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storia_ts:biografie:frausin_luigi



La ridistribuzione senza fini di lucro dei contenuti di questa pagina, anche se in forma parziale, deve citare il sito di provenienza www.atrieste.eu, i nomi degli autori, professori Fabio Francescato e Bruno Pizzamei, ed il fatto che si tratta della rielaborazione per il web di un ipertesto sviluppato dagli autori nel 1999 per conto del comune di Trieste e da questo distribuito gratuitamente nelle scuole. Non è ammessa la ridistribuzione con fini di lucro senza esplicita autorizzazione degli autori e dell'acquirente dell'opera.

LUIGI FRAUSIN

Luigi Frausin nasce a Muggia da una famiglia di pescatori il 21 giugno 1898. Dopo aver seguito per breve tempo le orme del padre viene assunto come carpentiere in ferro nel cantiere di san Rocco, a Muggia, e con la stessa qualifica lavora poi nei cantieri di Trieste e di Monfalcone.

Poco più che ventenne, concluso il servizio militare nell’esercito austriaco, si iscrive al Partito socialista e nel 1919 è nel direttivo regionale della Gioventù socialista assieme a Vittorio Vidali. Conquistato dal messaggio della rivoluzione bolscevica, Frausin, come molti altri giovani di Muggia, aderisce al Partito comunista e quando Vidali costituisce gli Arditi Rossi fa parte dei gruppi che in armi cercano di sbarrare la strada ai fascisti.

Ben presto si dedica esclusivamente all’attività politica diventando segretario della federazione muggesana del P.C.I. e poi, nel 1922, consigliere comunale. L’impegno continua anche dopo l’avvento del fascismo e tra il 1923 e il 1924 Frausin è fiduciario di una delle sette zone in cui era strutturata la federazione regionale, la “Alta Istria”, per cui si muove continuamente tra Monfalcone, Muggia, fino a Pirano, Buje e Umago.

La polizia non è all’oscuro di questa frenetica attività e lo scheda come oratore capace di tenere “conferenze molto ascoltate e seguite specialmente su problemi politici, su Lenin, sulla Russia” e ripetutamente lo ferma: proposto per il confino “per la sua attività criminosa e deleteria rivolta ai danni del governo nazionale”, si sottrae all’arresto e alla fine del 1926 si reca a Vienna con Giordano Pratolongo. Qui entra in contatto con numerosi fuoriusciti antifascisti, e per un certo periodo frequenta settimanalmente il circolo di emigrati, dove entra in contatto con alcuni leader socialisti quali Angelica Balabanoff, Modigliani, Treves, Saragat.

Negli anni successivi, fino al 1930, si sposta tra la Baviera, il Lussemburgo, la Francia, e spesso rientra in Italia, in Venezia Giulia, sempre per incarico del partito, il cui apparato da anni ormai risiedeva “all’esterno”.

Le sue relazioni si aggiungono a quelle di altri dirigenti del partito e contribuiscono a quella svolta che porterà i comunisti alla costruzione e alla organizzazione del “Centro Interno” sotto la guida di Secchia. È ormai un leader a livello nazionale: si reca a Mosca in delegazione, dirige il partito nella Venezia Giulia.

Nel 1932, in occasione di un suo nuovo rientro in Italia, viene arrestato dalla polizia e dopo un anno di prigionia a Regina Coeli viene condannato a 12 anni dal Tribunale Speciale. Dal 1937 la condanna viene mutata in confino: dapprima alle isole Tremiti e poi a Ventotene.

Viene liberato nell'agosto del 1943 e subito si dedica alla organizzazione di un ampio movimento di resistenza: dalla “sua” Muggia, dove lavora fianco a fianco con il figlio e il nipote Giorgio - come lui entrambi morti nella lotta - dà vita al battaglione Trieste, ai GAP, nonché ai CLN di Muggia e di Trieste.

La situazione in cui versa la città in quel periodo è drammatica: nulla sembra cambiato all’indomani della caduta del fascismo. Come racconta Bruno Picherle in una lettera al giovane Enzo Collotti: “Tutto sembrava morto. I fascisti erano ai loro posti di comando, la “medaglia d’oro” (Guido) Slataper era stato nominato commissario straordinario al posto del podestà”.

Frausin tiene anche i contatti con il CLNAI e contemporaneamente stringe rapporti con i partigiani sloveni dell'O.F. (“Osvobodilna Fronta”), valendosi della preziosa collaborazione di Natale Kolaric. Le difficoltà non sono poche, in quanto, soprattutto tra Ronchi e Monfalcone, il progetto di Frausin di dar vita ai Comitati di Liberazione aperti alle diverse forze politiche che nel resto d’Italia stavano dando vita alla lotta partigiana si scontra con la organizzazione compattamente comunista dell’O.F., che già operava da tempo in quelle zone sotto il controllo dei comunisti sloveni. I partigiani dell’O.F. – come ricorda Rodolfo Ursic, inviato dal Partito comunista sloveno a riorganizzare le forze della resistenza nel Monfalconese - si oppongono con forza a questa iniziativa che Kolaric cerca di concretizzare, soprattutto tra gli operai dei Cantieri: in particolare appaiono inaccettabili agli occhi dell’O.F. le aperture ai socialisti alla Democrazia Cristiana volute dai comunisti italiani.

Nel frattempo altre difficoltà insorgono tra italiani e sloveni, che pure avevano combattuto insieme contro i nazisti e i loro alleati fascisti. Tra la fine del 1943 e gli inizi del 1944 la “questione nazionale” comincia infatti a condizionare pesantemente i rapporti tra la componente italiana e quella slovena del fronte partigiano e Frausin deve intervenire ripetutamente a mediare le diverse posizioni.

Lo scenario si è modificato profondamente da quando, tra il 16 e il 20 settembre del 1943, all’indomani dell’armistizio, il Plenum supremo dell’O.F. aveva proclamato la annessione del “Litorale sloveno”, dell’Istria, della Dalmazia e delle isole: nel novembre, poi, a Jaice, l’AVNOJ, organo supremo della resistenza jugoslava aveva confermato ufficialmente queste scelte di annessione.

In quei mesi la posizione di Frausin non è certamente facile: da una parte rimane fedele al principio della autodeterminazione dei popoli - e quindi degli sloveni - che era stato fatto proprio dal PCI già dal 1926, all’epoca del III Congresso, dall’altra ribadisce con forza che l’intera questione dei confini e dei rapporti tra le nazionalità dovrà essere affrontata soltanto dopo la fine della guerra e che uno scontro su questi punti non può che ostacolare, in quella fase drammatica dello scontro, la lotta contro i nemici comuni.

Verso la fine 1943 dirige a Trieste, assieme a Miani, il Comitato militare e prosegue nel suo tentativo di ridare vita, dopo la decapitazione del “Primo C.L.N.”, ad un nuovo Comitato di liberazione aperto a tutte le componenti politiche democratiche.

Nel giugno del 1944 questo progetto prende corpo e Frausin propone don Marzari alla carica di presidente, seguendo quella politica delle ampie intese che il P.C.I. – dopo la “svolta di Salerno” - stava perseguendo in tutta Italia: sorge così il “Secondo C.L.N.” , in cui socialisti, comunisti, liberali, democristiani ed azionisti collaborano nella lotta contro i fascisti e gli occupanti tedeschi.

Nello stesso periodo viene siglato tra i partigiani sloveni e quelli italiani un accordo che premia la lunga opera di mediazione condotta da Frausin: da una parte il CLNAI riconosce “la completa unità nazionale e l’indipendenza dei popoli jugoslavi che loro spetta di diritto”, dall’altra l’AVNOJ riconosce che “era prematuro e inopportuno” affrontare quei temi in quel frangente. I partigiani italiani venivano quindi invitati a combattere senza timori fianco a fianco delle le armate di Tito, che erano “una parte dei grandi eserciti vittoriosi delle nazioni Unite”.

Va sottolineato che questo accordo non viene sottoscritto dal C.L.N. di Trieste, che temeva si nascondesse sotto quel sofferto compromesso un’abdicazione ai diritti nazionali degli italiani.

I rastrellamenti dei tedeschi, appoggiati dalla guardia Repubblicana di Trieste, si fanno nel frattempo sempre più frequenti e sanguinosi e Frausin intensifica i suoi spostamenti nelle zone dei combattimenti per prendere contatti con i comandi militari e gli organi di coordinamento unitari: lo accompagnano anche rappresentanti del C.L.N., democristiani ed azionisti.

I dirigenti del P.C.I. cercano di trasferirlo in un settore meno pericoloso, a Udine o nel Basso Friuli, ma egli si rifiuta di allontanarsi, anche perché teme che i gruppi partigiani italiani e le unità garibaldine vengano ridimensionati o comunque messi in secondo piano dai dirigenti dell’O.F.: nonostante gli accordi di aprile e di giugno, infatti, i rapporti tra i comunisti italiani e quelli sloveni sono ancora difficili e danno vita a dolorose incomprensioni ed a timori di strumentalizzazioni. Ne è testimonianza una lettera che la Federazione triestina del P.C.I., che da lui dipende, invia ai combattenti comunisti del Battaglione Alma Vivoda, minacciati di ridimensionamento: senza mezzi termini si “raccomanda – come scrive Paolo Sema – di spiegare ai compagni sloveni la situazione ed il significato degli accordi di aprile e di non ubbidire all’ordine fino a quando non ci sia un incontro ed un accordo”.

Pochi giorni dopo Frausin viene arrestato: “Il 24 agosto 1944 – scrive l’Enciclopedia dell’antifascismo – i tedeschi scoprirono a Trieste, in via delle Linfe, il “Centro informazioni partigiano” e vi arrestarono Luigi Frausin e suo nipote Giorgio Frausin. Da quel momento non si seppe più nulla di lui, se non che fu torturato nelle cantine del comando delle S.S. di piazza Oberdan. Si ritiene che sia stato ucciso nei primi giorni di settembre, insieme a Vincenzo Gigante e a Giorgio Frausin nella Risiera di Trieste”.

Alla sua memoria fu conferita nel 1957 la medaglia d’oro al valor militare.


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