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La ridistribuzione senza fini di lucro dei contenuti di questa pagina, anche se in forma parziale, deve citare il sito di provenienza www.atrieste.eu, i nomi degli autori, professori Fabio Francescato e Bruno Pizzamei, ed il fatto che si tratta della rielaborazione per il web di un ipertesto sviluppato dagli autori nel 1999 per conto del comune di Trieste e da questo distribuito gratuitamente nelle scuole. Non è ammessa la ridistribuzione con fini di lucro senza esplicita autorizzazione degli autori e dell'acquirente dell'opera.

VITTORIO VIDALI

Vidali nasce a Muggia nel 1900 da una famiglia operaia: il padre – “ingenuamente irredentista e monarchico” – chiama i suoi due figli Umberto e Vittorio.

Egli ricorda in questo modo i suo primi anni di vita: “Sono nato in un borgo là dove l’Adriatico termina a ferro di cavallo e dove più forte soffia la bora. Quando ricordo la mia infanzia mi sembra che il mare servisse a lavarmi, la bora a strigliarmi e il Carso, con il suo freddo biancore d’inverno e lucente di verde d’estate, a riempirmi gli occhi di fantasmi”.

Compiuti gli studi alla Reale accademia di commercio, si iscrive a 17 anni al Partito socialista. Nel 1921 sarà tra i primi a prendere la tessera della neonata Federazione giovanile comunista. Ripetutamente arrestato, colpito da un mandato di cattura, fugge dall’Italia nel 1923.

Per più di vent’anni, fino al 1947, Vidali si sposta in mezzo mondo, dall’America alla Russia, dalla Spagna al Messico, dal Belgio all’Austria, sempre fedele al suo ideale di militante a tempo pieno per la causa del comunismo e dell’internazionalismo.

Nel 1936 lo troviamo in Spagna, con il nome di battaglia di “Carlos Contreras”, consigliere militare dei miliziani, organizzatore del “Quinto Regimiento”, strenuo difensore di Madrid assediata. Lavora a fianco di Togliatti, che rappresentava la linea ufficiale del Comintern. Così lo descrive Hugh Thomas, nella sua Storia della guerra civile spagnola: “Era un uomo deciso, energico, dotato di fervida immaginazione. Aveva fama di far fucilare senza pietà i codardi; ma era stato lui a insegnare al Quinto reggimento a marciare il passo noleggiando la banda municipale di Madrid perché desse il tempo”.

Di questi anni di guerra Vidali lascerà memoria nel suo La caduta della repubblica, pubblicato nel 1979.

Emigrato politico in Messico – qui nasce la leggenda del “giaguaro”, instancabile organizzatore di battaglie rivoluzionarie - continua ad impegnarsi in prima persona nella lotta politica e nella pubblicistica ed è al centro di roventi polemiche e di drammatiche delazioni, tra le quali quella che lo vuole tra i responsabili dell’assassinio di Trotzkij.

Dopo il 1945 molti rifugiati politici italiani ritornano in patria, ma a Vidali viene per lungo tempo negato il rimpatrio, sembra per le costanti pressioni esercitate dall’FBI e dai “servizi” americani. Solo nel 1947 può lasciare il Messico e attraverso un lunghissimo viaggio ritorna a Trieste. A Mosca, dove assieme ai vecchi compagni del Soccorso Rosso ritrova anche la figlia, ormai sedicenne, ha un incontro che lo turba non poco: l’ambasciatore jugoslavo lo invita senza mezzi termini a prendere il passaporto jugoslavo “perché prima o poi Trieste sarà nostra”.

Il suo rientro nella regione avviene in un momento drammatico, pieno di tensioni e di scontri nazionalistici: “A Trieste non avevo alcun punto di riferimento familiare o amico. A Monfalcone ogni giorno si avevano notizie di bombe scoppiate davanti a sedi comuniste o nelle abitazioni di compagni e i compagni rispondevano. Una sera mio fratello rincasando mi disse che il capo dei fascisti in cantiere era stato ucciso un’ora prima mentre tornava a casa in bicicletta: gli avevano sparato ed erano spariti. Quella sera udimmo parecchie esplosioni. Sui muri della città si leggevano scritte come queste: “Italia significa miseria, fame, miseria, fascismo. Viva la Jugoslavia socialista!”, oppure “Vogliamo l’Italia! Abbasso gli infoibatori! Morte al comunismo!”. Qui non erano arrivati né la democrazia né la pace”.

A Trieste, trova una città lacerata e violenta, una città in cui anche il fronte antifascista che aveva combattuto assieme pochi anni prima è drammaticamente diviso. A Yalta non erano state prese decisioni precise sul destino di queste zone e tra gli stessi comunisti lo scontro tra i sostenitori di un’annessione alla repubblica popolare jugoslava e i favorevoli alla soluzione “italiana” assume toni drammatici: “Quando ero lontano – ricorda – non avrei mai immaginato che avrei trovato nelle mia città un continuo scontro verbale e anche fisico, violentissimo tra italiani e sloveni, tra borghesi, piccolo-borghesi e anche qualche settore operaio contro la maggioranza delle classi lavoratrici: scontro nazionale e sociale, dunque, che inquinava tutta la vita politica, sociale, culturale. Già durante la guerra le forze delle Resistenza erano state divise, si erano guardate con diffidenza e ostilità, talvolta scontrandosi a mano armata. La polemica del dopoguerra infuriava sulla stampa e nelle manifestazioni senza risparmio d’insulti”.

Vidali è convinto che già all’indomani della morte di Frausin la politica dei compagni sloveni fosse stata dettata da rivendicazioni fondamentalmente nazionaliste: “Questo è stato anche il carattere che hanno dato alla liberazione di Trieste sia per quanto concerne l’occupazione militare sia per l’insurrezione. Durate i famosi quaranta giorni di regime apparentemente “popolare” ma di fatto di occupazione jugoslava, e dopo con la politica avventuristica in campo politico e sindacale che li isolò quasi completamente della popolazione; dopo il 1948 trasfomandosi apertamente in un piccolo gruppo di forsennati nazionalisti”.

La rottura tra Tito e Stalin e l’espulsione della Jugoslavia dal Cominform acuiscono drammaticamente la lotta politica a Trieste: a Trieste la stragrande maggioranza dei comunisti rimangono fedeli a Mosca e Vidali prende in mano il partito con abilità, lanciandosi in una lotta senza quartiere contro i “traditori trozkisti”, come Togliatti riferisce prontamente a Pavel Yudin, fedelissimo membro della segreteria di Stalin: “Abbiamo appreso con piacere quanto è accaduto a Trieste, dove i nostri compagni hanno risolto tutto in cinque minuti. Da noi approvazione su tutta la linea”.

Divenuto ormai il nemico più odiato dai “titini”, l’emblema vivente di quella disinvolta politica di Stalin che aveva “sacrificato” i legittimi diritti della nuova Jugoslavia socialista, riceve da Togliatti l’incarico di organizzare in Jugoslavia una rete di spionaggio e di resistenza al potere di Tito: “Compito sgraditissimo – come scrive Giorgio Bocca -compromettente, su cui il partito ha cercato di mantenere oggi e ieri il segreto”.

Quando nel 1949, dopo la seconda risoluzione del Cominform, Tito e i massimi dirigenti jugoslavi decidono di colpire con tutti i mezzi le spie e i compagni rimasti fedeli a Mosca, la repressione si fa spietata: “La lotta – ricorda Vidali - fu dura particolarmente nella Zona B sotto amministrazione jugoslava: espulsioni, arresti, torture, condanne con e senza processi, deportazioni. Vi furono anche dei morti. Manifestazioni “popolari” terminavano con un rogo sul quale veniva bruciato un fantoccio con la scritta “Vidali”. “Vidaliani” venivano chiamati i cominformisti che in Istria erano costantemente nel mirino dei persecutori”.

Ormai leader indiscusso del partito, mantiene sempre ferma la convinzione che solo la realizzazione integrale del TLT poteva garantire alla città sia la tutela della sua cultura e delle sue tradizioni italiane, sia uno sviluppo economico che il ritorno all’Italia non avrebbe mai assicurato. In questa direzione opera nel Consiglio comunale nei primi anni Cinquanta.

Quando, dopo la morte di Stalin, i rapporti tra l’Unione sovietica e Tito cominciano a migliorare, Vidali dà ancora una volta prova della sua autonomia di giudizio e della sua scarsa “disciplina”. Il tentativo di Kruscev di chiudere un lungo capitolo di errori e di soprusi rovesciando ogni responsabilità su Berija ed Abakumov – “agenti dell’imperialismo” ormai caduti in disgrazia - gli sembra strumentale e inaccettabile e senza esitare si rifiuta di avallare quelle “ipocrisie” e quelle “menzogne”: in un articolo non firmato sul Lavoratore, Vidali dichiara senza mezzi termini che la sorpresa davanti alle parole del “Compagno Kruscev” “è stata enorme ed ha scosso il nostro Partito come la bora scuote i nostri alberi”.

“Tutti i partiti comunisti del mondo avevano fatto l’autocritica - scrive Piero Purini -, PCUS compreso; l’unico che la rifiutava era il piccolo partito triestino. La reazione del mondo comunista risultò divisa tra stupore e la condanna”.

Scoppia così il “piccolo scisma triestino” e Vidali è nell’occhio del ciclone: non accetta di cancellare il passato “con un colpo di spugna” ed è fiero della autonomia dei comunisti triestini. Lo stesso Togliatti cerca di non far pesare tutta la sua autorità e preferisce sorvolare con una battuta: “Quello sapete è molto bravo a sparare, ma non tanto a pensare!”

Ma a Trieste Vidali è sempre sostenuto da una base comunista che gli è fedele: nel 1958 è eletto alla Camera e come deputato si impegna per la realizzazione della “zona franca integrale”, eredità e succedaneo, in qualche modo, del vecchio Territorio Libero. Più tardi si impegna in una battaglia analoga quando si sta approvando la Costituzione della Regione a statuto speciale del Friuli Venezia: anche in occasione di questa battaglia mantiene le sue idee sulla “specificità” di Trieste e in parlamento cerca di far inserire nella nuova Regione una “bipartizione” che garantisca gli spazi di una particolare autonomia per Trieste.

Verso la fine degli Sessanta l’ora della “vecchia guardia” all’interno del P.C.I. è ormai in declino e dirigenti quali Secchia, Scoccimarro, e Vidali sono sempre più isolati.

““Stalinista” contro Stalin” - come lo chiama Mario Passi – Vidali comincia allora una riflessione critica sul comunismo sovietico che per tanti aspetti è anche autocritica: una storia che egli volle ricordare nel suo Diario del XXX Congresso, pubblicato nel 1974, quando ormai Kruscev, quasi dimenticato in patria, era morto da tre anni.

Nel 1968, conclusasi ormai la sua presenza in Parlamento – nel 1964 era stata eletto senatore per il collegio di Trieste – si ritira dalla vita politica: fonda l circolo culturale “Che Guevara” e si dedica a scrivere e ad ordinare le sue carte, aiutato dalla fedele amica Laura Weiss, figlia dello psichiatra Edoardo, uno dei primi ad introdurre in Italia le dottrine di Freud.

Il distacco dall’impegno politico diretto lo aiuta a ripensare in modo critico ad alcune tragiche pagine del comunismo, come l’invasione della Cecoslovacchia. Nel 1974, la pubblicazione in appendice al Diario del XXX Congresso della lettera di Dubcek alla vedova Smrkovski segna infatti un cambiamento significativo rispetto al suo tradizionale appoggio all’URSS: ormai si sente vicino ai ragazzi della “primavera” e a Dubcek e la “normalizzazione” imposta con la forza dai partiti “fratelli” lo porta ad abbracciare tesi che mai prima avrebbe fatto proprie: “Si dovrà dire una buona volta che Rosa Luxemburg aveva ragione quando, poco prima di venire assassinata, affermava che il socialismo non è possibile senza la democrazia e viceversa

Tra il 1982 e il 1983, quando ormai sente la morte sempre più vicina, riempie le pagine del suo diario di numerose riflessioni che suonano come una dolorosa autocritica. In occasione dello “strappo” di Berlinguer dall’Unione Sovietica e delle polemiche che ne erano seguite al’interno del P.C.I. scrive: “Posso anche dire che non sarò mai con Cossutta, Donini, ecc., e che tra il PCI e PCUS sarò sempre col primo, nonostante le riserve”.

Torna anche a parlare dell’uccisione di Trotzkij e il suo ripensamento – come sottolinea Mario Passi, che lo aiutò a ordinare le pagine del suo diario – è “radicale”: “Mi dispiace averlo combattuto, offeso, insultato […]. Mi dispiace di aver saputo troppo tardi quello che egli era veramente: un onesto rivoluzionario, e un grande uomo, perseguitato dagli uomini e dalla sorte”.

Il 9 novembre, all’età di 82 anni, il “giaguaro del Messico” chiude i suoi giorni: pochi mesi prima era stato pubblicato Comandante Carlos, il diario che giorno dopo giorno era divenuto il suo testamento.


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storia_ts/biografie/vidali_vittorio.txt · Ultima modifica: 21-03-2020 04:35 (modifica esterna)