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storia_ts:storia:1866_1918



La ridistribuzione senza fini di lucro dei contenuti di questa pagina, anche se in forma parziale, deve citare il sito di provenienza www.atrieste.eu, i nomi degli autori, professori Fabio Francescato e Bruno Pizzamei, ed il fatto che si tratta della rielaborazione per il web di un ipertesto sviluppato dagli autori nel 1999 per conto del comune di Trieste e da questo distribuito gratuitamente nelle scuole. Non è ammessa la ridistribuzione con fini di lucro senza esplicita autorizzazione degli autori e dell'acquirente dell'opera.

LIBRO QUARTO: 1867 – 1918

La storia di Trieste tra gli anni Sessanta del XIX secolo e lo scoppio della Grande guerra è innanzitutto la storia di una città che ha un tumultuoso sviluppo economico e sociale. Nel 1859 Trieste conta 104.707 abitanti; nel 1914 raggiungerà quasi i 240.000 abitanti.

Questa evoluzione si inserisce nel quadro più ampio dell'evoluzione della monarchia asburgica, dalla sconfitta di Sadowa, che aprì le porte alle profonde modificazioni istituzionali sancite nella “Dezemberverfassung” e nell'“Ausgleich”, al lento declino che coinvolse questa Duplice monarchia sovranazionale fino alla sua scomparsa, del tutto inattesa tra le diplomazie europee, all'indomani del primo conflitto mondiale.

In questo periodo il tessuto urbano dovette assorbire, in due ondate successive, ampi fenomeni di immigrazione.

La prima, tra gli anni Sessanta ed il 1900, fece seguito all'abolizione del lavoro servile nelle zone agricole della Carniola e dei dintorni di Gorizia, e coinvolse soprattutto quei lavoratori che Marina Cattaruzza chiama i “poveri del villaggio” (pastori, giornalieri, stagionali, servi agricoli) e i figli minori delle famiglie contadine.

La seconda ondata si verificò soprattutto in seguito al piano di sviluppo che il primo ministro Ernst von Koerber concepì agli inizi del Novecento per rivitalizzare le economie dei diversi “Kronländer”.

All'interno di questo grande progetto il potenziamento del porto di Trieste doveva svolgere una funzione di primo piano. Fu dato il via al secondo raccordo ferroviario, la linea dei Tauri (o Transalpina), furono allora costruiti il porto di Sant'Andrea nella baia di Muggia, furono allungati i moli V e VI con un gigantesco investimento di risorse e di lavoro umano: “Minammo e frantumammo una montagna intera”, scrisse Slataper. Fu progettato, infine, il molo VII.

Come scrive l'economista Gino Luzzatto, Trieste è “uno dei pochissimi porti d'Europa che abbia seguitato ad esercitare contemporaneamente tutte e tre le funzioni che i geografi sogliono distinguere nell'attività portuale […] funzione regionale […] funzione commerciale […] industriale”.

Rimanevano, però, ancora non risolti alcuni nodi fondamentali, soprattutto per quanto riguardava la collocazione della città all'interno dell'economia dell'impero e più in generale del centro Europa. Regioni quali la Boemia e la Moravia si servivano ampiamente dei porti del Nord ed il 70% della monarchia gravitava, ancora, sul bacino del Danubio e quindi non certo in linea con le vie di comunicazione che portavano a Trieste. Nel periodo tra il 1909 e il 1913 solo il 15% delle importazioni complessive e l'11% delle esportazioni della monarchia facevano capo al porto di Trieste. I traffici dei territori asburgici attraverso l'Elba, invece, aumentarono tra il 1880 e il 1910 di dieci-venti volte. Per di più non va dimenticato che all'interno del sistema economico europeo la posizione dell'Austria rimaneva ancora, in vari campi, deficitaria: nel 1911, in un documento ufficiale dell'“Industrierat”, un organo consultivo legato al ministero del Commercio, si denunciava che “nelle attuali condizioni non possiamo assolutamente aspirare al ruolo di una grande potenza nelle esportazioni mondiali e nessuna misura di sostegno alle esportazioni può aiutarci a raggiungerlo. Noi esportiamo solo la metà della Francia, meno del piccolo Belgio e solo il doppio della Svizzera”.

Questo quadro generale sottolinea, a grandi linee, la portata e i limiti del processo di modernizzazione che coinvolse la città come tutti gli altri territori su cui gli Asburgo regnarono fino al 1918. Non a caso Marina Cattaruzza, evidenziando questi limiti, parla di “un caso emblematico di modernizzazione imperfetta: mentre si stavano realizzando ampi e organici processi di liberalizzazione in campo politico, i limiti dell’intervento statale sul piano economico finirono col favorire il moltiplicarsi delle spinte centrifughe tra le borghesie nazionali della Duplice monarchia.

Le iniziative successive al 1891, e soprattutto il piano Koerber del 1901, avvennero in ritardo, vennero applicate in modo contraddittorio e non furono in grado, nel breve periodo che intercorse fino agli avvenimenti di Sarajevo, di scalfire strutture e percorsi politici solidificatisi nel mezzo secolo precedente”.

I due aspetti più significativi della storia di Trieste in questi decenni furono senza dubbio la questione nazionale e la questione sociale. Due questioni profondamente e drammaticamente intrecciate dal momento che lo sviluppo borghese della città, delineatosi già dalla metà del Settecento, fino alla fine dell'Ottocento era stato caratterizzato da una netta distinzione tra un borgo di cultura italiana e un circondario – suburbio e territorio – di cultura slovena e, in piccola parte, croata.

Fino alla fine degli anni Sessanta non si erano verificati scontri e il processo di assimilazione da parte della città non aveva incontrato particolari difficoltà. Inoltre, fino agli anni Sessanta, non vi era oltre il confine dell'impero uno stato unitario italiano che potesse in qualche modo costituire un faro d'attrazione e, al limite, un potente aiuto per la unione della città con la comune patria italiana.

Dopo la proclamazione del regno d'Italia, però, e soprattutto dopo la conclusione della cosiddetta guerra d'Indipendenza, i confini si avvicinarono sensibilmente, prima in senso ideale, e poi anche in senso fisico, territoriale.

Quando le masse contadine di lingua slava cominciarono, sulla spinta determinante del clero, a formarsi una propria coscienza nazionale, emersero gli inevitabili attriti e la borghesia liberalnazionale non poté più risolvere i problemi con le forme abituali dell'assimilazione. A ciò si aggiunse, con il passare del tempo, la formazione di una borghesia slovena e quindi di un nuovo ceto liberalborghese che si radicava nella struttura sociale ed economica della città diventando concorrenziale sul piano stesso della borghesia di lingua italiana.

Il primo terreno di scontro fu la scuola, la questione cioè della lingua che doveva caratterizzare le scuole elementari nella città e la loro dipendenza dal Consiglio di Trieste, stabilmente in mano ai liberalnazionali: gli attriti crescenti portarono ai luttuosi scontri del luglio 1868, durante i quali due cittadini di lingua italiana furono uccisi dalla Guardia civica, composta in maggioranza da territoriali sloveni.

Nascono le prime organizzazione operaie slovene la “Pchèla” apre la via nel 1869 e tra il 1875 e il 1885 sorgono l'“Edinost” e la “Drustvo sv. Cirila in Metoda”. La “Società dei Santi Cirillo e Metodio”, in collaborazione con l'“Edinost”, riuscì ad estendere la propria opera a Trieste fino a garantire, nel 1911, l'istruzione elementare a circa 1.500 bambini.

Anche in campo italiano l'associazionismo irredentista si rafforza: nel 1886 viene fondata la “Pro Patria”. Sciolta dalla polizia e rinata con il nome di “Lega Nazionale”, la Società perseguì il compito fondamentale di “istituire e mantenere le scuole italiane, entro i confini dell'impero, in luoghi di popolazione mista, specialmente sul confine dell'impero”, operando anche in Friuli e nell'Istria, dove, con l'appoggio della Dieta controllata dal partito liberalnazionale, finì spesso con lo svolgere una funzione di assimilazione forzosa delle popolazioni slovene e croate.

In un primo momento la lotta nazionale non aveva coinvolto le organizzazioni operaie: la “Società Operaia Triestina con mutuo soccorso cooperatrice”, fondata nel 1869, si era presentata con un'ispirazione internazionalista e democratica e uno dei suoi primi membri influenti, il giornalista Giuseppe Caprin, aveva proclamato con enfasi che “l'operaio non è né tedesco, né italiano, né slavo, né francese; egli è bensì operaio nel tempio della pace”.

La stessa scelta venne fatta dalle prime associazioni slovene. Ben presto, però, la “Società Operaia” si schierò a favore del partito liberalnazionale e della causa italiana e divisioni comparvero anche nelle altre organizzazioni sindacali e politiche. Già alla fine degli anni Settanta l'“Edinost”, rimproverando le associazioni operaie slovene di accogliere tutti, fece pressioni affinché venissero allontanati “quegli elementi stranieri che non conoscono nemmeno la nostra lingua e sembra vogliano far felice la nostra nazione”. Si doveva dunque “formare una società operaia nostra fondata su basi solide, cioè nazionali. Noi siamo sloveni e fedeli degli austriaci e come tali vogliamo rafforzare la nazione e lo stato in cui viviamo”.

Il rapido sviluppo economico che caratterizzò l'economia europea e quella della monarchia asburgica tra la fine dell'Ottocento e il primo decennio del Novecento non affievolì gli scontri tra le diverse nazionalità della monarchia austro-ungarica, come aveva auspicato von Koerber. Le divisioni erano ormai insanabili anche all'interno dei partiti socialisti, tradizionalmente schierati dietro la bandiera dell'internazionalismo: nel 1911, a Vienna, è ormai impossibile formare un gruppo socialista unitario alla Camera e al suo posto furono formate tre unità distinte, che raggruppavano l'una i cechi separatisti, l'altra i deputati polacchi e la terza i deputati tedeschi, cui vennero aggregati tre italiani, Battisti, Oliva e Pittoni.

In questo quadro a cavallo tra i due secoli, dominato dall'acuirsi delle spinte imperialistiche tra le maggiori potenze – i timori per i progetti aggressivi del pangermanesimo si facevano sentire anche nel Tirolo e in Austria – la lotta politica e sociale a Trieste sembrava percorrere le strade tradizionali.

Una novità va colta nel tentativo di dar vita in città ad una prima presenza cattolica, una sorta di terza via tra i liberalnazionali e i socialisti: nel 1898 il vescovo Andrea Sterk invita il gesuita dalmata Antonio Pavissich, redattore della Civiltà Cattolica, a tenere una serie di conferenze per dare ossigeno, come scrive Pietro Zovatto, “ad un balbettante movimento cristiano-sociale locale che stentava di prendere il volo”. Le polemiche del gesuita contro il liberalismo e contro il socialismo, ricche di puntuali richiami alla dottrina sociale della chiesa contenuta nella Rerum Novarum, scatenano le reazioni sia dei liberalnazionali sia dei socialisti. Da entrambi i cattolici vengono accusati di difendere la reazione, l'alleanza cioè tra il trono e l'altare; da entrambe le parti si teme che la chiesa allarghi la sua presenza tra le masse popolari in funzione puramente strumentale, tra gli operai in funzione antisocialista, tra le masse contadine in funzione antiitaliana e austriacante. Per di più la borghesia liberalnazionale non perdonava la stampa cattolica che da tempo andava ripetendo che la lotta nazionale in Istria e a Trieste “in fondo non è se non una lotta di classe” – così scriveva Il popolo nel 1895 – “sviata e sfruttata a profitto di pochi, con sommo danno della provincia intera”. Non esistevano ancora gli spazi per una iniziativa di questo tipo e il tentativo del vescovo fallì, anche a causa – sottolinea Zovatto – della mancata partecipazione all'incontro di alcuni rappresentanti del clero locale, tra i quali l'influente sacerdote Ugo Mioni.

Lo scoppio delle guerre balcaniche, che mostrò in modo sempre più evidente la portata drammatica della contesa tra Austria e Russia in questa parte così delicata dell'Europa, e le tensioni sempre crescenti tra le diverse nazionalità della monarchia asburgica, ormai paralizzata dal separatismo boemo, dalle contese tra polacchi e ruteni, tra ungheresi e croati, e, infine, tra gli italiani del Litorale gli sloveni e i croati, caratterizzarono gli anni immediatamente precedenti lo scoppio della guerra. L'azione del governo viennese era per di più indebolita dalla intransigenza nazionalistica degli ungheresi, sempre contrari a qualsiasi concessione alle popolazioni croate e quindi anche alla ipotesi di una soluzione trialista.

In questo scenario avvenne la saldatura tra la maggioranza del vecchio irredentismo triestino, per molti aspetti ancora provinciale e legato ad una strategia meramente difensiva, e il nuovo nazionalismo interventista. Già nel 1910 Corradini aveva scritto a Gualtiero Castellini, uno dei primi dirigenti dell'“Associazione Nazionalista Italiana”, che “L'intransigenza nazionalista […] è semplice preparazione all'azione che non può che essere imperialista […]. L'irredentismo è solo parte e non padre del nostro imperialismo”. Ora sembra che il momento tanto atteso stia per giungere. Negli ambienti adriatici Timeus ed Alberti sono i rappresentanti di questa nuova temperie, ma ad un interventismo deciso approdò anche Slataper, che fino a poco tempo prima, come ben sottolinea Apih, si era sentito vicino a Oberdan ed aveva fatto propri gli ideali di un superiore irredentismo culturale.

Il bando della mobilitazione dell'esercito imperiale, il 26 luglio 1914, trovò ampia parte della popolazione incredula, come ricorda Silvio Benco: “Ciò che appassionava i cittadini in quel mese di luglio erano le discussioni del preventivo comunale in Consiglio, e le deficienze dei vaporini per le stazioni balneari della costa, e l'ingegner Ulivi, fuggito a Trieste con una sposa conquistata e una fama perduta, […] e i leoni, le tigri, gli elefanti, le zebre, i cavalli innumerevoli del circo Charles, del grande circo Charles che aveva infatuato di estetismo zoologico la cittadinanza di tutte le età”.

Ma ben presto la dichiarazione di guerra dell'Austria alla Serbia suscitò timori e speranze contrastanti. Da una parte – come ricorda Adriano Oliva, un giovane tipografo socialista – “un'esplosion, no digo de gioia e de entusiasmo, ma de euforia, eco la parola esata! In tuta la gente, anche nel proletariato. Le strade iera animade e piene de alegria”; dall'altra un'opinione pubblica “fino a pochi giorni fa travolta” – racconta Scipio Slataper – “dall'odio astioso contro gli slavi, da diventar cieca. Ancor oggi c'è della gente intelligente che sostiene la necessità della vittoria austro-germanica che tagli la testa al panslavismo. Queste idee e sentimenti hanno causato le dimostrazioni tripliciste dei primi giorni”.

Molti attendevano con trepidazione i segni di un intervento dal vicino regno d'Italia, ma le speranze in tal senso andarono subito deluse: lo stesso Sonnino, d'altra parte, doveva affermare agli inizi di settembre che il governo italiano poteva pensare tutt'al più al Trentino, ma non certo a Trieste: “A Trieste non credo, perché Trieste italiana sarebbe rovinata”.

Molti regnicoli lasciarono la città – non meno di 30.000 secondo alcune stime – e tra questi un migliaio di giovani che combatterono poi volontari nelle fila dell'esercito italiano: ne morirono 182, tra questi Slataper, Timeus e Carlo Stuparich.

La guerra incide pesantemente sulle attività economiche della città, soprattutto nei settori della cantieristica e dell'edilizia. Per di più, il blocco navale imposto dalle flotte dell'Intesa nel Mediterraneo affama la città e le autorità devono ben presto contingentare i beni di maggior consumo.

Con il passare dei mesi la gran parte della cittadinanza – scrive Lucio Fabi – è per la prima volta “tangibilmente minacciata dai rincari e dalla disoccupazione”.

Quando l'Italia entrò in guerra a fianco della Triplice Intesa, scoppiarono in città immediate e violente manifestazioni: il giornale Il Piccolo venne dato alle fiamme e numerosi negozi di italiani vennero devastati e saccheggiati. Le sedi della Ginnastica triestina e della Lega nazionale vennero distrutte, al pari del caffè ai Volti di Chiozza, noto luogo di incontro di liberali e di mazziniani italiani. Per anni Il Lavoratore, organo socialista, e l'Edinost furono gli unici giornali di un certo rilievo a poter informare i cittadini sugli avvenimenti di guerra. Su questi spazi di libertà intervenne più di una volta la censura imposta dalle autorità militari.

Una drammatica sensazione di isolamento è ricordata da tutti i testimoni: le autorità militari austriache, nel timore di un attacco per mare della flotta italiana, minano il porto ed impongono alla Luogotenenza e ad altri uffici pubblici di trasferirsi a Lubiana. La città vive per anni l'isolamento come un incubo. Si sentono le cannonate sul basso Isonzo, a Sistiana, ma nulla sembra accadere di decisivo.

Nel 1916, la morte di Francesco Giuseppe e le timide aperture di Carlo I sembrano schiudere spiragli di pace: la Duplice monarchia sarebbe stata trasformata in una federazione di nazionalità e Trieste avrebbe avuto una non meglio definita posizione particolare. Ma nel frattempo le attività belliche continuano e le poche voci che si elevano a proporre una pace senza annessioni e senza riparazioni non trovano ascolto alcuno presso le diplomazie dei paesi in conflitto. Aumentano ovunque la fame e il malcontento: a Trieste, a cavallo tra il 1916 e il 1917, gli effetti di una grave carestia rendono la situazione ancor più drammatica. “E veramente i vecchi” – scrive Silvio Benco – “se ne andavano ad uno ad uno. E non solo i vecchi. Senza che vi fosse alcuna particolare epidemia, il bollettino statistico della prima settimana di marzo [1917] registrava 144 morti e 38 nati”.

Nella prima metà del 1917 i rapporti tra l'Italia e gli slavi si incrinano, soprattutto in seguito alla decisione unilaterale del governo italiano di istituire un protettorato sull'intera Albania, che gli imperialisti serbi consideravano “culla dell'unità politica serba”. Belgrado accentua la propria pressione sul “Comitato Jugoslavo” – organo dei fuoriusciti sloveni, croati e serbi – e porta alla firma del Patto di Corfù, che prevede la futura costituzione di un regno dei serbi, croati e sloveni attraverso l'unione dei territori del regno di Serbia e di quelli delle zone dalla Duplice monarchia popolate da croati, sloveni o serbi. Un passo gravido di conseguenze delicate per gli equilibri interni tra le popolazioni del Litorale austriaco!

Tre fatti di grande importanza modificano lo scenario di guerra nel 1917: alla fine di giugno il primo sbarco delle truppe americane sul fronte europeo, la battaglia di Caporetto alla fine di ottobre ed infine la conquista del potere in Russia da parte dei bolscevichi. Sono segni non univoci, ma indubbiamente i rapporti di forza tra i contendenti in campo ne escono profondamente modificati.

All'indomani di Caporetto gli austro-tedeschi lanciano con successo una vasta propaganda antiitaliana tra le popolazioni slave della Duplice monarchia, ma in dicembre gli USA dichiarano guerra all'Austria; la caduta dello zarismo e la proclamazione, all'inizio del 1918, dei 14 Punti di Wilson rafforzano infine le speranze in una pace vicina. Quando, nell'aprile del 1918, si riunisce a Roma il “Congresso delle nazionalità soggette all'Austria-Ungheria”, si respira ormai l'atmosfera della fine della guerra e il crollo degli Asburgo è atteso da tutti: la delegazione italiana e quella jugoslava firmano il Paragrafo IV, secondo il quale “Ai nuclei di un popolo che dovessero essere inclusi nei confini dell'altro sarà riconosciuto e garantito il diritto della loro lingua, della loro cultura e dei loro interessi morali ed economici”.

Tra i firmatari italiani Federzoni e Mussolini, che avrebbe ben presto dimenticato anche questo suo solenne impegno!

Agli inizi di ottobre – la grande spallata austriaca da Asiago alle foci del Piave era stata arrestata mesi prima dalle truppe italiane – giunge a Trieste la notizia delle richieste di armistizio presentate dall'Austria e dalla Germania al presidente americano. La guerra però continua e solo dopo l'offensiva italiana scatenata il 24 ottobre sul Grappa e sul medio Piave la fine si avvicina.

Alla conquista di Vittorio Veneto segue la resa incondizionata dell'esercito austriaco: alla fine del mese il barone Fries-Skene consegna gli uffici pubblici in mano al Comitato di salute pubblica e abbandona la città.

Nei due giorni che precedettero l'arrivo dei primi contingenti dell'esercito italiano (3 novembre) Trieste fu sconvolta da violenze e da disordini, che evidenziarono in modo tragico le lacerazioni e le divisioni esistenti in seno alla popolazione. La città fu invasa da sbandati dell'esercito austriaco, che vi affluivano da tutte le parti, e dai prigionieri italiani provenienti dai campi di prigionia austriaci e ungheresi. Si aggiunsero le devastazioni e i saccheggi causati dai delinquenti comuni appena liberati dalle carceri. Per di più le varie componenti della cittadinanza reagirono in modo diverso nei confronti della imminente soluzione italiana.

L'adesione piena alla causa italiana e agli ideali dell'irredentismo non impediscono a Silvio Benco di sottolineare come in quei giorni la città fosse profondamente divisa. Il Comitato di salute pubblica trovò infatti non poche resistenze nella sua opera: “Più facile era questo [il rispetto] nei quartieri della città, dove il Governo provvisorio aveva consenzienti tutti i cittadini; più difficile al limite della campagna, nei sobborghi, dove si annodavano connivenze tacite e maligne di sovversivi e di slavi. Questi ultimi proseguivano intanto sistematicamente in una loro tattica, che potremmo chiamare il sequestro della rivoluzione”.

Con maggior equilibrio critico, dovuto anche al distacco emotivo rispetto a quegli avvenimenti, Lucio Fabi così commenta quel “periodo tra i più oscuri e poco noti della nostra città.

Benché una parte della cittadinanza si affannasse a sostenere il contrario, Trieste nell'immediato dopoguerra era una città occupata militarmente, prostrata da condizioni esistenziali insostenibili, frantumata nella sua entità etnica e politica”. I decenni successivi dimostrarono drammaticamente la verità di questa dolorosa immagine.


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storia_ts/storia/1866_1918.txt · Ultima modifica: 21-03-2020 04:35 (modifica esterna)