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La ridistribuzione senza fini di lucro dei contenuti di questa pagina, anche se in forma parziale, deve citare il sito di provenienza www.atrieste.eu, i nomi degli autori, professori Fabio Francescato e Bruno Pizzamei, ed il fatto che si tratta della rielaborazione per il web di un ipertesto sviluppato dagli autori nel 1999 per conto del comune di Trieste e da questo distribuito gratuitamente nelle scuole. Non è ammessa la ridistribuzione con fini di lucro senza esplicita autorizzazione degli autori e dell'acquirente dell'opera.

FAVILLA

Quando nel 1836 un gruppo di rispettabili ed autorevoli “soci fondatori” dette il via alla pubblicazione del nuovo settimanale La Favilla. Giornale di Scienze, Lettere, Arti, Varietà e Teatri (con la terza annata il titolo cambierà in La favilla. Giornale Triestino), l’opinione pubblica triestina era ormai pronta ad accogliere un giornale nuovo, aperto, moderno, attento a temi che andavano al di là del chiuso municipalismo che Rossetti aveva tentato nell’Archeografo di nobilitare con una patina aulica e classicista.

Nasceva con il sostegno di alcuni tra i più insigni rappresentanti del mondo imprenditoriale e finanziario della città, tra i quali spiccavano i nomi di von Bruck, segretario del Lloyd Austriaco e futuro ministro del governo di Vienna, Parente, Revoltella, Morpurgo, Sartorio. Lungo la sua vita decennale ebbe l’appoggio degli uomini del Lloyd e quando a causa delle difficoltà economiche dovette sospendere le pubblicazioni, Pacifico Valussi, che ne era il proprietario-compilatore, trasferì allo Osservatore triestino i suoi migliori giornalisti e collaboratori. A metà degli Anni trenta era ormai finito quel periodo di grave stagnazione economica che era seguito alla fine delle ostilità e che aveva favorito l’ennesima rinascita del particolarismo triestino, questa volta attraverso quel “partito autonomista” di cui Domenico Rossetti si era fatto banditore. L’autonomismo come progetto politico si era ben presto dissolto con la ripresa dei traffici tra l’Europa centrale e il Levante ed il ceto economico triestino non aveva più interesse ad aggrapparsi alle antiche libertà e alle antiche franchigie.

In questa potente ripresa, pilotata dal mondo delle assicurazioni e delle attività armatoriali, si inserisce la Favilla, cui danno vita gli intellettuali più avanzati della piccola borghesia che, come scrive Apih, “sviluppano il liberismo economico ed il cosmopolitismo rispettivamente in liberalismo politico ed in esigenza democratico-nazionale, non rifiutando l’ideologia politica che permea la città, ma svolgendola consequenzialmente”.

Emblematica di questo atteggiamento è la presa di posizione della rivista nei confronti della funzione sociale dell’intellettuale, cui viene affidato il compito di favorire l’educazione del popolo per migliorarne le condizioni di vita culturale e materiale ed al contempo per evitare ogni radicalizzazione dello scontro sociale che l’industrializzazione porta sempre con sé.

In una conferenza al Gabinetto di Minerva Dall’Ongaro dichiara, con toni forse un po' paternalistici, che “bene è che i governi prendano la iniziativa in quest’opera utile e santa dell’educazione del popolo (…) ma bene egualmente che i migliori tra i cittadini cospirino alla meta medesima (…). A queste terribili conseguenze della grande industria crediamo poter recare un valido rimedio soltanto con l’educazione”. L’anno dopo, - siamo nel 1845 - ritornando su questo tema, riafferma che “ciò che le varie sette che mettono sottosopra il mondo chiamano emancipazione, organizzazione ed altre simili parole sesquipedali, noi designiamo con questo vecchio vocabolo: educazione”.

Questo filantropismo, questa spiccata sensibilità etico-pedagogica, sono alcune tra le caratteristiche più interessanti della rivista e si manifestano, ad esempio, attraverso la battaglia per la creazione di asili per l’infanzia, di un Istituto per i sordo-muti, di una “Casa delle Derelitte”, e attraverso l’esaltazione delle buone virtù familiari, del lavoro gioioso e sereno. Particolare importanza si dà all’educazione della donna e alla sua istruzione con toni che per il tempo sono abbastanza significativi: in un articolo dell’ottobre 1838 Dall’Ongaro sostiene che “finalmente la donna non ha soltanto un rapporto con la sua famiglia, un altro con sé medesima: ne ha un terzo colla società il quale crea per essa nuovi doveri difficili a compiersi quanto gli altri e non meno importanti”.

Dall’Ongaro ritiene che limitare l’istruzione agli uomini sia solo uno dei tanti “antichi pregiudizi” e che l’altra metà del cielo ha dei precisi diritti e doveri verso la società che solo l’istruzione può sostanziare: “Non odi con quanto sprezzo si dice, quella è letterata? Titolo che sembra escludere ogni grazia, ogni conoscenza del proprio stato, ogni più tenero sentimento. Sembra che l’amore allo studio lo abbia acquistato la donna abjurando ogni altra occupazione, e facendo lega con spirito maligno, come, la terribile creazione del sommo genio Alemanno, Mefistofele. (….) Parmi ridicolo che mentre spese, e pene non si omettono per educare una metà del genere umano, l’altra venga abbandonata all’ignoranza, fregiandola quasi per ischerzo di qualche nozione di musica, e ballo. Canteremo, e balleremo noi la vita eterna?” In questo suo fervore “pedagogico” Dall’Ongaro ha anche il merito di far conoscere al pubblico triestino le idee del pedagogista Raffaello Lambruschini, che a quell’epoca, in Italia, non era certamente ben visto negli ambienti conservatori per il suo impegno nell’opera di educazione e di istruzione dei ceti popolari.

La battaglia politica che la Favilla porta avanti si esprime anche attraverso il dibattito sulla letteratura e sulle arti. All’ispirazione aristocratica che animava l’Archeografo di Rossetti, che voleva “ingentilire” i mercanti dediti all’utile economico attraverso lo studio dei classici e dell’amato Petrarca, gli uomini della Favilla oppongono un ideale artistico attento alla realtà dei fatti e all’utile morale e civile. Mentre Madonizza celebra le lettere di “provata utilità”, Dall’Ongaro sostiene che il vero va colto nella storia nazionale, in quella storia che di generazione in generazione tramanda le sofferenze, le speranze, le miserie del povero, della donna, dell’animo umano. In queste pagine entra per la prima volta a Trieste - interessante è ricordare che i maggiori collaboratori della rivista, se si eccettua il libraio Giovanni Orlandini, vengono dall’Istria, dal Friuli, dalla Carnia, da Trento, dal Veneto - la cultura romantica, con i suoi fermenti nazionali e il suo gusto per l’impegno dell’intellettuale.

Si diffondono nell’opinione pubblica le prime voci di un romanticismo che ha il senso della concretezza e della fiducia nel futuro, come traspare, ad esempio, negli articoli di Pacifico Valussi dedicati al “vecchio”, al “nuovo”, all’“indigeno” e all’“esotico” in letteratura. Contro i dogmatismi unilaterali dei seguaci di questi quattro modelli, contro le “sette” acritiche che seguono soltanto la propria parola d’ordine, Valussi propone un modello di letteratura che non è mai schiava della “accidentalità della forma” e che considera con “onestà e buon senso” tutto ciò che “v’ha nelle letterature, antiche e moderne, nazionali e forestiere, di più sostanziale”. In modo particolare polemizza contro chi si fa paladino di un classicismo fine a se stesso: “Anziché pretendere di voler resuscitare ciò ch’è antiquato, non farebbero meglio certuni a rileggere i classici ricordandosi di essere cristiani e di vivere nel secolo decimonono?”.

Alla letteratura che sa esprimere ciò che di universale vi è nell’animo dell’uomo competerà il compito di mostrare non ciò che è, ma ciò che deve essere “nello stato della società” e in questo suo compito non avrà barriere: “Non so come tutte le nazioni, tutte le letterature possano mirare all’avvenire comune senza conoscersi, senza armonizzare, senza affratellarsi, senza esercitare esse pure un pocolino quell’amore del prossimo, che dovrebbe essere la suprema legge anche delle lettere e dei letterati. Se, chiamando barbari i forastieri, vorremo restringerci nella nostra nazionalità, saremo molto imbrogliati nel fissare i limiti, e torneremmo alla Babele; tante persone e tanti linguaggi, non c’intenderemmo più”.

Ribadendo con forza che “sarà sempre un mito per me una letteratura immobile e petrificata e che non abbia per divisa il meglio”, Valussi conclude esprimendo tutte le sue speranze “nelle strade ferrate e nel secolo ventesimo; cioè in quella posterità, ch’è il tribunale d’appello di tutti i genî incompresi, e di coloro che specchiandosi nel secolo decimonono si trovano col viso storto e maledicono lo specchio”. Sulla scia di Valussi il “Giornale triestino” si riallaccia così al pensiero democratico italiano, a Mazzini, a Tommaseo, che più volte collaborerà di persona con la rivista. Il richiamo alla “repubblica federativa delle lettere” si traduce in un’apertura alle altre culture ed in particolare ad una spiccata attenzione per la cultura dei popoli slavi, che è del tutto nuova per la città. Gli Studi sugli Slavi che due giovani ragusei, O. Pozza e G. A. Kasnacich, pubblicano a partire dal 1942 sono una delle più significative iniziative portate a termine dalla Favilla in tutta la sua storia decennale.

Pozza e Kasnacich ricordano che i popoli slavi erano stati spogliati della loro nazionalità proprio da quell’Europa orgogliosa e violenta che tante volte era stata salvata per opera loro da grandi minacce: dalla cacciata dei Mongoli che rischiavano di travolgere ogni confine, alla strenua difesa contro i turchi nella piana di Kosovo e nei sobborghi di Vienna fino alla sconfitta di Napoleone che aveva imposto il suo dominio su tutta l’Europa. Ai triestini che dimenticando tutto ciò rimproverano alla Favilla, “giornale italiano”, di occuparsi troppo “del popolo e delle cose illiriche”, i due giovani collaboratori di Ragusa fanno presente che Trieste è una “città mista, circondata da popoli di origine slava, posta sul confine dell’Italia e della Germania” che quindi è interesse di tutti avere “una qualche cognizione dei luoghi e dei popoli che più li toccano”.

Numerose personalità di spicco della cultura europea, da Herder a Schiller, da Grimm a Goethe, a Tommaseo, avevano mostrato grande interesse per la poesia “ingenua”, “vergine”, tipica dell’“animo slavo” - colta in contrapposizione alla stanca “poesia fittizia ed imitativa” dei popoli occidentali - ed avevano contribuito a propagandare gli studi sulle tradizioni popolari dell’Europa centrale e orientale. La Favilla mostra di essere molto aggiornata anche su questo filone di ricerche, come testimoniano, ad esempio, le pagine dedicate alle lezioni tenute nel 1840 al Collegio di Francia sulla storia delle letterature slave da Adam Minckievicz, “primo vivente poeta slavo”. L’attenzione per la poesia di un popolo diventa così motivo di attenzione e di rispetto per quel popolo e per quel mondo, così come l’attenzione ripetutamente prestata dalla rivista al poeta esule che aveva girato per mezza Europa per cantare la libertà del popolo polacco diventa anche un modo per testimoniare la propria fede negli ideali liberali e romantici.

Su questo versante va sottolineata infine la posizione della Favilla nei confronti del destino nazionale di Trieste. Usando i concetti elaborati da Meinecke, potremmo dire che nella società triestina tra gli anni Trenta e Quaranta la “Nazione culturale” e la “Nazione politica” erano ancora scisse e che tali sarebbero rimaste ancora per parecchi decenni: riconoscere che nella “nazione triestina” era prevalente la identificazione con la cultura italiana non significava infatti per i collaboratori della Favilla combattere per una unione politica immediata con uno stato italiano, che per giunta ancora non esisteva!

Basta al riguardo considerare alcune prese di posizione assunte in quegli anni dagli uomini della Favilla. Nell’ultimo numero della rivista, Dall’Ongaro scrisse che si poteva ormai sostenere a chiare lettere che Trieste “avesse a chiamarsi città italiana” ; due anni dopo, nell’atmosfera rivoluzionaria ed entusiasta nel ‘48, avrebbe invitato la città a diventare “ad un tempo città italiana, e città libera”, “città anseatica”, “la Amburgo dell’Adriatico”. Nello stesso periodo Pacifico Valussi, sull’Osservatore Triestino, parla di Trieste come di un “Portofranco delle azioni e delle opinioni”; poco dopo, ricorda Negrelli, “emigrato nella Venezia repubblicana, scrive su Il Precursore che la città, se “emancipata dalla tutela austriaca (…) benché italiana, sarebbe tratta verso il settentrione”, che infine, delle varie voci che si erano sentite nel momento della lotta per l’affermazione delle nazionalità, quella che diceva “siamo trestini” rispondeva “più di tutti alla situazione di Trieste””.


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