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La ridistribuzione senza fini di lucro dei contenuti di questa pagina, anche se in forma parziale, deve citare il sito di provenienza www.atrieste.eu, i nomi degli autori, professori Fabio Francescato e Bruno Pizzamei, ed il fatto che si tratta della rielaborazione per il web di un ipertesto sviluppato dagli autori nel 1999 per conto del comune di Trieste e da questo distribuito gratuitamente nelle scuole. Non è ammessa la ridistribuzione con fini di lucro senza esplicita autorizzazione degli autori e dell'acquirente dell'opera.

PIETRO KANDLER

“Ma il Rossetti era di tempra molto diversa da quella del Kandler. Egli era un liberale, molto sensibile a tutti i movimenti dello spirito della Nazione: egli si sentiva veramente cittadino di tutta l’Italia, mentre il Kandler era e rimase un provinciale”. La Storia di Trieste di Attilio Tamaro, vero monumento della storiografia nazional-liberale, è piena di critiche alle scelte politiche di Pietro Kandler: debole e filo-austriacante, “paladino della volontà del governo”, del tutto insensibile nei confronti della patria italiana, affetto inguaribilmente da “un municipalismo e un mercantilismo grettamente italiani”. Ai riconoscimenti della grandezza dello storico si accompagna sempre una netta condanna politica!

L’opera del Tamaro, pubblicata a Roma nel 1924, ribadiva una condanna che i liberal-nazionali triestini avevano sancito già una cinquantina d’anni prima, a partire da quando Kandler , incaricato dal podestà Stefano Conti di raccogliere i documenti relativi allo status giuridico di Trieste, aveva mostrato di voler operare con imparzialità e rigore critico, senza farsi strumentalizzare dal Comune che si attendeva dai documenti storici soltanto una riprova dei suoi secolari “diritti storici” per opporsi alla politica “centralista” di Vienna. “Kandler ci si metteva d’impegno, ma la sua opera non sarebbe stata conclusa: il nuovo Consiglio – così scrive Giorgio Negrelli – non gli avrebbe rinnovato l’incarico, preferendo fingersi un diritto a suo uso e consumo […] piuttosto che riconoscere una verità spiacevole, perché contraria ai suoi disegni politici ed economici. Il Kandler avrebbe dimostrato, infatti, che - in base al diritto vigente – ogni concreta autonomia era ormai scomparsa e che Trieste era da tempo una città dell’Austria, sottoposta pienamente alle leggi di questa: e ciò non sarebbe piaciuto a nessuno”. L’incarico dato a Kandler venne sospeso e venne invece pubblicato un opuscolo postumo di Carlo Nobile nel quale si sosteneva che “le franchigie politiche” erano derivate “dall’antica indipendenza del paese”, e che “quelle commerciali” erano storicamente e giuridicamente “innestate alle precedenti”. Erano, in sostanza, le tesi di Rossetti che rilanciavano in pieno i vecchi miti autonomistici.

Kandler aveva ormai fatto il suo tempo. Pochi anni dopo, nel 1872, sarebbe morto in miseria.

Pietro Kandler era nato nel 1804, “figlio del borgo e del ceto borghese ivi operante”, per usare le parole di Salvatore Francesco Romano. La sua famiglia era di origine scozzese e agli inizi del Settecento era approdata a Trieste, secondo alcuni per difendere la propria identità religiosa protestante-congregazionalista.

Aveva studiato legge a Padova, Vienna e Pavia ed indubbiamente aveva avuto su di lui una forte influenza il costituzionalismo settecentesco, quel liberalismo giuridico di derivazione illuministica che non lo avrebbe mai abbandonato e che aveva dato notevoli prove di sé in varie parti d’Europa, ad esempio nel Napoletano sotto Murat. L’impronta giuseppina e la lezione della famiglia, andarono a braccetto, in lui, con la sua formazione liberale e moderata, come testimoniano la simpatia mostrata per le riforme del cattolicesimo varate da Giuseppe sulla scia del Febronio e la grande sensibilità per la tolleranza religiosa.

Il suo nome si era imposto per la prima volta nel 1826, quando aveva trovato negli archivi a Vienna il testo dell’Histria, il poema giovanile di Andrea Rapicio. Aveva poi perfezionato la pratica legale presso lo studio di Domenico Rossetti e qui aveva appreso il gusto per gli studi di storia “patria” cui si sarebbe dedicato per tutta la vita, anche quando ricoprì importanti cariche politiche, subentrando nel 1842 a Domenico Rossetti nella carica di Procuratore civico.

Il momento di maggior successo della sua attività pubblica fu il periodo 1848-’49, quando in lui si incarnò nel modo più lucido quel “liberalismo triestino” che in qualche modo rappresentava la terza via tra l’esigua schiera dei “repubblicani” seguaci di Orlandini e la “destra” della Giunta di Bruck, che mirava ad un rafforzamento dei rapporti tra la città e il “Deutscher Bund”. Fu lui, assieme a Pasquale Revoltella, a presentare al nuovo Imperatore Francesco Giuseppe le richieste della città: fu anche loro merito la concessione del Consiglio Comunale con attribuzioni di Dieta negli affari di competenza provinciale (Trieste divenne “Reichsunmittelbare Stadt”) ed un nuovo statuto.

Nel frattempo non aveva mai abbandonato gli studi storici e nel 1858 pubblicò la sua opera più importante, quella Storia del Consiglio dei Patrizi di Trieste dall’anno 1382 all’anno 1809 con documenti, che è probabilmente la più importante opera storica della Trieste del XIX secolo. In questo scritto, frutto di un lungo ed approfondito lavoro condotto sui documenti a quel tempo disponibili, Kandler ha riassunto la sua opera di storico e di politico, di “scrittore e testimone del suo tempo, appartenente ad un dato ceto: quello borghese moderno in senso letterale e storico, valido anche e specificamente per Trieste”, per quel “nuovo ceto della moderna borghesia, figlia dell’emporio, del borgo, e della nuova città, ormai sollevatasi a forza traente e dirigente della città vecchia e del Comune” (Salvatore Francesco Romano).

Kandler ha la piena coscienza che la Trieste patrizia è morta e che ogni tentativo di ripresentare sotto nuove forme le vecchie nostalgie e i vecchi progetti è un tentativo anacronistico ed assurdo. Le commosse parole che chiudono la Prefazione della Storia del Consiglio rendono onore al ceto patrizio, ai suoi meriti e alle sue glorie, ma al contempo sottolineano che è “disfatto quel sistema sociale”: “Io, non Patrizio, cui neppure è lecito dirmi cittadino, mi sono proposto di fare officio pietoso, di raccoglier le vostre ossa disperse, di comporle a tumulo, di sovrapporvi la croce ed il titolo”.

Il suo punto di vista è quello di un borghese, di un moderato, che sa di far parte di una classe ormai divenuta adulta, come traspare chiaramente dalle pagine finali dell’opera: “Divenuto raro e impossente il Patriziato […] altra corporazione alzavasi per senno, per pensieri, per modi, per fiducia in se medesima, la Borsa dei mercanti, corpo quasi patriziale. […] Il commercio da occupazione pressoché meccanica era salito a professione nobilitante, capace di onorificenze, matura a posizione sociale decorosa”. Poco tempo dopo divennero chiari a tutti “i sintomi non fallaci che il Comune veniva subordinato all’Emporio e che l’“azienda virtuale del Comune” era passata nelle mani della Borsa.

Questa sua sicurezza non è ancora minata dalle tensioni che la questione nazionale e la questione sociale avrebbero scatenato anni dopo a Trieste, come nelle altre parti dell’Impero. Il rapporto con le comunità rurali del circondario - i “sottocomuni”, come venivano chiamati allora – erano visti con la tranquillità e l’alterigia tradizionali del “borghese” come traspare dalla relazione che aveva preparato nel 1843 su richiesta del governatore di Trieste, il conte Stadion. In questa relazione Kandler, che ricopriva allora la carica di Procuratore civico (una sorta di avvocato del Comune), faceva presente al governatore che mentre nella Carniola, nell’Istria interna, nel Goriziano, i sottocomuni si trovavano in mano a suppani “rozzissimi e idioti affatto”, dediti esclusivamente a “depredazioni e mangerie”, nel territorio di Trieste “l’immensa maggiorità dei villaci” volevano mantenere buoni rapporti con la città e l’emporio per non essere “privati di redditi” e non cadere nella mani rapaci dei supani. Il conte Stadion doveva tener presente che era stato lo stesso Ferdinando I a riconoscere a Trieste ciò che le competeva da sempre e cioè la natura di “vera comune morale”, di “municipalità perfetta” , con un territorio suo “solo ed individuo”: le “ville” dovevano rimanere soltanto “frazioni comunali”, senza “diritto di amministrazione né economica né altra qualsiasi”.

Era sufficiente per lui in quegli anni – come ha lucidamente messo in luce Salvatore Francesco Romano: “uniformarsi […] ai principi politici, giuridici, amministrativi e civili dello Stato moderno [….] per i quali il Kandler avrebbe voluto vedere allineato il moderno ceto borghese di Trieste dietro la certezza del diritto e dello Stato, quale scaturiva per lui, nella realtà della società triestina del tempo, dall’apporto storico reale che alla città era venuto soprattutto dal riformismo asburgico teresiano e giuseppino; e più tardi anche dalla diretta influenza pratica della legislazione francese”.

Nazionalità culturale e nazionalità politica vanno infatti per lui distinte: come andava scrivendo nel 1848 nelle pagine del L’Istria, la “nazione genetica” (la “famiglia della stessa lingua e della stessa razza”) è “sacra quanto la religione”, ma non va confusa con quella “grande famiglia politica” che è lo Stato: anzi, solo all’interno del moderno Stato di diritto possono essere garantiti quei “corpi intermedi” rappresentati nell’Ottocento dalla diverse nazionalità. Un rispetto che deve essere esteso in tutte le parti dell’Impero, e quindi anche a Trieste, ai gruppi maggioritari come alle minoranze.

L’idea di formare gli Stati secondo il principio di nazionalità è per Kandler “pensiero dei tempi modernissimi che dovrà cedere all’esempio dei secoli”: gli stati, infatti, si compongono sempre “dietro convenienze” ed in questo rapporto reciproco viene assicurato il soddisfacimento dei bisogni delle singole parti.

Come sottolinea Giorgio Negrelli, la novità dell’atteggiamento del Kandler sta appunto in questa convinzione che “non è più solo l’Austria ad esser vista in funzione della prosperità di Trieste, bensì anche Trieste in funzione della prosperità di quella”.

Negli anni Sessanta, fino alla morte, Kandler polemizzò duramente con quel “cosmopolitismo della novella Trieste” che portava con sé una radicalizzazione dello scontro tra le diverse fazioni - “provincialisti, municipalisti, civisti, indipendenti, autonomisti, costituzionali” - attorno ai programmi di “federalismo” e di “dualismo”.

Era in realtà, questo “cosmopolitismo”, l’acuirsi di una idea costante nella storia del pensiero politico triestino e che ai suoi occhi trovava le prime origini nell’utilitarismo e nel desiderio di arricchirsi senza posa tipici della città “novella”. Così scriveva nel 1864 in un passo di Emporio e portofranco di Trieste : “Il quale desiderio di lucro passò nelli periodi successivi, sopra le altre cose, per formarsi a cosmopolitismo politico, del quale fu poi memorabile che (nel 1848) lo alzò a bandiera spiegata”. Era il “pensiero di far di Trieste una città anseatica, sotto protezione dell’Austria e garanzia di tutte le potenze, pagando all’Austria (finché è consenziente) annuo tributo. Questo pensiero - così scriveva un documento che è contenuto nell’Archivio diplomatico da lui costituito – si incarnò nel governatore conte Carlo di Zinzendorf, sostenuto dal governatore conte Brigido. Vi propendettero Antonio Giuliani, Domenico Rossetti, ma presto ricredettero”.

Queste rivendicazioni “cosmopolitiche” nascondevano male gli interessi della classe dirigente triestina, ormai detentrice con le sue società di assicurazione, con le banche, con il Lloyd, di un’ampia parte dei capitali finanziari austriaci e quindi desiderosa di rivendicare nuovi spazi d’azione: non a caso in questa temperie, sul cui sfondo cominciava a stagliarsi come richiamo il recente Regno d’Italia, balzava nuovamente in prima linea la memoria dei “diritti storici” e la rivendicazione dei patti “federali” tra eguali, il desiderio cioè di riscrivere la storia della città in modo funzionale agli interessi dei gruppi dominanti.

Con questa realtà si scontrò Kandler, deciso a difendere il suo ideale di uno Stato fondato sulla propria unità giuridica e politica: il “cosmopolitismo” gli sembrava, in fondo, una via subdola per ritornare indietro, alla vecchia confusione tra diritto pubblico e diritto privato, al richiamo interessato alle specificità e ai vecchi privilegi. Ai suoi occhi i “cosmopoliti” non ricercavano gli interessi superiori dello Stato, ma soltanto i loro interessi immediati. Preoccupazioni che la riforma istituzionale dell’Impero seguita al “compromesso” del 1867 non faceva che rafforzare: come sottolinea Giorgio Negrelli, troppe volte nei territori degli Asburgo l’auspicato “federalismo” si risolveva per le Diete provinciali nella possibilità di usare in modo incontrastato la mano pesante e la repressione snazionalizzatrice nei confronti delle minoranze. Così in Ungheria, così a Trieste.


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