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storia_ts:storia:1952_1954



La ridistribuzione senza fini di lucro dei contenuti di questa pagina, anche se in forma parziale, deve citare il sito di provenienza www.atrieste.eu, i nomi degli autori, professori Fabio Francescato e Bruno Pizzamei, ed il fatto che si tratta della rielaborazione per il web di un ipertesto sviluppato dagli autori nel 1999 per conto del comune di Trieste e da questo distribuito gratuitamente nelle scuole. Non è ammessa la ridistribuzione con fini di lucro senza esplicita autorizzazione degli autori e dell'acquirente dell'opera.

LIBRO NONO: 1952 – 1954

Parte prima: 1952 – 1953

Il 9 maggio 1952 vennero annunciate a Londra le conclusioni della Conferenza tripartita: la responsabilità amministrativa della Zona A sarebbe rimasta agli alleati, ma al governo italiano fu riconosciuto il diritto di nominare 21 funzionari destinati a ricoprire cariche direttive in altrettanti settori.

Vennero inoltre nominati un Direttore superiore, nella persona di Augusto Vitelli, un funzionario del ministero degli Interni con il rango di prefetto, nonché – ed era questa la “conquista” di maggior rilievo – un “Consigliere politico” del generale Winterton, che avrebbe affiancato i consiglieri inglese e americano.

I risultati della Conferenza di Londra furono salutati da De Gasperi e dai partiti al governo come un vero trionfo, “una fortezza ed un bastione” da cui l'Italia sarebbe ripartita per conquistare i suoi diritti. La loro interpretazione era senza dubbio forzata – gli inglesi e gli americani non la condividevano assolutamente – ma aveva comunque il merito di rassicurare l'opinione pubblica: quanto era stato ottenuto a Londra era stato solo il primo passo e nel futuro il governo avrebbe ripreso la lotta per strappare alla Jugoslavia anche l'intera Zona B!

Missini e comunisti, invece, manifestarono immediatamente la più intransigente opposizione agli accordi appena siglati: per i primi si era trattato soltanto di un successo della diplomazia inglese e quindi di un ulteriore passo in avanti verso la divisione del TLT in due zone distinte; per i secondi lo stravolgimento del Trattato di pace era un grande successo di Tito, che dopo aver incamerato la Zona B si preparava a rivendicare i suoi pretesi diritti sulla Zona A. La rivista comunista Rinascita giunse a contrapporre i “nazionalisti clericali” guidati da De Gasperi, che, dopo aver concesso Briga e Tenda ai loro “avidi alleati”, si preparavano ora a cedere di nuovo, a D'Annunzio, che “aveva almeno messo le mani sopra la città e creata una situazione”.

A tal punto la polemica contro la NATO e gli alleati “avidi” dell'occidente condizionava la posizione dei comunisti sul problema di Trieste e del TLT!

La Conferenza tripartita fu anche al centro della campagna per le elezioni amministrative che dovevano tenersi a Trieste il 25 maggio. Come tre anni prima lo scontro si polarizzò tutto sulla scelta tra Italia e Jugoslavia. I partiti della maggioranza che sostenevano il sindaco Bartoli credettero così di poter rinnovare i successi del 1949 ed allontanare il pericolo comunista. Ricorda Corrado Belci: “Come giovani appartenenti alla “nuova generazione” assumemmo la responsabilità della propaganda nella campagna elettorale e puntammo tutto sullo slogan “vuoi per sindaco Bartoli o Vidali”, radicalizzando e personalizzando al massimo la battaglia tra il sindaco in carica, capo riconosciuto dello schieramento italiano e il capo del Partito comunista del territorio libero, se non l'anti-Italia, l'espressione della non-Italia.

Ma il meccanismo funzionò solo in parte e la DC scese dal 39 al 33 per cento dei voti, mentre aumentarono l'estrema destra e il movimento indipendentista”.

La radicalizzazione dello scontro, cercata fin dall'inizio dai dirigenti democristiani, finì infatti col favorire da una parte i neofascisti del MSI, che si erano presentati come i più tenaci e affidabili sostenitori della “causa italiana” e dei diritti degli istriani, dall'altra gli indipendentisti, che avevano saputo approfittare del malcontento derivato dal perdurare della crisi economica e presentarsi come i più coerenti e credibili fautori del Territorio libero.

Il MSI riportò oltre il doppio dei voti ottenuti nelle elezioni del 1949, passando dai 10.721 voti ai 20.570 e attestandosi all'11,49% dei consensi.

Il movimento indipendentista, nonostante le divisioni interne – oltre al Fronte dell'Indipendenza, di gran lunga il più importante, si presentarono il Blocco Triestino e il Movimento autonomista Giuliano – raccolse quasi il 16% dei suffragi.

Dalla prova uscirono invece sconfitti i comunisti di Vidali, che superarono appena la percentuale del 17%. In conformità al sistema elettorale adottato, che prevedeva un “accreditamento” per quella lista o per quel gruppo di liste che avesse raggiunto la maggioranza, la distribuzione dei seggi favorì il PRI, il PLI, la DC e il Partito socialista della Venezia Giulia, di indirizzo saragattiano: con una percentuale appena inferiore al 47%, i partiti che sostenevano la giunta del sindaco Bartoli ottennero 40 seggi su 60 al Consiglio comunale.

Interessante, infine, ricordare che nei “comuni rurali” i partiti “autonomi” sloveni e la sinistra filo-jugoslava si presentarono in una lista unica, la “Lista slovenske skupnosti” (Lista dell’Unione slovena), che ottenne risultati molto soddisfacenti a Duino-Aurisina, a Sgonico e a Monrupino.

Lo scenario che emerse dalle elezioni fu senza dubbio più mosso e contrastato di quello che si era delineato nel 1949: il forte successo dell'estrema destra e la piena conferma degli indipendentisti quali ineliminabile componente della città indebolirono politicamente la maggioranza di centro, che si trovò sempre più in difficoltà anche perché la maggioranza che a Roma sosteneva il governo di De Gasperi era entrata in una crisi molto delicata.

Per di più, come ormai si percepiva da ogni parte, la situazione internazionale non favoriva certamente le rivendicazioni del governo italiano: “La frase più ripetuta in quei giorni” – scrive Belci – “pronunciata sia dai vari responsabili della politica sia dagli strateghi da caffè imitatori a tavolino dei vari cancellieri, era la seguente: “Il tempo non lavora per noi”. Ma questa volta il luogo comune era fondato.

La Linea Morgan attorno a Trieste assumeva il carattere della immodificabilità verso est senza una guerra, che nessuno più si augurava, e poneva quindi le premesse della “partizione””.

Un'ulteriore conferma di ciò si ebbe quando dai colloqui di Eden, Tito e Kardelj a Belgrado emerse la disponibilità del governo jugoslavo ad una divisione del Territorio libero che avrebbe assicurato la Zona A agli italiani.

Quando il ministro degli Esteri inglese presentò questa proposta a De Gasperi, il capo del governo italiano non mostrò alcuna intenzione di accettare il piano della discussione anche per timore che un'eventuale manifestazione di disponibilità avrebbe fatto vacillare ancor più la sua posizione, già indebolita dai ripetuti successi del MSI e dei monarchici.

Indubbiamente gli incontri di Belgrado si risolsero in un notevole successo per Tito e Eden dichiarò ai Comuni di aver avuto “franche e cordiali conversazioni con Tito e con i membri del suo governo” su tutti i problemi internazionali di comune interesse e che nel futuro la Jugoslavia e il Regno Unito avrebbero rafforzato sempre più la loro collaborazione.

Un aiuto insperato al governo italiano sembrò delinearsi quando venne eletto presidente degli USA il repubblicano Dwight Eisenhower, affiancato poi da un “mastino” della diplomazia del “contenimento” quale il segretario di Stato Foster Dulles. Si sapeva che gli americani non volevano prendere alcuna iniziativa che potesse in qualche modo indebolire la DC e il suo governo in vista delle elezioni politiche del 1953; per di più si conoscevano i rapporti amichevoli tra Eisenhower e l'ambasciatrice a Roma Claire Boothe Luce, accanita sostenitrice della DC, da lei considerata quale unica vera diga contro il comunismo in Italia.

Ma si trattò, ancora una volta, di un calcolo errato. In piena guerra fredda il nuovo presidente mostrò infatti di avere ben altri problemi in politica internazionale. Per il governo di Washington la questione più delicata da risolvere, in quei primi mesi del 1953, era il tentativo di agganciare anche la Jugoslavia al progetto di difesa europea ed un primo risultato positivo per la sua diplomazia fu la firma di un patto di collaborazione tra Belgrado, Atene e Istanbul, che sarebbe stato poi rinsaldato l'anno successivo con la sua trasformazione in un'alleanza militare.

Essendo la Grecia e la Turchia due paesi appartenenti alla NATO, il nuovo “Fronte Balcanico” apparve a Belgrado come una garanzia di difesa integrata in caso di attacco da parte dell'Unione Sovietica; per di più significò indubbiamente un suo rafforzamento sulla scena internazionale.

Ma due fatti quasi contemporanei modificarono improvvisamente lo scenario: in Italia la sconfitta della maggioranza governativa di De Gasperi, nell'URSS la morte di Stalin. Da una parte gli equilibri politici in Italia si vennero modificando in modo irreversibile, dall'altra il periodo più critico della guerra fredda cominciò a passare e ciò finì per dare a Tito la possibilità di riaprire il dialogo con Mosca e di giocare anche su due tavoli diversi, quando questo fosse diventato utile.

Il nuovo governo italiano, formato da Giuseppe Pella, uno dei dirigenti della destra DC, ottenne al Parlamento il voto favorevole dei monarchici e la benevola astensione dei missini, mostrando di voler affrontare la questione di Trieste con forza e intransigenza sia nei confronti di Belgrado che nei confronti degli alleati occidentali. Il nuovo capo del governo assicurò i suoi sostenitori dentro e fuori dalla maggioranza che si sarebbe operato in tutti i modi presso gli alleati della NATO per indurli a mantenere appieno le promesse fatte cinque anni prima con la Dichiarazione tripartita.

Le vicende legate al famigerato dispaccio dell’agenzia ufficiosa “Jugo-Press” del 28 agosto e le polemiche sulla versione originale del passo che avrebbe accennato ad un'eventuale annessione della Zona B in risposta ad una tacita annessione della Zona A da parte dell'Italia crearono una situazione di forte tensione nei rapporti tra Italia e Jugoslavia.

In agosto il governo ordinò la mobilitazione di alcuni reparti dell’“Ariete” nella zona tra Gorizia e Monfalcone e l'invio della flotta a Venezia.

Dietro a questo cambiamento di rotta, oltre a motivi di politica interna, stava la convinzione degli ambienti governativi, confermata anche dai servizi segreti, che Tito, dopo la grave sconfitta della DC e della sua coalizione alle elezioni politiche, giudicasse ormai l'Italia in sfacelo e incapace di ricomporsi in un quadro politico stabile.

È una convinzione che si trova, ad esempio, nelle pagine del Diario del ministro della Difesa Emilio Taviani: “Comunque dopo il fallimento elettorale del 6 giugno, Tito è tornato alle tesi del 1945: o annessione o internazionalizzazione. Me lo ha confermato ancora questo pomeriggio il generale Musco, che ha avuto uno scambio di idee con quelli dell'Intelligence Service e della CIA”.

Così, tra la fine di agosto e gli inizi di settembre, la contesa per quella che gli inglesi chiamavano la “perla nella conchiglia” assunse i toni più duri e drammatici. Ancora una volta la Dichiarazione tripartita fu assunta ufficialmente come bandiera e come ultima spiaggia irrinunciabile da una diplomazia che in realtà non la riteneva più possibile.

Commentando il voto unanime del Parlamento su un ordine del giorno che ribadiva i diritti dell'Italia su tutto il TLT, Taviani scrisse: “Bella l'unanimità, bella la manifestazione unitaria del Parlamento. Ma si basa sulla sabbia. Perché di riavere l'intero Territorio Libero non esiste oggi neppure una possibilità su mille”. A Montecitorio si parla anche di plebiscito ma – aggiunge Taviani – “Il plebiscito non si farà. È però una carta da giocare, per ricongiungere subito Trieste all’Italia. […] Nel momento in cui gli inglesi hanno lasciato Pola è caduta la possibilità che l'intera Zona B sia restituita all'Italia”.

Se da una parte si mostrava la forza schierando dei soldati al confine, dall'altra si rilanciava usando il sarcasmo e le minacce. Nel suo discorso davanti agli ex partigiani ad Okroglica, vicino al confine italiano, il 6 settembre Tito ridicolizzò il “signor Pella”, che “ha voluto perseguire contro di noi una politica di forza. È salito sul suo destriero e galoppa ora per l'aria brandendo la sua sciabola di legno. […] Abbiamo già visto le loro divisioni, e non soltanto una o due, armate e disarmate. Ed è per questo che non temiamo le loro minacce”.

Respingendo ogni precedente proposta, sia quelle di Roma che quelle di Belgrado, Tito alzò il tiro e dettò le sue condizioni ineludibili: “Avete talmente spinto la situazione in un vicolo cieco, che in pratica né voi né noi possiamo uscirne se non facendo di Trieste una città internazionale e annettendo tutto il retroterra sloveno alla Jugoslavia. Questa è l'unica soluzione possibile”.

Le reazioni in Italia e a Trieste furono durissime: il discorso di Tito fu definito volgare e indegno di un capo di stato, tutt'al più adatto ad un popolo megalomane come quello jugoslavo. de Castro, che conosceva bene il maresciallo, scrisse che mai Tito si era lasciato andare a toni così ironici e sprezzanti, come quando aveva sottolineato che gli jugoslavi non avevano bisogno alcuno di annettersi la Zona B dal momento che già la possedevano e vi erano solidamente installati!

In questo contesto, che non faceva intravedere alcuna via d'uscita, il governo italiano rilanciò con forza la proposta di plebiscito. I giornali internazionali riportarono con grande interesse il nuovo passo e gli alleati anglo-americani ritennero allora giunto il momento di stringere i tempi e forzare i governi di Roma e di Belgrado ad un accordo definitivo: l'8 ottobre gli ambasciatori inglese e americano consegnarono a Pella una dichiarazione pubblica e un allegato segreto. Un analogo passo fu fatto simultaneamente a Belgrado.

Al governo italiano venne comunicato che il Regno Unito e gli USA intendevano ritirare le loro truppe e affidare l'amministrazione della Zona A all'Italia.

Per quanto riguardava i tempi si precisò che: “Il ritiro delle truppe e il contemporaneo trasferimento dei poteri amministrativi avranno luogo alla data più prossima possibile, che sarà a suo tempo annunciata”.

In un allegato segreto che non venne consegnato al governo jugoslavo gli alleati motivarono la loro decisione e dichiararono di considerare la situazione di fatto in cui la città si sarebbe trovata come definitiva. Il Duroselle dà un'ampia trascrizione della nota “segretissima”: “La situazione era divenuta insopportabile dal momento che le due parti non avevano cessato di rifiutare le proposte vicendevolmente avanzate. D’altra parte, le relazioni militari con la Jugoslavia erano giunte ad un punto tale che diventava necessario appianare la situazione di Trieste per farle progredire. Soprattutto – ed era il punto essenziale – le due potenze erano ben consapevoli del fatto che la loro decisione aveva creato una situazione di fatto ed era loro intenzione che questa soluzione di fatto fosse considerata come definitiva.

Ciononostante, le due potenze non si sarebbero opposte ulteriormente a trattative bilaterali che avessero lo scopo di modificare i confini né sarebbero intervenute in favore di una delle due parti. Era precisato infine che le due potenze si sarebbero opposte ad un intervento militare di Tito contro l'Italia o la Zona A, ma che non avrebbero protestato se la Jugoslavia avesse annunciato l'annessione della Zona B”.

Le reazioni del governo italiano furono immediate e Pella, il giorno dopo, dichiarò al Parlamento che la nota doveva essere considerata solo come una parziale e provvisoria soluzione del problema: l'impianto della Dichiarazione tripartita rimaneva in piedi e, comunque, “il fatto di accettare di amministrare la Zona A non implica alcun abbandono delle rivendicazioni relative alla Zona B da parte italiana”.

La stampa filogovernativa accolse con favore, ma anche con realismo, la dichiarazione alleata: il Corriere della Sera salutò “il trionfo della giustizia” e dell'onorevole Pella, ma aggiunse con cautela che si trattava solo di “una soluzione meramente di fatto” e che “Noi otteniamo oggi il massimo che, nelle attuali circostanze, potessimo ottenere […]. Certo, se noi desideravamo l'impossibile, la soluzione non è quella che desideravamo. Ma è tempo che guardiamo in faccia la realtà”.

In altri ambienti governativi, il realismo si tinse di amaro pessimismo: nella convinzione che la “Dichiarazione bipartita” avrebbe sancito definitivamente la perdita della Zona B, de Castro rassegnò le dimissioni. Al sindaco Bartoli, che gli ricordava il carattere temporaneo di quella soluzione e lo invitava a continuare il suo impegno per salvare il salvabile, de Castro rispose che “tutto era troppo evidente perché ci si potesse illudere”. Il giorno dopo de Castro – “su pressione di esponenti triestini” – ritirò le dimissioni, ma poco dopo le avrebbe nuovamente riproposte per non essere ritenuto responsabile della perdita della Zona B.

Parte seconda: 1953 – 1954

Mentre i missini chiedevano ad alta voce che non si abbandonasse al suo destino la Zona B, i comunisti attaccarono duramente la nota, sottolineando che questa aveva stravolto le clausole del Trattato di pace e annullata la Dichiarazione tripartita.

Togliatti dichiarò in Parlamento che il solo aspetto positivo dell'intera questione consisteva nel fatto che le truppe anglo-americane avrebbero abbandonato Trieste, anche se ciò veniva pagato a caro prezzo con un asservimento del paese alla NATO ancora più pesante e umiliante.

Le reazioni in Jugoslavia furono a tutti i livelli durissime. Per l'opinione pubblica di quel paese si era trattato dell'ennesima decisione presa unilateralmente alle sue spalle, dopo la Nota tripartita del 1948 e l'accordo di Londra del 1952. Per di più venne considerata molto grave la mancanza di ogni accenno alla natura definitiva della soluzione, come ripetutamente la diplomazia jugoslava aveva richiesto ufficialmente e il Regno Unito aveva caldeggiato.

Nella nota ufficiale del governo consegnata all'ambasciatore inglese e all'incaricato d'affari americano si dichiarò che mai la Jugoslavia avrebbe accettato quella decisione unilaterale che andava contro ogni evidenza giuridica e calpestava il diritto del popolo sloveno: la Zona A era a composizione etnica mista e Trieste, separata dal suo retroterra, non avrebbe potuto in alcun modo evitare la rovina economica.

L'11 ottobre, a Skopje, Tito rincarò le dosi, rifiutando ogni “fatto compiuto” imposto da potenze straniere e dichiarandosi pronto anche ad usare la forza: “nel momento in cui il primo soldato italiano entrerà nella Zona A, anche noi vi entreremo” e fece nuovamente appello a Londra e a Washington.

Le tensioni seguite alla nota anglo-americana dell'8 settembre ebbero un immediato, drammatico risvolto nella Zona B, soprattutto nei luoghi in cui Tito aveva mosso reparti corazzati in prossimità dei confini con la Zona A. In merito al clima instauratosi allora, testimonianze degne di fede parlarono di violente pressioni e di un piano organico di espulsione delle persone considerate ostili al regime, ammantato spesso sotto una presunta “volontà del popolo”.

A tale proposito risulta significativa l'interpretazione che la rivista Trieste dette di questi dolorosi avvenimenti qualche mese dopo: “D’altra parte i propagandisti jugoslavi seppero aizzare così bene gli elementi estremisti, che non mancarono nella zona episodi di violenza. Con una tecnica ormai nota e di sperimentata efficacia gruppi di attivisti fecero irruzione in numerose abitazioni private di italiani terrorizzandoli con minacce mortali ed intimando ad essi di abbandonare immediatamente la zona, a scanso di gravi conseguenze. Gli attivisti affermavano di agire in nome del “popolo”, e quando le vittime si rivolgevano alle autorità per chiedere protezione si sentivano rispondere che nessuno poteva opporsi alla “volontà popolare””.

Le minacce jugoslave di un ricorso alle armi e le violenze perpetrate nella Zona B scatenarono timore e sdegno a Trieste, ma anche vecchie speranze: “A Trieste la tensione era acutissima” – scrive Apih: – “molti ricusavano una decisione che avrebbe segnato una rinuncia definitiva alla parte di Istria ancora in contestazione, molti temevano che gli Jugoslavi avrebbero messo in atto il loro avvertimento, altri videro l'occasione per un colpo di mano politico; bandiere jugoslave comparvero nel territorio. Il consigliere politico italiano presso il GMA, Diego de Castro, ha ricordato che “allora la città rigurgitava di armi”, in quei giorni vennero prelevati dalle banche 8 miliardi, il 18% dei depositi, e ci fu gente che si allontanò”.

In questo contesto il sindaco Bartoli e il “Comitato per la difesa dell'italianità di Trieste e dell'Istria” decisero di organizzare grandi manifestazioni a Redipuglia e a Trieste per celebrare l'arrivo in città delle truppe italiane agli inizi del novembre 1918.

Il giorno 4 novembre scoppiarono i primi scontri violenti dopo che il generale Winterton aveva fatto togliere dalla torre del Municipio la bandiera italiana esposta ore prima per volere del sindaco.

Per tre giorni la città fu scossa da duri scontri tra la polizia civile e i manifestanti, che raggiunsero la punta più drammatica durante le giornate del 5 e del 6 novembre, quando tra i manifestanti ci furono 6 morti, tutti italiani.

Sulle responsabilità delle violenze scoppiarono ancora una volta polemiche durissime. Mentre organi di stampa quali il Messaggero Veneto e il Giornale di Trieste sostennero che ogni responsabilità andava attribuita all'uso spropositato della forza da parte della polizia, e quindi alle autorità inglesi, e a Winterton in particolare, da altre parti, soprattutto tra le forze di sinistra e tra gli indipendentisti, si sottolineò la presenza in città di numerosi gruppi di neofascisti, organizzati più o meno militarmente e preparati già da tempo per l'occasione, secondo un piano che era stato predisposto al di là dei confini.

Mentre gli stessi giornali “italiani”, al pari degli ambienti più vicini al “Comitato” e al sindaco, attribuirono a moto spontaneo di tutta la popolazione triestina la partecipazione alle manifestazioni e allo sciopero generale, dall'altro versante si sottolineò che un'ampia parte della cittadinanza ne era rimasta al di fuori e che non più di cinque o seimila persone si erano mosse dietro le parole d'ordine degli “irredentisti”: quando le manifestazioni avevano assunto un carattere violento, il governo italiano, che ne era stato il vero organizzatore, se ne era dissociato e subito dopo i moti avevano avuto fine. Questo bastava a dimostrare, secondo gli “indipendentisti”, che tutto era stato deciso in anticipo a Roma, in sede governativa.

Anche a livello internazionale gli scontri e le morti, nonché la violenta irruzione da parte della polizia all'interno della chiesa di Sant'Antonio, ebbero un'eco molto vasta. Anthony Eden, con cautela diplomatica si scostò dalla relazione di Winterton, che aveva chiamato in causa anche il governo Pella, e denunciò quale unico responsabile dei disordini il partito neofascista, che aveva organizzato e finanziato quelle squadre venute da Padova e dal Veneto che erano state al centro dei disordini e delle violenze di quei giorni.

Non diversamente si comportarono la grande stampa americana e gli ambienti politici di Washington, che presero le difese del generale inglese.

Veniva così sollevato da ogni accusa di correità il governo italiano, secondo un'interpretazione dei fatti che si avvicinava di molto a quella data da de Castro: il consigliere politico di Winterton scrisse infatti che “la manifestazione fu preparata in Italia sotto forma di pacifica manifestazione [e] fu pianificata in città da elementi nazionalisti e neofascisti” quando si inserirono delle squadre “in parte pagate”.

Pella, a nome del governo, espresse la sua ferma protesta contro l'uso delle armi da fuoco e chiese anche la revoca immediata del generale Winterton.

Non si registrarono a tempi stretti conseguenze eclatanti, ma senza dubbio gli incidenti scoppiati a Trieste e le violente polemiche che ne erano seguite anche a livello internazionale rafforzarono ancor più l'intenzione delle diplomazie anglosassoni di affrettare i tempi per mettere i governi di Roma e di Belgrado davanti all'improrogabile necessità di arrivare ad un accordo accettabile per entrambi.

Così scrive al riguardo Giampaolo Valdevit: “Per quanto riguarda poi l'iniziativa anglo-americana a livello propriamente diplomatico, gli avvenimenti del 3-6 novembre 1953 incrinavano irrimediabilmente quella che è stata definita la “fragile costruzione architettata” da parte anglo-americana. Non solo: essi chiudevano ogni ipotesi transitoria e facevano convergere l'iniziativa su una prospettiva di carattere definitivo. […] Come andarsene da Trieste nel quadro di una sistemazione definitiva, che non lasciasse aspetti irrisolti e quindi residui di reciproca ostilità tra Italia e Jugoslavia: fu a questo problema che si dedicò la diplomazia americana ed inglese a partire dalla metà di novembre”.

Un primo segno di distensione si ebbe verso la fine dell'anno quando le pressioni di Londra e di Washington indussero l'Italia e la Jugoslavia a ritirare le loro truppe dai confini.

All'inizio del nuovo anno, il lavoro diplomatico dei due governi occidentali portò all'elaborazione di un piano organico che venne presentato ai governi italiano e jugoslavo. Erano previsti dei negoziati separati da svolgersi in tre fasi distinte: solo nell'ultima fase i rappresentanti italiani e jugoslavi si sarebbero seduti attorno allo stesso tavolo con le delegazioni inglese e americana. Per Londra e Washington lo scopo da raggiungere era sempre lo stesso, ma questa volta doveva essere conseguito senza più indugi e ambiguità.

Solo a queste condizioni Italia e Jugoslavia avrebbero potuto cooperare proficuamente in materia di sicurezza europea.

Il 2 febbraio, all'inizio delle trattative, la delegazione jugoslava tentò di alzare il prezzo e Velebit giunse a rivendicare i diritti della Jugoslavia su tutto il TLT: col tempo il piano delle richieste divenne più realistico e il governo di Belgrado puntò soprattutto sulla richiesta di ingenti aiuti finanziari per la costruzione di un porto a Capodistria e per le relative infrastrutture nella Zona B.

Tito doveva tener conto delle rivendicazioni slovene: in cambio di Trieste, ormai chiaramente irraggiungibile, gli sloveni chiedevano infatti con forza uno sbocco al mare. Per di più Tito, in quel periodo, stava tentando un riavvicinamento all'Unione Sovietica e ciò non poteva non spingerlo a muoversi con grande cautela sul piano degli accordi con le potenze occidentali.

Alla fine di maggio le delegazioni inglese, americana e jugoslava raggiunsero un accordo di fondo e i termini fondamentali dell'intesa vennero presentati al governo italiano. In quell'occasione il segretario di Stato Foster Dulles dichiarò all'ambasciata a Roma che bisognava spiegare chiaramente agli italiani che “essi non possono porci nella posizione di essere costretti a scegliere fra loro e il Patto Balcanico, più di quanto nei negoziati su Trieste non permettiamo a noi stessi di esser posti nella posizione di scegliere fra gli italiani e gli jugoslavi”.

Il piano presentato all'ambasciatore italiano Manlio Brosio prevedeva sette punti:

1. I governi militari della Zona A e della Zona B dovevano essere sostituiti dalle amministrazioni civili rispettivamente italiana e jugoslava;

2. Una modifica minore del confine fra le Zone a favore della Jugoslavia;

3. Il mantenimento del porto franco di Trieste;

4. Reciproche garanzie per le minoranze internazionali;

5. Nessun cittadino doveva essere perseguitato per le attività svolte per la ricostruzione del TLT;

6. Risoluzione di tutte le questioni finanziarie pendenti tra i due stati;

7. Provvedimenti per migliorare la situazione e facilitare la cooperazione fra l'Italia e la Jugoslavia.

I diplomatici inglesi e americani fecero presente che i loro governi consideravano i sette punti reciprocamente interdipendenti.

Sulla questione di Trieste, il nuovo presidente del Consiglio italiano Mario Scelba, da poco succeduto a Giuseppe Pella, aveva mostrato fin dall'inizio di volersi muovere con maggiore duttilità rispetto al “decisionismo” del suo predecessore, ma all'inizio della seconda tornata di trattative, quella che vedeva coinvolte le delegazioni inglese, americana e italiana, giocò anche lui al rialzo, condizionando l'atteggiamento positivo della diplomazia alla messa in atto della Nota bipartita: in caso contrario l'Italia si sarebbe opposta sia alla adesione alla CED che alla trasformazione del Patto Balcanico in una alleanza militare.

La sua posizione, però, si rivelò ben presto molto debole e la stessa ambasciatrice a Roma Boothe Luce, che era stata sempre la più decisa sostenitrice degli interessi italiani e si era fatta paladina del più intransigente anticomunismo, dichiarò ripetutamente e senza mezzi termini agli interlocutori italiani che gli americani stavano lavorando “per una soluzione permanente” e che non vi era assolutamente spazio per tatticismi e dilazioni: “In definitiva” – commenta Valdevit – “la resistenza italiana era stata vinta in quanto era consistita sostanzialmente in una battaglia di retroguardia”.

Le potenze interessate avevano deciso che i lavori dovessero svolgersi nel massimo riserbo, ma le notizie erano filtrate comunque; spesso ad arte, come quando era apparsa sul New York Times un'intervista a Tito con la rivelazione dell'intero pacchetto in discussione.

Le notizie che giunsero in quei mesi da Londra suscitarono in Italia e a Trieste grande apprensione e violente polemiche. I tentativi di porvi rimedio si moltiplicarono in varie sedi: a giugno, al Congresso della DC, una delegazione della DC triestina capeggiata da Corrado Belci e Redento Romano fu ricevuta dal capo del governo ed espresse la più netta opposizione a qualsiasi spartizione delle due zone tra Italia e Jugoslavia. A Trieste, in quell'estate, filtrarono infatti le notizie più preoccupanti, anticipando in qualche modo i caratteri definitivi del futuro Memorandum: “La provvisorietà dell'accordo, uno scambio di lettere tra Italia e Jugoslavia” – scrive Corrado Belci – “nessuna ingerenza jugoslava nel porto di Trieste, lievi rettifiche di frontiera (più che mai chiamata in questa circostanza “linea di demarcazione”), uno statuto di tutela delle minoranze linguistiche, un consolato italiano a Capodistria. Mentre si stava già parlando ufficiosamente di intesa, nel periodo immediatamente successivo alla morte di De Gasperi si registrò un nuovo irrigidimento jugoslavo. Washington inviò allora a Roma il sottosegretario agli Esteri Robert Murphy e nello stesso periodo, dopo il colloquio londinese con Taviani, vi giunse anche Eden”.

Intervenne anche il vescovo Santin, che già si era espresso contro le clausole del Trattato di pace e che prese ancora una volta le difese delle comunità dell'Istria che sembravano oramai definitivamente sacrificate. Anche l'organo della diocesi, la Vita Nuova, usò toni molto polemici contro il “tiranno” jugoslavo e l'egoismo delle potenze alleate, che in modo ipocrita continuavano a parlare di proposte temporanee.

Il vescovo e il rettore Rodolfo Ambrosino, assieme al Procuratore generale presso la Corte d'Appello Consalvo, si recarono a Roma ed ebbero un incontro con il capo del governo: “A lungo si discusse” – scrisse il vescovo Santin – “anche in tono forte e risentito”. Alla fine dell'incontro Mario Scelba avrebbe dato ogni assicurazione: secondo le parole del prelato, mai avrebbe rinunziato ad alcun diritto e comunque si trattava soltanto di “una composizione di carattere pratico e provvisorio”.

Agli inizi di luglio l'ambasciatore Brosio presentò le controproposte del governo italiano sulla questione dei confini. La contesa verteva ora sul villaggio di Crevatini (Hrvatin) e su Punta Sottile. Ma ormai le trattative stavano arrivando al termine. Le pressioni degli alleati anglo-americani aumentarono ancor più di intensità dopo che il Parlamento francese aveva respinto l'adesione alla CED.

Eisenhower inviò a Belgrado Robert Murphy per la stretta finale: il sottosegretario aveva conosciuto Tito all'epoca di guerra ed erano note la sua abilità e la sua decisione. Le condizioni erano ormai chiare e ogni spazio per una manovra dilatoria venne subito negato: qualche concessione territoriale a favore degli italiani rispetto all'accordo del 31 maggio e in cambio una cospicua fornitura di grano su base triennale sotto forma di aiuto economico.

Il 18 settembre Murphy si recò a Roma con un pacchetto di due proposte, che prevedevano entrambe la cessione di Punta Sottile all'Italia. Scelba si assunse la responsabilità della scelta: venne preferita la seconda soluzione, che prevedeva il confine all'incirca a metà tra Punta Sottile e Punta Grossa e l'abbandono di ogni rivendicazione sulla Zona B.

Quindici giorni dopo venne firmato a Londra il Memorandum.

“Si verificava l'esito inevitabile. Il punto nodale” – scrisse al riguardo Corrado Belci – “il nocciolo storico, che sarebbe risultato chiaro solo più tardi, era il seguente: gli alleati, che non avevano rischiato un atto di forza nei confronti della Jugoslavia quand'era schierata con la Russia, per timore di un conflitto generale, non lo avrebbero fatto nemmeno dopo, nei confronti di una Jugoslavia che si era staccata dalla Russia, per paura di ributtarla dall'altra parte.

Solo viste da lontano, nel tempo e nello spazio, in povere parole col senno di poi, le cose appaiono in una luce oggettiva che al momento sfugge.

La dinamica dell'occupazione militare fu decisiva e solo la rettifica del 1945 (linea Morgan) determinò un sostanziale mutamento di possesso, l'abbandono della Zona A da parte jugoslava. Il resto non fu modificato “né col consenso, né con la forza”, come disse l'on. Moro presentando trent’anni dopo il Trattato di Osimo al Parlamento”.


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storia_ts/storia/1952_1954.txt · Ultima modifica: 21-03-2020 04:35 (modifica esterna)