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storia_ts:storia:0000_1699



La ridistribuzione senza fini di lucro dei contenuti di questa pagina, anche se in forma parziale, deve citare il sito di provenienza www.atrieste.eu, i nomi degli autori, professori Fabio Francescato e Bruno Pizzamei, ed il fatto che si tratta della rielaborazione per il web di un ipertesto sviluppato dagli autori nel 1999 per conto del comune di Trieste e da questo distribuito gratuitamente nelle scuole. Non è ammessa la ridistribuzione con fini di lucro senza esplicita autorizzazione degli autori e dell'acquirente dell'opera.

LIBRO PRIMO: origini – 1699

Parte prima: origini – 1253

Trieste era un insediamento di origine preromana legato alle prime invasioni degli istri, che verso la fine del secondo millennio si erano stabiliti lungo un territorio che andava dall'Istria meridionale al Carso, fino alle località di Cattinara, Montebello, Samatorza, Monrupino.

Il luogo acquistò una certa importanza solo nella seconda metà del II secolo a. C., in quanto si trovava nella direttiva di espansione che i romani, per terra e per mare, perseguivano lungo l'asse che univa Aquileia e la costa istriana.

Divenuta “colonia” romana nel 42 a. C., per volere di Cesare, fece poi parte della “X Regio”, assumendo via via un'importante funzione di collegamento con le città della costa istriana quali Parentium, Aegida, Pola.

Questo stretto rapporto con la “Histria” sarebbe durato per molti secoli: un primo distacco si verificò appena alla fine del X secolo, per volere di Lotario II, re d'Italia.

Ad occidente i confini dell'“ager tergestinus” erano segnati dai domini di Aquileia; la potente vicina, importante porto strategico ed uno dei punti avanzati delle linee difensive romane contro le invasioni “barbariche”, fece sentire per secoli e secoli la sua influenza su Trieste: anche dal punto di vista religioso, Trieste, con il suo vescovo, si trovava sotto il controllo della sede metropolitana aquileiese, che estendeva la sua giurisdizione su tutti i territori della “Venetia” e dell'“Histria”.

Questa sua collocazione strategica spiega bene i motivi per cui, all'epoca della guerra greco-gotica (535-553), la città venne occupata dai generali di Bisanzio e trasformata in base militare per la riconquista dell'Alta Italia: fino al 788 Trieste sarebbe rimasta sotto il potere bizantino, seguendo il destino dei territori “istriani”.

La città venne allora costituita come “thema”, cioè come provincia militare di frontiera, e venne retta da un “magister militum”; dopo l'invasione degli slavi del 610, che concludeva un lungo periodo di incursioni slave e longobarde contro l'Istria, fu costituito il “numerus tergestinus”, con truppe scelte formate da veterani e da limitanei, che aveva il compito di sbarrare la strada ad ulteriori attacchi.

Un altro segno dell'importanza assunta dalla città in questo periodo è dato dalla presenza del vescovado triestino nelle polemiche scoppiate durante lo “Scisma dei Tre Capitoli” tra i vescovi istriani e le autorità di Costantinopoli, che perseguivano una politica di rigido cesaropapismo.

Come ricorda il Cannarella: “Nelle lotte di religione qui narrate il nome di Trieste compare qualche volta, citato solo indirettamente dai suoi vescovi […]. I documenti storici che possediamo di questo periodo si riducono alle lettere di Gregorio Magno, di Pelagio, nonché alle suppliche dei vescovi. Senza dubbio interessanti, ma non possono dirci assolutamente niente sugli avvenimenti che si svolsero nel corso del VI secolo e che si concluderanno con una nuova invasione: quella dei popoli slavi”.

Tra il 577 e il 626, infatti, ripetuti attacchi avaro-slavi causarono il crollo delle difese bizantine e si conclusero con l'invasione di Tracia, Macedonia, Grecia, Istria e Dalmazia.

A partire da questo periodo la presenza di popolazioni slave nelle province di Trieste, Gorizia e Udine, come nell'Istria e nella Dalmazia, si intreccerà strettamente con quella di popolazioni latinizzate ed antico-illiriche e costituirà uno degli aspetti fondamentali della nostra storia.

Questi gruppi slavi irruppero all'interno dell'impero stanziandosi in parte nelle vallate prealpine delle Giulie, dove si fissarono alla terra con attività rurali, e in parte lungo la costa, dove si dedicarono ad attività marinare.

Questi insediamenti – agli inizi le popolazioni non erano ancora linguisticamente ben differenziate – dettero origine ad un primo regno slavo sui territori occupati: fu il regno del mitico re Samo, che durò dal 623 al 658.

Dopo la sua fine, gli antenati degli sloveni, detti anche “carantani”, fondarono un loro principato che mantenne una relativa autonomia per quasi un secolo, fino a quando i franchi, nell'anno 874, si imposero definitivamente distruggendo il principato che si era costituito nella Pannonia meridionale.

In questi due secoli i carantani avevano comunque svolto un importante ruolo unificatore delle comunità etniche che si erano via via insediate tra la Sava e l'Isonzo.

Contemporaneamente alle prime invasioni degli avari e degli slavi vi era stata infatti l'invasione dei longobardi, che erano penetrati profondamente entro i confini dell'impero e si erano insediati in queste terre, facendo di Cividale il loro centro politico e amministrativo.

Fino all'arrivo dei franchi di Carlo Magno la città rimase sotto il controllo dei duchi longobardi: alla fine del secolo entrò a far parte dei domini di Carlo e in pochi anni la sua condizione, al pari di quella del Friuli e dell'Istria, cambiò rapidamente.

Documento importantissimo di questa svolta è il “Placito del Risano”, dal quale emerge un quadro molto significativo delle articolazioni sociali e etniche in un'epoca caratterizzata da grandi e repentini mutamenti. Come sottolinea il Cusin “l'adunanza del Risano è il documento più prezioso del nostro alto medioevo. Esso ci mostra la società romano-bizantina nel suo estremo tramonto, ormai preda della feudalità franca a cui si sono legati gli esponenti ecclesiastici.

Dopo l'episodio testimoniato del Risano infatti un fitto velo si stende sulla nostra regione e per molto tempo le fonti permangono mute”.

Pochi e non sempre molto significativi sono infatti gli avvenimenti relativi al IX e al X secolo. Va ricordato l'importante accordo, stretto nell'anno 840, tra l'imperatore e re d'Italia Lotario I e Venezia, con il quale i cittadini di San Marco si impegnarono a difendere sul mare anche le terre imperiali – in pratica le coste giuliane – dagli attacchi dei pirati croati e saraceni: fu l'inizio di quel processo che avrebbe portato Venezia, nel corso di un secolo e mezzo, a diventare la nuova padrona dell'Alto Adriatico.

Cent'anni più tardi (948), il re d'Italia Lotario II concesse alla chiesa di Trieste l'immunità giurisdizionale e fiscale, ponendo così termine all'annosa polemica tra Grado e Aquileia: un primo passo di quel cammino che vide l'acquisizione da parte del vescovo dei poteri “comitali” e il distacco dal nesso provinciale del “Comitatus Histriae”.

All'inizio del II millennio Trieste era un piccolo centro che viveva delle sue saline e del suo vino – la cultura delle viti e dell'ulivo era già documentata dal “Placito del Risano” – nonché di una discreta attività di pesca, ma che rimaneva privo di concrete possibilità di sviluppo.

Da una parte, infatti, si estendeva sempre più il controllo veneziano sulle rotte dell'Adriatico, dall'altra cresceva sensibilmente l'influenza di Aquileia, cui l'imperatore Enrico IV di Franconia doveva concedere nel 1081 anche i diritti sui vescovadi di Trieste e di Parenzo.

Tormentate e perennemente insidiate, infine, le strade a nord, verso i carsi, dove risultava quasi impossibile garantire tranquille vie di comunicazione e sviluppare regolarmente i commerci.

Qualche segno di crescita si ebbe solo nel XII secolo, in seguito alla crisi dell'autorità imperiale e allo sviluppo delle nuove realtà comunali nel nord della penisola: una significativa testimonianza di ciò si ha nella partecipazione alla Pace di Costanza (1183) del vescovo di Trieste Bernardo, che durante la contesa con il Barbarossa si era schierato con il patriarca di Aquileia, “e parte Lombardorum”.

Ma gli spazi reali di autonomia furono ben poca cosa e la partecipazione di Venezia alla IV Crociata (1202) ridusse ancor più queste possibilità. Per motivi strategici Trieste venne occupata dal doge Enrico Dandolo e fu costretta ad accettare quel rapporto di “fidelitas” che già legava le altre città costiere del nesso provinciale dell'Istria.

In questo frangente si assistette al declino ormai irreversibile della funzione vescovile. Nei documenti del tempo comparvero sempre più spesso diciture quali “Homines rectores”, “Concio”, “Podestà”, che attestavano anche a Trieste lo sviluppo delle istituzioni comunali.

Quando nel 1253 il vescovo Volrico de Portis, per evitare la bancarotta finanziaria, fu costretto a cedere “titulo venditionis” tutta una serie di diritti – quali quello di esigere tributi, di eleggere i consoli e di amministrare la giurisdizione penale – impegnandosi anche a nome dei suoi successori, si era ormai realizzata di fatto la completa emancipazione del nuovo potere comunale.

Parte seconda: 1253 – 1699

L'emancipazione dal potere vescovile, ultimo residuo della vecchia istituzione medioevale del “vescovo-conte”, non significò però per la città la riconquistata autonomia ed una stabile “libertà”.

Gli accordi del 1253 – dal de Vergottini definiti la “Magna Charta del Comune di Trieste” e dal Tamaro celebrati quali “l'inizio d'una nuova, più compiuta e più libera forma di governo comunale” – aprirono la strada ad una evoluzione ben diversa della città: l'elezione a podestà di Marco Zeno, un cittadino veneziano, aprì la porta all'influenza della Serenissima anche all'interno delle istituzioni comunali.

Negli anni successivi, l'alternanza tra podestà veneziani e podestà aquileiesi non fece altro che evidenziare ancor più i nuovi rapporti di potere: per il “Comune” la scelta reale era quella di allearsi con uno o l'altro dei due potenti vicini. Non esistevano in alcun modo i presupposti politici ed economici per imporre una propria presenza autonoma nell'Alto Adriatico, né per via di terra, né per via di mare.

Solo tenendo presente questa realtà si può capire come lungo tutto il XIV secolo la politica del Comune oscillasse tra Venezia e il patriarcato di Aquileia, in un alternarsi di alleanze e di repentini cambiamenti di campo che rinfocolarono gravemente le continue tensioni interne, con eccessi di violenze e di rapine che i documenti dell'epoca lamentavano continuamente.

La congiura del “traditore” Marco Ranfo è una delle testimonianze più significative di queste violenze intestine agli inizi del 1300: del suo tentativo di abbattere il Comune per fondare un potere personale si sa ben poco di certo, ma la memoria durò a lungo e cinque secoli dopo venne riesumata dal Rossetti e dal Kandler, imponendosi poi come un ghiotto argomento per i giornali popolari e per truculenti drammi teatrali.

Un lungo periodo di guerre intestine indebolì gravemente le giovani istituzioni comunali. Verso il 1350 si verificò la cosiddetta “Serratura del Consiglio”, i cui membri acquistarono un potere di fatto permanente, assicurandosi il diritto di durare in carica per tutta la vita: la titolarità alle diverse cariche divenne così ereditaria, “serrata” all'interno di un gruppo di famiglie che vantavano discendenza dai decurioni dell'età romana.

Nel frattempo gli scontri con Venezia continuavano in forme sempre più gravi: nel 1369, dopo aver chiesto inutilmente aiuto a tutti i potentati vicini, offrendosi in sudditanza all'imperatore Carlo IV come ai conti di Gorizia, a Genova come ai carraresi, i triestini si “offrirono” una prima volta al duca Leopoldo d'Austria in cambio dell'appoggio contro l'espansionismo veneziano.

Pochi anni dopo, nel 1382, occupata dagli armigeri di Ugo di Duino, uomo di fiducia del duca Leopoldo, Trieste rinnovò l'atto di “deditio”, abdicando alla propria autonomia: fino alla fine della Prima guerra mondiale – tranne un breve periodo di occupazione francese – la città avrebbe fatto parte dei “paesi ereditari” (“Erbländer”, come si denominavano i possedimenti degli Asburgo).

La “deditio” del 1382, sulla quale sono stati scritti i proverbiali “fiumi d'inchiostro”, non fu però l'ultimo formale atto di subordinazione del Comune triestino al potente vicino. I contrasti infatti non terminarono affatto e per molti decenni ci fu in città chi proponeva di abbandonare gli Asburgo e di offrirsi ai veneziani: il numero di questi “pentiti” veniva anzi aumentando via via che gli eserciti della Serenissima espandevano il loro controllo sull'Istria e sull'Alto Adriatico e che nuovi pericoli si stavano delineando al di là dei confini.

Tra la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento, infatti, il panorama “internazionale” si venne modificando profondamente a causa di due avvenimenti di grande rilievo.

Dapprima la disastrosa sconfitta dei serbi a Kosovo Polje ad opera dei turchi (1389), che aprì alle armate musulmane il cuore dell'Europa, da una parte verso Vienna e Budapest, dall'altra verso l'Istria e Fiume.

La penetrazione turca sarebbe continuata per tre secoli, fino al 1683, quando alle porte di Vienna, sul Kahlenberg, le truppe alleate tedesco-polacche sbaragliarono gli eserciti turchi.

In un secondo momento, la grave crisi in cui cadde il patriarcato di Aquileia: una crisi che si concluse tra il 1419 e il 1420 con l'occupazione del Friuli da parte degli eserciti veneziani e con la definitiva perdita del potere temporale.

A partire da questo momento l'espansionismo di Venezia non trovò più avversari né in Friuli, né nella “Histria”!

Venuta a mancare la secolare opera di mediazione che Aquileia aveva svolto tra gli stati della penisola e gli stati transalpini, Trieste si trovò ad affrontare direttamente un problema che l'avrebbe angustiata per molto tempo: assicurarsi un regolare flusso commerciale da nord, attraverso quella “via dei carsi” per la quale passavano i “salmari” (o “mussolati”) che portavano dall'Austria, dalla Carniola e dall'Ungheria prodotti essenziali quali grani, farine, carni.

Questi mercanti trovavano condizioni ben più vantaggiose, sia dal punto di vista fiscale che dal punto di vista finanziario, presso gli scali di Muggia e Capodistria. Da qui le continue lamentele e pressioni sugli Asburgo perché fosse “voltato” il corso delle mercanzie e fosse favorito il porto di Trieste.

L'emergere drammatico di questo problema mostra chiaramente come la condizione di Trieste fosse a quel tempo – e le cose non sarebbero sostanzialmente cambiate lungo tutto il 1500 e il 1600! – estremamente fragile. Sia dal punto di vista militare che dal punto di vista degli approvvigionamenti la città dipendeva in modo determinante da vicini molto più potenti.

Quando nel 1468 la città per la terza volta “si dette” al duca d'Austria, le condizioni erano ormai profondamente mutate: questa volta la resa era totale e il Comune accettava la rinuncia, la “abdicazione e consegna all'imperatore del reggimento e del governo sino allora goduto”. E questo, come recitava il documento ufficiale, “non per dolo, né per timore, né per suggestione alcuna, sì bene per unanime consenso, con franca spontaneità, semplicemente e liberamente”.

Le utopie autonomistiche, se mai c'erano state, erano ormai un ricordo del passato, una vuota esercitazione retorica priva di ogni contenuto politico.

La contraddizione di fondo da cui la città non sapeva in alcun modo uscire è così sintetizzata dal Tamaro: “Il non voler appartenere allo straniero che teneva la terra (Carniola) né alla potenza che dominava il mare (Venezia) causava la meschinità economica della città.

[…] La città, per prosperare, o doveva essere parte intrinseca e importante d'una grande unità politica, o essere in grado di dettar la sua volontà economica al retroterra. Non era né l'una, né l'altra cosa”.

Per di più l'estendersi del pericolo turco nel cuore dei Balcani – sotto Solimano il Magnifico (1520 -1566) l'impero ottomano raggiunse il suo massimo sviluppo – e della riforma luterana nei paesi di lingua tedesca allontanava pericolosamente l'attenzione politica degli Asburgo dalla città e dall'Adriatico, lasciando i triestini in balia dei veneziani e degli “uscocchi”.

A metà del 1500 la situazione divenne così critica che la città soffrì di gravi carestie per quasi un decennio.

Quando poi, nel 1563, nel tentativo di rompere il blocco commerciale per terra e per mare, i triestini cercarono di allargare le loro saline verso Muggia, in violazione degli accordi firmati cent'anni prima con Venezia, la reazione della Serenissima non si fece attendere: un “ducale” ingiunse al podestà di Capodistria di distruggere le nuove saline, il che fu compiuto in pochissimo tempo da due galere.

Per di più le lotte intestine continuarono senza sosta, come lamentò il poeta Andrea Rapicio, che dipinse la città “far baccanali con le armi fratricide e giacere esausta di forze”: lo stesso Rapicio, divenuto vescovo nel 1565, cadde vittima di queste discordie e morì avvelenato nel 1573.

Verso la fine del secolo, alle usuali contese per il potere politico si sommarono anche le repressioni contro i protestanti e gli ebrei: quando il vescovo Nicolò Coret si vantò di aver eliminato totalmente il luteranesimo, l'atmosfera di intolleranza era ormai imperante in città. I giudici e il Consiglio generale dovettero intervenire ripetutamente per proteggere la comunità ebraica dal fanatismo popolare e nel 1597 lo stesso conte Nogarolo, capitano della città, coordinò in prima persona le direttive dell'arciduca Carlo ed emanò un bando per garantire l'incolumità fisica e morale dei membri della comunità.

La storia della città nel Seicento è per tanti aspetti una pallida ripetizione di quella del secolo precedente: nulla di essenzialmente nuovo, se non un'accentuata presenza di elementi friulani nella città, attirati probabilmente dalla carenza di manodopera seguita ad una epidemia di peste che aveva causato circa 1.500 morti.

Per il resto solo le continue lotte contro i capitani imperiali e i continui affanni per attirare i carniolici nel porto.

Qualche barlume di sviluppo si ebbe soltanto nella seconda metà del secolo, grazie alle crescenti difficoltà incontrate dai veneziani nei confronti dei turchi: la città ne approfittò a scapito di Capodistria, che fino a quel momento era stata il più fedele “cane da guardia” della Serenissima.

Qualche aiuto, infine, giunse da parte degli arciduchi d'Austria che, venendo incontro alle continue lamentele dei triestini, imposero nuovi dazi protettivi a favore dei commerci.

Ma la situazione politica era ormai da troppo tempo stagnante e la ristretta oligarchia al potere, ancora legata alla sua mitica origine “romana”, viveva soltanto dei suoi vecchi privilegi e di quegli statuti che da secoli la garantivano.

Svuotata da ogni potere reale – ormai saldamente in mano al “Capitano imperiale” – l'aristocrazia delle “Tredici famiglie”, chiusa nella sua città fortificata, cercava ancora di tenere in piedi i tradizionali meccanismi di segregazione nei confronti della manodopera friulana e degli abitanti sloveni del contado e delle zone limitrofe.

Lo testimoniano parecchie cronache del tempo: “Di Serraglio Domenico abbenché non triestino conviene tenersene memoria. Non ci consta la sua patria che sospettiamo del Carso goriziano, e che d'origine forse era slavo, avendo italianizzato il cognome Sraglia in Sraglio e Serraglio, come da molti slavi veniva seguito quest'uso, […] venne promosso a canonico di questa cattedrale nel 1631”.

La difesa della “italianità” si venne così delineando fin dal XVII secolo come la difesa dei privilegi della città, della oligarchia urbana, nei confronti del mondo contadino circostante: uno schema che si sarebbe ripetuto nell'Ottocento e nel Novecento, quando alla vecchia aristocrazia rinchiusa nelle sue ville di Città Vecchia sarebbe subentrata la nuova borghesia mercantile e imprenditoriale.

Anche dal punto di vista sociale ed economico il secolo XVII si chiuse su un panorama di ristagno, se non di depressione. Una crisi che portò anche ad un grave deterioramento dei rapporti con la comunità ebraica, cui da tempo si imputava ogni sorta di male.

Sì diffusero sempre più, soprattutto nella plebe, spesso rinfocolate dal clero, le accuse tradizionali ai “perfidi” ebrei, quelle di essere inguaribilmente diversi, di aver rovinato con l'usura molta povera gente, di non portare il “segno” che la legge imponeva loro.

Circolò anche la secolare accusa di compiere il delitto rituale, cioè di “haver cavato sangue ad un putto christiano” per confezionare pane azzimo: la stessa accusa che i pagani avevano già rivolto ai primi cristiani come pretesto per perseguitare la loro setta!

L'atmosfera in città era ormai favorevole a soluzioni di aperta intolleranza.

Si fece sentire in questa occasione anche l'influenza dei gesuiti, che erano arrivati a Trieste negli anni Trenta per riaffermare con vigore e intransigenza la superiorità della religione cattolica in una città nella quale i diversi gruppi non cattolici erano numerosi e molto attivi.

Alla fine, dietro suggerimento dello stesso vescovo Giovanni Francesco Miller, l'imperatore Leopoldo I decise di istituire anche a Trieste il ghetto: nel 1695 la Portizza di Riborgo (via delle Beccherie) fu scelta come sede stabile per la comunità ebraica.

La realtà aveva però anche un'altra faccia, questa molto più prosaica e “terrena”: la presenza dei commercianti e dei prestatori ebrei minacciava infatti gli interessi e i possessi fondiari dei patrizi, che a quel tempo venivano tutelati dagli statuti contro ogni forma di concorrenza.

Ma gli anni a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo furono anche quelli che videro alcuni avvenimenti di grande rilievo internazionale che influirono in modo decisivo sulla nascita della Trieste “moderna”: tra il 1699 e il 1718 gli Asburgo d'Austria, con una serie di guerre fortunate e di abili trattati di pace, ridimensionarono in modo definitivo la presenza turca nel cuore dell'Europa e crearono quell'ampio retroterra che avrebbe visto in Trieste il suo porto di elezione.

Quando nel 1719 Carlo VI concesse alla città una “temporanea” patente di porto franco, le vicende della Trieste “moderna” ebbero inizio e con queste la storia di una città destinata a diventare agli inizi del Novecento uno dei più grandi scali dell'intera Europa.


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storia_ts/storia/0000_1699.txt · Ultima modifica: 21-03-2020 04:35 (modifica esterna)