Trieste atti a raggiungere in tale zona una più stretta collaborazione fra di loro e con le autorità locali, nello spirito dei rapporti di amicizia, che li uniscono nell’alleanza atlantica”.

La reazione del governo di Belgrado non si fece attendere: la Jugoslavia rimaneva ancora disponibile a trattative dirette, ma non avrebbe mai accettato patti conclusi alle sue spalle e a sue spese.

20 – 25 marzo 1952

Dopo mesi di relativa calma la situazione in città si fa nuovamente incandescente: a partire dal 10 febbraio, anniversario della firma del Trattato di pace, si assiste infatti ad un crescendo di iniziative diverse tendenti tutte a tener desta l'opinione pubblica sulla necessità di un pronto ritorno di Trieste e dell’Istria all'Italia.

Mentre il sindaco democristiano Gianni Bartoli, rivolgendosi a tutti i partiti dell’“arco italiano”, dà vita al “Comitato di difesa per l'italianità di Trieste e dell'Istria” e rafforza i legami con il CLN dell'Istria, la stampa quotidiana accentua i toni rivendicazionisti e vengono organizzate diverse manifestazioni per il 20 marzo, anniversario della Dichiarazione tripartita: domina su tutto la denuncia della situazione in cui versa la Zona B sotto l'“occupazione” jugoslava, del dramma degli istriani, soggetti ai più diversi arbitri e persecuzioni. 1)

Lo stesso vescovo Santin – la sua diocesi comprendeva anche la provincia di Capodistria, allora situata nella Zona B – polemizzò duramente con le autorità jugoslave divulgando un lungo elenco di persecuzioni religiose subite dai fedeli nella Zona B; per dare maggior forza alla sua protesta si rivolse anche all'arcivescovo di New York, cardinale F. J. Spellman, supplicandolo di “richiamare l'attenzione del governo e dei cattolici americani sulle violente persecuzioni religiose compiute soprattutto in questo periodo nella Zona B del Territorio Libero, mia diocesi, dove il clero e i laici subiscono intimidazioni e sono privati dei diritti religiosi”.

L'atmosfera era così carica di tensione che il generale Winterton decise di vietare tutte le manifestazioni all'aperto tranne il concerto della Banda della Lega Nazionale che doveva tenersi in piazza dell’Unità. Il giorno stabilito per le celebrazioni, alla fine della manifestazione al teatro Giuseppe Verdi, dove il sindaco Bartoli aveva accusato di doppiezza gli alleati occidentali ed aveva rivendicato i diritti dell’Italia su tutto il TLT, si formò un corteo che si diresse verso la piazza.

A questo punto numerosi manifestanti attaccarono il quartier generale del Fronte indipendentista e un circolo inglese, dando vita ai primi incidenti.

I disordini più gravi scoppiarono dopo l’arresto di un giovane che aveva tentato di issare il tricolore in piazza dell’Unità; contro i manifestanti la polizia intervenne decisamente facendo uso di gas lacrimogeni e di idranti. Secondo un comunicato ufficiale del GMA trenta civili ed alcuni poliziotti rimasero feriti e circa sessanta dimostranti vennero arrestati.

La tensione era ormai esplosiva ed il giorno successivo gli scontri ripresero con numerosi attacchi contro i cinema, i circoli ufficiali e le automobili inglesi.

La stessa Camera del Lavoro, che si riconosceva nei sindacati italiani, CISL e UIL, proclamò uno sciopero generale contro il comportamento della polizia per tutta la mattinata di sabato 22, mentre i Sindacati unici proclamarono autonomamente uno sciopero di mezz’ora: gran parte della classe operaia triestina, che aderiva a questo sindacato, rimase quindi ai margini, se non estranea, a queste vicende.

Le manifestazioni durarono fino al 25, e durante questi giorni si ebbero nuove, ripetute azioni contro gli indipendentisti e contro sedi e circoli delle truppe inglesi quali la Biblioteca inglese, il cinema “Principe” in viale XX Settembre e il British Officers Club del Tergesteo: il governo di Londra era infatti il maggior bersaglio dei manifestanti per le sue pressioni a favore dell’apertura di trattative dirette tra Roma e Belgrado che avrebbero avuto come inevitabile conseguenza la divisione del TLT e l’annessione della Zona B alla Jugoslavia.

Il 25 marzo, in Consiglio comunale, il sindaco Bartoli condannò la “mentalità da colonialisti” mostrata da “alcuni governanti locali verso le autorità civili e verso tutti gli italiani”, denunciando la “premeditata volontà di far fallire una tangibile dimostrazione della stragrande maggioranza della città, che anela al congiungimento definitivo alla propria Nazione”.

Nel contempo, però, Bartoli dichiarò di dover “dividere il grano dalla zizzania” e ribadì piena gratitudine e simpatia “verso coloro che hanno aiutato la rinascita del nostro paese e quella, sia pure difficile della nostra città, non è cessata”: anche tra la polizia civile si devono fare delle distinzioni, in quanto “tra i poliziotti […] si contano numerosi gli italiani anche di sentimenti, e sono dei gentiluomini”.

L’intera responsabilità degli incidenti e delle violenze venne dunque addebitata “all’orgoglio e al puntiglio di alcuni funzionari, che non si sono dimostrati all’altezza del loro delicato compito”: solo questi dovevano essere puniti ed allontanati dalle stesse autorità del GMA!

Su invito del sindaco il Consiglio comunale votò all’unanimità una mozione di protesta contro le violenze della polizia e reclamò l’immediato rilascio di tutti gli arrestati: nel testo della mozione si invitava anche la Giunta “a perseverare nella sua azione di isolamento delle Autorità di occupazione, fino a tanto che non sarà data alla popolazione soddisfazione per l’insulto patito”.

Venne anche rinnovata all’unanimità la piena solidarietà “alla popolazione della Zona B, abbandonata, dall’inerte atteggiamento delle potenze direttamente responsabili, alla più dura persecuzione del regime terrorista di Tito”. 2)

L'eco di questi avvenimenti fu notevole sia in campo nazionale che in quello internazionale e De Gasperi seppe abilmente fare di “Trieste italiana” uno dei temi centrali del dibattito politico. Ai rappresentanti triestini delle forze “nazionali” giunsero fervide manifestazioni di solidarietà e di appoggio dal governo italiano: mentre De Gasperi assicurava i triestini che “la loro causa era la causa di tutti gli italiani”, il ministro della Difesa Randolfo Pacciardi si rivolgeva ai “patrioti” dicendo che “dove avevano fallito i potenti e abili imperatori austriaci, non sarebbero riusciti né il maresciallo Tito né il generale Winterton”.

Ben diverse le reazioni a Londra, dove il ministro degli Esteri inglese Anthony Eden difese l'operato di Winterton e della polizia civile, attribuendo la responsabilità degli incidenti agli elementi di estrema destra ed affermando che la maggioranza dei fermati apparteneva al MSI.

Da parte jugoslava il giornale Borba accusò senza mezzi termini il governo italiano, ed in particolar modo il ministro degli Esteri, di aver fomentato strumentalmente i disordini, invece di decidersi a scegliere la via della collaborazione con Belgrado per un accordo che soddisfacesse entrambe le parti.

Un dato che emerse chiaramente dagli avvenimenti di questo periodo fu il consolidamento dell’atteggiamento di ostilità con cui il mondo politico triestino – se pure con motivazioni spesso diverse – guardava da tempo alle autorità del GMA: se fino all’inizio del 1951 il GMA era stato visto come un sicuro baluardo contro il pericolo di un’invasione, interna o esterna, orchestrata ad Oriente dal comunismo, ora esso è al centro di pressioni sempre più forti, che giungono anche alla contestazione di legittimità e alle manifestazioni di piazza.

Negli anni successivi questa ostilità sarebbe venuta crescendo, anche perché nella contestazione del GMA alcune forze, quali il MSI e le frange più sensibili ai richiami del nazionalismo, cercavano la loro legittimazione.

3 aprile – 9 maggio 1952

“La conseguenza immediata degli incidenti del marzo 1952” – scrive Valdevit – “era da un lato la rottura definitiva di quell’equilibrio fra forze dell’arco italiano e GMA fondato sulla concezione di quest’ultimo come “elemento di stabilizzazione”, dall’altro c’era l’esigenza di costruirne uno nuovo. Lo postulavano le stesse richieste formulate da parte italiana, che accantonavano tempestivamente ogni discussione sull’atteggiamento della polizia civile, ma al contempo si appellavano – come via d’uscita alla crisi che si era aperta – al “pieno riconoscimento del carattere italiano della Zona A”, formulazione che esigeva una sorta di governo tricolore. Mentre da parte italiana si nutriva l’aspettativa che ciò “avrebbe consentito di negoziare da una posizione di forza e di ottenere concessioni sulla Zona B”, da Belgrado si ammoniva invece che la Jugoslavia non avrebbe certamente mancato di percepire il significato del piano italiano, al quale avrebbe contrapposto l’annessione della Zona B, con la conseguenza di allontanare la prospettiva di una soluzione negoziata”.

Fu proprio il tentativo di ricostruire questo nuovo equilibrio che portò alla convocazione a Londra della Conferenza tripartita, che vide riuniti attorno ad un tavolo i rappresentanti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’Italia. 3)

La posizione iniziale della rappresentanza italiana, guidata da Manlio Brosio, fu molto rigida e puntò non solo al trasferimento di tutto l’apparato amministrativo della Zona A a funzionari italiani designati da Roma, ma anche alla nomina di un consigliere “politico” italiano, al diritto di issare la bandiera italiana sugli edifici pubblici di Trieste e, infine, alla dislocazione di un contingente militare italiano sotto gli ordini del GMA.

Il rifiuto degli angloamericani fu fermo e portò ad una impasse che sembrò insuperabile. Ma il 16 aprile – dopo una breve interruzione dei lavori per permettere ad Alberico Casardi di contattare a Roma De Gasperi – i lavori vennero ripresi e portarono ad un accordo che venne annunciato il 9 maggio: la responsabilità amministrativa sarebbe rimasta al GMA, che avrebbe in particolare mantenuto il controllo della polizia e del porto, ma il governo italiano avrebbe nominato, in accordo con il generale Winterton, 21 funzionari che avrebbero ricoperto cariche direttive in altrettanti settori dell’amministrazione cittadina. Per di più il governo italiano avrebbe partecipato alla amministrazione “civile” della Zona A anche attraverso la nomina di un direttore superiore, carica che venne attribuita a Gian Augusto Vitelli, un funzionario del ministero degli Interni con il rango di prefetto.

Inoltre, ed era il fatto politico più significativo, il governo italiano avrebbe nominato un “Consigliere politico” con il compito di affiancare gli altri due Consiglieri politici, uno inglese ed uno americano, del generale Winterton. Per questo importante incarico venne scelto il prof. Diego de Castro, che godeva la piena fiducia di De Gasperi e di Sforza.

De Gasperi, forzando anche le reali intenzioni degli alleati occidentali, dichiarò di considerare gli accordi siglati a Londra come “una fortezza e un bastione” dietro i quali l’Italia poteva più facilmente lottare “per i suoi diritti”, facendo capire che il passo successivo del governo italiano sarebbe stata la trattativa sulla Zona B. Di contro Tito, denunciando l’interessata interpretazione di De Gasperi sugli accordi di Londra, accusò l’imperialismo italiano di voler riaprire la vecchia questione dell’Istria e della Dalmazia e dichiarò senza mezzi termini che la Zona B non sarebbe mai stata italiana!

Il 13 maggio la Jugoslavia protestò ufficialmente, considerando questa “violazione unilaterale e illegittima dello statuto internazionale come un attacco portato ai diritti e agli interessi della Repubblica Popolare Federativa Jugoslava” e le contromisure non si fecero attendere: il governo di Belgrado nominò un consigliere “politico” del comandante della Zona B, il colonnello Stamatovic, e due consiglieri, uno croato per Buje, ed uno sloveno per Capodistria. Venne inoltre facilitato il transito tra la Zona B e la Jugoslavia e la Banca Nazionale Jugoslava estese il suo controllo sulla Zona B.

In Italia gli accordi di Londra furono accolti con netto sfavore sia dai missini che dai comunisti: per i primi si era trattato di un grosso successo della diplomazia inglese, ormai decisa a “pilotare” una divisione del TLT in due zone, seppellendo così definitivamente la Dichiarazione tripartita del marzo 1948.

Per i comunisti, come scrisse la rivista Rinascita, gli accordi modificavano senza alcuna parvenza di legittimità alcuni punti sostanziali del Trattato di pace del 1947 ed imponevano di fatto al governo italiano il riconoscimento della divisione del TLT in due zone distinte: “Si capisce quindi benissimo perché Tito protesti e faccia rumore. Egli ottiene di fatto […] la Zona B, che del resto gli anglo-americani gli avevano già riconosciuta, disinteressandosi di ciò che in essa avviene. Ma Tito protesta e fa rumore perché sa che in questo modo, dopo essersi messa da parte la Zona B, ottiene di preparare una nuova discussione, nella quale il tema dibattuto saranno i suoi pretesi diritti sulla Zona A, sulla città e sui traffici di Trieste e, qualunque sia il risultato del dibattito, egli farà un altro passo avanti, analogo a quello, importantissimo, che ha fatto ora, e nella stessa direzione”.

Nell’articolo la polemica contro i “governanti clericali e i loro satelliti”, divenuti già poche settimane dopo la liberazione di Roma “vassalli angloamericani”, arriva al punto di contrapporre l’impotenza dei “nazionalisti clericali” guidati da De Gasperi, che avevano addirittura concesso Briga e Tenda ai loro “avidi alleati”, al nazionalismo di D’Annunzio, “che aveva […] almeno messo le mani sopra una città e creata una situazione”!

25 maggio 1952

Gli accordi raggiunti a Londra con gli angloamericani vengono sfruttati durante la campagna elettorale per le elezioni amministrative, che si svolgono con il sistema dello “accreditamento”, cioè con l’attribuzione di due terzi dei seggi (a Trieste 40 seggi su 60) alla lista o gruppo di liste tra loro collegate che avesse raggiunto il maggior numero di voti. 4)

Si vota, oltre che a Trieste, al Comune di Muggia e nei “comuni rurali” di San Dorligo della Valle, Duino-Aurisina, Sgonico e Monrupino. In questi ultimi, i partiti autonomi sloveni e la sinistra filojugoslava presentarono una lista unica, la Lista slovenske skupnosti (LSS, Lista dell’Unione Slovena): secondo Adrijan Pahor questa scelta fu praticamente imposta sia dalla legge elettorale maggioritaria, sia dal fatto che le elezioni avevano assunto “un carattere plebiscitario pro o contro l’Italia”.

A Trieste questa intesa elettorale non fu possibile per motivi prettamente ideologici, in quanto il PCTLT era ritenuto dagli uni troppo “filoitaliano”, dagli altri niente più che un docile strumento in mano a Stalin.

Elezioni Amministrative del 25 maggio 1952
(Risultati nel Comune di Trieste)
Partito Voti Percent. Seggi
Partito liberale italiano (PLI) 5.768 3,22 3
Partito repubblicano italiano (PRI) 8.407 4,70 4
Partito democratico cristiano (DC) 59.133 33,04 28
Partito socialista della Venezia Giulia (PSVG) (saragattiani) 10.445 5,83 5
Totale (1° gruppo di liste collegate) 83.753 46,79 40
Movimento sociale italiano (MSI) 20.570 11,49 4
Partito nazionale monarchico (PNM) 2.915 1,63 1
Totale (2° gruppo di liste collegate) 23.485 13,12 5
Partito comunista del TLT (PCTLT) (cominformisti) 30.978 17,31 6
Movimento autonomo giuliano (MAG) 1.209 0,67 /
Fronte popolare italo-sloveno (FPIS) (titini) 4.924 2,75 1
Fronte dell’Indipendenza (FI) 22.415 12,52 5
Fronte dei monarchici e dei qualunquisti (FMQ) 1.560 0.88 /
Partito socialista italiano (PSI) (nenniani) 2.609 1,46 1
Blocco triestino (BT) 4.492 2,51 1
Lega democratica slovena 3.559 1,99 1
Totale ultimo 178.984 100,00 60
Elezioni Amministrative del 25 maggio 1952
(Risultati nel Comune di Muggia)
Partito Voti Percent. Seggi
Partito repubblicano italiano (PRI) 387 4,81 1
Partito socialista della Venezia Giulia (PSVG) 768 9,54 3
Partito democratico cristiano (DC) 1.701 21,12 5
Totale (Liste collegate) 2.856 35,47 9
Partito comunista del TLT (PCTLT) (cominformisti) 4.695 58,30 20
Unione popolare per l’indipendenza 502 6,23
Totale ultimo 8.053 100,00 30
Elezioni Amministrative del 25 maggio 1952
(Risultati nei comuni rurali)
San Dorligo della Valle
Partito Voti Percent. Seggi
Partito comunista del TLT (cominformisti) 1.362 49,31 16
Lista dell’Unione slovena 1.239 44,86 4
Lista indipendente 161 5,83 /
Totale 2.762 100,00 20
Duino - Aurisina
Partito Voti Percent. Seggi
Partito comunista del TLT (cominformisti) 856 29,30 4
Lista dell’Unione slovena 1.253 42,90 16
Unione democratica italo-slovena (filoitaliana) 625 21,40 /
Blocco triestino 187 6,40 /
Totale 2.921 100,00 20
Sgonico
Partito Voti Percent. Seggi
Partito comunista del TLT (cominformisti) 375 49,02 3
Lista dell’Unione slovena 390 50,98 12
Totale 765 100,00 15
Monrupino
Partito Voti Percent. Seggi
Partito comunista del TLT (cominformisti) 82 24,77 2
Lista dell’Unione slovena 177 53,48 12
Unione economica indipendente 72 21,75 1
Totale 331 100,00 15

I Partiti “italiani”, nel loro complesso, mantennero una netta maggioranza, attorno al 62% dei suffragi, ma al loro interno vi fu un travaso a destra rispetto ai dati del 1949: persero la DC, che raggiunse il 33% (- 6%), il PSVG (saragattiani), che raccolse però gran parte dell'elettorato socialista dopo la scissione tra PSI e PSDI, ed il PRI, che passò dal 5,41% al 4,7%. Guadagnarono il PLI (+ 2,5%) e il MSI, che passò dal 6,05% all'11,49%.

I risultati notevoli del Movimento sociale furono determinati soprattutto dalla tenace opposizione che il partito aveva sempre mostrato nei confronti delle trattative dirette tra l’Italia e la Jugoslavia, denunciate come prodromo di un’inevitabile cessione di territori.

Molto significativo fu anche il netto successo del “Fronte indipendentista”, che raddoppiò i suoi voti, raggiungendo il 12,52%. A sinistra, infine, da registrare la flessione del PCTLT, di indirizzo cominformista, che perse circa il 4%: numerosi comunisti votarono per il PSI di Pietro Nenni, che si presentava per la prima volta alle urne. Inoltre il PCTLT pagò probabilmente anche la linea non sempre coerente mostrata a favore del Territorio Libero di Trieste e della applicazione rigorosa del Trattato di pace: su questo terreno la costante battaglia degli indipendentisti era risultata più convincente agli occhi della cittadinanza.

Un’interessante riflessione sui risultati si trova nel Duroselle: “Se si esamina la ripartizione geografica dei voti, si possono fare alcune importanti osservazioni. I partiti favorevoli alla annessione alla Jugoslavia non ottengono la maggioranza dei voti, né se ne avvicinano, se non in tre piccoli comuni “periferici” che spesso hanno meno di mille abitanti: Sgonico, Monrupino, Duino-Aurisina. Nell’intera, piccola, parte contadina della Zona A i “pro-Jugoslavi” superano sempre il 20% dell’elettorato. Di contro, nei quartieri sloveni di Trieste, la loro percentuale rimane limitata, generalmente inferiore al 10%. Il Comune di Muggia, a netta maggioranza “italiano”, dà una maggioranza netta al PC del TLT. L’estrema destra è nettamente isolata nel centro della città. Ma i partiti governativi qui sono di gran lunga più forti. Quasi dappertutto superano il 50% dei voti espressi”.

Significativa, infine, l’analisi di de Castro, secondo il quale le caratteristiche delle elezioni del 1952, rispetto a quelle del 1949, sono tre: “1) un impercettibile incrinamento quantitativo della italianità di Trieste (0,7% in meno), ma un peggioramento qualitativo, nel senso di una esasperazione maggiore del sentimento nazionale; la prova della acutizzazione di tale sentimento è data dalla diminuzione verificatasi nei voti ai partiti democratici, a vantaggio della estrema destra; tuttavia tutti i competenti aspettavano un risultato peggiore per i partiti democratici stessi ed anche per l’italianità; pur riprendendo una colorazione più accesa, essa continuò a manifestarsi, come al solito, praticamente inattaccabile; 2) il quasi raddoppiamento degli indipendentisti; esso era largamente atteso e fu, forse, minore, numericamente, di quanto si prevedeva; 3) lo slittamento dell’elettorato verso destra, con la diminuzione dei comunisti ed il raddoppiamento dei missini. Ad elezioni concluse si vide quanto fosse stata giusta l’insistenza del governo italiano per ottenere l’apparentamento perché, altrimenti, i quattro partiti democratici italiani, perduta la maggioranza nel Consiglio comunale (cosa da noi tutti prevista), avrebbero dovuto legarsi ad altre correnti; anzi, date le manifeste tendenze dell’elettorato, avrebbero dovuto poggiare sull’aiuto della destra. L’incremento dei voti agli slavi risultò minimo (0,59), come tutti prevedevano”.

27 maggio 1952

La politica di “contenimento” portata avanti dalla amministrazione Truman prosegue con la creazione di un comando atlantico unificato con sede a Parigi, affidato al generale americano Dwight Eisenhower: in questo contesto i governi di Londra e di Washington tentano di introdurre la carta del riarmo dell’esercito tedesco, che aveva suscitato violente proteste da parte dei francesi e dei sovietici.

Per superare queste reazioni, i 6 paesi occidentali già aderenti alla Comunità carbone-acciaio – Francia, Germania Occidentale, Italia e paesi del Benelux – firmano un trattato che avrebbe dato vita alla Comunità Europea di Difesa (CED), con la istituzione di un esercito sovranazionale europeo, integrato in quello NATO e posto sotto la guida di un Commissario dotato di poteri relativamente indipendenti dai singoli governi partecipanti, tra i quali vi era anche quello tedesco.

Il difficile iter della CED, contestata in Francia da un ampio schieramento di forze politiche che vi vedevano un’intollerabile limitazione del paese e una subdola via per il riarmo tedesco, si intrecciò per due anni con il faticoso processo di soluzione della “questione di Trieste”. Da varie parti, infatti, la creazione della CED era stata vista come un primo passo per l’unificazione europea e il governo italiano sapeva benissimo che Londra e Washington avrebbero appoggiato le sue rivendicazioni nelle trattative con la Jugoslavia solo se l’Italia avesse aderito a questo nuovo organismo.

settembre – ottobre 1952

L'intesa raggiunta a Londra agli inizi di aprile era stata interpretata dalla diplomazia inglese come un primo passo in vista del riconoscimento dell'assegnazione della Zona A all'Italia, da realizzarsi contestualmente all'attribuzione della Zona B alla Jugoslavia.

Per di più dai colloqui di Belgrado tra Anthony Eden, Tito e Kardelj era emersa la disponibilità del governo di Belgrado ad accettare la spartizione delle due zone del TLT fra Italia e Jugoslavia purché questa avesse carattere di soluzione definitiva della vertenza: ora lo stesso Eden si rende conto che questa era ormai l’unica via percorribile.

L’8 settembre Anthony Eden invia a De Gasperi una lettera personale cui era aggiunto un promemoria del Foreign Office che rappresentava un’“abile” sintesi degli ultimi sviluppi della “Questione di Trieste”: “Da sue recenti conversazioni con il Signor De Gasperi e con il maresciallo Tito circa il futuro del TLT il Segretario di Stato ha appreso con soddisfazione che i Governi italiano e jugoslavo sono entrambi favorevolmente disposti al sollecito regolamento di tale spinoso problema, alla luce di più vaste considerazioni internazionali e nel loro stesso interesse. Mr. Eden ha potuto pienamente comprendere, dalle sue discussioni con il sig. De Gasperi e con il maresciallo Tito, le reali e gravi difficoltà cui, per raggiungere una soluzione, devono far fronte i Governi italiano e jugoslavo. Ne ha tratto l’impressione che un regolamento che lasci la Zona A all’Italia e la Zona B alla Jugoslavia è la soluzione che ha la maggior probabilità di poter essere effettuata immediatamente. Se concordata tra i Governi italiano e jugoslavo, tale soluzione comporterebbe naturalmente l’incorporazione della Zona A in Italia e della Zona B in Jugoslavia. Se il sig. De Gasperi considera di poter concordare su tale soluzione, essa riceverebbe l’appoggio del Governo di Sua Maestà. Le due sole alternative a tale soluzione sono, secondo Mr. Eden, o lasciare la situazione quale è attualmente o che il Governo italiano riprenda i negoziati bilaterali con il Governo jugoslavo, se ritiene di poterne ricavare regolamento più favorevole”.

Una proposta che certamente De Gasperi, la cui posizione si veniva indebolendo sempre più in politica interna – già nelle elezioni amministrative generali del 1951, nonché in quelle di Roma del 1952, si era verificata una sensibile crescita dei voti monarchici e del MSI – non avrebbe mai potuto accettare. Il presidente del governo italiano era tutt’al più disposto, nel caso in cui non fosse raggiungibile la conferma piena della Nota tripartita del 1948, ad accettare la cosiddetta “linea etnica continua”, secondo la formula volutamente imprecisa proposta dal ministro degli Esteri Carlo Sforza: in tal modo le città costiere della Zona B – Capodistria, Isola, Pirano – sarebbero divenute parti integranti dell’Italia. 5)

Ma queste preoccupazioni del governo italiano non avevano certamente un grande peso a Londra e Eden, rispondendo ai Comuni, alla fine di ottobre confermò che l’Inghilterra e la Jugoslavia avrebbero mantenuto una collaborazione sempre più stretta: “Per quanto riguardava Trieste” – commenta de Castro – “il viaggio di Eden in Jugoslavia si concludeva dunque, con un completo insuccesso, mentre segnava un punto a favore della diplomazia e della politica del Maresciallo Tito”.

La proposta di Eden non convinse però il governo americano, che non voleva in alcun modo indebolire la posizione di De Gasperi, soprattutto in previsione delle elezioni politiche che si sarebbero tenute nel 1953: per di più – agli occhi della diplomazia di Washington – vi era il pericolo che l’imposizione dall’alto di una soluzione impopolare spingesse il Parlamento italiano a non ratificare l’accordo che aveva istituito la Comunità di Difesa Europea.

novembre – dicembre 1952

Alle elezioni presidenziali in America viene eletto il candidato repubblicano, il generale Dwight Eisenhower, già comandante delle truppe NATO in Europa. Lo affiancherà il segretario di Stato Foster Dulles, sostenitore tenace di una dura politica di “contenimento” nei riguardi dell’Unione Sovietica.

In vari ambienti italiani l’elezione di Eisenhower viene accolta con favore, anche perché sono noti i suoi rapporti di amicizia con l’ambasciatrice americana a Roma Claire Boothe Luce, decisamente schierata a favore del governo italiano sulla questione di Trieste.

Un segno del favore con il quale diversi ambienti politici nordamericani guardavano ad una soluzione “italiana” per Trieste è dato dalla visita a dicembre del senatore John. F. Kennedy: il futuro presidente degli Stati Uniti manifestò tutto il proprio impegno a sollecitare nel Senato americano una maggiore attenzione nei confronti degli interessi e delle giuste attese della città.

Nel frattempo, a Trieste le forze politiche che sostengono la giunta continuano con la tradizionale intransigenza a sostenere la tesi della restituzione dell’intero TLT all’Italia ed a richiamarsi alla lettera della “Dichiarazione tripartita” del marzo 1948.

In prima fila, le forze politiche cattoliche. Con i toni nazionalisti del settimanale La Prora, nelle cui pagine continuano ad comparire metafore militari quali “sentinella” e “baluardo” della “stirpe italica”, concordano le parole del sindaco Bartoli, che del giornale era stato anche direttore: “Si bara quando ci si accusa di imperialismo” – sostiene con enfasi al Consiglio comunale – “noi che con muto dolore abbiamo visto strappate, per una iniqua legge di guerra, città di pura impronta ed anima italiana: Pola, Fiume e cento altre piccole città istriane, diventate luoghi di martirio e di disperazione in mano altrui. Si bara quando alterando statistiche e documenti si chiamano slave terre che furono di Roma e di Venezia per secoli, che resistendo alla snazionalizzazione del vecchio impero asburgico portarono intatte le loro aspirazioni e la loro sede sino alla soglia della prima Guerra Mondiale”.

Gli accenni a Roma, a Venezia, alla politica degli Asburgo sono tutti temi che ricordano la vecchia retorica del primo decennio del secolo, quella lettura nazionalista che Tamaro aveva fatto della storia di Trieste e che era poi confluita nella tipica retorica fascista.

1953

“Durante il 1953” – scrive Valdevit – “il nuovo corso della politica estera americana impresso dal nuovo presidente Eisenhower rende urgente tracciare una linea di contenimento continua in Europa sì da agganciare più stabilmente la Jugoslavia alla difesa europea. Entro tale contesto prende piede l’idea di un intervento diretto da parte anglo-americana onde porre termine alla vertenza”.

Una prima tappa di questa strategia si ha in febbraio, quando ad Ankara, sotto gli auspici del governo americano, fu firmato un patto di cooperazione balcanico tra la Jugoslavia, la Grecia e la Turchia: dal momento che la Grecia e la Turchia erano state ammesse alla NATO, il “Fronte Balcanico” appariva al governo di Belgrado come una garanzia di grande importanza per difendere il “Lubljana Gap” nel caso di un attacco sovietico alla Jugoslavia.

Alla fine di agosto i governi di Londra, Parigi e Washington si impegnano a garantire un sostegno logistico ed operativo alla Jugoslavia in caso di aggressione da parte di Mosca o di un suo stato “satellite”: poco dopo Eisenhower, rivolgendosi a Tito per ottenere qualche concessione territoriale nella Zona B in favore dell’Italia, sottolinea enfaticamente “i grandi problemi del mondo libero del quale i nostri paesi fanno parte”, nonché il fatto che l’assistenza militare americana avrebbe raggiunto la massima efficacia solo quando un accordo con Roma fosse stato definito e risolto.

Ad ottobre scoppia come una bomba la cosiddetta “Dichiarazione bipartita”: Londra e Washington dichiarano di esser intenzionate a por fine alle proprie funzioni di GMA, di ritirare le truppe nel più breve tempo possibile e di trasferire la Zona A all’amministrazione italiana. La decisione dei due governi viene comunicata anche al governo jugoslavo, che si trova così davanti al fatto compiuto.

Ormai è chiaro che Roma e Belgrado sono messe inequivocabilmente davanti alle loro responsabilità e che gli angloamericani hanno deciso di prendere direttamente nelle loro mani le redini dell’annosa questione, nella certezza di ottenere nel più breve tempo possibile “una amichevole e feconda collaborazione”: lo stesso governo di Parigi era stato avvertito dell’iniziativa solo la sera precedente e le proteste del ministro degli esteri Bidault erano sembrate poco più che un rito scontato.

Rivolgendosi all’ambasciatore americano a Londra Winthrop Aldrich, Foster Dulles aveva infatti espresso a chiare parole i termini reali della situazione: “Siamo convinti che le nostre relazioni militari con la Jugoslavia sono arrivate al punto che, per consentire ulteriori progressi nella pianificazione e programmazione [militare], è imperativo che la situazione di Trieste sia stabilizzata”. Solo la soluzione definitiva della “questione di Trieste”, infatti, poteva permettere di saldare quella linea di “contenimento”, una sorta di riedizione del vecchio “cordone sanitario” nel centro dell’Europa, che l’amministrazione Eisenhower aveva deciso di portare a termine con tutto il peso della sua forza militare, politica ed economica.

marzo – agosto 1953

I rapporti diplomatici tra l'Italia e la Jugoslavia si fanno particolarmente tesi – da circa un anno le trattative dirette erano interrotte – e i due governi sembrano decisi a non voler cedere di un passo, anche per le pressioni crescenti dei problemi di politica interna.

Due fatti quasi contemporanei modificano però la situazione di stallo che si era venuta delineando. Da una parte la morte di Stalin e dall'altra la sconfitta di De Gasperi alle elezioni politiche di giugno, con la successiva bocciatura davanti al parlamento del suo governo monocolore 6): mentre la morte di Stalin portò in breve tempo alla ripresa delle relazioni diplomatiche tra Mosca e Belgrado, rafforzando la posizione di Tito, che poteva ora tentare anche il gioco su due tavoli, la crisi irreversibile in cui era caduta la maggioranza di De Gasperi modificò profondamente gli equilibri politici in Italia.

Ad agosto Giuseppe Pella, leader di una delle correnti di destra della DC, formò un nuovo governo ed ottenne in Parlamento l’appoggio delle destre mostrando di voler affrontare il problema di Trieste con maggior intransigenza sia nei confronti del governo jugoslavo, sia nei confronti degli alleati atlantici.

Pella invitò subito le diplomazie di Washington e di Londra ad intensificare le pressioni su Tito onde assicurare il rispetto puntuale della Nota tripartita del 1948 e seppe approfittare abilmente dell’aiuto insperato offertogli da un “giallo” giornalistico internazionale.

Il 28 agosto l’agenzia ufficiosa Jugopress aveva rilasciato un comunicato in cui si commentava il discorso pronunciato da Pella in Parlamento in termini risolutamente polemici: “La nuova prova dell’atteggiamento negativo dell’Italia in tale questione, fornita dal discorso del nuovo primo ministro italiano, ha convinto molte personalità di Belgrado che è necessario rivedere seriamente l’atteggiamento della Jugoslavia in questo problema. Prevale l’opinione che questa revisione porterà a risultati inevitabili a causa delle circostanze create nella questione di Trieste, considerata la situazione sorta col processo di tacita annessione di Trieste da parte dell’Italia”.

Il giorno dopo l’agenzia americana United Press aveva emanato da Belgrado un dispaccio in cui si leggeva: “È stato affermato oggi che la Jugoslavia ha perso la pazienza con l’Italia in affari riguardanti la questione di Trieste e si dice che essa pensi di cambiare il suo atteggiamento “moderato e tollerante”, eventualmente annettendo la Zona B, in risposta alla “tacita annessione” della Zona A da parte dell’Italia”.

Nel riportare il testo ufficioso della Jugopress la United Press aveva aggiunto le parole “eventualmente annettendo la Zona B” che non comparivano assolutamente nel testo originale.

Pella interpretò alla lettera il dispaccio della United Press e senza chiedere spiegazioni al Governo di Belgrado convocò immediatamente una riunione al vertice, durante la quale, alla presenza del ministro degli Esteri Emilio Taviani, del capo di stato maggiore e del segretario generale del ministero degli Esteri, fu presa la decisione di muovere le truppe verso il confine jugoslavo, quale monito a Tito che l’Italia non avrebbe mai abdicato ai suoi diritti sulla Zona B.

settembre 1953

Dopo una serie di note ufficiali contro la “provocazione” di Pella la risposta del governo jugoslavo trovò la sua più esplicita manifestazione in un discorso che lo stesso Tito tenne durante le celebrazioni del decennale della proclamazione dell’annessione del Litorale sloveno alla Jugoslavia. Il 6 settembre, ad Okroglica, (San Basso, Nova Gorica), vicino al confine italiano, Tito si scagliò contro il capo del governo italiano davanti a quasi 250.000 persone: “Perché egli […] pretende di far muovere le sue truppe nel caso che dovessimo annettere la Zona B? Compagni, perché dovremmo annettere la Zona B, dal momento che già ci siamo? […] Il signor Pella […] ha voluto evidentemente perseguire contro di noi una politica di forza. È salito sul suo destriero e galoppa ora per l’Italia brandendo la sua sciabola di legno […]. Noi sappiamo abbastanza bene che ciò non è altro che una esibizione da circo. […] Abbiamo già visto le loro divisioni, e non soltanto una o due, armate e disarmate. Ed è per questo che non temiamo le loro minacce”.

Respingendo tutte le precedenti proposte, sia italiane che jugoslave, Tito avanzò una nuova drastica soluzione: “Avete talmente spinto la situazione in un vicolo cieco, che in pratica né voi né noi possiamo uscirne se non facendo di Trieste una città internazionale e annettendo tutto il retroterra sloveno alla Jugoslavia. Questa è l’unica soluzione possibile”.

Il 13 settembre, durante la celebrazione di un altro decennale, quello della difesa di Roma contro l’occupante tedesco, Pella rispose a Tito chiedendo il rispetto della Dichiarazione tripartita e rigettando tutte le responsabilità sulla Jugoslavia. 7)

Accogliendo in parte il memorandum presentatogli pochi giorni prima dai partiti triestini favorevoli all’unificazione e dal CLN dell’Istria, Pella lanciò la proposta di un “plebiscito” da svolgere in tutto il TLT: “Noi siamo quindi per un plebiscito su tutto il territorio in base al principio democratico della accertata volontà della maggioranza e per una scelta fra Italia e Jugoslavia, ben s’intende senza la presenza di truppe delle due parti interessate”. Al contempo invitò gli Stati Uniti e la Gran Bretagna a riconoscere finalmente che la presenza delle loro truppe nella Zona A era ormai un inutile “anacronismo”.

La proposta, com’era prevedibile, cadde nel vuoto: una nota di Belgrado chiuse le porte ad ogni discussione affermando che il plebiscito poteva essere giustificato “soltanto a condizione che siano eliminate le ingiustizie e le conseguenze della politica di snazionalizzazione perseguita dal 1918”.

Era in pratica la stessa argomentazione con la quale l’anno prima era stato rifiutato un analogo progetto di plebiscito: la politica seguita dai governi italiani dalla fine della prima guerra mondiale fino al 1945 aveva stravolto i reali rapporti tra le due diverse nazionalità e quindi il ricorso al plebiscito non poteva che risolversi in una proterva sanzione di decenni e decenni di violenze e di ingiustizie!

L’iniziativa di Pella, al di là delle sue reali intenzioni e del rifiuto immediato di Belgrado, contribuì a rilanciare con forza la “questione di Trieste” a livello internazionale. I governi di Washington e di Londra non poterono infatti chiudere gli occhi davanti al nuovo – e pur sempre vecchio! – scenario: “L’immagine di un vicolo cieco in cui i due interlocutori si erano cacciati” – scrive Valdevit – “la preoccupazione, presente soprattutto agli alti livelli militari, di una «minaccia alla sicurezza delle forze americane a Trieste» proveniente da «forze militari irresponsabili» non apertamente controllate dal governo italiano sul modello di D’Annunzio o da un’azione di massa provocata dal discorso di Pella in programma per il 13 settembre; le stesse reazioni di Winterton, che parlava egli pure di «intenzioni dannunziane» e vi contrapponeva la determinazione di non lasciare spazio ad esse; le incertezze sulla reazione del governo italiano: questo insieme di valutazioni e preoccupazioni faceva considerare esaurita per lo meno a breve termine la prospettiva di un accordo diretto fra Italia e Jugoslavia e forniva lo stimolo alla diplomazia americana e britannica a riavviare il processo arrestato prima delle elezioni di giugno 1953”.

A Trieste la stampa e i partiti dell’“arco italiano” risposero con entusiasmo alla proposta del capo del governo italiano, mentre preoccupazioni furono manifestate da una parte dagli indipendentisti e dai comunisti cominformisti, dall’altra dai partiti sloveni SKSZ e SDZ: per tutte queste forze politiche la scelta plebiscitaria tra l’Italia e la Jugoslavia apparve quale un vero e proprio “ricatto” che escludeva a priori la soluzione del TLT, da loro fortemente propugnata.8)

30 settembre – 6 ottobre 1953

La “questione di Trieste” è anche uno dei temi su cui le forze politiche italiane si scontrano con maggior forza. La discussione è molto tesa anche a livello parlamentare, come ricorda nel suo Diario (I Giorni di Trieste. Diario 1953-1954) Paolo Emilio Taviani, sottosegretario agli Esteri con De Gasperi, ed ora, con Pella, ministro della Difesa. “A Montecitorio ieri [30 settembre 1953] si è lungamente parlato di Trieste. Lucido e penetrante l’intervento di Saragat. L’attuazione del territorio Libero di Trieste, previsto dal Trattato di pace – ha detto – darebbe luogo alla mostruosità di uno Stato creato indipendentemente dalla volontà dei suoi cittadini. Ha aderito pienamente alla tesi del plebiscito. Il plebiscito non si farà. È però una carta da giocare, per ricongiungere subito Trieste all’Italia. Mi dispiace per Bartole [Deputato DC di origine istriana], che oggi alla Camera, a nome del CLN istriano, ha detto di essere certo per notizie dirette che il governo jugoslavo, subito dopo la nota della Jugopress, si apprestava a procedere all’annessione della Zona B. Ha specificato che il questore jugoslavo di Pola aveva convocato cittadini della Zona B di lingua italiana per chieder loro se ad annessione avvenuta sarebbero rimasti nella zona o si sarebbero trasferiti nel territorio della repubblica italiana. Secondo Bartole la nostra azione sarebbe valsa a scongiurare questa jattura. In realtà la nostra azione varrà ad altro fine: a non perdere Trieste e la Zona A. A tanto si stava arrivando, dopo lo scacco elettorale del 6 giugno. Oggi l’obiettivo è soprattutto rientrare nel pieno possesso della città di Trieste senza precludere la definitiva soluzione dei confini. I termini del problema sono chiari e semplici. 1) Nel momento in cui gli inglesi hanno lasciato Pola è caduta la possibilità che l’intera Zona B sia subito restituita all’Italia. 2) Tito, dittatore, arbitro unico delle sorti del suo Stato, avendo rotto i ponti con l’Unione Sovietica, ha avuto bisogno di appoggi economici, e non soltanto economici, da parte dell’Occidente. Ma le tre potenze occidentali hanno riconosciuto con la “Dichiarazione tripartita” il diritto dell’Italia ad ambedue le zone del Territorio Libero. Perciò Tito era disponibile – prima del 6 giugno – al rientro dell’Italia in Trieste e forse anche a qualche concessione nella Zona B. 3) Il risultato elettorale del 6 giugno ha indebolito la situazione italiana. Si può discutere se più o meno gravemente. Tito comunque ritiene gravemente. E persegue oggi l’obiettivo di mantenere internazionalizzata la Zona A. L’internazionalizzazione della zona significa, nel giro di pochi anni, la perdita di Trieste. Fin qui i dati inoppugnabili. Di qui risulta chiaro l’interesse dell’Italia: di congiungere, al più presto, la Zona A all’Italia. Prima che sia troppo tardi. […] Che cosa è andato a dire, oggi, Bartole, con la delegazione istriana, a Pella? Gli ha detto che l’annessione della Zona A all’Italia significherebbe la rinuncia alla Zona B. Non è vero. Pella ha assicurato che nessuna decisione può essere oggi definitiva. Ma se non vogliamo creare la premessa della balcanizzazione della città di Trieste dobbiamo ottenere, e presto, il passaggio dell’amministrazione della Zona A all’Italia.”

La posizione dei comunisti viene così ricordata da Taviani nel suo diario: “Il discorso di Togliatti ripete la solita solfa. Tutti i guai derivano dal Patto atlantico. Per Trieste, attenzione al plebiscito, perché anche l’Alto Adige potrebbe chiederlo. Meglio sarebbe attuare il Territorio Libero di Trieste. Sono convinto che Togliatti non crede ad una parola di quanto detto. Doveva uscire da una situazione imbarazzante e lo ha fatto con intelligenza, ma anche con la malafede. Il pericolo che la febbre del plebiscito sia contagiosa per l’Alto Adige non è da sottovalutare, ma neppure da esagerare. La frontiera del Brennero è stabilita da un trattato e se si dovesse rimettere in discussione le frontiere definite dai trattati e pur tuttavia contestate, ci sarebbero almeno 50 o 60 plebisciti da indire in Europa e nel mondo. Il Territorio Libero è invece una creatura provvisoria e senza vita, un aborto. Occorre trovare subito una soluzione. Il plebiscito sarebbe una soluzione. La Jugoslavia non lo vuole: proponga allora una soluzione. Ma una soluzione è necessaria”.

“Il 6 ottobre” – continua Taviani – “la Camera ha votato all’unanimità il seguente ordine del giorno: “La Camera invita il governo a persistere tenacemente nell’azione diretta a realizzare le condizioni necessarie per garantire in modo effettivo i diritti dell’Italia sull’intero TLT e ad assicurare il ritorno alla madre patria di quelle terre e di quelle popolazioni”. L’ordine del giorno è firmato dal democristiano Bartole oltreché dal liberale Cortese. La firma dell’istriano e l’intransigenza sull’“intero” territorio rivelano abbastanza chiaramente che si tratta di un tranello. Bella l’unanimità, bella la manifestazione unitaria del Parlamento. Perché di riavere l’intero Territorio Libero non esiste oggi neppure una possibilità su mille. Resta di positivo il fatto che comunisti e socialisti si siano associati con il loro applauso alla manifestazione patriottica, diciamo pure nazionalista”.

La pagina di Taviani si conclude con la già citata osservazione sul destino del TLT che è un esempio di realismo e di concretezza politica: “Il plebiscito non si farà. È però una carta da giocare, per ricongiungere subito Trieste all’Italia […]. Nel momento in cui gli inglesi hanno lasciato Pola è caduta la possibilità che l’intera Zona B sia restituita all’Italia […].”

Al di là degli ordini del giorno e delle approvazioni unanimi del Parlamento, il governo italiano era ben consapevole, un anno prima della conclusione definitiva della “questione di Trieste”, che le probabilità di riavere l’intero Territorio Libero erano praticamente inesistenti! E Pola era passata sotto la sovranità jugoslava già all’indomani dell’entrata in vigore del Trattato di pace!

8 ottobre 1953

I governi di Londra e di Washington decidono di compiere un altro passo verso la soluzione definitiva della “questione di Trieste” e dichiarano ai governi di Roma e di Belgrado di voler porre fine al GMA, di ritirare le loro truppe, e di affidare l'amministrazione della Zona A all'Italia. In un allegato segreto presentato solo al governo italiano i due governi alleati dichiararono inoltre che non si sarebbero opposti se la Jugoslavia si fosse annessa la Zona B, chiarendo così che ai loro occhi questa soluzione doveva essere considerata ormai definitiva. Per tutto il resto si auspicava un accordo pacifico tra Italia e Jugoslavia. 9)

A Roma e a Belgrado le reazioni a questa proposta sono del tutto contrastanti, anche perché, come sottolinea Novak, “ogni paese poteva interpretare l'annuncio a proprio modo”.

Pella dichiarò senza mezzi termini che l’accettazione di amministrare la Zona A non implicava in alcun modo l’abbandono delle rivendicazioni relative alla Zona B e che per il governo la nota doveva esser interpretata solo come una parziale realizzazione della Dichiarazione tripartita, che costituiva pur sempre lo scopo ultimo della diplomazia italiana. Niente più – quindi – che una soluzione temporanea! 10)

Dall’altra parte il governo di Belgrado dette l’ordine a reparti dell’esercito di attestarsi lungo la frontiera con l’Italia e dichiarò di considerare l'eventuale entrata delle truppe italiane nella Zona A come un atto di aggressione: non veniva escluso l'uso della forza, dal momento che la proposta alleata costituiva una grave violazione unilaterale del Trattato di pace con l'Italia.

In tutta la Jugoslavia furono organizzate manifestazioni contro le decisioni di Londra e di Washington: come Pella, anche Tito doveva tener conto delle pressioni politiche interne – in particolare delle spinte contrastanti delle due ali del suo partito, quella filooccidentale e quella filosovietica – e non poteva in alcun modo mostrarsi “debole” e “arrendevole”.

In realtà le autorità jugoslave non erano pregiudizialmente contrarie alla spartizione del TLT lungo la linea Morgan, ma erano decise a negoziare in prima persona con il governo italiano per raggiungere un accordo definitivo sui confini ed eventualmente ottenere vantaggi economici e territoriali in sede di trattative dirette! 11)

In pochi giorni il gioco diplomatico tra le maggiori potenze riacquistò così un ritmo frenetico: mentre il governo di Londra e quello di Washington, che non si aspettavano assolutamente una reazione tanto dura da parte jugoslava, ripresero con urgenza a mettere mano all’intera questione, l’Unione Sovietica, che da tempo era stata al margine degli avvenimenti, chiese addirittura al Consiglio di sicurezza dell’ONU di porre nuovamente all’ordine del giorno la nomina del governatore del TLT.

Anche nella Zona B la crisi ebbe un’improvvisa e drammatica accelerazione: quando mezzi corazzati jugoslavi si schierarono lungo la linea di demarcazione gli italiani si trovarono in una condizione insostenibile. Iniziava così, per quelle che il Times chiamò “forse le vittime più patetiche della battaglia diplomatica per Trieste”, la tragedia dell’“Ultimo grande esodo”.

Secondo la ricostruzione fatta dalla rivista Trieste nella primavera del 1954 “3.893 persone hanno abbandonato la Zona B del Territorio Libero di Trieste controllata dagli jugoslavi nel periodo tra l’8 ottobre del 1953 ed il 30 aprile del corrente anno. Si tratta complessivamente di 1.169 nuclei familiari, comprendenti 3.252 persone, e di 641 profughi isolati. La maggior parte dei profughi provengono dalle località costiere e settentrionali della zona. Da Isola d’Istria sono esodate 324 famiglie con 1.061 persone, da Capodistria 302 famiglie con 840 persone; dai villaggi sloveni 43 famiglie con 118 persone. Di entità inferiore è stato l’esodo dai centri interni e meridionali della zona: da Umago 65 famiglie con 191 persone; da Buie 21 famiglie con 71 persone e da Verteneglio 19 famiglie con 52 persone”.

Dalle testimonianze di questi profughi – scrive Cristina Colummi – emerge “la presenza di un piano preordinato di espulsione di alcuni gruppi di italiani evidentemente considerati potenzialmente “pericolosi”. Del resto la diffusione e simultaneità di tali episodi inducono a pensare che non si trattasse di fatti sporadici, opera di singoli attivisti, meno vincolati alle direttive dei dirigenti. Anche in occasione di tali vicende, come già più volte in passato, il tentativo, attuato a più alti livelli dalle autorità della zona, di nascondere l’aspetto coatto della scelta dell’esodo manifestava i suoi limiti rivelando, nell’articolazione stessa delle argomentazioni, la sua natura esclusivamente strumentale e propagandistica”. 12)

Quando alla fine dell’anno fu chiaro a tutti che la presenza jugoslava era ormai definitiva la decisione di partire divenne collettiva.

Un esodo che il Memorandum d’Intesa consolidò ancor più, “anche perché” – scrive Raoul Pupo – “le clausole sull’accordo che prevedevano misure di tutela delle comunità italiane non modificarono nella realtà i comportamenti repressivi delle autorità jugoslave. Così, nel giro di poco più di un anno – secondo i termini previsti dal Memorandum per optare per la cittadinanza italiana –, le cittadine italiane si svuotarono completamente e partirono pure i contadini istriani, che fino all’ultimo non si erano rassegnati ad abbandonare la loro terra”.

13 ottobre 1953

Palazzo Chigi riceve dall’ambasciata a Washington l’annuncio che a Londra stava per aprirsi una riunione dei tre ministri degli Esteri occidentali per discutere su un importante nucleo di problemi: le condizioni della Germania, dell’Austria, la CED, la conferenza di pace in Corea, i rapporti con l’Unione Sovietica, nonché la “questione di Trieste”.

Significativa al riguardo l’interpretazione che dà di questa “Conferenza di Londra” Diego de Castro: “L’inclusione del problema triestino all’ordine del giorno segnava, come è troppo evidente, l’inizio della capitolazione occidentale di fronte alla reazione violenta della Jugoslavia, che aveva perfettamente raggiunto il proprio scopo”.

I lavori sarebbero durati per mesi e mesi, coinvolgendo dapprima, separatamente, i rappresentanti italiani e quelli jugoslavi.

ottobre – novembre 1953

Nella Zona A la decisione angloamericana fu resa nota ufficialmente l'8 ottobre, il giorno stesso della sua emanazione, e causò reazioni contrastanti, aggravate anche dal fatto che la Jugoslavia chiuse il confine tra le due zone e circondò la Zona A con le sue unità militari. 13)

Da parte delle forze “nazionali” si temeva che le decisioni alleate nascondessero l'intenzione reale di abbandonare definitivamente la Zona B in mano jugoslava. In tutti gli ambienti cittadini vi era la sensazione che qualcosa di drammatico stesse per accadere.

Il Giornale di Trieste pubblicò a caldo un editoriale che era un invito alla lotta: “Oggi siamo ad una svolta. Non vi è dubbio che vi siamo arrivati perché il Governo italiano ha saputo far valere la propria volontà avendo dietro di sé l’intera opinione pubblica italiana. Una svolta, non è la fine del percorso, ma l’inizio di un nuovo cammino. È a questo che dobbiamo pensare, ce lo impongono i fratelli dell’Istria, gli italiani che continueranno a soffrire sotto il gioco della barbarie jugo-comunista. I loro moniti siano di incitamento alla nostra fede. E alla meta arriveremo sicuramente”.

Durante la seduta straordinaria del Consiglio comunale del 14 ottobre tutte le forze politiche ebbero modo di chiarire le loro posizioni. Alla fine dell’ampio dibattito la mozione dei partiti che sostenevano la giunta del sindaco Bartoli venne approvata. Al testo proposto, che faceva propria la linea portata avanti dal governo Pella, aggiunsero i loro voti i rappresentanti del MSI, per sottolineare il loro pieno accordo con l’impegno di Pella di rifiutare in ogni caso il baratto “Zona B con la Zona A” e di garantire l’indivisibilità del TLT.

Contro la mozione votarono gli indipendentisti, i rappresentanti dei gruppi sloveni, i socialisti e i comunisti.

Nel suo discorso il sindaco si rivolse con particolare durezza contro i socialisti Teiner e Gruber Benco, che avevano proposto assieme ai comunisti di ricorrere all’ONU per ottenere il plebiscito: furono accusati con toni sarcastici di voler sacrificare “i nostri fratelli istriani” della Zona B e di aver tradito la causa italiana diventando “stretti cugini dei comunisti, con la vostra intima collaborazione, o con Tito o con la Russia, mai con Trieste o con l’Italia”!

La maggioranza politica aveva così trovato nel MSI un nuovo alleato, radicalizzando la propria opposizione alle forze di sinistra e agli “antiitaliani”. 14)

Sull’onda di queste paure il sindaco democristiano Gianni Bartoli e il “Comitato per la difesa dell'italianità di Trieste e dell'Istria” – lo stesso che aveva già dato vita alle manifestazioni del 20 marzo '52 – organizzarono solenni manifestazioni a Trieste ed a Redipuglia per il 3 e il 4 novembre, per commemorare l'arrivo delle truppe italiane nel 1918 e ricordare a tutti, al di fuori dai confini della Zona A, quale fosse la volontà della cittadinanza e degli istriani.

4 – 6 novembre 1953

L’organizzazione delle manifestazioni a Redipuglia e a Trieste aveva contribuito a rinfocolare le polemiche contro gli alleati “occupanti”, già allertati dai servizi segreti sui pericoli di qualche colpo di mano preparato dagli “italiani” al di là dei confini del TLT e di una immediata ritorsione da parte dell’esercito jugoslavo.

Anche da parte di alcuni settori della popolazione erano stati avanzati timori analoghi e gli “indipendentisti”, come gli sloveni “autonomi”, avevano messo ripetutamente in guardia le autorità del GMA ammonendo che certi “estremisti italiani” erano sul punto di far scoppiare un colpo di stato.

Voci insistenti parlavano anche di infiltrazioni jugoslave, favorite da una “quinta colonna” pronta ad insorgere per consegnare la città al “nemico di sempre”!

“A Trieste la tensione” – scrive Apih – “era acutissima: molti ricusavano una decisione che avrebbe segnato la rinuncia definitiva alla parte di Istria ancora in contestazione, molti temevano che gli Jugoslavi avrebbero messo in atto il loro avvertimento, altri videro l'occasione per un colpo di mano politico; bandiere jugoslave comparvero nel territorio. Il consigliere politico italiano presso il GMA, Diego de Castro, ha ricordato che allora “la città rigurgitava di armi“. […] In quei giorni vennero prelevati dalle banche 8 miliardi, il 18% dei depositi”.

Si mossero anche i comunisti di Vidali, lasciando intendere che avrebbero difeso Trieste anche con le armi.

Il giorno 4 novembre scoppiarono i primi incidenti in seguito alla rimozione da parte della Polizia civile della bandiera italiana, che il sindaco, contro il divieto categorico del generale Winterton, aveva fatto issare sul Municipio. Sia Winterton che le autorità del GMA si rendevano ben conto che l’esposizione della bandiera italiana su un qualsiasi edificio pubblico sarebbe stato il segno esplicito dell’assunzione da parte degli italiani della amministrazione della Zona A e avrebbe potuto scatenare immediatamente la reazione degli jugoslavi, già ripetutamente preannunciata dallo stesso Tito.

Nel pomeriggio un folto gruppo di manifestanti reduci da Redipuglia si diresse verso il Municipio e cercò di issare il tricolore: l’intervento della Polizia civile al comando del maggiore inglese M. H. R. Carragher disperse i manifestanti e sequestrò le bandiere. Un cinema inglese fu preso a sassate e furono devastate una tipografia slovena e la sede del Fronte indipendentista. Alla fine della giornata si ebbero i primi feriti e i primi arresti.

Il giorno successivo la situazione si aggravò, anche perché numerosi studenti avevano aderito allo sciopero per protestare contro il comportamento della polizia. Le manifestazioni sfociarono ben presto in duri scontri con la Polizia civile, che fece irruzione nella Chiesa di Sant'Antonio per arrestare alcuni giovani e poi, nel pomeriggio, ricevette “l’ordine di sparare una salva sopra le teste della folla”, come poi ricostruì la versione ufficiale del GMA.

In realtà davanti alla Chiesa rimasero sul terreno due giovani, il quindicenne Pietro Addobbati e Antonio Zavadil.

Nello stesso giorno gruppi di dimostranti tentarono di assalire gli alberghi Excelsior e Regina, requisiti dagli angloamericani, nonché la Prefettura e il Municipio.

Il giorno più drammatico fu il 6 novembre. La Camera del Lavoro aveva dichiarato uno sciopero generale e l’Associazione degli industriali aveva unito la sua protesta decretando la serrata. Gli scontri durarono lungo tutta la giornata e la sede del Fronte dell’indipendenza, in corso Italia, fu devastata e incendiata. Un negozio d’armi in via Mazzini fu saccheggiato dai dimostranti.

Bombe a mano furono lanciate contro gli agenti e le sedi del MSI, sospettato di essere il primo responsabile della rivolta, e della Società Fiamma furono messe sottosopra dalla polizia. Ancora una volta piazza dell’Unità, dove erano situati gli edifici dell’amministrazione civile, fu al centro di scontri violentissimi durante i quali i manifestanti fecero uso anche di bombe a mano contro la polizia: l’assalto alla Prefettura venne filmato dal palazzo del Comune e fu uno dei primi documentari trasmessi dalla televisione italiana.

Durante gli scontri persero la vita Francesco Paglia, Erminio Bassa, Saverio Montano; il sedicenne Leonardo Manzi, colpito da un’arma da fuoco, morì in seguito.

In queste drammatiche giornate il vescovo Santin ebbe modo ancora una volta di imporre la propria mediazione grazie all’ampia autorevolezza di cui godeva. “Mi portai a Sant’Antonio Nuovo. Fuori e dentro vi era molta gente. Cercai di metter calma. Intanto dietro la chiesa si era creata una situazione estremamente pericolosa. Vi era una folla minacciosa esasperata per i morti della giornata da una parte e la polizia con le armi spianate dall’altra. Erano a contatto d’uomo. Una mossa sbagliata poteva creare la catastrofe. Mi posi tra la folla e la polizia. La mia posizione era facilitata dal fatto che avevo il favore della folla […]. In città la tensione era grande, perciò a sera inoltrata con il segretario feci un lungo giro per la città, pregando i vari gruppi di cittadini, e specialmente di giovani, di desistere e di ritornare a casa per evitare nuove disgrazie”.

Il giorno dei funerali il vescovo tenne un’omelia trasmessa da Radio Trieste che contribuì, come ricorda de Castro, a pacificare gli animi: “È suo il merito della grande solennità dei funerali che fece evitare ulteriori incidenti”.

Violente polemiche scoppiarono all’indomani dei tragici avvenimenti e da una parte e dall’altra si incrociarono le accuse di responsabilità: per de Castro la manifestazione era stata preparata in Italia sotto forma di pacifica manifestazione ed era stata poi pianificata in città da elementi nazionalisti e neofascisti, per opera di squadre, “in parte pagate”; secondo il generale Winterton si era trattato di un piano vero e proprio, accuratamente organizzato e approvato tacitamente anche da funzionari italiani di grado superiore con lo scopo di assumere il controllo della Zona A senza bisogno di farvi entrare le loro truppe. Era confortato in questa convinzione anche dal fatto che davanti al suo divieto esplicito di ammainare la bandiera tricolore il ministro degli Esteri italiano, il giorno prima degli scontri, aveva avvertito l’ambasciata inglese a Roma che tale divieto avrebbe potuto causare gravi incidenti.

In città organi di stampa, quali il Messaggero Veneto e il Giornale di Trieste, denunciarono con forza le autorità inglesi quali uniche responsabili degli scontri e dei morti, quasi a voler parare la mossa di Anthony Eden, che aveva abilmente imputato al solo Partito neofascista 15) i fatti luttuosi accaduti, “assolvendo” così il governo italiano, il sindaco e lo stesso “Comitato”.

Per questi giornali, alfieri del più intransigente nazionalismo italiano, quanto era accaduto doveva essere solo considerato come una manifestazione spontanea di tutta la cittadinanza, che si era ribellata all'oltraggio arrecato alla sua italianità dagli alleati “invasori”.

Della stessa opinione era il sindaco Bartoli, che nel discorso del 13 novembre davanti al Consiglio comunale, polemizzando ancora una volta con le sinistre, da Vidali – che aveva concluso il suo intervento con un “no a Tito”, “no a Pella” – alla Gruber Benco e a Teiner, gettò ogni responsabilità sul generale Winterton, cercando di avvalorare l’immagine di una Trieste pacifica e tutta stretta attorno al tricolore: “Tutti gli sforzi sono stati compiuti dalle autorità religiose, civili e politiche per scongiurare, in questo periodo agitato della nostra città, lutti e convulsioni, dovuti alla malizia altrui. I responsabili dei tragici fatti del 5 e 6 novembre non hanno voluto intendere consiglio, né sentire i nostri sinceri richiami. Freddi e sordi alle ragioni dello spirito, alla morale cristiana e a quella comune a tutti i figli di Dio, che deve guidare ogni atto politico e militare”.

Le lezione di quegli avvenimenti si riassumeva per il sindaco democristiano in due punti:

non cedere alla “stolta conclusione che la salvezza di Trieste e il suo avvenire sarebbero riposti nella taumaturgica farmacopea del marxismo-leninismo, nell’anticattolicesimo degli uni e nel comunismo ateo degli altri, molto vicini a quei sistemi che abbiamo tutti sperimentato”;

rifiutare le seduzioni dell’indipendentismo, “perché ogni cittadino intelligente capisce cosa sarebbe e resterebbe della nostra Trieste, in un regime provvisorio e labile (“Territorio Libero”) con truppe straniere e mercenarie e permanenti velleità annessionistiche. È necessario mantenere qualche forma di rapporto con le autorità del GMA, ma “nessun gesto venga compiuto dai triestini che vada al di là dello stretto necessario per la nostra vita quotidiana e fino che dura questo stato di nostra mortificazione giuridico-politica”. Nel lungo discorso Bartoli ribadì anche il nesso indissolubile tra Trieste e l’Istria, accomunate da una identica storia e quindi legate ad un comune destino: per questo bisognava evitare in ogni modo la “trappola degli accordi di Londra” ed esigere il rispetto puntuale degli impegni previsti nella Nota tripartita del marzo 1948! Significativo infine il fatto che, a differenza di quanto affermato dalla stampa inglese e dallo stesso de Castro, che parlò di un intervento diretto di “elementi fascisti e nazionalisti” che avevano trasformato una pacifica manifestazione in una “rivolta” violenta, Bartoli negò ogni presenza rilevante delle “forze politiche nostalgiche”, ribadendo che a Trieste queste non rappresentavano neppure il 10%. Per difendere i triestini e il Comitato di difesa contro “la monotona accusa della stampa inglese”, arrivò a dire che “non ci fu nessuna testa rotta in incidenti fra italiani e slavi” e ciò dimostrava che non esistevano sentimenti d’odio fra la popolazione italiana e la minoranza degli sloveni! In realtà, nonostante le assicurazioni del sindaco, la presenza di elementi legati al MSI, entrati nel TLT con un piano ben preordinato, emerse in modo inequivocabile dalle dichiarazioni degli stessi arrestati davanti alla Corte alleata di rinvio: uno studente di Verona, Luigi Grandinetti, ricordò di essere stato chiamato il venerdì precedente dal segretario del MSI di Verona, “il quale gli comunicava che alla domenica doveva trovarsi a Trieste per il comizio di de Marsanich”. Altri testimoniarono di essere arrivati a Trieste a spese del MSI nella giornata di sabato. Il segretario della federazione veronese, Raimondo Meloni, dichiarò di essere stato “proprio lui ad impartire l’ordine di formare i gruppetti e di schiamazzare davanti alle sedi degli altri partiti, i soldi erano stati forniti dal MSI, e lui contribuì alle spese con mille lire”. La stessa compattezza del fronte “italiano”, nonché la sua identificazione con la cittadinanza nel suo complesso, furono piuttosto argomenti di lotta politica che uno specchio fedele del panorama cittadino. Le posizioni di Bartoli e di de Castro, entrambi esponenti della DC, furono, ad esempio, ben diverse: mentre de Castro fece del suo meglio per impedire la radicalizzazione delle manifestazioni, timoroso che per questa via la causa dell'italianità di Trieste potesse perdere il necessario appoggio degli alleati, 16) Bartoli radicalizzò la sua posizione al punto di rifiutare ogni proposta di collaborazione da parte dei comunisti: “A chi mi parlò, ingenuamente, della necessità di un “patto di non aggressione”, risposi che “non eravamo ai tempi del 1945, quando i comunisti, al seguito delle truppe jugoslave, tradirono la causa di Trieste, fuori e dentro dei suoi confini, seguendo la politica di Togliatti, Tito e Stalin, ed operarono in combutta contro di noi, coi partigiani titisti. Al mio interlocutore dissi: che potremmo essere d’accordo per la comune difesa, contro un eventuale tentativo di invasione dei titini su Trieste, ma che mai lo faremmo a rimorchio del partito comunista”.

Vidali aveva fatto conoscere attraverso la stampa la sua intenzione di combattere contro le truppe “titine” qualora fossero entrate nella Zona A: “Conoscendo la serietà di Vidali ed il fatto che i comunisti sono sempre armatissimi e preparatissimi” – commenta de Castro – “la cosa ha determinato un certo senso di sollievo”. Secondo de Castro, anzi, Vidali “avrebbe concordato addirittura un piano di difesa della città, in caso di attacco jugoslavo o della quinta colonna, inserendo le sue progettate unità combattenti tra quelle progettate dagli altri partiti, in modo da avere gruppi alternati [dal punto di vista della fede politica], che si sarebbero potuti controllare a vicenda, a tutto vantaggio della comune resistenza”.

20 novembre 1953

Il Diario del ministro della Difesa Taviani reca in questa data alcune osservazioni che ci fanno comprendere come la “questione di Trieste” fosse ormai diventata una questione centrale nello scontro politico tra le diverse “anime” della Democrazia cristiana: “Gronchi ha sferrato il suo attacco alla politica estera nella riunione del gruppo parlamentare. De Gasperi voleva evitare una discussione. Ma inaspettatamente Piccioni ha sostenuto Gronchi. Che cosa voglia Gronchi, non ho capito bene. Forse non lo sa chiaramente neppure lui. “Il problema di Trieste va affrontato, ma non deve soffocare tutta la nostra politica”. “Ci sono altri urgenti problemi economici e sociali”. “Si deve parlare con chiarezza agli inglesi”. “La questione di Trieste non si risolve uscendo dal patto Atlantico, perché ciò ci porterebbe all’isolamento” però “si deve eliminare la graduatoria gerarchica che si è stabilita tra le potenze occidentali”, “dobbiamo ottenere che i principali problemi internazionali siano esaminati collegialmente, in modo che tutte le potenze siano poste su un piano di parità”. Gronchi è una gran bella intelligenza. È anche un buon politico: ha il fiuto dei politici. Perché, dunque, questa sequela di frasi contraddittorie? Gronchi teme che si costituisca, con Pella, un asse fra la DC e le destre, il che renderebbe irreparabile il solco fra noi e i comunisti filosovietici, ma anche fra noi e tutta la sinistra sociale e progressista. Questo pericolo lo vedo anch’io, ma io penso che si potrà fronteggiarlo solo dopo risolta la questione triestina. Se non viene risolta, il nazionalismo – sia quello sincero di tanti patrioti, che non sono affatto conservatori o nostalgici, sia quello altrettanto sincero, ma pernicioso, dei nostalgici, sia quello ipocrita insufflato dai conservatori e dai cento interessi convergenti –, finché, dicevo, la questione triestina non venga risolta, il nazionalismo, nelle sue varie forme, farà perno sui problemi sociali ed economici. Non credo all’economicismo: né a quello marxista né a quello di Pareto, né a quello delle multinazionali nordamericane. Dove Gronchi si dimostra sì il valoroso combattente della prima guerra mondiale, ma non riesce tuttavia a superare gli schemi giovanili, è quando parla di “piano di parità”, fra le potenze del patto Atlantico. Come può immaginare un’utopia del genere? La sproporzione è tale fra le potenze continentali e quelle a misura nazionale che parlare di parità è anacronistico. […] È un’illusione non solo di Gronchi, ma anche dei francesi”.

La posizione realistica di Taviani si accompagna con la ferma convinzione che i democristiani avevano perso le elezioni perché Trieste non era tornata all’Italia, come era stato promesso dagli alleati con la Dichiarazione tripartita del ’48. Bisognava pertanto disinnescare la miccia, perché altrimenti le sconfitte future sarebbero state ben più drammatiche. Solo pochi giorni prima aveva scritto nel suo Diario di essere convinto “che, se non dovesse tornare, non ci sarà barba di Partito repubblicano, né di massoneria, né di cattolici e democristiani, che potrà arrestare il moto d’opinione pubblica che ci trascinerebbe fuori del patto Atlantico e dell’europeismo: in una pericolosissima neutralità nell’illusione dei non allineati”.

Verso la fine dell'anno la situazione divenne meno tesa, anche grazie all'ininterrotto lavorio diplomatico delle potenze occidentali, che riuscirono a convincere l'Italia e la Jugoslavia a ritirare le loro truppe dai confini. Il ritiro fu completato entro il 20 dicembre.

gennaio 1954

Inglesi ed americani sottopongono ai governi di Roma e di Belgrado un nuovo piano che prevede negoziati separati, in tre fasi distinte. I negoziati dovevano rimanere strettamente segreti, soprattutto per non acuire le difficoltà interne dei due paesi più interessati e cioè l'Italia e la Jugoslavia.

Il ministro degli Esteri inglese Anthony Eden, che si manteneva in stretto contatto con i negoziatori, sintetizzò con queste parole la posizione angloamericana: “Il nostro scopo era di persuadere la Jugoslavia ad accettare una frontiera corrispondente il più possibile ai confini delle zone. Non avevamo molte possibilità di manovra, perché non potevamo presentare agli italiani nulla che fosse meno favorevole delle nostre proposte dell'8 ottobre”.

marzo 1954

Dopo una crisi durata quasi due mesi il Parlamento concede la fiducia al governo guidato dal leader democristiano Mario Scelba. Dal programma del nuovo presidente emerge una maggiore disponibilità nei confronti dell’annosa “questione di Trieste” e delle esigenze degli alleati angloamericani: in una dichiarazione a Foster Dulles, infatti, il primo ministro italiano si impegnò formalmente a non far ricorso a nessun atto di forza per modificare la situazione esistente “de facto” nel Territorio Libero di Trieste. 17)

Scelba era in ciò ben consapevole che gli alleati avevano ormai scelto la carta della soluzione definitiva tra Roma e Belgrado, per il timore che il ritiro delle loro truppe dal TLT si lasciasse dietro pericolose forme di ostilità o di contenzioso tra i due stati vicini.

Rimaneva però ancora un problema di fondo. La “questione di Trieste” continuava ad essere vista in due prospettive diverse: per gli italiani nell’ottica della politica interna, per gli americani nell’ottica della sicurezza europea e mediterranea. Il tempo e il reale potere di contrattazione che aveva il governo di Roma all’interno della “alleanza diseguale” non giocavano però a favore della politica italiana: le resistenze di Scelba sarebbero durate ancora ben poco!

In ogni caso la maggior duttilità manifestata dalla diplomazia italiana rispetto al “decisionismo” di Pella favorì la ripresa dei contatti con gli alleati in un'atmosfera più distesa e ciò indusse gli angloamericani a riprendere l'opera di mediazione tra le richieste italiane e quelle jugoslave.

“Vittima” illustre del nuovo corso fu invece Diego de Castro, che in pieno disaccordo col nuovo presidente, rassegnò le dimissioni. Questa volta il governo le accolse e il 10 aprile de Castro fu sostituito da un diplomatico di carriera, il marchese Cristoforo Fracassi Ratti Mentone di Torre Rossano. 18)

6 – 9 aprile 1954

Giungono al governo italiano notizie sullo “sblocco” delle trattative segrete che si stavano svolgendo a Londra tra le delegazioni nordamericana, britannica e jugoslava: fino a quel momento, scrive de Castro, l’Italia era stata tenuta “nella più profonda oscurità”.

Durante un incontro con Piccioni, l’ambasciatore inglese a Roma sir Ashley Clarke comunica che la questione di Trieste andava considerata soltanto “sotto l’aspetto della comune difesa e della solidarietà occidentale” e che non era più nell’interesse del governo italiano insistere nelle vecchie preclusioni perché altrimenti gli alleati avrebbero “dimenticato” definitivamente la Dichiarazione dell’8 ottobre.

Per di più sir Ashley Clarke fa capire senza mezzi termini che il tentativo del governo italiano di condizionare l’adesione alla Comunità Europea di Difesa al soddisfacimento delle sue richieste su Trieste era un’arma ormai spuntata: gli alleati, anzi, si aspettavano che il Parlamento italiano approvasse a tempi stretti l’attesa adesione, senza alcuna ulteriore discussione.

Dell’esito delle trattative parla anche Taviani nel suo Diario: “Gli inglesi dell’Intelligence Service mi hanno confermato le notizie della Luce.

Le trattative con Tito sono praticamente sbloccate. Gli esperti dell’Intelligence Service ne attribuiscono il merito a Montgomery. La Luce, l’altro giorno, lo attribuiva agli aiuti economici nordamericani. Comunque pare che ormai sia stato accolto il principio di una provvisoria soluzione di fatto: Zona A all’Italia e Zona B alla Jugoslavia. Qualche rettifica affinché Tito possa salvare la faccia, avendo detto che non accettava la decisione alleata di ottobre e che sarebbe entrato in Zona A; e affinché i triestini abbiano qualche soddisfazione in Zona B.

Ho insistito su San Nicolò. Ma Tito – mi si è obiettato – ha
“il complesso del mare”.
- Tito o gli sloveni?
- Gli uni e l’altro.
Ciò che conta, comunque, è che Trieste torni al più presto all’Italia. Trieste tutta intera, con Opicina e con Zaule, e senza corridoi – alla Danzica – fra Trieste e Monfalcone”
.

maggio – giugno 1954

Viene pubblicato il primo numero di Trieste. Rivista politica giuliana.

Il progetto era nato all’interno del CLN dell’Istria per iniziativa di Guido Miglia, allora professore all’Istituto Nautico di Trieste, e fin dall’inizio vi collaborarono alcune firme illustri, tra le quali quelle di Giani Stuparich, Carlo Schiffrer, Pierantonio Quarantotti Gambini, Ercole Miani.

Sotto il titolo “Posizioni ferme”, la nuova rivista si presenta:

“Scopo di questa pubblicazione è quello di rappresentare alla opinione pubblica italiana ed internazionale i vari aspetti del problema di Trieste e dell’Istria e contemporaneamente di contribuire al rafforzamento di quei vincoli di solidarietà, comprensione e fraternità umana che devono contraddistinguere i rapporti politici e sociali di una civiltà liberale”.

AI richiamo alla “moderna tradizione democratica occidentale” si aggiunge la fede nel nesso indissolubile che deve legare il concetto di Patria a quello di libertà, se non si vogliono rivivere le tragedie e le violenze del passato. Un nesso che dovrà ispirare tutte le scelte politiche in queste terre così tormentate: “Gli italiani di questa regione vivono vicini ad un ambiente dove le libertà civili, politiche e sociali e il rispetto dell’autonomia dei popoli sono considerate ancora semplici formule propagandistiche, da sfruttarsi spesso ma da applicarsi mai. […] Nella Venezia Giulia questo confine si chiama “Linea Morgan” ed esso divide non due Paesi ma due mondi. Le cose al di là, non sono ancora cambiate. Prendere atto di questa realtà, sperare, attendere, va bene. Approvare e giustificare no, perché ciò significherebbe abdicare ai principi di libertà e rinnegare con essi la democrazia”.

Le linee politiche nelle quali si muoverà la rivista negli anni successivi sono chiaramente indicate fin dal primo numero. Vi si ritrovano partiti e uomini che avevano dato vita alla esperienza del CLN a Trieste e in Istria, e che lungo la ventennale esistenza della rivista avrebbero dato vita, per dirla con Giorgio Cesare, uno dei suoi direttori, a molti passaggi importanti della storia della “città reale”.

giugno 1954

A Trieste le “aperture” diplomatiche del nuovo governo suscitano non poche perplessità e delusioni tra le forze politiche. I timori sono aggravati anche dal fatto che già da mesi le diplomazie occidentali stavano trattando in gran segreto a Londra con il delegato jugoslavo Vladimir Velebit; le voci di un “tradimento” sul problema della Zona B si moltiplicavano di giorno in giorno.

Alla fine di maggio si era infatti conclusa la prima fase dei negoziati: si apriva ora la seconda fase, durante la quale gli angloamericani dovevano convincere l’alleato italiano ad accettare il piano.

Una testimonianza diretta di questa atmosfera febbrile si trova nelle pagine di Guido Sabini, esponente liberale che partecipò in prima persona alla vita politica triestina di quegli anni: “La caduta del Governo Pella e le lunghe crisi ministeriali che le fecero seguito contribuirono ad accentuare il disorientamento. La necessità di una pronta soluzione della crisi triestina sembrò sacrificata al gioco delle cabale dei partiti e delle correnti del partito di maggioranza. Le prime dichiarazioni del nuovo Ministero Scelba delusero poi quasi tutti. La sezione del PRI si fece portavoce di questa delusione della cittadinanza in un vivace telegramma di protesta diretto all’on. Scelba stesso”.

Anche per il MSI la formazione del governo Scelba rappresentò un passo indietro e un pericoloso cedimento: “Il governo Pella cadde a seguito dell’ostilità della DC e dei partiti di centro-sinistra” – scrive Morelli – “per l’appoggio che lo statista ricevette dalla “destra” sul problema triestino. La storia, purtroppo, deve spesso registrare il trionfo dell’ingratitudine”.

Lo stesso vescovo Santin prese posizione contro la nuova linea del governo italiano e avanzò la proposta di un plebiscito in un “memoriale” steso assieme al rettore dell’Università Rodolfo Ambrosino e al Procuratore generale presso la Corte d’Appello Consalvo.

Vescovo e rettore presentarono in prima persona il testo della proposta al capo del governo: davanti ai loro timori e alle loro perplessità Scelba rispose che mai avrebbe rinunciato ad alcun diritto e che si trattava – per usare le parole del prelato – “di una composizione di carattere pratico e provvisorio”. 19)

1° giugno 1954

Il diplomatico americano Thompson e l’inglese Harrison, che avevano condotto con lo jugoslavo Velebit la prima fase delle trattative, comunicano all’ambasciatore italiano a Londra Manlio Brosio il risultato di quattro mesi di lavoro: fino a quel momento erano trapelate soltanto indiscrezioni di massima e nessun documento era stato sottoposto nella sua interezza all’attenzione della diplomazia italiana.

I sette punti dell’accordo sono così esposti dal Duroselle

  1. La Zona B alla Jugoslavia con una rettifica delle frontiere a spese della Zona A (la rettifica avrebbe permesso la costruzione di un porto nella baia di Capodistria);
  2. Fine del governo militare e trasferimento dell’amministrazione delle due zone all’Italia e alla Jugoslavia, dal momento che il semplice trasferimento amministrativo non sopprimeva formalmente il TLT; gli alleati, da parte loro, dichiaravano che non avrebbero appoggiato nessuna ulteriore rivendicazione. Ma all’Italia era riconosciuto il diritto di sollevare delle riserve;
  3. Accordo per una certa autonomia in campo amministrativo e per il mantenimento a Trieste di uno statuto di porto franco;
  4. Statuto reciproco di protezione delle minoranze;
  5. Dichiarazione che in nessun modo saranno perseguite da una parte o dall’altra attività legate alla soluzione del problema di Trieste;
  6. Accordo finanziario sulla base dei debiti reciproci, lasciando alla Jugoslavia un saldo a credito;
  7. Misure per migliorare i rapporti tra le due comunità (creazione di un Istituto di credito sloveno a Trieste e restituzione di edifici per la realizzazione di una istituzione culturale a Trieste).

“Harrison e Thompson” – continua Duroselle – “alla fine insistettero affinché quei sette punti, che dovevano essere considerati unitariamente, non fossero modificati in modo sostanziale dalle controproposte italiane. Essi avevano coscienza delle estreme difficoltà della negoziazione e temevano evidentemente di veder crollare l’edificio pazientemente costruito”.

Il governo italiano non era stato messo davanti ad un ultimatum, ma i margini di manovra non erano certamente molto grandi!

27 – 29 giugno 1954

Le paure e le preoccupazioni che accompagnano la fase finale delle trattative a Londra sono aggravate da una situazione sociale che si fa sempre più delicata.

La disoccupazione coinvolge strati sempre più ampi e raggiunge nell’estate il 14% della popolazione, rispetto ad una media italiana che è del 10%: ammontano a 20.000 i disoccupati contro gli 87.736 occupati. Nel primo trimestre dell’anno si sono già raggiunte 350.000 ore di cassa integrazione, di fronte alle 729.000 dell’intero anno precedente. Aumentano sensibilmente anche i protesti e i fallimenti, cui si aggiunge una contrazione del movimento commerciale del porto.

Un altro segno della crisi che colpisce la città è infine l’alto numero dei pensionati, il cui numero assomma a circa 30.000 unità: un terzo di questi è costretto a vivere con pensioni oscillanti tra le 3.000 e le 5.000 lire. 20)

Conseguenza drammatica di questo stato di cose è l’emigrazione, un fenomeno che sta crescendo e che lungo tutti gli anni Cinquanta si sarebbe ancor più aggravato. “Proprio in una fase in cui lo sviluppo industriale dell’Italia del Nord” – scrive Tristano Matta – “comincia ad attirare verso Milano e Torino i disoccupati del Mezzogiorno, segnando l’avvio di quell’imponente fenomeno di migrazione interna che caratterizzerà la storia italiana della seconda metà degli anni ’50, Trieste è l’unica tra le città del nord industrializzato a conoscere su larga scala il fenomeno inverso, con la perdita di una fetta consistente della sua forza lavoro, anche qualificata, costretta a cercare altrove – ed in particolare in Australia – migliori condizioni di vita”.

Questo panorama preoccupante è al centro dei lavori del V Congresso dei Sindacati unici, che si svolge sulla scia di un progressivo allineamento della organizzazione sindacale triestina a quella strategia che aveva portato la CGIL italiana a proporre un organico “Piano del Lavoro” per combattere il perverso binomio di miseria e di disoccupazione.

Già a febbraio una delegazione dei metalmeccanici aveva presentato alle massime autorità cittadine un programma organico per la costruzione di 320.000 tonn. di navi: ora il progetto viene riproposto, ed inserito in un discorso più ampio – è presentato come “Piano per la ricostruzione di Trieste” – che ha come obiettivo polemico da una parte la dirigenza dei CRDA e dell’Arsenale, dall’altra la politica rinunciataria del governo italiano e del GMA.

Contro i dirigenti dell’amministrazione alleata vengono rivolti anche duri attacchi “politici” per la linea seguita da tempo nei confronti dei Sindacati, che si risolveva nella più “aperta e odiosa discriminazione, mentre favoriscono la CCdL che considerano una organizzazione fiancheggiatrice del GMA, come favoriscono ogni altro organismo purché abbia funzioni di rottura, di confusione e di passivizzazione della classe operaia”.

Alla fine viene approvata la mozione che riassume le proposte del “Piano” e alcune importanti rivendicazioni quali la riforma della Previdenza sociale e degli altri Istituti, nonché la istituzione e il riconoscimento dei Consigli di gestione.

Un altro tema che animò il dibattito durante i tre giorni del Congresso fu la proposta di cambiare il nome alla organizzazione. Nei mesi precedenti, la proposta di abbandonare la vecchia, “gloriosa”, denominazione era stata al centro di polemiche e di dure critiche: a molti era sembrata una sorta di cedimento di fronte ai “Camerali”, che da tempo accusavano i Sindacati unici di essere in realtà contrari alla unificazione; ad altri era apparsa come l’abbandono della scelta a favore del TLT.

Alla fine la proposta venne accettata, ma contestualmente i delegati votarono un duro documento contro la ventilata spartizione del TLT e le responsabilità del governo italiano e del GMA. La “spartizione effettuata nell’ambito di una politica aggressiva, ridurrebbe la zona in una base militare permanente con tutte le conseguenze che ciò comporta specialmente per la classe operaia che si vedrebbe ulteriormente declassata”.

I futuri organismi eletti dal Congresso vennero così impegnati ad “opporsi alla spartizione di Trieste alle forze imperialistiche nelle forme più adeguate e con i mezzi più energici facendo sentire la propria voce presso i governi di Roma e Belgrado e ricorrendo presso gli organismi internazionali, valendosi di tutte le forme di lotta, finanche dello sciopero generale”.

Toni da guerra fredda e analisi squisitamente “politica”, dunque, come mise in luce anche l’intervento di Fressinet, rappresentante della Federazione sindacale mondiale (FSM).

“Fressinet, che mostra di conoscere a fondo la realtà triestina” – scrive Sema – “attribuisce il progetto di spartizione di Trieste alle forze imperialistiche interessate a paralizzarne l’economia e il porto, a favorire i centri dell’Europa occidentale, assecondando i piani americani di ridurre o di rendere impossibili gli scambi ed i rapporti con i paesi socialisti dell’Europa centrale. Il piano Marshall, rivelatosi piano di miseria, e il crescente asservimento delle borghesie nazionali all’egemonia americana sono potuti passare anche per la responsabilità di dirigenti e di organismi sindacali come l’Afl, la Cio, e il Tuc, indifferenti agli interessi dei lavoratori, che hanno infranto l’unità sindacale della FSM e della classe operaia mondiale”.

luglio 1954

Il 7 luglio l’ambasciatore Manlio Brosio presenta le controproposte del suo governo sulla questione dei confini: Roma non era affatto interessata al triangolo di territorio quasi completamente disabitato della Zona B a nord-est di San Servolo (Socerb), ma voleva mantenere, lungo la costa, Punta Sottile e, a sud-est, il villaggio di Crevatini (Hrvatin).

In questo modo il progetto jugoslavo di tracciare una linea ferroviaria diventava impossibile. Un mese dopo il governo di Belgrado avrebbe rifiutato in blocco queste controproposte italiane sulla questione dei confini.

Il 9 luglio rientra a Trieste una delegazione dei rappresentanti dei partiti che sostenevano la giunta Bartoli e di vari esponenti della vita economica cittadina. Si era recata a Roma per esprimere al governo i timori della cittadinanza e i punti irrinunciabili su cui Scelba non avrebbe dovuto cedere in ogni caso ed era stata accolta – stando alle parole di Sabini – “freddamente, quasi fosse venuta a scompigliare un gioco che doveva esser condotto a fine ad ogni costo”.

In città la delegazione è accolta da un’atmosfera tesa e preoccupata: si era sparsa la notizia che Tito fosse riuscito a strappare altri punti a suo favore con la cessione di Muggia e le diplomazie di Londra e di Washington erano accusate senza mezzi termini di aver deciso la soluzione del “confine orientale” calpestando i diritti di molti italiani.

Di queste proteste si fa portavoce la Vita Nuova, organo della diocesi, che in un articolo attribuito da Pietro Zovatto al vescovo Santin, imputa agli americani la responsabilità maggiore dell'abbandono delle terre istriane in mano al “tiranno” Tito e al comunismo. Sono stati infatti gli americani e gli inglesi, per puro opportunismo, ad aiutare il dittatore jugoslavo a raggiungere i suoi scopi ed anzi solo grazie agli aiuti delle potenze alleate Tito conserva ancora il potere e continua ad imporre alla Zona B un “disumano trattamento”. 21)

settembre 1954

Agli inizi del mese la diplomazia jugoslava e quella italiana avevano trovato ormai un accordo di massima su tutti i punti, tranne su quelli relativi alla definizione dei confini “Boundary Adjustments” 22): le divideva ancora la questione di Punta Sottile, rilevante per la navigazione nel golfo di Trieste.

Ma pochi giorni dopo anche questo scoglio venne superato.

La diplomazia americana, dopo il rigetto da parte del Parlamento francese della CED, era ormai decisissima a chiudere l’intera questione a tempi stretti: per di più Tarchiani aveva abilmente giocato la carta del rifiuto francese assicurando prontamente a Washington un’attiva partecipazione italiana alla difesa integrata europea in cambio di concessioni jugoslave sulla definizione dei confini.

Decisivo fu a questo punto l’intervento del presidente americano: 23) Eisenhower inviò a Belgrado il sottosegretario Robert Murphy, che in tempo di guerra aveva conosciuto personalmente Tito, con la richiesta di una sistemazione territoriale più favorevole all’Italia rispetto a quella prevista dall’accordo del 31 maggio. “Questo era il bastone” – scrive Valdevit – “come carota invece Murphy portava con sé la proposta di una cospicua fornitura di grano su base triennale sotto forma di aiuto economico”.

Sul piano delle richieste territoriali, invece, Murphy rifiutò ogni tentativo di dilazione – era nota ormai da tempo la tattica jugoslava di “saltare continuamente da una variante all’altra” – e si portò indietro due proposte alternative da presentare al governo di Roma: entrambe prevedevano la cessione di Punta Sottile agli italiani!

Il 18 settembre Murphy si recò a Roma presentando le due proposte e si incontrò con Scelba e con il nuovo ministro degli Esteri Gaetano Martino appena subentrato ad Attilio Piccioni: pochi giorni dopo il governo, accogliendo la scelta del primo ministro, accolse la seconda proposta, che fissava il confine all’incirca a metà tra Punta Sottile e Punta Grossa, lasciando il villaggio di Lazzaretto all’Italia.

In cambio l’Italia non avrebbe ricevuto alcun compenso territoriale nella Zona B.

Il negoziato era ormai concluso! Quindici giorni dopo sarebbe stato firmato a Londra il Memorandum d’Intesa.

5 ottobre 1954

Dopo mesi di trattative segrete condotte a tavoli separati, i rappresentanti jugoslavo, italiano, inglese e americano firmano a Londra un protocollo d’intesa.

Il testo venne poi comunicato ufficialmente al Consiglio di sicurezza dell’ONU.

I punti fondamentali dell’accordo, che esordiva con la constatazione che si era rivelata impossibile l’applicazione puntuale del Trattato di pace “relativamente al Territorio Libero di Trieste”, sono i seguenti:

  • Articolo 2: I governi del Regno Unito, degli Stati Uniti e della Jugoslavia porranno fine al governo militare nella Zona A e nella Zona B dopo la definizione delle frontiere. Gli Anglo-Sassoni ritireranno le loro truppe e cederanno l’amministrazione della regione al governo italiano. I governi italiano e quello jugoslavo estenderanno immediatamente le loro amministrazioni civili alla regione.
  • Articolo 3: Sono previste delle “rettifiche” delle frontiere, che vengono precisate dall’Allegato I, e da una carta geografica. Le rettifiche sono minime: la Jugoslavia annette qualche chilometro quadrato ad ovest, fino a San Bartolomeo, a metà strada tra Punta Sottile e Punta Grossa, dove giungeva la vecchia linea di demarcazione. Occupa così due colline a nord di Hrvatini (Crevatini), Sv. Mihel (San Michele) e il monte Castelliere, da dove si può scorgere la rada di Trieste.
  • Articolo 4: Fa riferimento all’Allegato II e definisce i principi generali di uno “Statuto particolare”, che prevede una completa eguaglianza di trattamento per il gruppo etnico italiano in Jugoslavia e per quello jugoslavo in Italia.

Tali diritti dovranno essere tutelati scrupolosamente “senza distinzione di razza, di sesso, di lingua e di religione”!

In particolar modo si afferma che le due minoranze “godranno della parità di diritti e di trattamento con gli altri abitanti delle due zone” e si prevede espressamente “un'equa rappresentanza nelle cariche amministrative e specialmente in quei campi, quali l'ispettorato delle scuole, in cui gli interessi di tali abitanti sono particolarmente in causa”.

Un altro Allegato definisce l’elenco delle scuole di “statuto particolare” esistenti nelle due zone.

Rilievo considerevole assume infine il riconoscimento formale che i due gruppi etnici dovevano “essere liberi di usare la loro lingua nei loro rapporti personali e ufficiali con le autorità amministrative e giudiziarie”, e che avevano il diritto di ricevere dalle autorità una risposta nella stessa lingua.

Al testo del protocollo furono aggiunte tre note “confidenziali”:

  1. Uno scambio di lettere tra l’Italia e la Jugoslavia con l’impegno da parte dell’Italia di versare 506 milioni di lire per la costruzione di un centro di cultura sloveno a Trieste;
  2. Una scambio di lettere tra l’Italia e la Jugoslavia con l’impegno da parte dell’Italia di versare in tre anni 30 milioni di dollari come saldo di crediti e di debiti tra i due paesi;
  3. Uno scambio di lettere tra gli USA la Gran Bretagna e l’Italia per la creazione di un Istituto di credito a Trieste.

L'accordo venne considerato definitivo dagli jugoslavi e la dichiarazione delle potenze occidentali che non avrebbero appoggiato nessuna eventuale rivendicazione italiana sulla Zona B e sull'Istria frustrò ogni speranza italiana di ottenere un cambiamento dei confini. 24)

Negli ambienti governativi italiani si cercò invece di avvalorare la tesi che si trattasse soltanto di una tappa provvisoria, nonostante l'ambasciatore italiano a Washington avesse riconosciuto che l’accordo “aveva soltanto l'aria di esser provvisorio, mentre era in realtà definitivo”.

Fu una scelta dettata prevalentemente dal desiderio di far accogliere senza pericolosi contraccolpi politici una soluzione che era apparsa a molti come un vero e proprio “tradimento” delle attese aperte dalla “proposta” tripartita del marzo 1948.25)

Ad accentuare questa atmosfera di speranze miste a delusioni aveva contribuito ulteriormente la segretezza nella quale si erano svolte per mesi le trattative: una “segretezza” che sembrava non dovesse aver mai fine. “Nell'imminenza della presentazione degli accordi alle camere legislative, la delegazione triestina fu nuovamente invitata a recarsi a Roma per prendere parte alla solenne seduta del Senato e per essere ricevuta dal capo dello Stato. I delegati” – scrive Guido Sabini – “iniziarono il loro viaggio ignorando il testo esatto degli accordi, lo ignorarono ancora quando, presenti al Senato, udirono dalla bocca dell'onorevole Scelba l'esposizione riassuntiva delle pattuizioni intervenute e quando vennero chiamati a fare omaggio al presidente della Repubblica. Lo conobbero appena qualche ora prima di iniziare il loro viaggio di ritorno”.

6 – 19 ottobre 1954

Il governo italiano sottopone alla approvazione del Parlamento il proprio operato sulla “questione di Trieste”.

In Senato vi furono durissime reazioni da parte dell’estrema destra e delle sinistre 26). Le accuse rivolte al governo erano sostanzialmente le stesse: tradimento degli interessi nazionali.

Mentre i socialisti e i comunisti rimproverarono le forze di governo di essere state al carro degli americani – Emilio Lussu gridò dai banchi: “Siete schiavi dei milioni americani e dei falsi amici come il cardinale Spellman” – Nando Ferretti, del MSI, accomunò governo e “socialcomunisti” nell’accusa, attaccando con sarcasmo lo stesso Lussu: “Versi lacrime di coccodrillo per la cessione del territorio italiano alla Jugoslavia”.

Per poco non si arrivò alle mani tra i due schieramenti opposti e fu necessario far intervenire gli uscieri.

Alla fine del dibattito, il giorno 8, il Senato espresse la sua fiducia al governo Scelba con 122 voti favorevoli e 89 contrari.

Alla Camera l’atteggiamento delle sinistre fu condizionato da un fatto inatteso accaduto pochi giorni prima dell’inizio della discussione: in una lettera al Presidente del Consiglio di sicurezza dell’ONU il vice ministro degli Esteri sovietico Andrej Vysinskij aveva dichiarato che il suo governo non aveva nulla da eccepire sull’accordo appena stretto tra Jugoslavia e Italia e che quindi ne “prendeva atto”, nella convinzione che avrebbe contribuito a “normalizzare le relazioni tra l’Italia e la Jugoslavia e ad attenuare la tensione in questa regione d’Europa”.

Era stato un importante passo in avanti, dal momento che la posizione del governo sovietico era stata sempre ferma nella richiesta di un puntuale rispetto delle clausole di pace del 1947.

A quel punto, scrive de Castro, “la tecnica delle opposizioni dovette cambiare completamente perché, dalle sinistre, non poteva più essere sostenuta la violazione del Trattato di pace, visto che la Russia aveva benevolmente accettato il Memorandum”.

Giancarlo Pajetta, nel suo intervento a nome del PCI, ribadì il netto rifiuto del Memorandum – “una capitolazione […], il peggiore dei compromessi che il Governo italiano potesse firmare” – ed imputò ai “nostalgici della CED” di aver accettato “ciò che l’onorevole Sforza e l’onorevole De Gasperi avevano considerato impossibile di accettare”: non fece però alcun accenno alla opportunità di mantenere il TLT. 27)

Il 19 ottobre, dopo una discussione in cui vi furono anche dei contusi tra i deputati, la Camera approvò la condotta del governo con 295 “sì” e 265 “no”.

26 ottobre 1954

Venti giorni dopo la firma del protocollo che prevedeva il passaggio dei poteri tra gli alleati e l’Italia, il generale De Renzi entrò a Trieste con reparti di marinai e di bersaglieri e assunse le funzioni provvisorie di governatore straordinario della Zona A.

Il generale Winterton, dopo aver sospeso, con il pretesto delle condizioni atmosferiche, le celebrazioni ufficiali che dovevano comprendere una parata inglese, americana e italiana e gli onori militari, abbandonò la città quasi furtivamente. Avevano pesato sulla sua decisione il timore crescente di un attentato alla sua vita e la dolorosa consapevolezza che un pesante fardello di rancore e di ostilità era ultimamente gravato solo sulle sue spalle.

“All’incirca alle 12.30” – scrisse in un rapporto a Londra uno dei funzionari del Foreign Office presente a Trieste – “la fregata britannica con a bordo il generale Winterton si staccò dal molo e virò per seguire la portaerei che trasportava le ultime truppe britanniche e che era contemporaneamente salpata dal porto nuovo, con circa due ore di anticipo rispetto all’orario previsto”.

In città, tra i tanti giornalisti, quel giorno c’era anche Giorgio Bocca, inviato della Gazzetta del Popolo: “Vissi quella giornata con molta preoccupazione. Mi dava l’impressione che si stava celebrando una soluzione tutto sommato non risolutiva della tragedia giuliana. Si trattava di un successo dentro una grandissima sconfitta, e questo dava un certo senso di amarezza per cui i festeggiamenti sembravano a me dei festeggiamenti un po’ «obtorto collo», anche se i triestini erano contenti. […] In ogni caso gli italiani, salvo la retorica nazionalista e fascista, non hanno mai capito il dramma di Trieste e non hanno mai voluto occuparsene. Questo perché era un dramma irrisolvibile. C’era Trieste, e c’erano tutte le città italiane dell’Istria circondate da popolazione slava. Era un po’ come l’Algeria, quando andava via uno arrivava l’altro. Per gli italiani era difficile capire ciò. I triestini, avendo vissuto sulla loro pelle quei drammi, tendevano molto all’estremismo, con un odio di razza che gli italiani non capivano”.

Alle accoglienze entusiaste del primo giorno subentrarono ben presto le vecchie paure e rifece capolino la vecchia mentalità municipalista, gelosa custode dell’irrimediabile alterità di Trieste e sempre diffidente – per usare le parole di Chino Alessi, direttore de Il Piccolo – dei “tromboni politici” di Roma!

Delusioni e polemiche alimentate ancor più dal fatto che ci volle del tempo prima che alla città fosse estesa compiutamente l’amministrazione in vigore nel resto d’Italia: “Il carattere di provvisorietà che si volle dare al “memorandum” – ricorda Elio Apih – “portò a dilazionare la formale riannessione e all'insediamento di un Commissario generale di governo, con poteri superiori a quelli di un prefetto. Un’amministrazione provvisoria che mantenne provvisoriamente invariate le strutture del GMA, e solo nel 1956 ripristinò l'ordinamento provinciale”.

Da molte parti si continuò a sostenere che un “Memorandum” non era uno strumento “perfetto”, non era cioè un vero e proprio “Trattato di pace”, ma solo una sorta di accordo pratico, temporaneo, tra le parti, una “tappa” di un contenzioso internazionale ancora aperto.

L’equivoco, spesso alimentato ad arte da certe forze politiche come fonte di propaganda e di legittimazione, pesò a lungo sulla città, incoraggiando tendenze rivendicazioniste e spinte nazionalistiche: anche se il “problema Trieste” non era più un grave problema internazionale, la sua soluzione aveva lasciato segni profondi sia nel tessuto sociale della città – basti pensare all’insediamento di decine di migliaia di esuli provenienti dall'Istria – sia nei rapporti con la Jugoslavia, la cui conflittualità più o meno latente avrebbe aumentato con l’andare del tempo le spinte divaricanti.

Gli accordi di Osimo del 1975 sancirono definitivamente, in modo formale, un assetto che in realtà era già stato stabilito vent'anni prima, ma a Trieste aprirono subito una nuova pagina destinata a rinfocolare polemiche e vecchi rancori ed a coagulare le forze più diverse: “La lista per Trieste, che ha avuto notevole successo e retto il Comune” – scrivono Magris e Ara – “e che è nata o meglio si è coagulata grazie all’incomprensione dei problemi triestini da parte del governo, ha raccolto nazionalisti e indipendentisti, esuli istriani e triestini che li guardavano in cagnesco, austriacanti e irredentisti, sentimenti socialisti e conservatori ma soprattutto slavofobi, l’anima mercantile conservatrice e quella libertaria del suo deputato, Aurelia Gruber Benco. Nel giro di breve tempo l’ala regressiva avrebbe preso il sopravvento”.

Pochi anni or sono, la “questione di Trieste” balzò di nuovo in primo piano allorché Alleanza Nazionale, divenuta forza di governo con Berlusconi, avanzò delle precise condizioni all’ingresso della Slovenia nella Unione Europea: si sostenne allora, in certi ambienti, che l’Italia doveva riaprire con la Slovenia un nuovo contenzioso per modificare alcuni punti importanti del Trattato di pace del 1947.

Un vero e proprio “passato che non passa”, per usare la metafora che di solito si applica alla storia tedesca.

In quei giorni Giorgio Bocca scrisse queste righe: “L’incomprensione [tra l’Italia e Trieste] continua: gli italiani, cioè i non-triestini, adesso non sanno assolutamente di che cosa si sta trattando nella vertenza in atto con la Slovenia. Mi sembra che prevalgono piuttosto ancora astio, rancore e paura. È venuta ad intervistarmi una giornalista slovena, e io ho dovuto faticare a spiegarle che per noi queste questioni sono incomprensibili: certi problemi li avevamo risolti già nel ‘45 - ’46 con la Francia, con la Svizzera, persino nell’Alto Adige ci siamo arrangiati in qualche modo. Lì non si capisce perché si deve continuare a litigare per cento, duecento case.

Se si risolve il problema dell’Ira a Dublino spero si riuscirà prima o poi a risolvere quello di Trieste”
.



1)
Secondo i dati presentati dal CLN, si erano registrati nella Zona B 8 assassini, 300 arresti e 150 casi di tortura; 4.652 persone, per di più, avevano lasciato quei territori per sfuggire alle persecuzioni.
2)
Anche secondo Alfio Morelli, allora dirigente del MSI, ogni responsabilità degli scontri ricadde sulla polizia di Winterton e del generale Foden, che dopo l’arresto del giovane studente avevano usato contro cittadini inermi “metodi di stampo coloniale”: “Da quel momento, senza preavviso, la piazza divenne una sorta di campo d’armi: cittadini di ogni età investiti dai getti violenti degli idranti, travolti dalla polizia a cavallo, sospinti pericolosamente ai margini della piazza e delle vie adiacenti da pericolose gimcane di motociclette e di camionette; agenti dei Nuclei mobili, con inaudita violenza, presero a manganellate chiunque capitasse a tiro”.
Opposta l’interpretazione di Bogdan Novak, che attribuisce le cause dei disordini agli “irredentisti” – cioè ai nazionalisti italiani – e ricorda come in quelle giornate “le truppe anglo-americane non intervennero, ma restarono nelle loro caserme e nessuno fu ucciso”. Oltre a sottolineare il peso avuto dal governo italiano nella lunga preparazione delle manifestazioni, Novak ricorda in particolare la paura che gli irredentisti avevano dell’influenza crescente del movimento indipendentista: “L’amministrazione del generale Winterton, secondo gli irredentisti, era ancora favorevole alla soluzione indipendentista. Inoltre gli indipendentisti aumentavano i loro sforzi per costituire il TLT e cercavano di associare l’Austria alla loro causa. Infine le elezioni comunali, che erano state rinviate nell’autunno del 1951, dovevano aver luogo in un futuro prossimo. La possibilità di una vittoria degli indipendentisti preoccupava ancora gli irredentisti”.
Significativa, infine, è la ricostruzione data da de Castro, che rifiuta ogni richiamo machiavellico a “diabolici raggiri politici e diplomatici, fascisti o cominformisti, irredentisti o nazionalisti, imperialisti o indipendentisti, jugoslavi o antijugoslavi”. de Castro, che pochi mesi dopo sarebbe stato scelto da De Gasperi come rappresentante diplomatico italiano presso il GMA, afferma che il controllo della manifestazione era sfuggito di mano agli uomini di Winterton: “era stato proprio il suo zelo, mirante ad evitare i tumulti che nessuno aveva in mente, a creare i tumulti stessi”. Winterton, insomma, “non ebbe mai la sensazione di che cosa fosse l’immensa, irrazionale «italianità» di Trieste e di quanto essa fosse capace”.
Nessun piano preordinato, quindi, ed anzi de Castro nega con forza un “qualsiasi supposto collegamento con il governo italiano”, in polemica con quanto sostenuto da Duroselle e da Novak.
3)
Nonostante le assicurazioni di Acheson sulla natura esclusivamente amministrativa delle questioni all’ordine del giorno, il governo jugoslavo reagì con durezza e si ebbero accese manifestazioni di protesta nella Zona B e poi in tutta la Jugoslavia al grido “Non cederemo Trieste; piuttosto la guerra!”.
4)
Le elezioni dovevano svolgersi nell’anno 1951, ma ancora una volta preoccupazioni politiche avevano indotto le autorità del GMA a rimandarne la convocazione all’anno successivo. Per favorire i partiti dell’“arco italiano” fu inoltre esteso anche a Trieste il sistema elettorale maggioritario che De Gasperi e il segretario della DC Guido Gonnella avevano progettato per superare la crisi in cui lo schieramento centrista sembrava ormai entrato in modo irreversibile.
I deludenti risultati delle elezioni politiche del giugno 1953, che portarono alla fine dei governi “centristi”, segnarono anche la fine della “legge truffa”, che venne presto abrogata.
5)
In quel periodo la diplomazia italiana era condizionata anche da una divergenza netta tra due linee, che Duroselle indica con i termini “realista” e “ottimista”. Portavoce della prima era l’ambasciatore a Londra Manlio Brosio, il quale riteneva che le possibilità di strappare a Tito qualche lembo della Zona B fossero praticamente inesistenti, e in questo concordava appieno con Anthony Eden. Della seconda, l’ambasciatore a Washington Alberto Tarchiani, il quale era convinto che sarebbe stato possibile, con l’aiuto degli americani, strappare una buona parte della Zona B.
De Gasperi, “arbitro supremo” della linea politica da seguire, “lasciò fare entrambi, anche se – sembra – dava la sua preferenza ai piani di Tarchiani”.
Duroselle sottolinea anche il fatto che con il passare del tempo De Gasperi, sempre più pressato dalle opposizioni interne sulla questione di Trieste e sulla “legge truffa”, finisse col far propria una linea intransigente. Nei primi mesi del 1953 De Gasperi, che si fidava sempre meno di Tito, sembrò infatti prestare un’attenzione particolare ai consigli di de Castro, il quale suggeriva di proporre agli americani una soluzione che attribuisse all’Italia sia la costa sino a Salvore (Savudrija), a sud di Pirano, con un portofranco jugoslavo a Trieste e un “corridoio” jugoslavo non a Santa Caterina, ma sulla linea ferroviaria Erpelle-Cosina (Herpelje-Kozina).
Il nuovo segretario di Stato John Foster Dulles mostrò subito di non essere disposto a seguire su questa via il governo italiano.
6)
L’ambasciatrice Boothe Luce trasmise personalmente al presidente Eisenhower le sue più vive preoccupazioni per gli effetti negativi che la politica di Washington aveva avuto sul mondo politico italiano: questa aveva finito con l’indebolire la posizione centrale della DC, da lei considerata come l’unico, vero, baluardo contro il comunismo. Se Washington non fosse corsa ai ripari la stessa alleanza atlantica avrebbe avuto pericolosi contraccolpi.
È nota al riguardo la sua curiosa filastrocca contenuta nella lettera del 7 settembre inviata all’assistente speciale del Presidente Jackson che parafrasava una cantilena tradizionale:
“For the want of Trieste, an Issue was lost.
For the want of an Issue, the Election was lost.
For the want of the Election, De Gasperi was lost.
For the want of De Gasperi, his NATO policy was lost.
For the want of his NATO policy, Italy was lost.
For the want of Italy, Europe was lost.
For the want of Europe, America…?
And all for the want of a two-penny town”
.
7)
Il “discorso del Campidoglio” rimase celebre anche per una clamorosa gaffe storica che de Castro puntualmente riporta. Per dimostrare la fondatezza dei diritti italiani sui territori contestati, Pella fece riferimento anche al “messaggio di Abramo Lincoln a Macedonio Melloni, […] che personalmente Mazzini traduceva” nel quale il presidente degli USA aveva riconosciuto nel 1853 i diritti italiani sulla Venezia Giulia e sulla Dalmazia. In realtà questa lettera era un falso, come traspariva chiaramente dall’uso del termine “Venezia Giulia”“col Lombardo-Veneto e colle due Venezie (tridentina e giulia)” – coniato trent’anni dopo da Graziadio Ascoli.
Il “messaggio” di Lincoln era stato “fabbricato” da Nino d’Althan (Nino Guerzoni) quando il presidente americano Wilson cominciò ad osteggiare i confini previsti dal patto di Londra.
de Castro ricorda che la gaffe era già stata denunciata da Salvemini e ricostruita dottamente da Carlo Schiffrer nell’ottobre del 1952 su Il Ponte.
8)
Il Novak si fa portavoce delle preoccupazioni degli “sloveni democratici” quando scrive che questi “andarono oltre rilevando che, date le circostanze esistenti, un plebiscito con soltanto due alternative non poteva essere basato sulla coscienza nazionale degli abitanti del TLT. Un simile plebiscito sarebbe stato semplicemente una scelta fra un sistema democratico e un sistema comunista. La popolazione italiana e slovena del TLT aveva provato l’amministrazione comunista e non aveva alcun desiderio di ritornare al comunismo di Tito. Inoltre anche i cominformisti, un tempo alleati di Tito, erano ora contrari alla Jugoslavia. Secondo gli sloveni, Pella sapeva che in tali condizioni, non soltanto gli indipendentisti, ma anche la maggior parte degli sloveni e dei croati avrebbero votato per l’Italia o si sarebbero astenuti dal votare, contribuendo così ad una schiacciante vittoria italiana”.
9)
Gli ambasciatori inglese e americano a Roma consegnano al Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Pella una nota ufficiale nella quale si legge: “I governi degli Stati Uniti e del Regno Unito hanno seguito con gravi preoccupazioni il recente deterioramento delle relazioni tra l’Italia e la Jugoslavia, risultante dalla controversia in merito all’avvenire del TLT.
Dalla fine della seconda guerra mondiale in poi i due governi hanno congiuntamente amministrato la Zona A del territorio in base ai termini del Trattato di pace italiano. Analogamente il governo jugoslavo ha continuato ad avere la responsabilità dell’amministrazione della Zona B. Tali responsabilità avrebbero dovuto avere carattere puramente temporaneo e non era mai stato previsto che esse dovessero diventare permanenti. Per ragioni che sono ben note risultò impossibile giungere a un accordo con gli altri firmatari del Trattato di pace per lo stabilimento del regime definitivo previsto dal Trattato di pace per il Territorio Libero.
I governi degli Stati Uniti e del Regno Unito, i quali si sono trovati di fronte ad una situazione non prevista dal Trattato, hanno successivamente in numerose situazioni esercitato i loro buoni uffici nella speranza di promuovere una soluzione concordata tra Italia e Jugoslavia. Sfortunatamente non è stato possibile trovare una soluzione accettabile per ambedue le parti. Inoltre, le recenti proposte avanzate dall’Italia e dalla Jugoslavia sono state reciprocamente respinte.
In tali circostanze i due governi non vedono altra alternativa se non quella di porre termine all’attuale insoddisfacente situazione. Essi non ritengono di continuare ad addossarsi la responsabilità dell’amministrazione in Zona A. I due governi hanno pertanto deciso di porre termine al governo militare alleato, di ritirare le loro truppe, e tenuto conto del preminente carattere italiano della Zona A, di rimettere l’amministrazione di quella zona al governo italiano. I due governi confidano che queste misure condurranno a una pacifica soluzione definitiva. È fermo convincimento dei due governi che questo passo contribuirà a stabilizzare una situazione che durante gli ultimi anni ha turbato le relazioni italo-jugoslave. I due governi confidano altresì che esso offrirà la base per una amichevole e feconda collaborazione che è altrettanto importante per la sicurezza dell’Europa occidentale, quanto lo è nell’interesse dei due paesi.
Il ritiro delle truppe e il contemporaneo trasferimento dei poteri amministrativi avranno luogo alla data più prossima possibile, che verrà a suo tempo annunciata”
.
10)
Nella convinzione che la “Dichiarazione bipartita” avesse sancito definitivamente la perdita della Zona B, la sera del 9 ottobre – “se mal non ricordo” – de Castro andò da Pella per rassegnare le dimissioni: “Mentre andavo dal Presidente a dare le dimissioni, usciva, dalla stanza di Pella Gianni Bartoli, il Sindaco di Trieste. Ignoravo che avesse avallato la Dichiarazione, con la sua presenza, nella tribuna della Camera. Gli chiesi se avesse presentato le dimissioni, dato che la Zona B era definitivamente perduta. Mi rispose che, come al solito, ero pessimista, che bisognava agire per salvare il salvabile in quanto la Dichiarazione era provvisoria. Replicai che si parlava di un documento segreto e che tutto era troppo evidente perché ci si potesse illudere. Mi accorsi, allora, che il mio caro amico, definito ancor oggi da Mons. Santin come «anima d’artista», definito allora come «Gianni lagrima» perché si commuoveva sino al pianto nel sentire i propri stessi discorsi, era, invece, un vero uomo politico. Pochi giorni prima, aveva pubblicamente chiesto la restituzione di Zara, per cui aveva ricevuto una furiosa telefonata del conte Zoppi; ora lui, istriano, si adattava alla spartizione, lui sempre in buona fede e certamente tale anche in questo momento. Da uomo politico aveva compreso che, essendo la politica l’arte del possibile, ci si doveva arrendere quando sarebbe divenuta l’arte dell’impossibile”.
Il giorno successivo – “su pressione degli esponenti triestini” – de Castro ritirò le dimissioni.
11)
Ciò emerge in modo evidente nel violento pamphlet scritto all’indomani dell’8 ottobre da Edvard Kardelj, uno dei più influenti collaboratori di Tito già dagli anni della guerra partigiana. Dopo un lungo excursus storico teso a dimostrare i diritti degli slavi sulla “ Vecchia Marca Giuliana” e le responsabilità dell’imperialismo italiano, che ha finito con il coinvolgere nel suo oltranzismo danubiano anche gli USA e la Gran Bretagna, Kardelj conclude lasciando comunque aperta la porta alle trattative: “L’Italia deve decidersi se vuole applicare con la forza la decisione dell’8 ottobre, rischiando – dopo le dichiarazioni non equivoche del compagno Tito – tutte le conseguenze che ciò inevitabilmente comporterà. Se non vuole impegnarsi in questa direzione, deve prendere la via delle conversazioni dirette, sia nel quadro di una conferenza (internazionale), sia nel quadro di accordi bilaterali. […] La Jugoslavia ha formulato chiaramente le sue proposte. Tocca ora all’altra parte dar prova di buona volontà e mostrare che essa desidera un accordo pacifico che potrebbe segnare l’inizio di una nuova era nei rapporti italo-jugoslavi”.
12)
Numerose testimonianze dirette di quelle tragiche giornate si trovano in un opuscolo del CLN dell’Istria, che venne pubblicato nel 1954 sulla base delle deposizioni rese alla presenza di un notaio da numerosi cittadini fuggiti dalla Zona B.
Una prima testimonianza ricorda: “Nella notte fra giovedì e venerdì c. m. gruppi di attivisti e manifestanti jugoslavi, passando nei pressi della mia abitazione, rivolgendosi a me e a mia moglie ci avvertirono che dovevamo al più presto abbandonare la zona perché eravamo delle persone indesiderabili, antidemocratiche e nemiche dei poteri popolari”.
In un’altra troviamo: “Alle 16.40 di venerdì 9 c. m. una quarantina di attivisti jugoslavi si introducevano nella mia abitazione dopo aver infranto alcuni vetri della finestra dello stabile, imponendo bruscamente a mia madre di chiamarmi alla loro presenza. Io mi trovavo in chiesa e gli attivisti, sospettando che mia madre nascondesse loro la verità e che io mi fossi nascosto in qualche posto della mia casa, incominciavano un’accurata perquisizione di tutto lo stabile. Nel frattempo sopraggiungeva un milite della Difesa popolare che, constatata la mia assenza, dava ordini agli attivisti di abbandonare le ricerche e di uscire dall’abitazione. Quando rientrai in casa, mia madre mi raccontò l’accaduto precisando che uno dei perquisitori le aveva detto: «Vostro figlio è un agente del Vescovo Santin. Deve pertanto abbandonare la zona. Se obbedirà sollecitamente ai nostri ordini, verrà accompagnato al confine senza che gli sia torto un capello»”.
13)
Una settimana più tardi Tito attenuò la sua posizione affermando che “a causa di Trieste non faremo guerra all’Italia”, offrendo implicitamente agli alleati la proposta di un negoziato: “Essa fu subito accettata dagli anglo-americani” – scrive Joze Pirjevec – “che si erano resi conto di aver commesso un grave errore diplomatico. Fecero dunque un dietro-front, dichiarando che sarebbero rimasti per il momento a Trieste, né si lasciarono convincere ad abbandonarla quando nella città scoppiarono, all’inizio di novembre ’53, seri moti, organizzati dalle forze di destra nell’intento di far precipitare la situazione”.
14)
La posizione dei comunisti sulla Nota bipartita viene così ricordata da Vidali: “Non era una novità: già gli accordi di Londra del 21 maggio 1952 fra Italia, Gran Bretagna e USA per l’inserimento di rappresentanti politici e amministrativi italiani nell’amministrazione anglo-americana della Zona A prevedevano questa prospettiva. Da allora si erano accese le polemiche più infuocate e si erano moltiplicate le proposte, tanto da parte dell’Italia e della Jugoslavia che da parte di Washington, Parigi e Londra. Specialmente il capitano Anthony Eden, allora ministro degli Esteri della Gran Bretagna, si distinse esigendo che si tagliasse presto l’«ascesso di Trieste», come Foster Dulles che, quando gli si ricordava la Nota Tripartita, rispondeva sorridendo che gli americani non erano come i Medi e i Persiani, per i quali le decisioni e le leggi erano eterne. […] Ma se gli accordi di Londra del luglio 1952 erano stati una trappola, la Nota bipartita” – Vidali la chiama anche «famigerata» –, “considerata da Pella come una grande vittoria, scatenò il putiferio. […] La Nota bipartita rappresentava un addio alla truffa tripartita e anche al TLT; era il preludio al memorandum. […] Di fatto era la spartizione, sancita venti anni dopo a Osimo.
Noi comunisti avevamo proposto sin dal 1952 – come transizione verso la costituzione del TLT – un’amministrazione civile provvisoria, nominata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per le due Zone unificate, ristabilimento di tutte le libertà democratiche in base al rispetto dei Diritti dell’uomo, autonomia comunale nel più ampio senso della parola e salvaguardia assoluta dei diritti nazionali. La proposta fu ignorata o respinta”
.
15)
Il discorso di Eden non era privo di un certo fondamento. Domenica 8, squadre di neofascisti, tra cui molti provenienti dal Veneto (Padova, Verona, ecc…) provocarono numerosi atti di violenza a conclusione del comizio del MSI al Politeama Rossetti, in cui aveva preso la parola il segretario del MSI, onorevole de Marsanich.
A conclusione del comizio un corteo di circa 300 persone cercò di dare l’assalto alla sede del Fronte dell’indipendenza.
In seguito agli incidenti 16 persone vennero arrestate e 15 vennero deferite alla Corte alleata di rinvio. Tra queste 14 erano giunte da Verona o da Padova, uno era cittadino triestino: era il presidente del circolo di estrema destra “G. Oberdan”, arrestato una prima volta alla fine del 1947 in seguito all’attentato ai partigiani della “Fontanot”, una seconda volta nel corso degli incidenti di piazza del 22 marzo 1952.
16)
de Castro sapeva bene infatti che “agli jugoslavi l'esito negativo delle manifestazioni aveva fatto piacere, perché esse avevano portato ad un rafforzamento della loro posizione internazionale, a nostro danno”; per di più i disordini, al di là del volere dei “bene intenzionati e dei male intenzionati”, potevano arrecare soltanto danni, “compreso quello di spingere gli Alleati a tagliare il nodo della questione di Trieste, a prescindere da ogni equa soluzione, purché essa fosse, in qualche modo, sistemata”.
Qualche anno fa de Castro modificò questa interpretazione di quei fatti drammatici nella sua nota introduttiva alla seconda edizione del libro di Gianni Chicco Trieste 1953 nei rapporti U.S.A. (1993). La “revisione” critica fu dovuta al fatto che nuovi documenti segreti britannici e nordamericani erano stati messi a disposizione degli studiosi: “Lo storico Jean Baptiste Duroselle […] ed io […] eravamo persuasi […] che quella specie di piccola, ma sanguinosa, rivoluzione ch’era scoppiata a Trieste ai primi del novembre 1953 avesse convinto gli Alleati che il problema dovesse essere risolto il più presto possibile perché essa aveva dato una spinta al già esistente pericolo di una vera e propria guerra guerreggiata tra l’Italia e la Jugoslavia”.
In realtà - prosegue nella sua nota introduttiva - gli alleati già da tempo si muovevano in un’ottica diversa, legata alla strategia globale di difesa dell’Occidente e quindi alla necessità di associare prima possibile a questo progetto il governo di Belgrado, unica via per difendere il valico di Lubiana, “anello debole” del fronte militare verso est.
“Quei poveri sei morti di allora non servirono a nulla, non promossero alcuna svolta, furono il frutto della insipienza umana presente in tutte le parti in causa, noi compresi, per la verità. Il problema di Trieste ebbe, quindi, molte svolte, ma tra queste furono assenti gli effetti di quella piccola rivoluzione che conteneva anche tanto sapore romantico e tanta illusione risorgimentale”.
17)
Molto significativo quanto scrive al riguardo Novak: “Egli era per una soluzione equa, accettabile da entrambe le parti, che avrebbe posto fine all’annosa controversia e avrebbe aperto nuove possibilità di cooperazione amichevole fra l’Italia e la Jugoslavia. L’economia di ciascun paese avrebbe potuto esser di complemento a quella dell’altro, con beneficio di entrambi. In questo modo, l’ossessione di De Gasperi per la proposta tripartita e le pressioni militari di Pella venivano sostituite da un nuovo realistico approccio. Inoltre per la prima volta da quando il conte Sforza aveva dato le dimissioni nel 1951 il ministero degli Esteri non fu assunto dal primo ministro. Infatti Scelba nominò ministro degli Esteri il democristiano Attilio Piccioni”.
Sulle “novità” dell’atteggiamento di Scelba concorda anche Taviani, che scrive in data 4 maggio nel suo Diario: “Scelba […] è persuaso – a differenza di De Gasperi – che l’importante sia riprendere al più presto Trieste e che per la Zona B sia inutile, per ora, farsi illusioni. Anch’egli ritiene – come me – che il possesso della Zona B fu perduto al momento in cui gli inglesi lasciarono Pola. Fu un errore illudersi e illudere gli istriani di poterci tornare con la Dichiarazione tripartita”.
Infine va ricordato il commento a caldo di Tito, che il 3 marzo si felicitò per la scelta del nuovo presidente del Consiglio che era un uomo “pieno di senso della realtà”.
18)
Lodando il suo successore, “uomo intelligente e dotato anche di qualità manageriali”, de Castro non manca di ricordare, con dolorosa ironia, che “era certamente una persona ben più adatta di me per il momento della liquidazione pseudo-provvisoria dell’Istria. Essendo funzionario di carriera godeva di maggior fiducia e di maggior prestigio presso il ministero degli Esteri, ch’era ben sicuro di avere in lui un fedele esecutore dei propri ordini”!
19)
“Chiedemmo udienza a Scelba, che immediatamente ce la concesse ricevendoci nel suo studio privato di avvocato. Consegnammo il documento e incominciammo l’illustrazione dello stesso. Noi eravamo contrari al memorandum per questione di principio. Non si poteva decidere della sorte delle due zone senza interpellarle. Altra cosa era il Territorio Libero imposto con un trattato di pace accettato con riserve dall’Italia. Era ingiusto perché disponeva di terre e popolazioni, senza interpellare queste. […] A lungo si discusse anche in tono forte e risentito”.
20)
L’analisi della struttura dell’occupazione ci mostra ulteriori aspetti preoccupanti, evidenziando ad esempio il fatto che tra gli “occupati” erano computati i 6.687 appartenenti alla Polizia civile, i 4.756 dipendenti civili delle Forze angloamericane, nonché gli assistiti della Sezione assistenza lavoratori disoccupati (Selad).
La struttura stessa della mano d’opera occupata muta: scendono a 31.302 gli addetti all’industria, con una diminuzione di 3.600 unità rispetto al 1951, mentre il settore del pubblico impiego (compresi gli appartenenti alla polizia, i dipendenti civili delle Forze armate e la Selad) occupa 31.947 unità.
Per quanto riguarda la disoccupazione, sono particolarmente colpiti i giovani, mentre cala sensibilmente il numero dei senza lavoro nella fascia d’età tra i 30 e i 64 anni:
fascia d’etàpercentuale di disoccupati
14 – 17 anni 35,4
18 – 19 anni 24
20 – 29 anni 17
21)
Non mancavano anche le critiche al governo italiano, la cui “politica estera fu servita male da una diplomazia mediocre” e l'appello a non prestarsi al gioco degli americani, che ipocritamente continuano a parlare di un accordo temporaneo, mentre ciò che stavano portando a termine è in realtà “praticamente definitivo”.
L’articolo si concludeva con un appello in cui i toni retorici si sprecavano: “Al nostro governo noi diciamo: Non prestatevi a questa ingiusta decisione. Una madre non ha cuore di salvare un figlio a prezzo di un altro. Una madre li difende tutti fino all’estremo. Li difende a viso aperto, con la forza della sua maternità offesa, del suo diritto violato, dell’umanità calpestata”.
22)
Sulla traduzione del termine inglese “Boundary” – nel diritto internazionale la redazione che faceva testo nei documenti ufficiali era quella in lingua inglese – sorsero sottili quanto sterili discussioni. Mentre Manlio Brosio ed altri esponenti della diplomazia italiana preferivano tradurre il termine inglese con il meno impegnativo “linea di demarcazione”, la diplomazia jugoslava traduceva senza esito il termine “Boundary” con “confine”.
de Castro liquida l’inconsistenza di tutte queste disquisizioni in poche righe: “Probabilmente l’ambasciatore voleva addolcire l’amara pillola di tutto l’insieme: quanto egli sostiene sarebbe come dire che, in latino, la parola limes significa limite e non confine, ma nessuno oserebbe tradurre il limes italicus con l’italiano «limite». Qualunque vocabolario inglese di media mole traduce «boundary» per confine, come la parola che più corrisponde ed è la più corrente”.
23)
Sul forte impegno del governo americano non poteva non pesare anche l’avvicinamento in atto tra il governo di Belgrado e quello sovietico. I primi passi erano stati compiuti dalla diplomazia sovietica e Kruscev era ormai intenzionato a riallacciare i vecchi rapporti scaricando tutte le colpe sui due uomini appena liquidati: Berija e Dijlas.
I tempi per la soluzione dei vecchi problemi non erano ancora arrivati, ma le diplomazie occidentali avevano seguito con preoccupazione tutte queste mosse, temendo un ritorno di Belgrado nell’orbita dei sovietici: non a caso Tito volle rassicurare l’opinione pubblica internazionale rispondendo con sufficienza: “Sono parole assurde […] Noi non siamo dei voltagabbana”!
24)
Duroselle sottolinea al riguardo che gli jugoslavi non erano riusciti a strappare agli alleati angloamericani una dichiarazione formale “esplicita” sulla natura definitiva degli accordi: “Per gli Jugoslavi la concessione essenziale è stata l’abbandono di una soluzione esplicitamente definitiva. La profonda sfiducia che i dirigenti jugoslavi mantenevano nei confronti dei nazionalisti italiani sarebbe stata quietata dalla dichiarazione italiana di accettazione delle nuove frontiere come definitive. Nei fatti le dichiarazioni francese, inglese e americana secondo la quale questi paesi si sarebbero opposti ad ogni nuova rivendicazione territoriale davano alle richieste degli Jugoslavi una soddisfazione sostanziale, in quanto l’Italia avrebbe trovato grandi difficoltà ad agire da sola nel caso in cui avesse voluto riaprire il conflitto”.
25)
Quando il governo italiano venne a conoscenza del testo definitivo non mancarono tra gli stessi ministri forti perplessità. Fu Scelba ad assumersi in prima persona la responsabilità della scelta, riuscendo in tal modo a superare gli ultimi dubbi.
Qualche giorno dopo scese in campo in difesa del governo lo stesso presidente della Repubblica Luigi Einaudi, che inviò a Scelba un messaggio che suonava come un plauso all’operato di coloro che avevano portato a termine il lungo negoziato: “Voi avete, per giungere alla meta, discusso clausola per clausola, parola per parola, per lunghi mesi, l’accordo che oggi viene firmato. Avete difeso metro per metro quel territorio che nella vostra convinzione doveva rimanere unito a Trieste. Alla fine, avete sentito che era giunta l’ora della decisione. Consentitemi di congratularmi con voi per avere – dando prova del coraggio, del non facile coraggio di risolversi in un compromesso – lavorato efficacemente per la pace e per la prosperità dei popoli. Operando così, in silenzio, voi vi siete resi benemeriti della patria italiana”.
Non mancò chi, in Parlamento, protestò sentitamente contro il presidente della Repubblica, accusandolo di essersi schierato a favore delle scelte governative, mettendo Camera e Senato davanti ad un fatto compiuto!
26)
Il 6 ottobre 1954 L’Unità pubblica una dichiarazione della Direzione del PCI con un titolo che non lasciava dubbi: “Il peggiore degli accordi”. Dopo aver ricordato che il Trattato di pace, con l’istituzione del TLT, aveva garantito ai triestini il diritto di “amministrarsi liberamente e di vivere nel pieno rispetto di tutti i diritti nazionali e democratici”, la Direzione del partito sottolineava come il TLT “avrebbe potuto significare un primo passo per la libera determinazione della popolazione e per una soluzione pacifica, ottenuta col consenso di tutte le nazioni e nel rispetto della volontà popolare”.
Queste possibilità erano state vanificate poi dai “governi clericali”, che avevano fatto della questione triestina “un elemento della loro politica di divisione del paese” ed avevano sacrificato gli interessi dei triestini e degli istriani agli interessi inglesi ed americani.
“Oggi il governo di Scelba e Saragat, accettando l’imposizione degli inglesi e degli americani, venendo meno agli impegni più solenni e deludendo le speranze popolari, ha firmato il trattato più sfavorevole che potesse venire pattuito, ha concluso con la nuova capitolazione un triste periodo di una politica estera dimentica degli interessi e della dignità della nazione. Con questo trattato non solo viene in modo definitivo realizzata la spartizione del Territorio Libero, ma la stessa Zona A viene gravemente mutilata, così che nuovi esuli si aggiungono a quanti hanno dovuto lasciare le loro case e la loro terra in questi anni, e a queste popolazioni viene attualmente negato il diritto democratico del plebiscito”.
Giudizi analoghi erano stati formulati dai vertici del partito già mesi prima, come risulta dal lungo articolo comparso su Rinascita a luglio: già allora i “governanti clericali del nostro paese e i loro satelliti” erano stati accusati di accettare la soluzione “spartitoria” per “il loro asservimento ad un imperialismo straniero” nemico della distensione internazionale!
27)
Due giorni prima Vidali, durante un discorso pubblico a Trieste, aveva dichiarato con forza: “Continueremo a sostenere e a dimostrare che sarebbe stato meglio costituire il Territorio Libero, tuttavia prendiamo atto dell’attuale situazione. […] I comunisti lotteranno perché le relazioni tra l’Italia e la Jugoslavia siano veramente migliori”.
Queste pagine web fanno uso dei cookies. Usando queste pagine tu accetti che alcuni cookies siano memorizzati sul tuo computer. Usando queste pagine, inoltre, tu accetti di aver letto e compreso le nostre regole sulla privacy. Se non condividi queste regole ti chiediamo di lasciare questa pagina. In questa pagina trovi maggiori informazioni sul nostro uso dei cookies e la nostra gestione della privacy.
storia_ts/cronologia/1952_1954.txt · Ultima modifica: 21-03-2020 04:35 (modifica esterna)